E la Raveli mi è parsa la sola presenza in grado di emergere sui colleghi, bacchetta inclusa.
E della bacchetta vale maggiormente la pena parlare, in quanto le parti rinnovate del cast che ho sentito l’altra sera sono risultate assai deludenti.
Il signor Bryan Hymel ha cercato di delineare un personaggio lirico, innamorato e dolce, ma con una voce, ahimè, decisamente nasale e fastidiosa, oltre tutto sempre “scoperta” sul centro, spesso vibrata oltre che indietro e, logica conseguenza, sforzata in acuto. Al fianco di Carmen come di Micaela suonava ovattato, scarsamente sonoro. Le intenzioni musicali, dunque, sono rimaste tali, e l’esito è insoddisfacente.
La signora Voulgaridou, già Mimì sempre sotto la direzione di Dudamel, ha cantato bene l’ingresso ed il duetto con il tenore, che ha costantemente sopravanzato, pur soffrendo, come il collega, la lentezza del tempo staccato dal direttore, ma è poi crollata inaspettatamente nell’aria. La voce pareva mancare di appoggio fino a vibrare e a scivolare indietro dal passaggio in poi, tanto che ha finito per "svirgolare" malamente alcune frasi che non avrebbero dovuto darle problema, anzi che eseguite correttamente, perchè ormai tanto basta, garantiscono l'applauso. Questa Micaela, nel complesso esatta, è parsa un po’ querula e poco dolce e, appunto con evidenti scivoloni.
Il signor Gabor Bretz mi è piaciuto poco; canta come tutti oggi molto ingolato, al punto che nel Toreador d’entrata le discese ai gravi gli erano impossibili: la voce pareva inabissarsi nella strozza e il suono moriva in gola senza che le frasi potessero essere completamente cantate. Si aveva la sensazione che la scrittura di Escamillo graviti dove gravia quella di Sarastro, tanto lo sforzo. Al duetto con Don Josè poi, ha esibito acuti tubati ed indietro, per giunta parecchio calanti.
E’chiaro, dunque, che su questi colleghi la voce importante di Anita Raveli spiccasse nettamente. Ho trovato la sua voce più voluminosa rispetto alla produzione inaugurale, pericolosamente ispessita, perché la cantante, dotata nella zona centrale, si compiace di esibire un mezzo raro e pregevolissimo. Dall’altra ho sentito la già rilevata difficoltà a cantare sul primo passaggio, tanto che nella scena delle carte sono spariti il legato e la sonorità, per non parlare di quei rari acuti del quarto atto, che sono usciti gridati. Detto questo, ha cantato con facilità, qualità timbrica e costanza rimarchevoli, anche se senza nuances. La seduttrice manca, anche perchè manca le fa difetto il fraseggio ( ha cantato sempre sul mezzoforte, tenendo sul forte le note in chiusa delle sue arie ). Detto questo, però, non posso esimermi dal dirle “brava-brava-bravissima”, perché con una simile direzione d’orchestra non è possibile cantare, men che meno fraseggiare.
A meno della scena delle carte, la Raveli è stata afflitta da uno stacco di tempi mortifero, di una lentezza insensata, assurda ed inconcludente, deleteria per il suo canto come per il senso della musica. Non posso descrivere a parole l’irritante lentezza dell’entrata, un tempo tanto “fermo” che nemmeno lasciava percepire la melodia, tanto da rompere il legato degli archi come la voce della cantante. Lo stesso valga per la Seguidilla e peggio ancora la prima sezione della Chanson Bohemiénne, che soltanto nel finale, di solito parossistico, ha trovato una certa velocità. Una direzione antitetica al canto, anche nei momenti buoni, il solo direi il duetto Micaela –Don Josè, bellissimo per intensità e lirismo, ma inadatto ai due cantanti e con un suono orchestrale per nulla dolce e morbido come il momento impone. Una direzione senza sensualità, senza vera tensione drammatica, senza Spagna, che ha alternato momenti veloci con l’orchestra strombazzante e bandistica ( tribali le percussioni e spernacchianti i fiati sempre sopra gli archi ) nei momenti di colore, accompagnamenti meccanici e pesanti, oppure “mahlerismi”e lentezze insensate che non approdavano da nessuna parte. E perchè piova sul bagnato oltre a tutta l'elencata serie di mancanze la peggiore: nessuna sintonia con il canto. L’ambizione alla direzione stabile di un grande teatro d’opera come la Scala non può prescindere dalla comprensione del canto, dei cantanti e dell’opera lirica. Tralascio poi il fatto che spesso gestire canto, orchestra e coro sembra problematico come accaduto al coro delle sigaraie dove le voci gravi andavano per conto loro, il coro dei contrabbandieri fuori tempo e in tutta la sfilta dei toreri, qui poi senza alcun sostegno dall'allestimento.
