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giovedì 11 febbraio 2010

Irina Arkhipova (1925-2010)

Avevamo pensato ad altro per oggi e per il nostro affezionato gruppo di lettori. La notizia arrivata ci ha indotti a cambiare programma e celebrare una grandissima cantante.
Irina Arkhipova cantò, fra l'altro, in Scala Marina in un Boris del 1972, se la memoria non mi difetta. In scena, quelle colorate e descrittive di Benois, era solenne, imperiosa e statuaria, come competeva alla dama di rango. La voce era bellissima ed ampia e molto italiana. All'atto polacco gli applausi erano sempre molti e caldi.
Gli applausi si rinnovarono qualche anno dopo quando l'Arkhipova, con la tournée del Bolshoi, propose l'altro personaggio di Mussorgsky, Marfa, che, ieratica e strega, le riusciva splendida alla scena della profezia.

Non era un caso. In una intervista alla radio italiana di quegli anni la cantante, arrivata al canto per caso dopo la laurea in architettura, raccontò di avere trovato a Mosca un disco di Ebe Stignani e di averlo ascoltato. Molto e con profitto aggiungerei.
Per capire che Irina Arkhipova cantasse all'italiana e senza i tipici vezzi di risonanze stomacali delle vocik gravi (maschili e femminili) bastò sentire il mezzosoprano russo che dopo la Arkhipova approdò in Scala, ossia la Obraztsova.
La Arkhipova tornò, poi, per quella che è la parte della vecchia cantante del repertorio russo, ossia la Contessa, protagonista della Dama di Picche. Anche qui la differenza fra il canto di scuola dell'architetto, approdato al canto e quello della signora Obraztsova (che parlò la Contessa agli Arcimboldi) fu ancora di tutta evidenza.
La voce di Irina Arkhipova era di mezzosoprano acuto, alla Stignani appunto. Se aggiungiamo una completa e rifinita cognizione tecnica è facile capire ampiezza del repertorio e durata della carriera. Quando alla fine degli anni '60 - primi anni '70 il mezzosoprano russo cantò con maggior frequenza nei teatri europei ed anche americani ed era vicina ai cinquanta la voce era salda e freschissima come quindici anni prima.
Mezzo acuto era prima di tutto nel repertorio russo, Marina e la Pulzella di Orléans, che sono in Russia un condominio fra soprani e mezzi, nel repertorio italiano Amneris, Eboli e Santuzza, anch'esse parti quanto meno Falcon. Più tipiche del mezzo Azucena e Marfa. Fu poi una celebratissima Carmen, anche perchè nei primi anni di carriera non era, oltre la voce, l'avvenenza che difettava alla signora.
Neppure quando cantava in italiano si percepivano difficoltà di fonazione ed articolazione, in cui spesso i cantanti di lingua slava incorrono.
Dagli ascolti che proponiamo ritengo opportuni taluni spunti di riflessioni per capire che siamo veramente dinnanzi ad una grande cantante ed una interprete autentica, seppure di impianto tradizionale.
Irina Arkhipova nel 1973 cantò ad Orange Azucena. Circola l'intero video dove è gara fra le due protagoniste femminili. Irina Arkhipova ogni tanto emette suoni non perfettamente rotondi e calibrati se cadono sulla vocale "i", ma sfoggia un'ottima dizione italiana, una compostezza vocale ed un rispetto della dinamica, ossia buone maniere vocali, che ad esempio Fiorenza Cossotto l'Azucena ufficiale degli anni '70 ed '80 spesso e volentieri scordava, all'aperto precipue. E le cose vanno ancora meglio alla scena della prigione, sentire l'accento misurato e commosso dell'incipit della scena e la mancanza di ogni esagitazione (salvo il "parola orrenda"), il legato del famoso "ai nostri monti". La penetrazione in zona medio alta, poi, soffre solo dinnanzi a quella di Ebe Stignani.
Come Amneris e come Santuzza non ci sono frasi alte e scomode che la mettano in difficoltà. Anche qui i confronti si fanno fra grandi o del passato o coetanee per carriera alla Arkhipova perché nei panni della principessa egizia solo Grace Bumbry è più singolare nell'accento, femminile nel timbro e solo la solita Ebe Stignani è ancora più esplosiva e torrenziale nella scena del giudizio. Fra le odierne solo Irina Makarova, che infatti della Arkhipova è stata allieva, è di questa genia ed infatti l'hanno ignorata. Perdonate, poi, l'espressione semplicistica: scontro fra titani!
Sotto questo profilo è chiaro ed evidente il rammarico per una limitata presenza di Irina Arkhipova nei teatri italiani.
Un personaggio fondamentale nella carriera della Arkhipova fu Carmen. Normalmente e tradizionalmente i mezzo soprani di strumento opulento alla Arkhipova erano Carmen di pochi colori, comprese a gareggiare con i tenori in acuti. Una visione che non deve essere respinta in toto perchè i titoli dell'opéra comique, che approdavano fuor di quel teatro subivano i giusti ed opportuni rimaneggiamenti. Però certe scelte interpretative e vocali delle Buades, Besanzoni, Zinetti e magari Simionato, Barbieri e Cossotto in italiano possono dar luogo a perplessità. La Arkhipova-Carmen nulla ha delle Carmen opéra comique, il timbro è sontuoso, ampio, attacca una solenne habanera, poi comincia ad essere Carmen ossia compaiono colori chiari, effetti di chiaroscuro, nonostante la lingua russa. Lo stesso accade alla scena della seduzione, con Zurab Anjaparidze o al duetto finale con del Monaco (la famosa edizione bilingue) dove Carmen è sempre sorvegliata, il che soprattutto in compagnia di del Monaco è quasi impossibile e il registro alto è veramente sorprendente per facilità e splendore. Impertinenza direi.
Ad majora Irina Konstantinovna!



