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giovedì 18 marzo 2010

Ancora Tannhäuser: Teatro alla Scala 17 marzo 2010

Milano e Torino ebbero, nel lontano 1905, un conflitto per la priorità di rappresentazione di un titolo, allora, inedito per l'Italia. Si trattava di Salome: sul podio torinese l'autore e su quello scaligero Toscanini. I due non si amavano o meglio Toscanini non amava Strauss e per dispetto e vanità direttoriale (male assai antico) aprì la prova generale al pubblico nel tentativo di garantire una priorità al proprio teatro nel proporre Salome.

Nulla di così importante in questi giorni, ma una "battaglia" a breve distanza con oggetto uno dei titoli del catalogo wagneriano. Titolo che deve godere di molti favori perchè il teatro milanese lo ha proposto ben tre volte in ventotto anni. Norma, ad esempio, manca dal 1977.
Sono e rimango ascoltatore radiofonico insoddisfattto della rappresenteazione torinese, e ancor di più di quella milanese, vista dal vivo.
A Torino ha giovato la decisione di allestire in forma di concerto il titolo, che a questa modalità rappresentativa ben si presta per argomento, quasi da oratorio, e per staticità scenica. ben evidente a Milano.
Milano per contro, ansiosa di essere polo culturale, ha affidato l'allestimento ad una compagine chiamata Fura dels Baus, che ha celebrato Wagner in Spagna ed a Firenze con trionfi, ricavando invece, sonora riprovazione in terra ambrosiana.
Persino il Corriere della Sera, oggi, ha riferito e spiegato quelli che possono essere stati i motivi della riprovazione del pubblico manifestata in maniera misurata dopo il secondo atto e sonoramente alla fine all'uscita dei responsabili (sic!) dell'allestimento.
Quindi eviterò di raccontare, ampliando il massimo quotidiano milanese, che le lagrime di Elisabeth rassomigliano assai a due scivoli del Tivoli, che la vasca del prologo ricorda i film anni '50 con Ester Williams (qualcuno in vena di entuasismi infantili si crogialava nell'idea che si trattasse di brodo primordiale), che molte delle natiche femminili esposte nei filmati del prologo e del terzo necessiterebbero di sedute in palestra ed in sala massaggi, che il coro dei pellegrini ricorda un funerale di terza classe a Benares, che le lavandaie del terzo atto, intente a risciaquare i panni intrisi delle lagrime della protagonista possono evocare molti proverbi ambrosiani per la loro evidente carenza di energia, che il cataletto di Elisabeth sarebbe stato sbeffeggiato in una Gioconda di provincia se utilizzato per la Laura Adorno di fresco addormentata, oppure la diatriba se la semisfera su cui giacevano nel prologo protagonista e Venus fosse la riproduzione del monte di Venere ben noto ai chiromanti e citato in apertura, un clitorite o una protesi per seni un po' ringrinzita.
Vorrei domandare a chi non condivida la mia opinione e antecendente lo spettacolo sorridente e ingenua come il Fanciullino pascoliano ha pronisticato l'esito infausto della serata quale rapporto India, letture della mano, personaggi inseriti in teche che ricordano l'ampolla di San Gennaro, quando puniti o assunti al cielo abbiamo con un argomento come quello del capolavoro wagneriano.
Buona parte delle trovate (ma altro, più moderno e pregnante sarebbe il termine idoneo) disturbano la musica, distolgono il pubblico dagli aspetti peculiari dell'opera ossia canto ed orchestra.
Non solo le trovate sono un palliativo per uno spettacolo che non ha regia che non ha un gesto che possa illuminare l'ascoltare circa l'azione drammatica e i sentimenti, che i personaggi sono chiamati ad esprimere.
Oltre a mancare alle funzioni essenziali del regista questi "allestitori" difettano anche di una minima informazione e cultura. Proporre, come pontefice cattivo e moralista, Giovanni Paolo II è da taztebao degli anni '80 nei licei di provincia italiana o iberica. Forse epoca e luogo di formazione dei nostri allestitori.
Ai signori della Fura dels Baus, così desiderosi di apparentare un tema profondamente ed innegabilmenre cattolico come quello trattato da Tannhauser con il mondo indiano dedichiamo una delle più spettacolari esecuzione dell'aria delle campanelle per il semplice motivo che la loro India sarebbe massimamente idonea a quella oleografica del melodramma di Delibes.
Aspetto dalla nostra entusiatica fanciulla, che direttamente o indirettamente ci legge una illuminazione alla mia sconfinata e deserta ignoranza.
