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sabato 13 novembre 2010

Ripresa di Carmen alla Scala

La presenza del giovane maestro Gustavo Dudamel sul podio rinnovava l’interesse per questa Carmen scaligera firmata da Emma Dante, nuovamente affidata alla voce di Anita Rachvelishvili ossia Raveli, in compagnia di altro e diverso cast vocale.
E la Raveli mi è parsa la sola presenza in grado di emergere sui colleghi, bacchetta inclusa.

E della bacchetta vale maggiormente la pena parlare, in quanto le parti rinnovate del cast che ho sentito l’altra sera sono risultate assai deludenti.
Il signor Bryan Hymel ha cercato di delineare un personaggio lirico, innamorato e dolce, ma con una voce, ahimè, decisamente nasale e fastidiosa, oltre tutto sempre “scoperta” sul centro, spesso vibrata oltre che indietro e, logica conseguenza, sforzata in acuto. Al fianco di Carmen come di Micaela suonava ovattato, scarsamente sonoro. Le intenzioni musicali, dunque, sono rimaste tali, e l’esito è insoddisfacente.
La signora Voulgaridou, già Mimì sempre sotto la direzione di Dudamel, ha cantato bene l’ingresso ed il duetto con il tenore, che ha costantemente sopravanzato, pur soffrendo, come il collega, la lentezza del tempo staccato dal direttore, ma è poi crollata inaspettatamente nell’aria. La voce pareva mancare di appoggio fino a vibrare e a scivolare indietro dal passaggio in poi, tanto che ha finito per "svirgolare" malamente alcune frasi che non avrebbero dovuto darle problema, anzi che eseguite correttamente, perchè ormai tanto basta, garantiscono l'applauso. Questa Micaela, nel complesso esatta, è parsa un po’ querula e poco dolce e, appunto con evidenti scivoloni.
Il signor Gabor Bretz mi è piaciuto poco; canta come tutti oggi molto ingolato, al punto che nel Toreador d’entrata le discese ai gravi gli erano impossibili: la voce pareva inabissarsi nella strozza e il suono moriva in gola senza che le frasi potessero essere completamente cantate. Si aveva la sensazione che la scrittura di Escamillo graviti dove gravia quella di Sarastro, tanto lo sforzo. Al duetto con Don Josè poi, ha esibito acuti tubati ed indietro, per giunta parecchio calanti.
E’chiaro, dunque, che su questi colleghi la voce importante di Anita Raveli spiccasse nettamente. Ho trovato la sua voce più voluminosa rispetto alla produzione inaugurale, pericolosamente ispessita, perché la cantante, dotata nella zona centrale, si compiace di esibire un mezzo raro e pregevolissimo. Dall’altra ho sentito la già rilevata difficoltà a cantare sul primo passaggio, tanto che nella scena delle carte sono spariti il legato e la sonorità, per non parlare di quei rari acuti del quarto atto, che sono usciti gridati. Detto questo, ha cantato con facilità, qualità timbrica e costanza rimarchevoli, anche se senza nuances. La seduttrice manca, anche perchè manca le fa difetto il fraseggio ( ha cantato sempre sul mezzoforte, tenendo sul forte le note in chiusa delle sue arie ). Detto questo, però, non posso esimermi dal dirle “brava-brava-bravissima”, perché con una simile direzione d’orchestra non è possibile cantare, men che meno fraseggiare.
A meno della scena delle carte, la Raveli è stata afflitta da uno stacco di tempi mortifero, di una lentezza insensata, assurda ed inconcludente, deleteria per il suo canto come per il senso della musica. Non posso descrivere a parole l’irritante lentezza dell’entrata, un tempo tanto “fermo” che nemmeno lasciava percepire la melodia, tanto da rompere il legato degli archi come la voce della cantante. Lo stesso valga per la Seguidilla e peggio ancora la prima sezione della Chanson Bohemiénne, che soltanto nel finale, di solito parossistico, ha trovato una certa velocità. Una direzione antitetica al canto, anche nei momenti buoni, il solo direi il duetto Micaela –Don Josè, bellissimo per intensità e lirismo, ma inadatto ai due cantanti e con un suono orchestrale per nulla dolce e morbido come il momento impone. Una direzione senza sensualità, senza vera tensione drammatica, senza Spagna, che ha alternato momenti veloci con l’orchestra strombazzante e bandistica ( tribali le percussioni e spernacchianti i fiati sempre sopra gli archi ) nei momenti di colore, accompagnamenti meccanici e pesanti, oppure “mahlerismi”e lentezze insensate che non approdavano da nessuna parte. E perchè piova sul bagnato oltre a tutta l'elencata serie di mancanze la peggiore: nessuna sintonia con il canto. L’ambizione alla direzione stabile di un grande teatro d’opera come la Scala non può prescindere dalla comprensione del canto, dei cantanti e dell’opera lirica. Tralascio poi il fatto che spesso gestire canto, orchestra e coro sembra problematico come accaduto al coro delle sigaraie dove le voci gravi andavano per conto loro, il coro dei contrabbandieri fuori tempo e in tutta la sfilta dei toreri, qui poi senza alcun sostegno dall'allestimento.
Spicca con evidenza la distanza tra il maestro e l’opera e non è affatto cosa nuova: ricordo le lentezze esasperate ed inadeguate al cast del Don Giovanni ( il povero Francesco Meli costretto a boccheggiare un “Dalla sua pace” che avrebbe sfiancato Tito Schipa…), nella Bohéme ( sempre la Voulgaridou in un “Donde lieta uscì” troppo lento anche persino per una Olivero o una Caballè, e la cantante avanti di parecchio al maestro che nella buca continuava imperterrito sul suo tempo mentre la cantante in scena stava chiaramente per scoppiare …), in Carmen di nuovo lo stesso tipo di performance. Che poi, oltre tutto, queste lentezze, paiono ormai meri artifici generici, buoni per ogni titolo, visti e stravisti ad ogni sua produzione, quindi né nuovi né geniali, né tanto meno consoni al titolo ed alla situazione drammaturgica. Non ci ha sorpreso il giovane maestro, anzi, ci ha annoiati con i suoi vai e vieni, nemmeno tanto ben riusciti, mentre l’orchestra non stava suonando all’altezza di quanto può, sa e deve fare.
E siamo sempre alla stessa storella: a quali bacchette interessa più l’opera, ossia il canto? A chi?
Questi giovani, più o meno capaci, dai Fogliani ai Dudamel, pretendono di imporsi su cantanti, che certo hanno dei limiti, ma, che non sanno utilizzare al meglio, né guidare con suggerimenti o istruzioni di qualche utilità. La signora Raveli non andava costretta a sillabare monotamente la parte ancor più di quanto spontaneamente non faccia, ma ispirata a fraseggiare, obbligata a farlo perché ha la voce e la capacità per essere Carmen ben più varia, ed anche sensuale. Ma questo è ormai affare delegato ad altri ( chi?), perché le bacchette sono troppo prese da sè stesse, dalle proprie astruse idee, astratte dal canto come dalla tradizione esecutiva.
Vogliono la direzione musicale della Scala, ma non hanno dimestichezza con l’opera lirica, e qualunque capacità in campo sinfonico, ammesso e non concesso che ci sia, non compenserà l'estraneità alla musica lirica. Nel sentirlo dirigere l’altra sera mi sono domandata che avrebbe mai fatto Teresa Berganza se Claudio Abbado, tanto per parlare di una bacchetta straordinaria che non mai fatto mistero di preferire altro all’opera, l’avesse costretta a cantare in quelle condizioni. Forse non ci sarebbe stata la Carmen Abbado-Berganza.
All’opera servono bacchette, che abbiano il senso delle cose, il buon senso di seguire e sostenere il cantante, non maestri astratti dalla realtà del palcoscenico. L'opera sta scomparendo non solo per carenza di cantanti, ma e sopratutto per due fenomeni ben esemplificati in questa produzione: direttori capaci di ben utilizzare le risorse (poche!),di cui dispongono e registi che vogliono esistere a prescindere da musica, testo poetico, drammaturgia e poetica del compositore. Sono solo palliativi e...... supplenti!

