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mercoledì 3 marzo 2010

Il programma di rieducazione scaligero: Da una cas(s)a di morti

La rieducazione pensata e propugnata dalla dirigenza scaligera è arrivata all'epilogo con la proposizione dell'ultimo titolo del catalogo di Janacek.
L'opera è tratta da un romanzo di Dostoevskij. Oltre tutto, come siamo stati illuminati da Paolo Isotta, di difficile reperimento se non in biblioteche di raffinati culturi della letteratura russa.

I programmi di rieducazione odorano, sopratutto per generazioni pregresse la mia, di totalitarismo. Politico di cui il culturale è diretta discendenza.
Rieducare il pubblico infliggendogli monograficamente un autore, difficile per lingua, per costrutto musicale e, quel che è peggio, avulso dal di lui contesto culturale significa abortire l'operazione in partenza. Forse, lo abbiamo detto in occasione di Jenufa e dell'Affare Makropoulos, l'operazione avrebbe avuto carattere di più facile e felice approccio se i titoli fossero stati proposti in traduzione e insieme ad altri della scuola ceca antecedenti il nostro, come Smetana e Dvorak.
A spegnere o ridurre le polemiche circa l'inopportunità della traduzione basti che lo stesso Wagner la auspicava per i propri titoli.
Quanto, invece, alla massiccia presentazione di titoli del solo Janacek, così procedendo si commette un errore: quello di far credere, come accadeva con la storiografia di ispirazione idealista, che i grandi (ammesso e non concesso che Janacek lo sia e che questa sia una valida categoria di giudizio) siano spuntati avulsi da contesti culturali ed anche politico-sociali.
Quest'ultimo assunto, poi, è del tutto smentito dal nostro (o loro) Janacek, atteso che basta conoscere un po' il Novecento per sentire una koiné musicale, che ampliamente richiama Puccini, Mahler, e, quando si fa la parodia della grandeur russa, Mussorgsky.
Ma noi del Corriere, il Donzelli in primis, non vantiamo la cultura e la preparazione di coloro i quali provano estasi e levitazioni per l'utilizzo di un intervallo di sesta piuttosto che di una certa tonalità.
E', però, legittimo in siffatto sollucchero di cultura domandarci quanti del pubblico di ier sera (pubblico tutt'altro che numeroso) o delle altre sei repliche possano cogliere e godere di queste finezze, oltre che apprezzare la perfezione della dizione dei cantanti. Nessuno dei quali di madrelingua ceca, credo. Ma attendo le smentite delle maestrine dalla penna rossa, sempre attivissime sotto questo profilo!!!!
Il medio ascoltatore, pure sottosposto a questi massivi e rieducativi lavaggi del cervello e della musicalità, però rileva:
a) il suono dell'orchestra era sempre acido e secco. Il suono di questa qualità può essere anche mezzo di espressione se deve rendere il clima di spietata, inumana crudeltà praticata nel lager/gulag. Quando, però, il carcerato di turno deve rievocare l'amore e l'eros francamente il colore orchestrale dovrebbe essere diverso. Come diverso dovrebbe essere nella scena della recita, ove la tinta è una realistica e cruda ironia. Quella stessa realistica e cruda ironia che nella sua immensa provincialità Ruggero Leoncavallo propose nei Pagliacci. Anno dei Pagliacci 1892, anno della Casa 1928!
b) nessuno pretende in un titolo del 1928 di sentire l'erroneamente definito "belcanto", ma se pretendiamo sfumature, varietà di accento nei coevi Strauss e Puccini (e magari anche in Berg) non vedo un valido motivo per infliggere al pubblico scaligero cantanti per lo più parlanti, vocianti e rauchi. In una tale condizione si potrebbe facilmente dedurre che la ulteriore pena accessoria inflitta ai forzati, oltre alla frusta, fosse la laringotomia.
c) se dobbiamo far del nuovo e svecchiare anche il gusto visivo del settario pubblico scaligero sarebbe il caso di offrire qualche cosa di meno "già visto" del signor Chéreau i cui muri post industriali (simbolo dell'alienazione del nostro oggi)pensati per la famosa tetralogia del 1979 a Bayreuth e proposti in Scala già dal 1984con Lucio Silla sono, per usato e stantio, pari al lusso da nave da crociera di Franco Zeffirelli o alle scene ben copiate da architetture di Pierluigi Pizzi.
Se poi per essere moderni e à la page ci vengono servite due o tre chiappe maschili o un rapido riassunto delle essenziali posizioni del coito, con predilezione per quello more ferarum, o una pantomina che vorrebbe, nel tentativo di evidenziare la pervesione sessuale dei forzati evocare a certa filmografia (Pasolini, Tinto Brass) e che invece è prossima al televisivo Paolo Poli o ai Legnanesi dobbiamo, anche sotto questo profilo concludere che la rieducazione è, in realtà, ben altro!
Ben altro: ossia proporre titoli sconosciuti o quasi, che non prevedano difficoltà vocali neppur minimali (anche Ricciardo e Zoraide è titolo sconosciuto, in primis alla dirigenza scaligera, ma basta una pagina di cantabile per desistere dal proposito), avvolgerli nella dorata carta del gran nome del regista, infiocchettarli come proposta culturale, superamento della sonnachiosa "inculturà" milanese e riempire sei serate di programmazione.
Questo è solo offendere e prendere in giro il pubblico.
Il che non vuole dire che un teatro come la Scala non debba proporre Janacek, altrimenti saremmo pari in ignoranza e provincialismo a chi lo propone.
Significa: non indurre strumentalmente a credere che sia la sola produzione novencentesca degna del teatro milanese, non dimenticare (o studiare e scoprire che esista) un altro novecento.
E' per questo, senza nessuna presunzione che non sia l'informare, che proponiamo un piccolo ascolto di un titolo ignorato, che per crudezza di soggetto e di ambientazione è il vero precursore del proposto per elevare ed acculturare il pubblico meneghino: Siberia di Umberto Giordano.
Per la cronaca la signora Storchio ne fu anche la prima interprete!


Gli ascolti

Giordano - Siberia


Atto I

No! se un pensier...Nel suo amore rianimata - Rosina Storchio (1903)



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