Visualizzazione post con etichetta san francisco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta san francisco. Mostra tutti i post

venerdì 2 settembre 2011

Stagioni 2011-12, la Quaresima perpetua. Stazione tredicesima: Chicago e San Francisco

Ah! Se c’è una cosa che gli americani sanno fare è la confezione!
Prendiamo i siti di due teatri ad esempio: la Lyric Opera of Chicago e la San Francisco Opera.
Tutto è attraversato da un gusto moderno e accattivante e un bel lavoro di design: colori appropriati, effetti ottici non invadenti, foto curatissime, patinate, photoshoppate, ammiccanti, drammatiche, eppure essenziali, facilità nell’accedere alle pagine… tutto estremamente seducente, tutto deve trasmettere al lettore l’altissima qualità celata nel contenuto della stagione proposta e tutto deve lasciar pensare che “meglio di così non potreste desiderare!”.
Poi, ahimè, superato lo stupore per lo splendore tecnico “del pacchetto” esso va scartato e occorre guardarci dentro per soddisfare la vista, il palato e soprattutto le orecchie… soprattutto se il contenuto si rivela la solita burletta!

A Chicago, ad esempio, si parte con “Les contes d'Hoffmann”, opera accompagnata dalla bacchetta dell’esperto nel repertorio francese Emmanuel Villaume già ascoltato a Torino nel medesimo titolo e dalla regia rodatissima di Nicolas Joël; dunque non un nuovo allestimento, ma una produzione già vista in giro per il mondo e partita dal Teatro Real di Madrid! Ottimo, a mio giudizio, presentarsi con un allestimento che fa risparmiare un bel po’ le casse del teatro!
Ma cosa ci stia a fare nel ruolo del visionario protagonista la vocalità leggera e fragile di Matthew Polenzani, in cerca evidentemente del salto di qualità verso ruoli più maturi dopo i molti Mozart, Faust di Berlioz, Edgardo, Nemorino, Alfredo, Chevalier des Grieux etc, resta un mistero!
Cosa ci stia (ANCORA!) a fare ciò che resta della vocalità che definire stremata è già un complimento molto perplesso, dell’attempato e indomabile James Morris nel ruolo dei quattro demoni, fa comprendere la poca fantasia, e la poca accortezza di chi assembla i cast!
“Lucia di Lammermoor” secondo titolo in cartellone, presenta un cast in cui brilla Giuseppe Filianoti che recenti ascolti lasciano con l’amaro in bocca e molte, moltissime perplessità, affiancato da Susanna Phillips, non proprio adattissima a questo repertorio, che difatti frequenta poco alternando ruoli pucciniani a quelli mozartiani, ma soprano di casa sui palcoscenici americani ed evidentemente ritenuta, attraverso non si sa quale criterio, affidabile. Nel ruolo di Enrico il cartellone propone Gabriele Viviani: leggero, per non dire trasparente, già nel ruolo di Belcore in Scala figurarsi nel ben più temperamentoso Enrico Ashton. Se la direzione di Massimo Zanetti potrebbe sorprendere (parlo sia in positivo che in negativo, ovvio), fa piacere ritrovare un’artista come Catherine Malfitano nelle vesti di regista: in carriera l’attrice prevaleva nettamente sulla cantante, quindi c’è da sperare in una visione di sicura presa e caratterizzazione.
Ferruccio Furlanetto, dismessi gli abiti del basso verdiano di cui sicuramente non è l’incarnazione, indossa quelli più maestosi di “Boris Godunov” ruolo forse più vicino alla sua voce così personale, accompagnato dal caratterista Stefan Margita (Shuisky) e dai cavernosi e non ortodossi bassi Andrea Silvestrelli e Raymond Aceto (Varlaam e Pimen), diretti dal veterano Andrew Davis, direttore che ritroviamo anche nell’opera successiva: “Ariadne auf Naxos” funestata dalla ostinata presenza di Deborah Voigt già disastrosa Brunnhilde al Met figuriamoci cosa riuscirà a inventarsi per sopravvivere a Ariadne, in questo coadiuvata dalla Zerbinetta di Anna Christy simpatico sopranino lieve e aguzzo già impegnata nell’Olympia nei “Contes” inaugurali, dal mezzosoprano Alice Coote, militante nel barocco, ma che non disdegna ruoli come Charlotte, Maffio Orsini, Octavian, Marguerite, Hänsel e del bel tenore Brandon Jovanovich scuro di colore e gutturale di emissione regia tradizionale di John Cox.
La “Tripletta” di Andrew Davis, direttore già del “Boris” e dell’ “Ariadne” si conclude con Die Zauberflöte, il cui cast è stato scelto sotto l’egida della “leggerezza” (Cabell, Castronovo, Groissbock, Degout), forse per non disturbare troppo.
Immagino già le anime candide fibrillare per l’attesissima (?) apparizione di Sondra Radvanovsky nel ruolo di “Aida”, che certamente cambierà la storia dell’interpretazione della schiava etiope scardinando ogni nostra più piccola certezza; sorte che purtroppo non potrà condividere Hui He solo perché… canta e interpreta meglio della blasonata collega! Compagni di questa “rivoluzione” saranno Marcello Giordani e Salvatore Licitra, a cui auguriamo di riprendersi dal brutto incidente di cui è rimasto vittima, mentre la principessa egizia vedrà l’alternanza del contralto Jill Grove, momentaneamente orfana di Erda, e quel crogiuolo di urla strazianti rappresentato dall’inspiegabile Anna Smirnova, il tutto per le cure del Maestro Renato Palumbo.
Le stesse anime di cui sopra potranno deliziarsi con i pettorali del bel Nathan Gunn nel successivo titolo “Show Boat” di Jerome Kern e se saranno anche fortunate da essere intrinsecamente “baroccare” raggiungeranno vette di puro godimento con il conclusivo “Rinaldo” di Handel diretto da Harry Bicket, che schiera alcune tra le massime superstar di questo martoriato repertorio: David Daniels, Sonia Prina, Luca Pisaroni, Julia Kleiter, Iestyn Davies e l’emergente Elza van der Heever, soprano che vaga di ruolo in ruolo, di epoca in epoca alla ricerca di una sua possibile collocazione.
Che meraviglia!