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domenica 16 maggio 2010

Carmen a Bologna: “Hai buon maestro che ti fa la scuola!”

È da poco calato il sipario sulla matinée di Carmen al Comunale di Bologna. La recita, che avrebbe dovuto essere la quinta del ciclo, è stata in realtà la seconda, le prime tre date essendo saltate a causa degli scioperi di protesta contro i tagli previsti dal decreto Bondi. La rappresentazione si è conclusa con un buon successo di pubblico e l’orchestra e le maestranze del Teatro schierate al proscenio, mentre un cartello calato dall’alto citava l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

A dispetto delle lodevoli intenzioni e dei buoni propositi, la recita è stato molto carente, e in alcuni punti davvero mediocre.
Lo spettacolo, importato dall’Opera Nazionale della Lettonia e firmato da Andreys Zagars, trasporta la vicenda dalla Siviglia del 1820 alla Cuba del presente o di un passato assai prossimo. Fin qui nulla di strano, anzi. Ci saremmo stupiti nel vedere il cambio della guardia, le sigaraie intente a fumare sigarette, la sfilata dei toreri, tutte cose che il moderno teatro di regia ci ha doverosamente insegnato a disprezzare e dileggiare in quanto superati ammennicoli. Però una trasposizione cubana dovrebbe produrre come minimo una rappresentazione incandescente, viva, traboccante di energia e sensualità. Nulla di tutto questo, a meno che qualche passo di lambada ovvero lapdance, goffamente accennato dalla protagonista, basti a colmare la lacuna. Ugualmente carente la gestione dei cori, spesso e volentieri affidata al caso o all’iniziativa dei singoli. Di una povertà quasi imbarazzante, da questo punto di vista, l’incipit del quarto atto, in cui la folla festante si raduna, a quel che sembra, per assistere a un matrimonio di borgata e partecipare poi, verosimilmente, al banchetto. Dulcamara docet!
A differenza dell’Elisir ultimo scorso, in cui peraltro la sola Adina proveniva dai ranghi della Scuola dell’Opera, questa Carmen ha relegato i cadetti del Comunale, almeno in primo cast, ai ruoli di fianco. Soffermarsi sui difetti di questo o di quello sarebbe assolutamente sterile, perché le prime parti, affidate a cantanti in piena carriera, sono risultate ben più carenti dei comprimari. I quali, sia chiaro, non si sono coperti di gloria, ma hanno almeno l’attenuante della giovane età e della scarsa esperienza.
Deyan Vatchkov (Escamillo), subentrato agli annunciati Simone Alberghini e Alexander Vinogradov, ha bella presenza scenica e un certo garbo nel porgere, ma l’emissione tendenzialmente “bulgara” blocca la voce in gola e ne ostacola la naturale espansione nella sala. Peccato, perché la dote sarebbe di qualità. Canta discretamente la canzone del toréador (che la regia trasforma in boxeur) e il duettino con Carmen all’ultimo atto, mentre nella scena con il tenore sceglie di gonfiare le gote, con il risultato di stentare sugli acuti.
Nei panni di Micaela Alessandra Marianelli, vocina di soprano leggero ideale per Cherubino o il paggio Oscar in un teatro di modeste dimensioni. Fin dalla sortita la voce è prossima all’inesistente in prima ottava - il duetto con José è gestito con pianini in odor di accenno -, dal fa in su acquista un poco di volume ma risulta spinta e acidula, e quando nell’aria del terzo atto deve salire al si bemolle e poi al si naturale i suoni si fanno più penetranti, ma tutt’altro che piacevoli a udirsi. Ne consegue un personaggio petulante e tedioso, patetico nell’accezione più deteriore del termine.
Nino Surguladze ha una piacevole figura e un certo talento d’attrice. Purtroppo ha anche parecchi dei difetti delle cantanti dell’Est europeo, a partire dell’emissione tutta di gola, che non solo limita le possibilità della voce, ma la frantuma in tre sezioni: i gravi pompati e aperti, il centro in difetto di appoggio e gli acuti falsettati o (specie nei momenti di maggiore concitazione) urlati. Esegue senza impressionare, ma correttamente, l’habanera, nella seguédille è in debito di ossigeno, canta una pallida chanson bohème e se si risolleva nel duetto con José, soccombe nella scena delle carte (di scrittura piuttosto centrale), mentre nel quarto atto (pure gestito con belle intenzioni, tutt’altro che banali: questa Carmen, a dispetto dell’ostentata sicurezza, è terrorizzata dalla furia dell’ex amante) sembra stravolta dalla fatica e si limita ad accennare. Vocalmente la sua protagonista ha ben poco della maliarda e ancora meno dell’eroina tragica. Peccato che i due aspetti non siano trascurabili, volendo mettere in scena l’opera in questione.
E veniamo all’autentica delusione della recita, il Don José di Andrew Richards. La voce è la più potente fra le quattro prime parti, ma il modo in cui è gestita risulta carente sotto il profilo tecnico, in particolare per quanto concerne l’esecuzione del passaggio di registro superiore. Prova ne siano i suoni larvati e di precaria intonazione nella prima parte della romanza del fiore, che nella zona del passaggio insiste. Problemi ancora più gravi, e suoni ancora più duri e faticosi, si verificano quando si presenta un acuto, sia pure un semplice si bemolle. Per un tenore che canta regolarmente Tosca e Don Carlo, la cosa è sorprendente. Ancora più censurabile è, però, l’interprete, perché le lacune tecniche si riflettono, come di norma accade, sulla definizione del personaggio. Il terzo e il quarto atto, quelli in cui la scrittura si fa più tesa e drammatica, eseguiti a Bologna senza intervallo (come è ormai consuetudine), vedono il cantante, verosimilmente prossimo ad esaurire la riserva di fiato – generosamente impiegata nella prima parte dello spettacolo –, enfatizzare le nevrosi del malcapitato ex brigadiere, risolvendo il tremendo finale terzo e il duetto finale con Carmen a suon di singhiozzi, gemiti e inserti parlati. L’effetto è prossimo non tanto ai vituperati Don José veristi (i quali rispondevano, a titolo di esempio, ai nomi di Giovanni Zenatello e Galliano Masini), quanto a certi giustamente sbeffeggiati José da ima provincia, che oggi si è costretti, piaccia o meno, a rivalutare e riconsiderare. Vedasi l’allegato estratto video.
Sul podio Michele Mariotti, che ha diretto con mano sicura gli entr’acte, ha accompagnato discretamente, seppur con scarso nerbo, i primi due atti (qualche problema di collegamento fra buca e palco, ad esempio nella scena della rivolta delle sigaraie, nel quintetto e nella stretta del finale secondo: rose e fiori, ad ogni modo, rispetto all’Idomeneo), nel terzo ha rinunciato a tratteggiare il clima fosco del rifugio dei contrabbandieri (staccando fra l’altro un tempo troppo lento, per le possibilità della Surguladze, nella scena delle carte) e, nel quarto, nulla ha fatto per contenere e moderare gli eccessi di Richards. In un direttore che proviene da un humus familiare e culturale non estraneo alla filologia e che ha in più di un’intervista espresso vivo interesse per questi temi, il travisamento dell’estetica dell’opéra-comique, e del canto lirico in generale, lascia francamente di sale.
E a questo punto si potrà forse capire come mai, malgrado le tre recite saltate a causa dello sciopero, il teatro fosse sold out solo sulla carta. E soprattutto come mai brani della fama e del calibro dell’habanera e della scena delle carte siano passati sotto silenzio (la canzone del toréador è stata applaudita dai coristi e dalle comparse a ciò deputati).
Il teatro non muore solo per scarsità di fondi, ma per scarsità di idee e competenze. Nonché di rispetto per la musica e per il pubblico. Forse è il caso di ricordare la presenza di quest’ultimo, visto che, proprio in questa stagione che sta volgendo al termine, i prezzi dei biglietti e degli abbonamenti sono aumentati e non poco, a fronte di una programmazione che appare invece sempre meno attraente per i frequentatori storici del teatro, anche per quelli maggiormente disposti ad accettare una programmazione formato mignon, quanto a titoli e interpreti coinvolti. E la soluzione non sta nei video promozionali e nelle iniziative concepite per ammaliare il c.d. popolo di Facebook. Ma evidentemente la sovrintendenza felsinea è di opposto avviso. Auguri molti.