Gli ascolti

Irina Arkhipova (1925-2010)



Pergolesi - Stabat Mater

Quae moerebat et dolebat (1973)

Verdi - Aida

Atto IV

L'aborrita rivale a me sfuggia (1974)

Verdi - Requiem

Liber scriptus (1960)

Bizet - Carmen

Atto I

L'amour est un oiseau rebelle (1960)

Tchaikovsky - Pikovaja dama

Atto II

Polno vrat vam! Nadoyeli!...Je crains de lui parler la nuit (1989)







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martedì 9 giugno 2009

La stagione ideale: Boris Godunov (ed. Rimsky-Korsakov)

Dopo la presentazione delle stagioni liriche dei maggiori teatri italiani ed europei, dopo aver constatato una identica e omogenea scarsezza o piattezza di idee (che ricorrono sempre uguali, sempre le stesse, “dalle alpi alle piramidi” verrebbe da dire), dopo aver denunciato la scoperta inadeguatezza di molti dei cast proposti (più attenti a seguire le mode – quando non le ragioni del marketing – che le reali esigenze artistiche che certi ruoli e certi repertori impongono), viene, alla fine, da chiudere gli occhi e lasciar correre la fantasia verso una stagione “ideale”, fatta di titoli che piacerebbe – prima o poi – vedere allestiti e che, ad oggi, latitano, vuoi per mancanza di voci (o errato impiego delle esistenti in repertori non consoni), vuoi perché certi condizionamenti e pregiudizi pseudo culturali ne impediscono l’allestimento.