Il “pacchetto” di San Francisco ci prepara ben altre delizie!
Che dire della “Turandot” inaugurale, diretta da Nicola Luisotti e che vede nei ruoli principali una decomposta Irene Theorin ed il Calaf dei nostri giorni (?), il “sicuro e intonato” Marco Berti? Sicuramente “grandi emozioni”: le stesse se non maggiori di quelle che scatenerà non solo la Premiere mondiale di Christopher Theofanidis “Heart of a Soldier”, recitata più che cantata da due campioni come Thomas Hampson e William Burden, ma soprattutto la “Lucrezia Borgia” successiva, la quale scatenerà i più inauditi deliqui grazie all’inspiegabile ostinazione belcantista di Renée Fleming, ad un Francesco Meli il cui timbro sedurrà più della tecnica, ad un ormai immancabile Vitalij Kowaljow che trapassa da Wagner, Verdi a Donizetti con virtuosismo pari ai disastri ottenuti sia in uno che nell’altro. Complice di tale vortice di commozioni il Maestro Riccardo Frizza, direttore feticcio della diva americana! Contenti loro!
Torna Luisotti con ben tre titoli: “Don Giovanni” con la regia del nostro Gabriele Lavia, sempre in formato “light-recitativo” che schiera la leggerezza di Serena Farnocchia, Marco Vinco e soprattutto l’evanescente Topi Lehtipuu che aprirà nuovi orizzonti “interpretativi-acrobatici” più che canori; una “Carmen” formato “grandi emozioni”… e nulla più, con Kate Aldrich, nella speranza che la salute vocale l’assista, e il corretto Thiago Arancam; finalmente la ripresa del trionfale e caciarone “Attila” scaligero il quale merita un discorso a parte: davanti a certe locandine ci si chiede se certi cantanti prima di firmare un contratto aprano o no lo spartito per sincerarsi se le proprie caratteristiche vocali si adattino o no alla parte in questione, oppure se tali scelte siano dettate solo in base alla presunzione o all’ambizione in forza delle quali si venga spinti ad accettare di tutto; bene, con questa premessa e dopo i recenti flop scaligeri, la nuova stella canora Oksana Dyka, che avrebbe dovuto sfondare in America grazie a questa Odabella, e Dio solo sa come avrebbe potuto cavarsi dall’impaccio di una parte micidiale come la vergine guerriera viste le enormi difficoltà già manifestate come Nedda, Tosca, Aida etc. ha visto preferirsi l’emergente e poco esaltante Lucrezia Garcia, fortemente voluta dal direttore e già diretta nel medesimo ruolo; stesso trattamento nei riguardi di Ramon Vargas in favore del più docile e monolitico Fabio Sartori e di Diego Torre. Nessun problema invece per la presenza di Ferruccio Furlanetto, il quale ha evidentemente preferito il palcoscenico di S.Francisco a quello milanese.
Se il “Xerses” diretto da Patrick Summers, tra le decadenze di Daniels ed una Prina intubata, può almeno risollevarsi con la presenza salvifica di Susan Graham, il successivo “Nixon in China” di John Adams schiera Simon O’Neill, tremendo Siegmund scaligero e altrettanto Parsifal a Bayreuth, nel ruolo di Mao Tse-tung nella speranza che la voce non crolli nella solita consolidata afonia dopo l’emissione di due note.
Conclude la stagione “Die Zauberflöte” che si farà notare per la fisicità di Nathan Gunn, lo stridore di Albina Shagimuratova e i frammenti di Kristinn Sigmundsson.