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giovedì 11 febbraio 2010

Irina Arkhipova (1925-2010)

Avevamo pensato ad altro per oggi e per il nostro affezionato gruppo di lettori. La notizia arrivata ci ha indotti a cambiare programma e celebrare una grandissima cantante.
Irina Arkhipova cantò, fra l'altro, in Scala Marina in un Boris del 1972, se la memoria non mi difetta. In scena, quelle colorate e descrittive di Benois, era solenne, imperiosa e statuaria, come competeva alla dama di rango. La voce era bellissima ed ampia e molto italiana. All'atto polacco gli applausi erano sempre molti e caldi.
Gli applausi si rinnovarono qualche anno dopo quando l'Arkhipova, con la tournée del Bolshoi, propose l'altro personaggio di Mussorgsky, Marfa, che, ieratica e strega, le riusciva splendida alla scena della profezia.

Non era un caso. In una intervista alla radio italiana di quegli anni la cantante, arrivata al canto per caso dopo la laurea in architettura, raccontò di avere trovato a Mosca un disco di Ebe Stignani e di averlo ascoltato. Molto e con profitto aggiungerei.
Per capire che Irina Arkhipova cantasse all'italiana e senza i tipici vezzi di risonanze stomacali delle vocik gravi (maschili e femminili) bastò sentire il mezzosoprano russo che dopo la Arkhipova approdò in Scala, ossia la Obraztsova.
La Arkhipova tornò, poi, per quella che è la parte della vecchia cantante del repertorio russo, ossia la Contessa, protagonista della Dama di Picche. Anche qui la differenza fra il canto di scuola dell'architetto, approdato al canto e quello della signora Obraztsova (che parlò la Contessa agli Arcimboldi) fu ancora di tutta evidenza.
La voce di Irina Arkhipova era di mezzosoprano acuto, alla Stignani appunto. Se aggiungiamo una completa e rifinita cognizione tecnica è facile capire ampiezza del repertorio e durata della carriera. Quando alla fine degli anni '60 - primi anni '70 il mezzosoprano russo cantò con maggior frequenza nei teatri europei ed anche americani ed era vicina ai cinquanta la voce era salda e freschissima come quindici anni prima.
Mezzo acuto era prima di tutto nel repertorio russo, Marina e la Pulzella di Orléans, che sono in Russia un condominio fra soprani e mezzi, nel repertorio italiano Amneris, Eboli e Santuzza, anch'esse parti quanto meno Falcon. Più tipiche del mezzo Azucena e Marfa. Fu poi una celebratissima Carmen, anche perchè nei primi anni di carriera non era, oltre la voce, l'avvenenza che difettava alla signora.
Neppure quando cantava in italiano si percepivano difficoltà di fonazione ed articolazione, in cui spesso i cantanti di lingua slava incorrono.
Dagli ascolti che proponiamo ritengo opportuni taluni spunti di riflessioni per capire che siamo veramente dinnanzi ad una grande cantante ed una interprete autentica, seppure di impianto tradizionale.
Irina Arkhipova nel 1973 cantò ad Orange Azucena. Circola l'intero video dove è gara fra le due protagoniste femminili. Irina Arkhipova ogni tanto emette suoni non perfettamente rotondi e calibrati se cadono sulla vocale "i", ma sfoggia un'ottima dizione italiana, una compostezza vocale ed un rispetto della dinamica, ossia buone maniere vocali, che ad esempio Fiorenza Cossotto l'Azucena ufficiale degli anni '70 ed '80 spesso e volentieri scordava, all'aperto precipue. E le cose vanno ancora meglio alla scena della prigione, sentire l'accento misurato e commosso dell'incipit della scena e la mancanza di ogni esagitazione (salvo il "parola orrenda"), il legato del famoso "ai nostri monti". La penetrazione in zona medio alta, poi, soffre solo dinnanzi a quella di Ebe Stignani.
Come Amneris e come Santuzza non ci sono frasi alte e scomode che la mettano in difficoltà. Anche qui i confronti si fanno fra grandi o del passato o coetanee per carriera alla Arkhipova perché nei panni della principessa egizia solo Grace Bumbry è più singolare nell'accento, femminile nel timbro e solo la solita Ebe Stignani è ancora più esplosiva e torrenziale nella scena del giudizio. Fra le odierne solo Irina Makarova, che infatti della Arkhipova è stata allieva, è di questa genia ed infatti l'hanno ignorata. Perdonate, poi, l'espressione semplicistica: scontro fra titani!
Sotto questo profilo è chiaro ed evidente il rammarico per una limitata presenza di Irina Arkhipova nei teatri italiani.
Un personaggio fondamentale nella carriera della Arkhipova fu Carmen. Normalmente e tradizionalmente i mezzo soprani di strumento opulento alla Arkhipova erano Carmen di pochi colori, comprese a gareggiare con i tenori in acuti. Una visione che non deve essere respinta in toto perchè i titoli dell'opéra comique, che approdavano fuor di quel teatro subivano i giusti ed opportuni rimaneggiamenti. Però certe scelte interpretative e vocali delle Buades, Besanzoni, Zinetti e magari Simionato, Barbieri e Cossotto in italiano possono dar luogo a perplessità. La Arkhipova-Carmen nulla ha delle Carmen opéra comique, il timbro è sontuoso, ampio, attacca una solenne habanera, poi comincia ad essere Carmen ossia compaiono colori chiari, effetti di chiaroscuro, nonostante la lingua russa. Lo stesso accade alla scena della seduzione, con Zurab Anjaparidze o al duetto finale con del Monaco (la famosa edizione bilingue) dove Carmen è sempre sorvegliata, il che soprattutto in compagnia di del Monaco è quasi impossibile e il registro alto è veramente sorprendente per facilità e splendore. Impertinenza direi.
Ad majora Irina Konstantinovna!