Come attendo, prima di riflettere sulla parte musicale una risposta da una proterva Vestale del loggione, che apostrofa le sparute leve del pubblico giovanile intimorendole (povera illusa!!!) ed intimando loro di stare a casa se lo spettacolo non piace. Prima del cattivo esempio, signora, la coerenza. Come si può sapere, a priori, se uno spettacolo sarà o meno di gradimento. Forse la signora in questione crede che tutti ragionino come Lei ossia lo spettacolo è della Scala quindi è bello, è culturale ed è, sicuramente, il meglio!!!
Il massimo quotidiano milanese nel riportare i fischi si è rivelato approssimato per difetto.
Infatti il pubblico ha riservato fischi a Julia Gertseva (Venus) Robert Dean Smith (protagonista), Roman Trekel (Wolfram).
Il protagonista ha, in natura, peso, colore e volume da Nemorino o Rodolfo, tecnica da principiante e allora nelle tre strofe iniziali se canta forte non si sente, se cerca di addolcire ed ammobidire è stonato, inesistente per volume ed accento (che dovrebbe essere quanto mai vario per le corde che toccano) al duetto con Elizabeth, alla tenzone manca di ardore nel canto e di slancio nell'invettiva, accenna il finale secondo arriva, ovvio, esausto e stravolto al pesantissimo finale terzo di tessitura centrale e l'orchestrale comincia ad essere wagneriano secondo la comune accezione.
Scomposta vocalmente, incapace di un fraseggio vario ed eloquente o di una esibizione di voce ricca e doviziosa in una scrittura centrale Julia Gertseva, fra l'altro abbigliata tipo casalinga disperata dedita, per frustrazione, alla lap dance. Parlo di fraseggio vario ed eloquente o di voce doviziosa perchè il personaggio di Venus, scritto per le cospicue doti interpretative ossia per le limitate vocali di Wilhelmine Scoroeder-Devrient può essere proficuamente reso da esecutrici di entrambe le estrazioni. Non per nulla sono state Venus famosissime Rose Pauly o Frida Leider.
Dei tre "fischiati" il peggiore è stato Roman Trekel. Poco volume, nessuna tecnica impediscono l'esecuzione rispettosa del legato e della dinamica delle tre pagine principali dedicate a Wolfram. Il famossimo "O du, mein holder Abendstern" senza una sfumature, senza dinamica, senza nessuna magia e potere di evocazione. Un disastro, un insulto a Wagner. Per altro Herr Trekel è uno dei cantanti che agisce in più serate al teatro berlinese di Staatsoper unter den Linden ossia il teatro di Daniel Barenboim. E allora......
Il pubblico non ha riprovato Anja Harteros nel ruolo di Elisabeth. Anzi l'ha applaudita. Da qui ad essere una grande interprete corrono mille miglia. La Harteros "canta basso" come moltissimi soprani di oggi per simulare un colore ed un peso di cui non dispone in natura. Per conseguneza nel centro la voce appare poco stilizzata e la zona acuta a piena voce crescente di intonazione e ballante sul forte, fissa nei pochi tentativi di ammorbidire e colorire, inoltre il legato è piuttosto carente come ben percepibile nella grande preghiera del terzo atto. In buona sostanza la cantante regge la sortita, sempre con i difetti di cui sopra ed il duetto con il protagonista formato mignon poi i limiti sono di tutta evidenza. Anche lei è di casa a Berlino e quindi lo sarà a Milano. Rammento che dopo il titolo wagneriano vestirà i panni di Amelia/Maria Boccanegra.
Da ultimo Zubin Metha, che credo sia vicino ai cinquant'anni di podio scaligero, sia pure con una lunghissima assenza. Non è stato un bel dirigere il suo. Certo due aspetti non gli sono imputabili o meglio la soluzione non rientra nelle sue competenze. Alludo al limitato volume ed alla limitata ampiezza dei cantanti, che costringono a sonorità attuite e l'altra la precisione dell'orchestra, poco allenata a suonare Wagner.
Abbiamo però sentito un preludio meccanico e con archi davvero brutti, un coro dei pellegrini privo di solennità ed ampiezza (gli alleluja finali , in particolare) un Venusberg senza colore erotico. In realtà il principale difetto di questo Wagner è stata la mancanza di un colore dell'orchestra e la circostanza che anche le limitate sonorità che i limitati cantanti impongono non escludono vibrazioni e pulsazioni e vigore. Con buona pace dei nostri detrattori Wagner non deve essere per forza roboante, ma vibrante sì!
Notazione di colore: la più applaudita della serata Sofia Scicolone, in arte Sofia Loren, che troneggiava nell'ex palco reale!



Gli ascolti

Delibes - Lakmé


Atto II

Où va la jeune Hindoue - Amelita Galli-Curci (1917)

Wagner - Tannhäuser

Atto II

Dich, teure Halle - Elisabeth Grümmer (1960)

Freudig begrüssen wir die edle Halle - Hans Beirer, Renata Tebaldi, Carlo Tagliabue, Boris Christoff & Augusto Romani, dir. Karl Böhm (1950)

Atto III

O du, mein holder Abendstern - Carlo Tagliabue (1946)



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