Molti ci rimproverano di fare con questi pezzi delle recensioni preventive, di distruggere le stagioni senza averle prima ascoltate, che fosse per noi i teatri dovrebbero chiudere, di provare noi a prendere un teatro e mettere insieme titoli, cantanti direttori e registi, e via farneticando, senza rendersi conto che i cantanti di cui scriviamo almeno, noi, ci siamo presi il disturbo di ascoltarli e non solo in mp3 o tramite Youtube; io chiedo, non tanto ai fan facebookari viziati da indigestioni di cuoricini e salamelecchi, cosa ci sia da salvare in queste stagioni e soprattutto se si domandano con quali criteri vengano assemblati i cast … soprattutto se, scartato un pacchetto tanto bello e curato, ci troviamo davanti ad un prodotto riciclato.












Read More...

giovedì 15 aprile 2010

Stagioni 2010-2011. Gli Stati Uniti

È primavera e i teatri annunciano i programmi per la nuova stagione operistica.
Come di consueto si tratta di indicazioni di massima, soggette a cambiamenti più o meno rilevanti, determinati di volta in volta da sovrapposizioni di impegni, indisposizioni, mutati pareri o più semplicemente dalla pessima consuetudine, cui alcuni teatri ricorrono per sistema, di pubblicizzare contratti mai sottoscritti o già annullati. Sarà interessante confrontare le stagioni preliminari con quanto andrà effettivamente in scena, nonché gli esiti delle produzioni in questione con le considerazioni che la lettura di siffatti cartelloni suscita nello spettatore minimamente avvertito.