Gli ascolti

Irina Arkhipova (1925-2010)



Pergolesi - Stabat Mater

Quae moerebat et dolebat (1973)

Verdi - Aida

Atto IV

L'aborrita rivale a me sfuggia (1974)

Verdi - Requiem

Liber scriptus (1960)

Bizet - Carmen

Atto I

L'amour est un oiseau rebelle (1960)

Tchaikovsky - Pikovaja dama

Atto II

Polno vrat vam! Nadoyeli!...Je crains de lui parler la nuit (1989)







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mercoledì 9 dicembre 2009

La semana de Carmen, ultima giornata. La Carmen "della riparazione"

Scrive Arianna da Nasso in chat:

Cara Redazione del Corriere della Grisi,
è la prima volta che scrivo e scusate i pasticci con questa chat... volevo solo ringraziarVi per le precise recensioni pubblicate su questo blog. Ieri sera mentre guardavo la Carmen su Sky pensavo di essere quasi impazzita, ma poi ho letto la recensione e mi sono rincuorata, volevano farmi credere che lo spettacolo fosse meraviglioso, invece... credo proprio che mi risparmierò la coda al loggione. Buon proseguimento di pomeriggio!


Rispondiamo a questo messaggio. Non il solo, anzi, uno dei tanti che la nostra chat, straordinariamente attiva contemporaneamente a rappresentazioni, che fanno audience, abbia recepito.

Avevamo pensato, noi del Corriere della Grisi, di proporre nel mese di dicembre anche qualche ascolto vocale del capolavoro di Bizet, dopo avere dedicato la settimana antecedente l'EVENTO alla direzione di Carmen, stimolati in tal senso dall'aspetto più evidente, non fosse altro che in virtù dell'indefessa attività di autopromozione del direttore, soccorso, appunto, da ogni media disponibile.
A conferma di quanto, a nostre spese, sappiamo da tempo ovvero che sono i media e non solo il pubblico della sala del Piermarini a decretare gli esiti delle serate. Massime di quelle che, sotto ogni profilo, contano come Sant'Ambrogio.
E la profezia si è avverata, con il mediatico ridimensionamento dell'autentica esplosione di fischi indirizzata ai responsabili dalla sezione visiva dello spettacolo. Suonata, per usare uno dei termini del gergo loggionistico, che da tempo non veniva riservata a costoro. Quella dell'anno passato dedicata, invece, fra il primo ed il secondo atto al direttore aveva un'origine, a nostro avviso, ultronea rispetto a gusti ed umori del loggione scaligero.
La suonata dedicata ad Emma Dante sì che può definirsi novità autentica e sconvolgente. E sia tale assunto risposta alla signora Lina Sotis, che dalle pagine del Corriere della Sera si stupisce dell'erotismo sconvolgente dell'allestimento. Sconvolgimento mediatico, che porta a concludere come l'illustre penna di costume del quotidiano milanese o abbia scarsa dimestichezza con l'erotismo o con la sala del Piermarini medesimo, certiorati che la signora non fosse presente alle rappresentazioni della Lady Macbeth del 1993, dove il tasso erotico era ben visibile e palpabile e non per un nudo maschile integrale.
Siamo stati tacciati, come sempre, di colpevole ignoranza perchè sordi al messaggio metaoperistico della signora Dante, la quale, allestendo Carmen, ha condannato, la violenza sugli animali ed il lavoro minorile, donde nell'ipotesi di un allestimento di Traviata dirà la sua, novella senatrice Merlin, sulla prostituzione e per il Trovatore tratterà della violenza verso i rom, perchè insensibili alla filologica scelta di eseguire Carmen nella versione opéra-comique (con ben otto contrabbassi in buca!).
Siamo offesi e stanchi di questa mediatica, miope e strumentale gogna, che contribuisce ad aumentare lo stato di decozione del mondo dell'opera, frutto di un diffuso sovvertimento di valori e principi, che quest'arte hanno regolato immutati nel tempo.
Rivendichiamo di avere esperienza di ascolto dal vivo nel replicare a chi dalle colonne del sito della Voce del Loggione (i famosi abbadiani, che ormai non possono autocommiserarsi come itineranti) offre illazioni sulla nostra età ed anagrafica (e dobbiamo ringraziare per il sostanzioso sconto praticato a donna Giulia Grisi) e di ascoltatori, di avere riflettuto sul messaggio e sulla poetica di Carmen (come per qualunque titolo proposto, fosse anche Alessandro Severo di Hasse), sulla sua storia interpretativa, che, come sempre la storia, presenta luci ed ombre.
E allora ricordiamo che avere molto frequentato il teatro non coincide con l'avere altrettanto sentito e soprattutto ringraziamo chi, benchè diciassettenne, munito della preziosa arma dell'ironia, risponda a questi nostri flagellanti.
A lui e molti altri, esemplificati da chi ci ha dedicato, in chat, l'evidenziato pensiero iniziale dedichiamo ascolti di Carmen, che sono, per riciclare il titolo della Repubblica di ieri, "una grande musica che ci consola".
A noi, in primis, ma non solo a noi, però, ricordiamo come il popolo milanese, alludendo a chi menasse vita sopra le proprie possibiilità dicesse, con riferimento a i capi d'abbigliamento " de soura sciureria, de sot jesus maria". Mi pare che il "brocardo" l'utilizzi, in bocca alla saggia signora Pasotti, pure il Fogazzaro.
Buon ascolto di questa che, atteso l'abuso liturgico della signora Emma Dante, altro non possiamo che denominare RIPARAZIONE.





Gli ascolti

La Carmen della riparazione

Bizet - Carmen


Preludio - Herbert von Karajan (1954)

Atto I

Con la guardia quando monta - Dimitri Mitropoulos (1957)

E' l'amore uno strano augello - Medea Mei-Figner (1903), Eugenia Mantelli (1905), Grace Bumbry (1974)

Ah! mi parla di lei...La tua madre con me uscìa dalla cappella...Mia madre io vedo ancor - Hermann Jadlowker & Frieda Hempel (1914), Charles Kullman & Eleanor Steber (1945)

Accorrete! Accorrete! Alcuno non vien? - Fritz Reiner (1953)

Presso il bastion di Siviglia - Barbara Kemp (1915), Gabriella Besanzoni (1931), Ninon Vallin (1932)

Interludio - Dimitri Mitropoulos (1957)

Atto II

All'udir del sistro il suon - Emma Calvé (1908), Conchita Supervía (1930)

Con voi ber, affè, mi fia caro...Toreador, attento - Pasquale Amato (1912), José Mardones (1919), Arthur Endrèze (1932), Heinrich Schlusnus (1933)

Noi s'ha in vista un bell'affare - Conchita Supervía, Anita Appolini, Ida Mannarini, Aristide Baracchi & Giuseppe Nessi (1928), Fedora Barbieri, Lucine Amara, Margaret Roggero, George Cehanovsky & Alessio De Paolis (1953)

Alto là! Chi va là?...Voglio danzar pel tuo piacer - Karl Jorn & Emmy Destinn (1908), Giovanni Martinelli & Geraldine Farrar (1915)

Il fior che avevi a me tu dato - Léon David (1905), Lucien Muratore (1907), Karl Jorn (1908), Augustarello Affre (1911), Bernardo de Muro (1912), Hipólito Lázaro (1926)

No, tu non m'ami, no...Olà! Carmen! olà!...Bel capitan...Ci segui nell'ampia campagna - Emma Calvé & Charles Dalmorès (1908), Elsa Brems & Todor Mazaroff (1937)

Interludio - Herbert von Karajan (1954), Dimitri Mitropoulos (1957)

Atto III

Invan, per evitar risposte assai severe - Sigrid Onégin (1919), Alice Raveau (1931), Gianna Pederzini (1941), Teresa Berganza (1977)

E' nostro affar il doganier - Marguerite Mérentié, Marie Gantéri & Jeanne Billa-Azéma (1911)

Qui dei contrabbandier...Io dico, no, non son paurosa - Rosetta Pampanini (1926), Elisabeth Rethberg (1930), Eleanor Steber (1945)

Ho nome Escamillo - Marcel Journet & Fernand Ansseau (1927), Arthur Endrèze & Gaston Micheletti (1931)

