In un Comunale più deserto del solito, malgrado il clamore della stampa (rigorosamente locale) e le svendite al box office, e vieppiù svuotatosi dopo il secondo intervallo, si è consumata ieri sera la prima dell’Idomeneo. Il termine può apparire forte, ma quello cui abbiamo assistito è un autentico scempio, a più livelli, della partitura, oltre che una delle serate più assurde e insensate degli ultimi tempi, che pure di simili serate non sono stati parchi.Sul podio Michele Mariotti, ormai ufficialmente alla guida della compagine bolognese, ha diretto in modo greve e metronomico un’orchestra che, a dispetto dell’assetto cameristico, ha dimostrato ben poca grazia e ancor minore precisione di attacchi e coesione. L’ouverture scorre via arruffata e dimessa, senza creare il clima tragico e burrascoso che è proprio di questa musica, e lo stesso dicasi dell’accompagnamento alle arie, in cui il direttore stacca tempi piuttosto frettolosi, anche per venire incontro a voci che, senza eccezioni, appaiono inadeguate a quanto richiesto dai rispettivi ruoli. I momenti peggiori sono quelli che coinvolgono il coro, spesso sfasato rispetto all’orchestra (coro del naufragio, finale secondo) e in più punti (segnatamente all’attacco di O voto tremendo) decisamente stonato in buona parte dei suoi componenti. Anche nei momenti di maggiore tensione drammatica (apparizione del mostro, quartetto, quadro conclusivo) c’è approssimazione, fretta e sciatteria musicale, e manca il clima solenne e grandioso che è proprio dell’opera seria settecentesca, sia pure in ambito riformato. Un velo pietoso sull’intervento degli ottoni, semplicemente da opera comica, che prepara l’epifania del Nume. Resta poi da capire per quale motivo, dell’Intermezzo che conclude il primo atto, venga eseguita una versione maldestramente tagliata, che fa sembrare Gianandrea Gavazzeni un paladino dell’integralità. Non sarebbe stato meglio cassarlo del tutto? Analoghi tagli, ugualmente discutibili, nell’ultima scena dell’opera, in cui oltre alle arie di Idomeneo ed Idamante è venuta a cadere la Marcia che precede la scena del sacrificio e una buona fetta del recitativo accompagnato che precede l’entrata di Ilia.
Lo spettacolo di Davide Livermore s’intona perfettamente al clima musicale. L’apparente bizzarria dell’ambientazione (un acquario) si scioglie fin dalle prime scene nella solita esibizione di video arty, cappottini, tute da ginnastica, impermeabili trasparenti, una tenuta da figlia dei fiori per Ilia e una mise da Signora in rosso per Elettra, che nel secondo atto sfoggia un boa di piume di struzzo che fa pensare ai Legnanesi. Non lamentiamo, come vorrebbero i nostri critici, l’assenza delle colonne neoclassiche né quella del mostro, ma l’apparente innovazione che è in realtà solo l’alibi, la pietosa foglia di fico che dovrebbe servire a non farci vedere i gesti stereotipati (puro Pier’Alli) del coro e dei solisti (la mano sul cuore), i personaggi schierati al proscenio in occasione di un assieme (Andrò ramingo e solo), le sottolineature didascaliche (Elettra che esalta le virtù della mano – metaforica – d’Amore mentre stringe quella del riluttante Idamante), insomma tutta la tradizione più trita e deteriore, che si traveste da modernità come alcuni si travestono in occasione del Carnevale, senza crederci più di tanto e senza sforzarsi di occultare la propria identità. Un simile teatro di non-regia, se evita gli orrori più estremi di marca germanofila, non rende comunque un buon servizio alla musica né alle casse del teatro, che da una versione in forma di concerto (specie per un’opera come Idomeneo) avrebbero tratto sicuro vantaggio.
Poi ci sarebbero i cantanti. Sempre se l’argomento può contare ancora qualcosa per chi concepisce e organizza spettacoli facendo della scelta degli interpreti l’ultimo dei problemi. Come è ormai consuetudine per il teatro bolognese, quasi tutti i cantanti, a eccezione di Idomeneo ed Elettra, provengono dai ranghi dell’accademia del Comunale o dal coro del medesimo. La scelta di affidare a cantanti alle prime armi e ad altri più esperti, ma al debutto nel ruolo, uno dei vertici della produzione mozartiana è piuttosto eloquente circa la lungimiranza dei responsabili della programmazione artistica.
Giuseppina Bridelli, Idamante, ha sfoggiato fin dal recitativo d’entrata una voce chioccia e assai sgraziata, gonfia, ma non ampia, nei centri e di conseguenza in difficoltà nel salire e soprattutto nello scendere. L’esecuzione della prima aria è stata scolastica, oltre che costellata da numerose riprese di fiato (un tratto che accomuna la giovane cantante a tutti gli altri solisti della serata). Temiamo che la Bridelli canti da mezzosoprano perché incapace di eseguire correttamente il passaggio di registro, come del resto quella che verosimilmente è la sua cantante di riferimento per emissione e condotta scenica, vale a dire Monica Bacelli. Un paio di fischi dopo la prima aria, successo alla fine dell’opera.