Contrariamente ad altri, che professano animo e orecchio virginale e incorrotto, riteniamo che sia possibile, quando si sia ascoltato con sufficiente attenzione un esecutore professionista, formulare a proposito del suo impiego in un determinato ruolo una previsione di massima, che non si discosti in misura significativa dalla realtà. E questo non in grazia di chissà quale virtù magica, bensì come conseguenza di un ascolto che, per essere davvero tale, sia consapevole, informato e soprattutto non ignaro di storia e tradizioni di canto.
Le nuove stagioni che ci giungono dagli Stati Uniti forniscono un’eccellente materia di analisi in tal senso. In verità nella maggior parte dei casi non è neppure necessario formulare previsioni, perché basta una ricerca negli archivi per rendersi conto di come certi azzardi di casting si ripresentino con una certa frequenza, quasi che il passato non avesse davvero nulla da insegnare ai sempre sagaci programmatori culturali. E difatti così è.
La ricchezza delle proposte consiglia di concentrarsi solo su quelle che sono, sulla carta, le più significative.
La Lyric Opera of Chicago propone in apertura di stagione un Macbeth con Thomas Hampson, di cui esiste in dvd una discutibile (rectius: indiscutibilmente pessima) prova risalente a quasi un decennio fa, e Nadja Michael, ultimamente più nota per i forfait (buon ultimo quello nella Salome bolognese) che per le effettive presenze in palcoscenico, e comunque da sempre in cattivi rapporti con il repertorio italiano. Difficile rintracciare nella designata coppia i requisiti necessari a rivestire i panni dell’infernale, anche vocalmente, coppia ideata da Verdi. Soprattutto per quanto concerne la metà femminile, impegnata in ben quattro assoli.
Sempre nella medesima stagione abbiamo un Ballo in maschera affidato per la parte protagonistica a Frank Lopardo, già tenore lirico leggero ormai alle soglie della maturità, se non altro anagrafica. Il medesimo discorso ed analoghe perplessità valgono per Ramón Vargas, che però ha l’intelligenza di affrontare titoli un poco più acconci a quella sorta di liricizzazione continuata e permanente che oggi è la regola, ossia Bohème (al Metropolitan di New York, in alternanza con altri tenori leggeri quali Vittorio Grigolo, Joseph Calleja e Piotr Beczala) e Werther (all’Opera di San Francisco). Meno saggia ed avveduta appare la partecipazione di Vargas al Boccanegra del Met, che lo vedrà al fianco di Barbara Frittoli (altro ottimo esempio di miscasting), Dimitri Hvorostovsky e Ferruccio Furlanetto.
Sempre nella stagione di Chicago brilla una Fanciulla del West (di cui quest’anno ricorre il centenario della prima assoluta) affidata a Deborah Voigt. La signora Voigt qualche anno fa fu allontanata dal Covent Garden per il suo fisico, giudicato poco confacente alle nuove esigenze del teatro di regia. A dieta felicemente condotta in porto, la signora ha potuto ripresentarsi e trionfare, esibendo non solo una perfetta silhouette, ma anche una pressoché totale perdita delle doti vocali che l’avevano sostenuta per buona parte della carriera (cfr. il Ballo in maschera parigino di un anno fa). Oggi, siccome a contare è quello che si vede e non quello che si sente, la Voigt può essere scritturata per una parte massacrante come quella di Minnie non solo a Chicago, ma al Met (in alternanza con Elisabete Matos), e affrontare, ancora al Met, la protagonista di Walküre, oltre a quella di Salome all’Opera di Washington.
Altri spettacoli da segnalare nella stagione di Chicago sono il Lohengrin con Johan Botha (già problematico Tannhäuser torinese) e Michaela Schuster (imbarazzante Ortud a Monaco di Baviera l’estate scorsa, nonché imbarazzante Venere sempre a Torino) e l’Hercules haendeliano con un cast in cui spiccano Alice Coote (che ritorna al Barocco dopo azzardi quali il Maffio Orsini della deludente ultima Borgia di Edita Gruberova), David Daniels, decano dei controtenori, e Richard Croft (censurabile Idomeneo a Aix-en-Provence e Milano).
L’unica autentica sorpresa della stagione annunciata dall’Opera di Los Angeles è la presenza di Martina Serafin, votata ai ruoli da soprano drammatico, quale Contessa d’Almaviva. Siccome siamo cattivi e maligni riteniamo che la scelta sia dovuta al desiderio di affrontare un grande ruolo sopranile mozartiano, che però non comporti la scrittura virtuosistica di una Donn’Anna o di una Konstanze. Peccato che la Contessa tocchi, nel terzetto del secondo atto, il do sovracuto, almeno se si vuole eseguire quanto previsto dall’edizione critica. Altra curiosità (piuttosto macabra) della stagione losangelina è il Lohengrin con Ben Heppner e Soile Isokoski, che offre se non altro l’attrattiva di un’Ortruda di gran voce, sia pure in declino, quale Dolora Zajick. La Zajick per inciso si segnala come una delle interpreti di punta dei nuovi cartelloni nordamericani, proponendosi al Met come Azucena (in alternanza con Marianne Cornetti) e Contessa della Dama di picche (accanto a Karita Mattila e Vladimir Galouzine), nonché come Amneris a San Francisco. Un simile superimpiego prova non tanto la grande energia della signora, quanto l’assenza di valide alternative e del famoso ricambio generazionale, che tanti operatori del settore dicono di auspicare e favorire.
Altro spettacolo di punta, per gli amanti del genere, è il Turco in Italia affidato a un cast cui starebbe largo un Elisir d’amore in provincia: Nino Machaidze (già Fiorilla al Theater an der Wien), Simone Alberghini, Maxim Mironov, Paolo Gavanelli e l’immarcescibile Thomas Allen.
Ben altrimenti ricca di proposte (che però assai di rado escono dai binari del grande repertorio) la stagione del Met. Sorprese poco piacevoli riserva il Rheingold in apertura di stagione, con un cast lillipuziano, in parte di matrice baroccara (Patricia Bardon, Richard Croft), in parte in forte sospetto di forfait (Bryn Terfel, che dalle ultime notizie pareva alle soglie del ritiro, e invece si propone qui nientemeno che come Wotan). Notevolissimo il Rigoletto affidato addirittura a un poker di baritoni (non si sa mai…), vale a dire Lado Ataneli, Georg Gagnidze, Carlos Alvarez e Zeliko Lucic (si prospetta, com’è facile intuire, una produzione all’insegna della più grande raffinatezza), cui per rispetto delle pari opportunità si associano un tris di soprani (Christine Schäfer, Nino Machaidze e Diana Damrau) e uno di tenori, evidentemente giudicati altrettanti passepartout vocali per la nuova stagione: Francesco Meli (Alfredo in Traviata), Joseph Calleja (Rodolfo in Bohème ed Edgardo) e Giuseppe Filianoti (protagonista dei Contes d’Hoffmann).
La miniaturizzazione dei grandi ruoli continua con il Boris affidato – nel teatro che conobbe gli Zar di Didur, Chaliapin, Pinza e Kipnis – a René Pape, la Carmen di Elina Garanca (in alternanza con Kate Aldrich, che sosterrà il ruolo anche a Chicago, ivi in condominio con Nadia Krasteva), la Eboli di Anna Smirnova e il Posa di Simon Keenlyside (accanto al redivivo Infante di Roberto Alagna) e i già citati coniugi Adorno di Barbara Frittoli e Ramón Vargas. Il fenomeno è peraltro assai esteso e trasversale, interessando anche le stagioni di San Francisco (Aida con Micaela Carosi, Butterfly con Svetla Vassileva in alternanza alla veterana Dessì, Pinkerton affidato a Stefano Secco, Ellie Dehn, voce da Susanna, promossa Contessa d’Almaviva, Nina Stemme Brünnhilde nel ciclo completo del Ring) e Washington (Don Pasquale con Juan Francisco Gatell)
Del pari lasciano perplessi proposte quali la Norina di Anna Netrebko, la Juliette di Angela Gheorghiu, la Lucia di Natalie Dessay e l’Elisabetta di Valois e la Violetta di Marina Poplavskaya, altrettante prove provate del fatto che l’esperienza pregressa serve a poco, quando vi sia la ferma volontà di imporre un prodotto a tutti i costi.
Verrà poi ripresa la Tosca “di” Luc Bondy, fischiatissima nel recente passato (e di prossimo approdo alla Scala), protagoniste Sondra Radvanovsky (pure Leonora nel Trovatore) e Violeta Urmana, accanto a Marcelo Alvarez (pure Manrico) e Salvatore Licitra, Falck Struckmann e James Morris. Con simili premesse non stupisce la presenza del veterano (…) Paul Plishka nei panni del Sagrestano.
Dove la creatività dei programmatori si spinge all’estremo è, però, con Rossini. Non solo sarà ripresa l’Armida (è di queste ore la notizia dell’esito assai tiepido della première) con Renée Fleming e un vasto parco tenori in cui spiccano i nomi di Lawrence Brownlee, Bruce Ford, John Osborn e Barry Banks (e si aveva da ridire sui tenori che circondavano l’Armida della Callas), ma soprattutto sarà per la prima volta rappresentato al Met Il Conte Ory, con l’indispensabile presenza della star Juan Diego Flórez (detentore di un vero monopolio sul titolo, perché l’ultimo allestimento pesarese non aveva neppure la dignità di un saggio scolastico), Diana Damrau (al suo esordio in un titolo rossiniano diverso dal Barbiere), Joyce DiDonato (in temporanea vacanza dai vagheggiati ruoli Colbran), Michele Pertusi e Stéphane Degout.
Impedibile anche la Walküre, affidata a un cast che farà la gioia di ogni amante della declamazione: Deborah Voigt, Eva-Maria Westbroek, Jonas Kaufmann e ancora una volta Bryn Terfel.
Segnaliamo infine la ripresa dell’Iphigénie en Tauride, allestita verosimilmente per consentire rinnovate estasi alle fan di Plácido Domingo. Estasi che proseguiranno in Washington, a riprova della scarsa fantasia e creatività dei signori programmatori d’oltreoceano (e non solo).