Olà! Olà! José...Laggiù nel suo tugurio...Ch'io mora, ognuno l'oda - Lucien Muratore (1907), Todor Mazaroff (con Elsa Brems & Esther Réthy - 1937), Richard Tucker (con Regina Resnik, Judith Raskin & Justino Díaz - 1969)

Interludio - Dimitri Mitropoulos (1957)

Atto IV

E poi il banderilla vien - Philippe Flon (Met 1902 - Mapleson)

Sei tu? Son io...Più non m'ama il tuo cor?...Dove vai? Mi lascia...Or tu, ti rifiuti a mie brame - Emmy Destinn & Karl Jorn (1908), Conchita Supervía & Gaston Micheletti (1930), Elsa Brems & Todor Mazaroff (1937), Grace Bumbry & Franco Corelli (1974)



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martedì 8 dicembre 2009

El día de Carmen. Terza parte: la serata ambrosiana di "Cammelina" alla Scala

Il rito si è compiuto. Mentre gli invitati ufficiali degustano il parsimonioso dopo Scala noi commentiamo, quasi a caldo il parsimonioso spettacolo.
I giornali, i telegiornali della notte staranno già parlando e del trionfo di Barenboim e della consacrazione della protagonista e del tonfo della regista.
Allora, noi la pensiamo un po’ diversamente.

I veri strali del pubblico, la scarica di fischi sarebbero toccati al direttore d’orchestra ed a chi (monsieur Lissner soprintendente e direttore artistico) ha confezionato lo spettacolo. Quanto al maestro Barenboim rammentiamo che ha speso il mese, consacrato alle prove, a ben altro ovverso concerti, direzione del Requiem verdiano a Milano ed altrove, lunghe interviste per cercare la propria consacrazione. Ha per contro offerto una versione del capolavoro di Bizet in pochissimi punti (preludio del primo atto, entr’acte del quarto, finale del secondo e del terzo atto) fragorosi e rumorosi con un suono orchestrale costantemente sgarbato e brutto. La più parte è stata una Carmen lenta e pesante con punto di autentico sopore come la seduzione di Carmen al secondo atto, il duetto finale, per tacere di un asfittico ed effeminato coro dei monelli, una slavata scena delle carte. Anche in questi momenti di torpore il suono orchestrale non era affatto elegante e pulito. Chi vedesse il gesto del direttore aveva l’impressione di una presenza sul podio occasionale e distratta. Il punto peggiore un solare, sonoro preludio all’atto terzo, quando siano tra le gole dei Pirenei e di notte. Precisiamo, per rigirare il coltello nella piaga, che il direttore non sa assolutamente tenere conto delle forze vocali di cui dispone. Va avanti per la propria strada. Peccato che diriga l’opera.
A prescindere dai singoli momenti è chiaro che l’errore di fondo di Barenboim sta nel confondere il fragore con il vigore e l’asetticità con l’eleganza. Ed è un errore gravissimo, che avrebbe meritato la vera autentica salve dei fischi. Anche perché è doveroso rammentarlo: l’orchestra sta in buca e non sale sul palcoscenico a far da parafulmine agli eventuali strali dell’ancora temuto loggone, che il direttore d’orchestra e quello artistico, ripetiamo, avrebbero meritato.
Certo che il parafulmine della serata è stata Emma Dante ed il suo spettacolo. Ha trasformato Carmen in Cammelina da Baaria o giù di lì. Il problema non è la sicilianizzazione della Carmen, ma la pochezza intellettuale che vi sta a fondamento. Tralasciamo degli svarioni in una regista che si picca essere attenta alla tradizione (perché la berlina delle religione importa ed impone una esaustiva conoscenza della liturgia e delle tradizioni popolari), citando, però, i flagellanti che portano “la cassa”, una persona ai piedi del letto di un morente, tralasciamo che dovrebbe essere noto ad una donna siciliana che per strada non si partorisce, per pudore e atavico senso dell’onore. Segnaliamo, però, tutta una serie di inutili elementi aggiuntivi come il richiamo al lavoro minorile delle sigaraie, una tavola alla taverna di Lila Pastia, degna di una lussuosa Traviata, la censura alla tauromachia alla scena del Toreador, la distribuzione di croci in plastica da parte di cinque prefiche come controscena alla scena delle carte, che rammenta il segno posto sulle sepolture in esumazione al Cimitero Maggiore di Milano, una sfilata dei toreri, che la presenza di un enorme turibolo fa credere effettuata a Santiago de Compostela, ridotta ad otto smilzi maschietti e la presenza di una costante “messa al campo” ogni volta che compare Micaela. Segnaliamo, da ultimo citazioni ad abundantiam dei film del genius loci siciliano Tornatore, per concludere che questo modo di allestire lo abbiamo già visto in registi, oggi flagellati e messi alla berlina come Zeffirelli, che credo sia esecrato ed esecrando, sotto ogni profilo, per la fischiatissima Emma Dante. In sostanza la signora si preoccupa di riempire la scena, non di amplificare e suggerire quel che succede. Esemplare di questa idea l’inerte scena della seduzione dove l’immobilità della protagonista evoca quelle deprecate di una Horne o di una Cossotto.
Sacrosanti i fischi.
Quanto a fischi ne avrebbe meritati sin dall’inizio la signora Damato, che ha cantato Micaela con voce e tecnica, che giustificherebbe la bocciatura all’iscrizione alla prima classe di canto in conservatorio. Una pietosa caricatura. Ma anche qui i fischi sarebbero toccati a chi l’abbia scritturata e ne abbia omesso la protesta.
Smilzo di voce e di aspetto fisico Erwin Schrott, che non ha reso la protervia e l’eccesso di virilità di Escamillo, eroe popolare, macho per definizione. La canzone del Toreador è passata via nel silenzio imbarazzante, limitata ampiezza alla sfida con don Josè, nessuna morbidezza alla ripetizione della canzone del Toreador o al duettino del quarto atto.
I protagonisti: nessun timbro sensuale, nessuna eleganza di canto, volume limitato e poca ampiezza, insomma un don José dimesso e fiacco quello di Jonas Kaufmann. Poi possiamo anche dargli l’attenuante generica dei tempi soporiferi di Baremboim, che sarebbero consoni a tenori di altra ampiezza e di ben altra saldezza vocale. Per la precisione gli acuti ( quei pochi previsti) sono tutti spinti e forzati e i tentativi di cantare piano addirittura comici. Solo la consuetudine al bercio e la disaffezione al canto morbido e legato del pubblico ha salvato il bel Jonas.
In fondo la trionfatrice della serata Anita Rachvelishvili. Non è un mezzo soprano, ma un soprano lirico spinto, se sapesse cantare. Basta sentire le inesistenti note basse e le difficoltà in alto perché il centro è gonfiato alla ricerca di una sonorità che non le è connaturata. Nessuna insinuazione, nessun fraseggio bruciante, nessun ammiccamento, anzi qualche concessione alla tradizionale recitazione volgare della Carmen donnaccia, solo la saldezza dei mezzi della cantante in forza perché la natura è generosa. Mi domando e con questo saluto, siccome Carmen è un unicum per la limitata difficoltà vocale, se domani la consacrata protagonista canterà Amneris o Rosina, perché dalla scelta non può sfuggire.

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lunedì 7 dicembre 2009

El día de Carmen. Seconda parte: considerazioni sulla “primina”

Venerdì 4 è andata in scena nella sala del Piermarini l’attesa anteprima o cosiddetta primina della Carmen inaugurale.