Detto questo voglio iniziare con un titolo non certo desueto o sconosciuto, ma che negli ultimi tempi è divenuto paradigma di certo intellettualismo spicciolo, a volte molto ottuso: Boris Godunov. Oggi il capolavoro di Mussorgsky ci viene “servito” quasi sempre nella sua primissima versione (quella del dicembre 1869, respinta dalla direzione dei teatri imperiali di San Pietroburgo) con la sua scarna orchestrazione originale, senza l’atto polacco e con la sua atmosfera cupa e torbida: spesso, poi, ci viene presentato senza intervallo, con regie imancabilmente politiche (quando non “politicizzate” nel voler a tutti i costi imporre un certo messaggio) e comunque sempre “a tesi”, con interpreti attentissimi a “psicanalizzare” i personaggi – e a renderne le nevrosi e i disturbi – più che a “cantare”, con direttori compiaciuto del loro protagonismo sterile, e, infine, con pubblici plaudenti e annoiati, ma convinti di aver partecipato ad un raffinatissimo evento culturale. In tutto ciò manca, a mio avviso, quello che era un elemento proprio e, forse, fondamentale, dell’estetica di Mussorgsky: il carattere popolare dell’opera! Non si dimentichi, infatti, che il compositore appartiene a quella corrente ideologica e musicale – orgogliosamente antiaccademica – che, in reazione ai forzati intellettualismi della musica russa ufficiale, ormai assolutamente occidentalizzata e – a dire dei componenti del gruppo – snaturata nella sua identità nazionale, recuperava le tradizioni popolari e le trasportava nel tessuto musicale senza seguire le “regole” insegnate nei conservatori. Privare il Boris del suo carattere di “opera popolare” significa fraintenderne, almeno in parte, il valore e tradire gli intenti del compositore (anche laddove si voglia seguire sempre e comunque la partitura originale). Ecco perché nella mia stagione ideale compare il Boris Godunov nella splendida (ma oggi considerata al pari di una bestemmia) versione curata da Rimsky-Korsakov. Non è qui il caso di analizzare la storia compositiva dell’opera e dilungarsi sulle successive versioni e revisioni: sono fatti noti e acquisiti. Solo vorrei esporre i motivi di tale scelta “controcorrente”: uno di carattere storico, l’altro di carattere estetico. Infatti, al di là di inutili snobismi e pruderie intellettualistiche, non si può non rendere merito a Rimsky-Korsakov di aver permesso, con il suo lavoro, che il Boris non cadesse nell’oblio a cui era certamente destinato seguendo la lezione originale (splendida per carità, ma sicuramente di scarsa presa sui pubblici di allora). Grazie ad una revisione che è stata spesso una vera e propria ricomposizione, l’opera è entrata nel grande repertorio: eppure oggi – almeno nell’Europa occidentale – è impossibile ascoltarla in questa veste, e se qualche teatro avesse il coraggio (ma per molti sarebbe “l’ardire”) di allestirla in tale versione, i responsabili verrebbero tacciati di bieco conservatorismo, di scelta insensata da retroguardia culturale, di nostalgie reazionarie e via blaterando… Oltre all’interesse storico però (che va ravvisato anche in altre operazioni analoghe e ugualmente fondamentali per i destini di certo repertorio: penso al Gluck di Berlioz) vi è anche un preciso valore artistico ed estetico: già, perché la versione di Rimsky-Korsakov – sia detto senza vergogne – è oggettivamente un capolavoro! Capolavoro di orchestrazione innanzitutto (arte in cui il compositore era maestro, laddove Mussorgsky – anche per mancanza di studi regolari – faticava non poco). Lussureggiante, coloratissima, variopinta, ricca di effetti timbrici straordinari e straordinariamente avanzati, mentre l’originale è più cupo e monocromo. Capolavoro anche di inventiva musicale: Rimsky-Korsakov “aggiusta” armonie e melodie, taglia e riassembla episodi e frasi, rivede la linea di canto e dona all’opera un respiro nuovo, più ampio e cantabile che, se stride con l’originario declamato, appaga però l’orecchio dell’ascoltatore (e l’opera, non va mai scordato, è anche appagamento estetico). Naturalmente ad una scelta di questo genere dovrebbe conseguire anche un differente approccio esecutivo: voci vere, corpose e generose, magari meno inclini a rendere la complessa psicologia dello zar o le viscide suggestioni del principe Shuisky o il bruciore manicheo del falso Dimitri, ma che, per una volta, cantano davvero! Un po’ in “stile Bolshoi”, come nei vecchi dischi Melodya magari: orrore nostalgico da trattare con irritata sufficienza? Forse, ma solo per chi preferisce bearsi con Britten e Janaceck: nella mia stagione ideale il “vecchio” Boris Godunov nella versione di Rimsky-Korsakov sarebbe il titolo d’apertura (magari seguito dall'ormai rarissimamente eseguito Principe Igor di Borodin, nella classica edizione Rimsky-Korsakov e Glazunov). Del resto quando Karajan nel ’65 a Salisburgo e nel ’70 in sala di registrazione (per quella che è, seondo me, la migliore incisione dell’opera) decise di dirigere il Boris Godunov, quale versione scelse? Ovviamente la tanto vituperata versione Rimsky-Korsakov. Bisognerebbe rifletterci…



Gli ascolti

Musorgskij - Boris Godunov

Atto II


Ho il poter supremo - Ezio Pinza (1939)

Ah, soffoco! Il respir mi mancò - Ezio Pinza (1939)




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