Gli ascolti

Mozart - Le nozze di Figaro

Atto III

Dove sono i bei momenti - Emmy Destinn (1908)

Mozart - Così fan tutte

Atto II

Fra gli amplessi - Leontyne Price & Richard Tucker (1965)

Donizetti - Don Pasquale

Atto II

Povero Ernesto...Cercherò lontana terra - Tito Schipa (1921)

Verdi - Rigoletto

Atto I

Caro nome - Marcella Sembrich (1906)

Verdi - Trovatore

Atto III

Ah sì, ben mio - Heinrich Knote (1906)

Verdi - Aida

Atto III

O patria mia - Claudia Muzio (1918)

Wagner - Götterdämmerung

Prologo

Zu neuen Taten, teurer Helde - Kirsten Flagstad & Lauritz Melchior (1939)

Musorgskij - Boris Godunov

Atto II

Ho il poter supremo - Ezio Pinza (1939)

Puccini - Madama Butterfly

Atto II

Un bel dì vedremo - Elisabeth Rethberg (1924)

Read More...

martedì 17 marzo 2009

Stagioni americane 2009-10


Come ogni anno i teatri americani battono sul tempo quelli delle altre nazioni per quanto riguarda la tempestività di pubblicazione dei rispettivi cartelloni per la stagione 2009-2010. Certi di farvi cosa gradita vi segnaliamo gli appuntamenti più gustosi delle stagioni del Metropolitan Theater di New York, della Lyric Opera of Chicago, della Washington National Opera, dell’Opera di Los Angeles e di quella di San Francisco, nonché alcune “chicche” scelte all’interno della programmazione di teatri meno prestigiosi. Non pretendiamo certo di essere esaustivi, ma ci auguriamo di cogliere almeno le più interessanti occasioni di riflessione e meditazione, attività massimamente proficue in tempo di quaresima. Una premessa: le notizie riportate si riferiscono a quanto annunciato allo stato attuale. Come ormai ben sappiamo, però, ciò che si annuncia in sede di presentazione di una stagione e ciò che va poi effettivamente in scena, sempre più raramente coincidono.

Il cartellone più ricco anche e soprattutto di star, quello del Met, presenta ventisei titoli d’opera, di cui otto nuove produzioni, fra le quali quattro in prima assoluta per la sala del Lincoln Center. Di queste ultime la principale è certo l’Armida rossiniana (aprile 2010, alla bacchetta Riccardo Frizza, nuovo allestimento di Mary Zimmerman, già nota per le regie di Lucia di Lammermoor e Sonnambula con Natalie Dessay), che vedrà il ritorno di Renée Fleming a questo monumento del Belcanto, a diciassette anni di distanza dalle recite pesaresi eternate dal disco Sony e a quattordici dalla ripresa alla Carnegie Hall. La Fleming, la cui capacità di attrarre e stregare il pubblico ha ormai da tempo superato gli angusti limiti delle doti vocali (e la Rusalka radiotrasmessa qualche giorno ne dà prova oltre ogni ragionevole dubbio), sarà affiancata da un gruppo di tenori che a onor del vero, e con l’eccezione del veterano Bruce Ford come Goffredo, vedremmo con maggiore profitto impiegati altrove che nel Rossini serio. Certo la diva Renée (che al Met indosserà anche i panni del Marescialla) avrebbe meritato partner di maggiore livello, o per lo meno di più chiara fama. È un vero peccato che l’astro del firmamento tenorile rossiniano contemporaneo, al secolo Juan Diego Flórez, sia presente nella stagione del Met con un solo titolo, e che tale titolo non sia Armida né il Barbiere di Siviglia (Almaviva sarà interpretato a New York da Lawrence Brownlee e Barry Banks, già presenti nel cast di Armida), bensì la graziosa Fille du régiment, ripresa della fortunata produzione di Laurent Pelly.