Spicca con evidenza la distanza tra il maestro e l’opera e non è affatto cosa nuova: ricordo le lentezze esasperate ed inadeguate al cast del Don Giovanni ( il povero Francesco Meli costretto a boccheggiare un “Dalla sua pace” che avrebbe sfiancato Tito Schipa…), nella Bohéme ( sempre la Voulgaridou in un “Donde lieta uscì” troppo lento anche persino per una Olivero o una Caballè, e la cantante avanti di parecchio al maestro che nella buca continuava imperterrito sul suo tempo mentre la cantante in scena stava chiaramente per scoppiare …), in Carmen di nuovo lo stesso tipo di performance. Che poi, oltre tutto, queste lentezze, paiono ormai meri artifici generici, buoni per ogni titolo, visti e stravisti ad ogni sua produzione, quindi né nuovi né geniali, né tanto meno consoni al titolo ed alla situazione drammaturgica. Non ci ha sorpreso il giovane maestro, anzi, ci ha annoiati con i suoi vai e vieni, nemmeno tanto ben riusciti, mentre l’orchestra non stava suonando all’altezza di quanto può, sa e deve fare.
E siamo sempre alla stessa storella: a quali bacchette interessa più l’opera, ossia il canto? A chi?
Questi giovani, più o meno capaci, dai Fogliani ai Dudamel, pretendono di imporsi su cantanti, che certo hanno dei limiti, ma, che non sanno utilizzare al meglio, né guidare con suggerimenti o istruzioni di qualche utilità. La signora Raveli non andava costretta a sillabare monotamente la parte ancor più di quanto spontaneamente non faccia, ma ispirata a fraseggiare, obbligata a farlo perché ha la voce e la capacità per essere Carmen ben più varia, ed anche sensuale. Ma questo è ormai affare delegato ad altri ( chi?), perché le bacchette sono troppo prese da sè stesse, dalle proprie astruse idee, astratte dal canto come dalla tradizione esecutiva.
Vogliono la direzione musicale della Scala, ma non hanno dimestichezza con l’opera lirica, e qualunque capacità in campo sinfonico, ammesso e non concesso che ci sia, non compenserà l'estraneità alla musica lirica. Nel sentirlo dirigere l’altra sera mi sono domandata che avrebbe mai fatto Teresa Berganza se Claudio Abbado, tanto per parlare di una bacchetta straordinaria che non mai fatto mistero di preferire altro all’opera, l’avesse costretta a cantare in quelle condizioni. Forse non ci sarebbe stata la Carmen Abbado-Berganza.
All’opera servono bacchette, che abbiano il senso delle cose, il buon senso di seguire e sostenere il cantante, non maestri astratti dalla realtà del palcoscenico. L'opera sta scomparendo non solo per carenza di cantanti, ma e sopratutto per due fenomeni ben esemplificati in questa produzione: direttori capaci di ben utilizzare le risorse (poche!),di cui dispongono e registi che vogliono esistere a prescindere da musica, testo poetico, drammaturgia e poetica del compositore. Sono solo palliativi e...... supplenti!














