Visualizzazione post con etichetta Les Arts Florissants. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Les Arts Florissants. Mostra tutti i post

venerdì 14 novembre 2008

Les Indes Galantes alla Scala

Ieri sera, nell’ambito dei “Concerti straordinari del Teatro alla Scala”, è stata presentata Les Indes Galantes di Jean-Philippe Rameau, per i complessi francesi de Les Arts Florissants, diretti da William Christie. Scritta nel 1735, Les Indes Galantes, appartiene al genere dell’opéra-ballet, che si contrapponeva alla più rigida e seriosa tregédie lyrique per i ricchi inserti strumentali, le ampie parti coreografiche e l’inserimento di personaggi più leggeri e comici, a discapito dell’impianto mitologico ed elevato tipico dell’opera francese dell’epoca, senza perdere, per questo l'altisonante impostazione raciniana.

Les Indes Galantes è composta originariamente da un Prologo – dove gli dei bisticciano tra loro sulla fine della loro influenza in Europa e la conseguente necessità di rivolgere l'attenzione verso terre più esotiche, che dà una parvenza di unità ai differenti episodi – e due entrées (Le Turc généreux e Les Incas du Pérou), a cui Rameau aggiunge in breve una terza entrée, Les Fleurs, fete persane, e l’anno successivo addirittura una quarta, Les Sauvages. Ciascuna di esse rappresenta stravaganti vicende amorose che vedono come protagonisti, Indigeni ed Europei. La finalità allegorica è evidente: il mito del buon selvaggio, generoso e moralmente integro, non contaminato dalla ormai corrotta civiltà europea. Il lavoro presuppone – come tutti gli altri del genere – una fastosa messa in scena ed una ricca coreografia (lo stesso appellativo di opéra-ballet, avrebbe dovuto suggerirlo anche ai profani, figuriamoci ad una sovrintendenza d'un teatro d’opera!). La Scala, nonostante ciò, decide invece di rappresentare Les Indes Galantes in forma concertante: con l’ovvia conseguenza della perdita irrimediabile di un aspetto fondamentale dello spettacolo (dato che la musica di Rameau non sempre si regge da sola). Oltretutto dell’opera viene presentata una versione arbitrariamente accorciata: è eliminato il Prologo e la terza entrée. Il motivo dei tagli non ci è dato conoscerlo, giacchè il programma di sala nulla dice al riguardo. Mancando scene, costumi e danze, e non essendo neppure rispettata l’integralità del testo, l’attenzione non può che concentrarsi sull’esecuzione musicale.

Confesso che molta era la curiosità e l’aspettativa: conoscevo Christie e Les Arts Florissants solo dalle tante incisioni discografiche che – pure nell’ambito dell’approccio esecutivo tipico degli specialisti del barocco – hanno sempre rivelato letture interessanti e musicalissime dei titoli affrontati (penso appunto alle belle incisioni del barocco francese), assai diverse da quelle di altri ensamble baroccari (in ispecie quelli anglosassoni o tedeschi, molto più aridi e mortificanti). L’ascolto dal vivo è stata, invece, un’autentica delusione. I tempi sono sì veloci, ma secchi e privi di colore. L’orchestra è sì precisissima, ma meccanica e metronomica. Quel che però mi ha più colpito, in negativo, è l’intollerabile mancanza di intonazione dell’intera compagine: gli archi fin dall’inizio rivelano suoni stridenti e calanti, ma il peggio lo danno i fiati, uno strazio di perenne stonatura, nessuno strumento pareva accordato all’altro! Sono gli effetti degli strumenti originali quando mancano i benefits della sala d'incisione? Forse porta a questi risultati il rifiuto di quegli accorgimenti che il naturale progresso ha consigliato (il sistema di chiavi e di pistoni) proprio per ovviare ai problemi di intonazione. Ovviamente la circostanza genera tutta una serie di dissonanze e incertezze tonali che richiamano più Berio o Nono che Rameau (saldamente ancorato al sistema temperato)! Insomma non ho trovato nulla di quanto ascoltavo nei dischi. Stesso discorso per il coro: naturalmente le voci faticavano ad amalgamarsi ad uno strumentale così incerto e ondivago nell’intonazione. Peccato, perché vi sono momenti notevoli nell’opera, che meriterebbero ben altra esecuzione (penso alla tempesta della prima entrée o all'invocazione al Sole e al terremoto della seconda o alla seconda parte della quarta, incentrata su di un ostinato incalzante).

La compagnia di canto, poi, è stata, se possibile, ancora peggiore. Juliette Galstian (mezzosoprano), Sonya Yoncheva (soprano), Ed Lyon e Juan Sancho (tenori), Stéphane Degout (baritono), Joao Fernandes (basso). Non val la pena differenziare, poiché tutti erano gravemente insufficienti. Stonatissimi, ingolatissimi, privi nel modo più assoluto di una qualche parvenza di proiezione, mancanti totalmente di appoggio sul fiato e – cosa gravissima, forse la più grave – incapaci di rendere la prosodia del canto francese, l’alta retorica del declamato alessandrino e la sontuosità della parola recitata che deve necessariamente richiamare Racine e Corneille e che ha rilievo fondamentale nel teatro musicale francese: tanto che il recitativo ha ben più importanza dell’aria vera e propria.

Al termine lo scarso pubblico presente (sull’atteggiamento “particolare” del quale forse varrebbe la pena soffermarsi) ha tributato un poco convinto applauso, forse dovuto più al prestigio dell’interprete (o, peggio, a certo atteggiamento snobistico) che a reale convincimento e onestà di giudizio. Applauso che rapidamente si è spento nella fredda e piovosa nottata milanese.


Händel - Rinaldo - Or la tromba in suon festante - Marilyn Horne

Read More...