Certo Flórez deve essere molto legato a questo titolo e a questo allestimento, dato che nella medesima stagione la proporrà anche a San Francisco. A New York, Marie sarà Diana Damrau, presente al Met anche nel cast del Barbiere (in cui si alternerà a Joyce DiDonato), la marchesa di Berkenfield Felicity Palmer (al Met anche Clitennestra nell’Elektra straussiana) e nel cameo della duchessa di Krakenthorp nientemeno che Kiri Te Kanawa, cui auguriamo di riuscire nell’ardua impresa di non far rimpiangere Montserrat Caballé, il tutto sotto la collaudata bacchetta di Marco Armiliato. La Damrau sarà presente anche a San Francisco, in un cast nel complesso non così prestigioso, malgrado la presenza di Bruno Praticò quale Sulpice, guidato da Michele Mariotti, che dirigerà il collega di agenzia Flórez anche in quel di Los Angeles, in un Barbiere che vedrà il divo peruviano alternarsi a Dimitry Korchak come Almaviva, accanto alla Rosina della DiDonato e al Figaro di Nathan Gunn. Il giovane e promettente Mariotti dirigerà un Barbiere anche a Washington, con un cast in cui spiccano l’Almaviva di Brownlee, la Rosina di Silvia Tro Santafè e il Figaro di Simone Alberghini.

Tornando alla stagione di New York, l’altra grande novità della stagione è costituita dall’Attila, una produzione con svariati motivi d’interesse: il debutto sul podio del Met di Riccardo Muti, il ritorno alle scene (dopo una lunga stagione di forfait) di Carlos Alvarez come Ezio e soprattutto l’Odabella di Violeta Urmana, che per la prima volta si esibisce al Met in un ruolo sopranile del repertorio verdiano (aveva in precedenza affrontato la Eboli). Accanto a loro il Foresto di Ramón Vargas e l’Attila di Ildar Abdrazakov. La Urmana deve avere convinto i programmatori americani della bontà e opportunità della propria scelta di abbandonare il registro mezzosopranile: sarà presente al Met anche come Aida (alternandosi ad Hasmik Papian, altra voce non propriamente di soprano drammatico), mentre a Chicago canterà Tosca, in una produzione che la vedrà alternarsi a Deborah Voigt, accanto a colleghi del calibro di Marco Berti e Lucio Gallo (con la Voigt canteranno invece Vladimir Galouzine e James Morris).

Intensa anche la stagione americana della Voigt, che sarà appunto Tosca a Chicago, Crisotemide al Met accanto alla citata Felicity Palmer e a Susan Bullock quale Elettra (dirige Fabio Luisi), Senta dell’Olandese Volante ancora a New York (sotto la bacchetta di Kazushi Ono) e Minnie nella Fanciulla del West a San Francisco, in una grossa produzione che la vedrà al fianco di Salvatore Licitra e Roberto Frontali, con la direzione di Nicola Luisotti. È bello che i teatri americani diano fiducia a un’artista da poco uscita da un periodo certo non facile della propria vita privata, anche se temiamo che in questo caso la fiducia dovrebbe sposarsi a una maggiore prudenza nella scelta dei ruoli. Dubbi persino maggiori ci suscitano gli impegni annunciati per Licitra, che a New York affronterà Radamès (alternandosi a Richard Margison e Johan Botha), Luigi del Tabarro (in doppio con Aleksandrs Antonenko) e Calaf nella Turandot (altri interpreti designati: Marcello Giordani, Frank Porretta e Philip Webb), mentre a Chicago lo attende Ernani, al fianco di Sondra Radvanovsky, Boaz Daniel e Giacomo Prestia, il tutto diretto da Renato Palumbo.