Abbiamo presenziato alla recita. Non intendiamo recensirla, perché quella che è andata in scena non è la Carmen che vedremo e sentiremo stasera, ma una Carmen “last minute”. Il protagonista deputato, Jonas Kaufmann, è stato tenuto in panchina per ufficiale indisposizione ed è stato rimpiazzato da Riccardo Massi, allievo dell’Accademia scaligèra, scelto dal teatro quale cover del tenore tedesco.
Il pubblico di giovani e giovanissimi non ha gradito la performance del coetaneo tenore. Dopo la romanza del fiore, parchi applausi. Al termine, prima dell’attacco del duetto, un’efebica voce ha decretato: “E’ il trionfo dell’orchestra”.
A questo giovinetto o giovinetta vorremmo, se possiamo, obiettare quanto segue.

a) Per educazione o come dicevano le nostre nonne, buona creanza, non si contesta il cover che salva la recita, compromessa da un’indisposizione formalizzata all’ultimo minuto.
b) Quando sul palco sale un giovane, al primo impegno in un grande teatro, che da cover si ritrova a cantare una prima (sia pure indirizzata a un indirizzato pubblico), c’è più che mai bisogno di un direttore che non si limiti a dare saltuari attacchi, ma che sorregga e sostenga il giovincello, respirando all’unisono con lui, staccando quei tempi e trovando in orchestra quelle sonorità che siano le più appropriate alla bisogna. Insomma, né più né meno di quello che facevano i Gui, Serafin, Molinari Pradelli e compagnia.
c) Il Maestro Barenboim ha staccato per tutta la serata tempi lenti, dilatatissimi, che forse potrebbero convenire a Kaufmann (dubitiamo, ma sentiremo), palesemente inadatti a un tenore di voce piccola, con problemi nell’esecuzione del passaggio di registro e di conseguenza acuti tirati, d’intonazione incerta e occasionalmente chévrotanti. Non occorre essere un genio della bacchetta per capire che tempi più stringati e un’orchestra meno in primo piano avrebbero aiutato non poco il giovane scolaro.
d) Questo ovviamente presuppone che il direttore sappia calibrare la propria lettura sulla base delle forze di cui dispone in palcoscenico. Un Maestro, anche di lungo corso e prestigioso curriculum, che però non sappia o non voglia fare questo, dimostra scarsa fiducia nel proprio ruolo, prima ancora che scarsa professionalità.
e) Dato che le regole devono essere uguali per tutti, anche nel meraviglioso mondo del teatro d’opera e in quello dello star system, oggi sempre più strettamente collegati, ci auguriamo che, per valutare il navigato Kaufmann, il pubblico scaligero usi lo stesso draconiano metro con cui è stato giudicato l'implume Massi. Altrimenti saremmo costretti a concludere che il pubblico non giudica la prestazione di un artista, ma il suo Nome.
f) Possibile che un teatro come la Scala non disponga, per lo spettacolo inaugurale, di un solido e rodato professionista in qualità di cover?
g) Possibile che dall’Accademia della Scala escano elementi così acerbi e impreparati all’impatto con il pubblico, persino quello di una primina?

Seguirà recensione della première.

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El día de Carmen. Prima parte: "Chi mme piglia pe' Frangesa, chi mme piglia pe' Spagnola..."

Chi la vuole en français, chi la preferisce in italiano; chi la vuole con i dialoghi, chi la vuole senza; chi la vuole filologica, chi la vuole tagliata; e poi come districarsi nei reconditi meandri delle edizioni? Meglio l’autografo del 1874, oppure la revisione del 1875 modificata da Bizet e pubblicata da Choudens? Meglio la versione viennese con i dialoghi musicati e la partitura ridotta da Guiraud, o meglio affidarsi alla partitura approntata da Fritz Oeser con i suoi dialoghi originali, tutti i tagli riaperti, gli errori di lingua e sintassi, le riscritture inaccettabili, i tempi cambiati e le didascalie modificate?
Oggi, in tempi di riscoperte, come porsi tra le versioni di Robert Didion pubblicata nel 2000, oppure di Michael Rot che ha messo a confronto tutte le partiture dell’opera o alla nuova versione prevista per il 2014?
Insomma, stiamo parlando di Carmen, capolavoro estremo di Bizet, la cui storia editoriale sta diventando ancora più ingarbugliata della già travagliata partitura de Les contes d’Hoffmann di Offenbach.
Quale versione dunque ha scelto Barenboim per l’apertura scaligera del 7 dicembre?
Ci viene incontro sia il sito del Teatro alla Scala, sia uno spettacolo andato in scena nel 2006 alla Staatsoper di Berlino sotto la bacchetta del Maestro e con la regia di Martin Kusej.

Si tratta della partitura preparata nel 2000 da Robert Didion basata sulla revisione critica del libretto che ripristina quasi nella loro interezza, tutti i dialoghi recuperati da Fritz Oeser.
Queste le novità rispetto alle versioni precedenti:

ATTO I

-Taglio della pantomima e dei commenti di Morales come da tradizione.
-Per volere del regista, ma non di Didion, sulla musica che introduce Le choeur des gamins Don Josè fucilato, ma ancora vivo, e piuttosto in salute, e Micaela anticipano il dialogo:
JOSÉ : Un baiser de ma mère ?
MICAËLA : Un baiser pour son fils, José, je vous le rends, comme je l'ai promis.

Che si conclude con le parole di Don Josè « Rien ! rien ! » e l’introduzione musicale del coro da cui parte il Flashback su cui si basa l’allestimento.
-Le chœur des gamins è stato modificato : la prima parte è cantata integralmente, ma nella ripresa vengono solo ricantati i versi « Nous marchons, la tête haute / Comme de petits soldats, / Marquant, sans faire de faute, / Une !… deux !… marquant le pas ; / Les épaules en arrière / Et la poitrine en dehors, / Les bras de cette manière / Tombant tout le long du corps » perdendo la sua integralità.
-Il breve dialogo tra Don Josè e Moralès, che si inframmezza durante Le choeur des gamins, viene spostato e assorbito verso la fine del dialogo successsivo tra Don Josè e Zuniga il quale si appropria dei versi destinati a Morales. Al dialogo sono stati effettutati alcuni piccoli tagli (poche parole o piccole modifiche) che però non ne alterano il significato.
-Viene ripristinato il coro dei tenori « Sans faire les cruelles » che inframmezza il coro delle sigaraie, già recuperato da Oeser.
-Il Motivo del fiore e quello di Carmen appaiono a metà della baruffa come reintrodotto da Oeser
-Piccoli tagli, nel dialogo dopo la baruffa tra Zuniga, Carmen e Don Josè, che alleggeriscono gli interventi di Mezzosoprano e Tenore.
-Taglio dell’intervento-pantomima delle sigaraie che accusano Carmen come da libretto.

ATTO II

-Ripristino del coro maschile fuori scena e senza accompagnamento « Vivat ! vivat le torero ! Vivat ! vivat Escamillo !» privato però dei versi successivi come in Guiraud, che segue ai dialoghi tra Carmen, Frasquita, Mercedes, Zuniga e Morales e precede l’ingresso di Escamillo,
-In pratica tutto il secondo atto segue la partitura pubblicata da Choudens nel 1875 con i dialoghi, lievemente alleggeriti.