Un poco meglio Barbara Bargnesi, gradevole voce di soprano leggero corto (un controsenso per la vocalità dell’opera seria, ma sorvoliamo) in difetto di appoggio, e quindi costretta ad accennare continuamente, dato che il canto a piena voce (vedi i passaggi più tesi in recitativo) fa sì che i suoni oscillino udibilmente. Ha cantato passabilmente la prima aria, esibendo inoltre intenzioni corrette e musicalmente più quadrate rispetto alla media della serata. Nell’assolo del secondo atto ha steccato la seconda salita al si bemolle, evidenziando una problematica gestione del legato. La stanchezza si è fatta sentire ancora di più nell’ultima aria, con una resa faticosa e talora calante delle quartine vocalizzate in zona centrale. Complessivamente, e con l’attenuante della giovane età, la prova della Bargnesi è stata la più plausibile della serata e non meraviglia che il pubblico le abbia risparmiato, sola fra le prime parti, persino la minima riprovazione.
Riprovazioni che sono invece piovute a raffica, malgrado l’impegno della claque, sull’Elettra di Angeles Blancas Gulín, che con un passato (non proprio illustre) da Ilia alle spalle debutta la parte della principessa argiva. Davvero mancano le parole per descrivere quella che è stata di certo la prova peggiore della serata. La voce è stridula, spoggiata come quella dei peggiori falsettisti, in fascia grave semplicemente non c’è e in acuto le urla, le stonature, i suoni fissi, i berci puri e semplici non si contano. A ciò si aggiunga un portamento e una condotta scenica che fanno di Elettra una sorta di anziana mondana in disarmo e incauta tabagista. Il momento di massimo orrore è stato, un po’ a sorpresa, l’assolo del secondo atto, cantato con vocina flautata e in perenne debito d’ossigeno (immaginarsi la sensualità e la lepidezza del momento: puro avanspettacolo), ma anche l’aria finale, condita da risate, farfugliamenti e altre caccole paraveriste (senza la “polpa vocale” dei miti del verismo, ma anche di una Franca Somigli o di una Celestina Casapietra), non ha smentito le attese. Che la signora dimentichi una battuta nel recitativo che precede l’intervento dell’Oracolo, importa, a questo punto, relativamente. Il taglio del D’Oreste d’Ajace (unica aria solistica sopravvissuta alle forbici nell’ultima scena dell’opera) si sarebbe configurato come autentico e commendevole esempio di carità cristiana.Quanto a Francesco Meli, il cui debutto nel ruolo del titolo costituiva il principale motivo d’interesse della produzione, ha cantato come al solito, gonfiando all’inverosimile i centri alla ricerca di una sonorità in fascia medio-bassa che fa difetto alla sua bella quanto brada voce di tenore lirico (da Amico Fritz e Manon di Massenet) e strozzandosi regolarmente sul passaggio (basti sentire nel recitativo d’entrata la frase “qui solo respirar”). I tentativi (abbondanti e appropriati, sia detto a suo merito) di accentare, di smorzare, di colorare la frase musicale si risolvono in suoni stimbrati e quindi opachi e privi di risonanza. La nobiltà, l’alterigia e la disperazione del re di Creta, che dovrebbero emergere nella grandiosa aria Fuor del mar (proposta, con notevole sprezzo del ridicolo, nella versione ornamentata), sono state soppiantate da un’esecuzione aspirata e approssimativa della coloratura, con frequenti sbandamenti rispetto all’orchestra (e senza che il direttore facesse nulla per recuperare la coesione dell’insieme) e una serie di varianti nel da capo, musicalmente discutibili, ma con l’indubbio vantaggio di riportare la voce in fascia più acuta, senza peraltro che l’escamotage si traducesse in una maggiore facilità e fluidità esecutiva. Dopo l’invettiva del finale secondo, di sapore popolaresco, il terzo atto è stato gestito quasi completamente con piani e pianissimi in difetto d’appoggio e quindi ai confini, e spesso oltre i confini, del falsetto. Fortunatamente è stata evitata l’aria conclusiva. Trionfo per lui, con qualche ironico commento dopo Fuor del mar.
Fra i comprimari si distinguono Enea Scala, una bella voce (già udita nel Viaggio a Reims pesarese dello scorso anno) per la quale il passaggio di registro rimane un mistero insondato (tagliata la prima aria, purtroppo presente la seconda), e Paolo Cauteruccio, che nell’assolo del Gran Sacerdote all’interno del coro O voto tremendo riesce a farci rimpiangere la routine non elettrizzante ma altamente affidabile di un Mirto Picchi o la sicura professionalità di un Ernesto Gavazzi.
Infine una domanda alla direzione artistica: ma un bel Matrimonio segreto???
Gli ascolti
Mozart - Idomeneo
Ouverture - Fritz Busch (1951)
Atto I
Quando avran fine omai...Padre, germani, addio - Sena Jurinac (1951)
Estinto è Idomeneo?...Tutte nel cor vi sento - Gertrude Grob-Prandl (1950)
Atto II
Ch'io mi scordi di te?...Non temer, amato bene K 505 - Teresa Berganza (1981)
Se il padre perdei - Eleanor Steber (1955)
Fuor del mar - Hermann Jadlowker (1917)
Chi mai del mio provò...Idol mio, se ritroso - Leyla Gencer (1968)
Placido è il mar, andiamo...Soavi Zeffiri - Birgit Nilsson, dir. Fritz Busch (1951)
Atto III
Andrò ramingo e solo - Esthér Réthy, Else Böttcher, Anny Konetzni & Jakob Sabel, dir. Richard Strauss (1941)
O voto tremendo! - Ezio di Cesare, dir. Riccardo Muti (1990)
Oh smania, oh Furie, oh disperata Elettra!...D'Oreste, d'Ajace - Joan Sutherland (1979)