E veniamo ora a uno degli appuntamenti clou del Met, il ritorno della Diva moderna per eccellenza, Natalie Dessay, che tornerà con uno dei suoi titoli feticcio, Hamlet di Ambroise Thomas. È innegabilmente retrogrado e passatista, nonché indice di scarsa urbanità, chiedersi come Madame riuscirà a risolvere la coloratura della celeberrima e bellissima scena della follia, e anche come potrà essere, stante lo strumento vocale di cui attualmente dispone, un’Ophélie disperata e sognante, insomma, un’Ophélie. Meglio chiedersi che cosa potrà inventarsi a livello scenico, essendo a nostro avviso difficile superare le automutilazioni e il sangue abbondantemente sparso nel celebre spettacolo di Barcellona immortalato su dvd. Difficile, non impossibile. La regia sarà di Patrice Caurier e Moshe Leiser, già noti per spettacoli quale un Ring ginevrino in salsa nazi, ma siamo certi che, come sempre, le trovate migliori verranno dalla stessa Dessay, invero l’ultima tragédienne dei nostri giorni. Di grande prestigio anche il resto del cast: Simon Keenlyside, Toby Spence, Jennifer Larmore e James Morris. L’Hamlet sarà proposto anche a Washington, in una produzione un po’ meno prestigiosa, ma pur sempre di rilievo, prevedendo Diana Damrau e Carlos Alvarez nei panni dei protagonisti, come Claudius nientemeno che Samuel Ramey (che sempre nel 2009-10 sarà Don Basilio al Met, in cui si alternerà a Orlin Anastassov e Roberto Scandiuzzi) e il poliedrico Plácido Domingo alla direzione.

Domingo merita alcune considerazioni a sé stanti: sovrintendente di due teatri (Washington National Opera e Los Angeles Opera), direttore (il già citato Hamlet a Washington e Stiffelio al Met, con José Cura nel ruolo del titolo) e cantante, sia in chiave di tenore, seppure centrale (Bajazet nel Tamerlano e Siegmund nella Valchiria, entrambi a Los Angeles), sia nei meno frequentati panni di baritono, e alludiamo al debutto come Simon Boccanegra, ruolo che affronterà al Met, prima di riprenderlo, secondo il gossip, alla Scala di Milano. Le condizioni di salute vocale di Domingo, abbiamo potuto valutarle nella recente Adriana Lecouvreur newyorkese, e la nostra ammirazione per la vitalità dell’uomo non ci impedisce di nutrire fondati dubbi sull’opportunità di questo debutto. Né su quella di proseguire una carriera, certo fenomenale, che a maggior gloria del medesimo Domingo potrebbe e dovrebbe più opportunamente concludersi quanto prima. E sempre parlando di carriere interminabili e di fatto non ancora terminate, il Fiesco di turno sarà James Morris. Forse la scelta è dovuta a una malintesa ricerca di verosimiglianza, ossia al desiderio di reperire un interprete che possa competere, in freschezza, con il prescelto Simone, ma la decisione rimane comunque discutibile, visto e considerato che Morris interpreterà anche, sempre al Met, Claudius nell’Hamlet e il Dottor Schön della Lulu. Molto più dignitosamente, Paul Plishka farà ritorno al Lincoln Center per ruoli quali il Sagrestano della Tosca e Benoît e Alcindoro nella Bohème. Ma il Met, come si sa, è sempre stato un sostenitore delle vecchie glorie: anche in questa nuova stagione avremo quindi il piacere di riascoltare voci ormai storiche quali Ruth Ann Swenson quale Musetta (in alternanza a Nicole Cabell), Dolora Zajick come Amneris (sotto la direzione di Daniele Gatti) e Alessandro Corbelli nello Schicchi. La ripresa del Trittico si segnala altresì per la scelta, in controtendenza rispetto all’edizione del 2007, di affidare le tre parti femminili a una sola interprete, la coraggiosa Patricia Racette, che sosterrà il medesimo cimento anche a San Francisco. Spettacolo, quest’ultimo, in cui segnaliamo, nei ruoli di Michele e Gianni Schicchi, Paolo Gavanelli, nonché la Zia Principessa di sicuro impatto di Ewa Podles. Da non perdere, infine, la Traviata di Seattle, affidata a un’artista già di chiara fama, Nuccia Focile. In secondo cast, la Violetta di Eglise Gutiérrez sarà affiancata da Francesco Demuro quale Alfredo.

Ma l’affetto che portiamo per questi veterani del canto non deve indurci a trascurare le nuove leve dello star system, che dei fortunati teatri americani, e massime del Met, costituiscono per così dire la spina dorsale, e forse anche l’origine di più di un cruccio. Prendiamo ad esempio il caso di Rolando Villazón, di recente rimesso in pista dopo un periodo di riposo dalle fatiche dell’Arte sua. Gli impegni previsti per la nuova stagione sono due: i Contes d’Hoffmann al Met e l’Elisir d’amore a Los Angeles. A quanto sembra, però, il sovrintendente Peter Gelb, alla luce della recente e straziata Lucia di Lammermoor cantata dal tenore messicano, gli ha lanciato un ultimatum: sarà l’esito dell’Elisir d’amore previsto per la fine di questo mese di marzo 2009 a decidere della sopravvivenza di Rolando nella programmazione del prossimo anno. Sarebbe però onesto, giusto e opportuno, a nostro avviso, che non fosse il cantante l’unico soggetto chiamato a rispondere della propria inadeguatezza, ma che la dirigenza del teatro stessa avesse l’umiltà di mettersi in discussione per la incaute scelte effettuate. Ciò detto, le produzioni affidate a Villazón sono, manco a dirlo, estremamente prestigiose. I Contes (diretti da James Levine, che nella stessa stagione dirigerà anche Tosca, Simon Boccanegra, Lulu e Rosenkavalier) vedranno il debutto nel titolo di Anna Netrebko: purtroppo, smentendo il gossip che vedeva affidate alla cantante le tre parti protagonistiche, la bella neomamma interpreterà solo Antonia e farà la sua apparizione come Stella, mentre Olympia sarà Kathleen Kim e Giulietta, Ekaterina Gubanova. Con loro, Elina Garanca come Nicklausse/La Musa e René Pape (che affronterà anche il Faust a Chicago) nei panni dei quattro diavoli. Notiamo en passant che, certo per una malaugurata coincidenza, quattro dei nomi coinvolti fanno capo alla medesima casa discografica. Non ci sarà in vista la realizzazione di un dvd? La bella Anna sarà di nuovo al Met per una Bohème al fianco di Piotr Beczala. Da non perdere neppure l’Elisir di Los Angeles, che vedrà il debutto di Nino Machaidze come Adina: al suo fianco, il Belcore di Nathan Gunn e il Dulcamara del sempreverde (?) Ruggero Raimondi.