ATTO III

-Dopo il coro ed il quintetto, viene tagliato il dialogo tra Don Josè, le Dancaire e le Remendado.
-Piccoli tagli al dialogo successivo tra Carmen e Don Josè.
-Nel finale dell’ Aria delle carte mancano le frasi : « Bah! qu'importe, après tout, qu'importe ?…Carmen bravera tout, Carmen est la plus forte ! »
-Nel dialogo successivo le battute di Frasquita, Mercedes e Carmen (i nomi Eusebio, Perez e Bartolomè) vengono attribuiti al Dancaire ed al Remendado.
-Le frasi della Guida che accompagna Micaela sono affidate ad Escamillo che così anticipa di molto il suo arrivo.
-Taglio della frase di Micaela « Mon guide avait raison… l'endroit n'a rien de bien rassurant » che introduce l’aria « Je dis que rien ne m'épouvante ».
-La scena del duello segue la stesura completa già approntata da Bizet mentre il finale evita abilmente tutte le alterazioni di Oeser.

ATTO IV

-Ripristino dei dialoghi dopo il coro iniziale.
-Dopo il duettino tra Carmen e Escamillo l’intervento del coro è drasticamente ridotto alla sola frase “ Place, place au seigneur alcade ! “
-Tutto il duetto tra Carmen e Don Josè segue l’edizione accolta sia da Choudens che da Guiraud.

Le uniche cose che lasciano perplessi sono: il taglio della pantomima, che regalerebbe a Moralès un gustoso momento solistico; i tagli che riducono parzialmente gli interventi dei cori; lo spostamento ed i tagli di alcuni dialoghi e l’attribuzione di frasi o parole ad altri personaggi.
A parte queste modifiche la partitura approntata da Didion è a mio avviso quasi ideale, poiché cerca di recuperare il meglio delle riscoperte di Oeser, fondendole con le orchestrazioni ed i tempi di Bizet, dell’edizione di Choudens e di Guiraud.
I dialoghi sfrondati sicuramente agevolano la teatralità della partitura e stancano in misura minore i cantanti, ma per una ripresa solo audio o in caso di pubblicazione video sarebbe auspicabile l’inserimento di tutti i pezzi espunti.

Barenboim imprime al Preludio un ritmo maestoso che coniuga perfettamente ritmo e rispetto dei segni espressivi previsti in partitura, dall’ Allegro giocoso iniziale ai vari pp cresc. molto, con un ottimo gioco di sonorità tutte in crescendo e diminuendo.
L’ingresso del tema del Toreador con i suoi suoni in piano, risulta leggermente mesta, privata di quella forza crescente datagli da Bizet che viene accolta solo nella ripresa, la quale si colora di torni vagamente marziali con conseguente perdita di brio. Efficacissimo invece l’ Andante moderato, che subito identifica il tono funereo del Tema del destino in un crescendo angoscioso in cui tutta l’orchestra sembra scoppiare. E’ a questo punto che si percepisce chiaramente quale sarà la cifra interpretativa in cui Barenboim immergerà l’opera. Cristallizzata in un fraseggio sonoro in cui la tinta lugubre prende il sopravvento, questa “Carmen” diventa una ballata macabra, interessante, ma faticosa al solo ascolto e in fin dei conti monotona. Così è efficacissimo il senso di noia che i soldati respirano sulla piazza, ma è una noia ammantata di lutto in cui si sacrifica la leggerezza di interi brani come l’ingresso di Micaela in cui le note ribattute Poco più animate risultano emesse con svogliatezza, oppure il coro dei fanciulli che diventa un momento drammatico e spiritato invece di caratterizzarsi con i suoi elementi volutamente ingenui, mentre ben ritmata è sicuramente la musica che accompagna Morales e l’ Allegretto che conclude la scena. L’ingresso delle sigaraie risulta prosciugata dalla sensualità e levità che dovrebbe emanare adagiandosi, al contrario, su tempi molli e morbidi, ma irrimediabilmente slavati. Lascia basiti l’Habanera: Bizet prescrive un Allegretto, quasi andantino sottolineando con un espressivo p la maliziosa essenza dell’aria, qui purtroppo annegata in un tempo rallentato che sembra quasi singhiozzare. La Domashenko si cala perfettamente nel tempo scelto da Barenboim, il coro invece viene penalizzato fortemente trasformandosi in una entità ectoplasmatica. Se l’aria di Micaela diventa un’oasi di tenerezza e chiaroscuri, il successivo duetto con Don Josè è talmente macignoso da diventare eterno e espressivamente cinico. Altro che Allegro moderato! Almeno molte delle prescrizioni espressive della partitura relative al canto vengono rispettate. A risvegliare gli animi ci pensa la successiva Baruffa, rigorosa nel saldare le voci con l’orchestra e abile nel dosare l’ironia della scena; mentre di grande suggestione è l’accompagnamento sia della Seguidille in cui la voce e l’orchestra tenuta in piano si rincorrono maliziosamente, sia il travolgente finale primo giocato su una vivacità beffarda.
Se marziale suona l’Entr’acte, sfumato soltanto dalla morbidezza dei flauti, funerea e senza mistero è l’introduzione alla Taverna di Lillas Pastia, mentre la Chanson è resa a ritmo sempre più indiavolato come se fosse un improvviso rilascio di energia. Pesantissima invece la musica dei Couplets di Escamillo, brillante nell’introduzione, ma algida nel prosieguo. Se il Quintetto è diretto con sbrigativa indifferenza, tutta la parte finale è ancora peggio; confuso l’accompagnamento e vistoso lo stacco che si crea tra il maestro ed il palcoscenico visto che i solisti prendono tempi sensibilmente diversi sia tra di loro, sia con l’orchestra che rischia sovente di coprire tutto spinta com’è verso un eccessivo fortissimo. Finalmente il tono “mortifero” trova la sua ragion d’essere con l’ambientazione montanara del III atto in cui Barenboim dona alla Scena delle carte una tenebrosità appropriata e di coinvolgente presa teatrale, a cui si contrappone l’aria di Micaela illuminata da suoni vibranti, un duello attraversato dal grottesco, in cui l’intuizione di Barenboim fa emergere sia il senso di morte sia l’ironia della musica, ed un finale pieno di presagi nerissimi. Forse l’atto più bello e riuscito. Il IV Atto cancella ogni traccia di trionfalismo, così sia l’Entr’acte, sia la scena sulla piazza sono pervase dal pessimismo, così più che a una vivace piazza di Siviglia sembra di assistere ad una processione funebre, accompagnata da percussioni che sono vere e proprie mazzate; gli stessi presagi di morte che chiudevano l’Atto precedente, accompagneranno il duettino tra Carmen ed Escamillo e tutto il duetto finale in cui l’orchestra che si colora di suoni aspri e ovattati sancirà con crudezza la morte della protagonista.

Naturalmente carismatica e fascinosa la protagonista, Marina Domashenko; scenicamente strepitosa nel suo tratteggiare una Carmen hitchcockiana, bionda fasciata in un aderente abito nero, algida e sensualissima, fiera e autodistruttiva, la Domashenko domina la scena con le sue occhiate e le sue movenze calcolatissime.
La voce emerge per il timbro da vero mezzosoprano calda e timbrata soprattutto nel registro centrale e nelle note gravi che solo a volte risultano tendenzialmente gutturali, mentre salendo note come Mi, Fa e Sol3 suonano schiacciate, poco timbrate e indietro; ma è un’artista sensibile e intelligente e oltre ad essere attentissima alle esigenze che la partitura richiede nell’espressività (forcelle, piani, pianissimi, portamenti, acciaccature) e nonostante un legato non proprio irreprensibile, riesce a colorare le sue frasi usando un erotismo freddo da femme fatale senza mai rincorrere il facile effetto “verista” poco coerente con una partitura come “Carmen”.
Se mettesse a posto i problemi suddetti avremmo a disposizione una protagonista interessantissima.