Altro titolo denso di stelle (sempre al Met) sarà Carmen: nel ruolo della zingara si alterneranno Angela Gheorghiu e Olga Borodina, Barbara Frittoli vestirà i panni di Micaela e Marius Zwiecien sarà Escamillo. Un’autentica parata di senno tenorile, almeno secondo i canoni moderni, offrono i cantanti convocati per il ruolo di Don José: Roberto Alagna (al suo unico impegno newyorkese per la nuova stagione), Brandon Jovanovich e soprattutto Jonas Kaufmann, che al Met canterà anche Cavaradossi (in alternanza con Marcello Giordani e Marcelo Alvarez) assieme alla Tosca di Karita Mattila (quest’ultima presente a Chicago come Kata Kabanova). La signora Gheorghiu sarà inoltre, nella sala del Lincoln Center, Violetta Valéry al fianco di James Valenti e Thomas Hampson.

Fra le altre mirabilia della stagione newyorkese segnaliamo il debutto di Anne Sofie von Otter come Contessa Geschwitz della Lulu e il ritorno dell’indomita Maria Guleghina quale Turandot. Più controverso il cast delle Nozze di Figaro, composto da habitué mozartiani del calibro di Emma Bell e Annette Dasch (quest’ultima prossima al debutto nell’Otello verdiano a Dallas) come Contessa Rosina, Danielle De Niese nel ruolo di Susanna, Bo Skovhus come Almaviva e Luca Pisaroni nella parte di Figaro. Anche la Lyric Opera of Chicago mette in scena, nella stagione 2009-10, le Nozze, ancora una volta con la De Niese e, fra gli altri, il Cherubino di Joyce DiDonato.

All’insegna della prudenza l’Elisir d’amore proposto sempre da Chicago: accanto a Nicole Cabell, al veterano Alessandro Corbelli quale Dulcamara e a Gabriele Viviani, il ruolo di Nemorino sarà alternativamente cantato da Giuseppe Filianoti e Frank Lopardo.
Quasi un omaggio agli estremi titoli verdiani, invece, le presenze statunitensi di Svetla Vassileva, che sarà Desdemona a San Francisco, accanto a Johan Botha e Marco Vratogna, e Alice Ford a Seattle, in una produzione in cui spiccano la Quickly di Stephanie Blythe (che al Met riprenderà le parti di caratterista del Trittico, già affrontate nel 2007) e il Ford di Simone Alberghini.

Non potevamo infine tralasciare gli impegni nordamericani di quelle cantanti che ci vengono da autorevoli fonti additate quale sommo esempio di un’arte canora che le nostre disavvezze orecchie giudicano, al massimo, velleitaria. Nina Stemme sarà Ariadne auf Naxos al Met e Sieglinde a San Francisco, in una produzione che la vedrà accanto a un’illustre collega, Eva-Maria Westbroek, quale Brünnhilde (a Los Angeles la figlia di Wotan sarà invece Linda Watson). Ultima, ma non ultima, Nadja Michael, ormai una specialista della Salome, canterà la parte della principessa di Giudea a San Francisco. Non c'è che dire: l'erba del vicino è sempre più verde.


Gli ascolti

Offenbach - Les Contes d'Hoffmann


Atto III - Tu ne chanteras plus? - George London, Lucine Amara & Sandra Warfield (1955)

Puccini - Tosca

Atto II - Vissi d'arte - Grace Moore (1946)

Rossini - Il barbiere di Siviglia

Atto I - Una voce poco fa - Bidu Sayao (1943)

Rossini - Semiramide

Atto I - Serbami ognor sì fido - Renée Fleming & Marilyn Horne (1999)

Verdi - Attila

Atto I - Allor che i forti corrono - Gilda Cruz-Romo (1980)

Verdi - Ernani

Atto I - Come rugiada al cespite - Gino Penno (1951)

Verdi - La traviata

Atto I - E' strano...Ah, fors'è lui...Sempre libera - Anna Moffo (1967)


Read More...