Rolando Villazón fa rabbia. Rabbia per aver sperperato in meno di 10 anni una voce dal bellissimo timbro schietto e mediterraneo, naturalmente espressiva, sull’altare poco fruttuoso della schizofrenia sonora e dell’imitazione di Placido Domingo. Il problema di Villazón è che la voce risuona sempre o in gola o nel naso, ma mai in maschera, così gli acuti sono sotto perenne sforzo ed emessi in fortissimo, ed i registri di passaggio suonano putroppo sbiaditi e fuori dall’intonazione.
Il primo duetto con Micaela ed il duetto con Carmen dopo la Seguidille risuonano nel naso nella vaga ricerca di un suono “alla Domingo”, ma senza la sua robustezza, con il risultato di apparire inespressivo o manierato e con problemi nella tenuta della linea di canto.
Fa rabbia, perché al II Atto, dopo una canzonetta fuori scena generica, esegue un’Aria del fiore sorprendente per la pienezza del coinvolgimento, per lo slancio interpretativo, per l’attenzione ai segni espressivi e ai dettagli del fraseggio;
uniche pecche, i La e Si naturali in fortissimo al confine col grido.
Fa rabbia perché nel IV Atto fino a quando la voce si trova a gravitare nel registro centrale Villazón non ha problemi, ma appena la tessitura sale, e l’ultima parte è pericolosa da questo punto di vista, le inflessioni “veriste” si impossessano del suo fraseggio trasformandolo in un molesto urlatore e impoverendo il suo canto.
Fa rabbia perché il suo Don Josè è identico al suo Alfredo, che è identico al suo Elvino, che è identico al suo Duca, che è identico al suo Werther, che è identico al suo Don Carlo etc. cioè un bamboccio insicuro e romantico, ma dagli scatti violenti e devastanti.
Peccato, perché l’attore è notevole, il carisma non gli manca e vederlo alla fine del III Atto con la bocca spalancata in un grido muto mentre a terra giace Micaela svenuta, mi ha fatto tornate alla mente Al Pacino alla fine de “Il Padrino parte III”.

Lunga la frequentazione di Norah Amsellem con il ruolo di Micaela; fraseggio sempre interessante, sempre pudico ed energico, diligente nello sforzarsi di rispettare la partitura, sostenuto però da voce il cui timbro solare non ne maschera la fragilità.
Il Re3 è sempre fisso, il registro centrale luminoso, ma lievemente afflitto da vibrato che non risulta troppo molesto, gli acuti sempre un po’ vetrosi ed i gravi senza smalto cercano di essere redenti da una interpretazione in punta di piedi, ma senza leziosità.

Di monotonia esasperante, tutto concentrato a risolvere Escamillo in maniera grossolana, Alexander Vinogradov si distingue per un timbro gradevole funestato da un vibrato persistenze, intonazione di dubbia solidità, Mi e Fa acuti grigiastri e stimbrati, tutti problemi che affossano inesorabilmente i suoi interventi.

Voci legnose e poco inclini alle sfumature quelle di Kay Stiefermann, Morales, Jan Zinkler, Dancairo, e Gustavo Pena, Remendado, mentre si distinguono per giuto mix di brio e spigliatezza Julia Rempe e Susanne Kreusch rispettivamente Mercedes e Frasquita ed il sonoro Christof Fischesser, Zuniga.

Lo spettacolo di Martin Kusej farà la gioia di chi cerca di trovare simboli e oroscopi nella psiche del regista che in fin dei conti ci dona una “Carmen” innocua che si dibatte tra “Teatro di regia” e “Tradizione”. Scena completamente bianca al cui centro sorge un cubo girevole semi sommerso dalla sabbia al I Atto; una cisterna al II per la Taverna; un “diruto abituro” al III; scena vuota al IV. Provocazioni? Poche e banali. Carmen non è una sigaraia e non lo sono nemmeno le sue compagne; forse prostitute, forse modelle di lingerie in pausa sigaretta, forse semplicemente ideali di donna la cui femminilità è rappresentata da una sciarpa rossa che perseguiterà il povero Don Josè fino a diventare la benda del suo supplizio.
Si, perché il tutto è rivissuto dall’uomo mentre spirante narra la sua storia a Micaela, escamotage sfruttatissimo fin dai tempi di Prosper Mérimée che ovviamente non fa danni. Il coro dei bambini accompagna dei soldati-zombi che tornano dalla guardia; il coro è raffigurato spesso come un insieme di fantasmi e assisterà. come in una Corrida, allo scontro tra Don Josè e Carmen che cercherà la morte volutamente in maniera sbrigativa, mentre alle sue spalle verrà portato il cadavere di Escamillo ucciso dal toro. Una Habanera con figuranti smutandati e stesi al sole; la fuga di Carmen che si lancia nel vuoto (“O Zuniga, avanti a Dio!”) senza che i sei uomini in scena facciano nulla per fermarla; una foto pronta per Facebook a concludere il Quintetto al II Atto e il ferimento involontario di Micaela da parte di Don Josè che spara alla cieca al III, non traumatizzano più di tanto, ma almeno il regista ha il pregio di far recitare tutti gli artisti in maniera credibile.

Caloroso successo per tutti gli artisti con punte di trionfo per Villazón e la Domashenko. Applausi ritmati per Barenboim salutato dall’entusiasmo del pubblico al suo apparire in scena con tutta l’orchestra schierata.




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domenica 6 dicembre 2009

La semana de Carmen, sesta giornata. Dirigere Carmen / 5: Thomas Schippers e James Levine

Due dei più rinomati direttori americani come Thomas Schippers e James Levine, nel bilancio delle rispettive carriere, sembrano aver affrontato Carmen in modo casuale. Nessuno dei due ha legato il proprio nome a quest'opera, nonostante entrambi abbiamo approcciato l'opera nel più celebre teatro americano, il Metropolitan Opera House di New York. Rispettivamente Schippers vi diresse solo 5 recite nel 1957 mentre Levine ve ne ha diretto 3 riprese fra il 1986 e il 2004 per un totale di 44 recite. Non restano testimonianze delle Carmen newyorchesi di Schippers, immortalata, invece, in un audio del Festival di Spoleto 1962 con Shirley Verrett, giovanissima debuttante cantante e protagonista, e nel disco Decca dell'anno seguente con un cast di divi Decca come Resnik, Del Monaco, Sutherland, Krause. Di Levine è possibile ascoltare e vedere ben due edizioni del Metropolitan in video con allestimenti di Peter Hall e Franco Zeffirelli.

Un direttore dai tratti geniali come Schippers nel dirigere Carmen purtroppo non risulta, all'ascolto dei documenti audio, all'altezza della propria fama. Non sappiamo se questo sia da imputare ad una scarsa preparazione dell'opera oppure semplicemente ad una visione poco coerente e chiara del direttore stesso. Quel che è sicuro è che la Carmen di Schippers, soprattutto nell'esecuzione live è un'occasione mancata. Bisogna dire che in nessuno dei due casi delle testimonianze sonore Schippers si è trovato ad avere un cast all'altezza della situazione, eccezion fatta per la Verrett del live e la Sutherland/Micaela del disco. Forse un direttore dal grande impatto teatrale come Schippers avrebbe avuto bisogno di cast meglio assortito e composto di cantanti più avvezzi al piegarsi alla creazione di una visione maggiormente teatrale dell'opera.

Già dal preludio l'esecuzione di Schippers si rivela come molto nervosa, tesa ad un tempo veloce, diventa addirittura marziale nel tema del toreador, incisiva in quello cosiddetto del destino che precede l'apertura del sipario, dove gli archi sono tesi fino allo spasimo. Nel primo atto Schippers adotta tempi molto brillanti e veloci, quasi a voler descrivere la vivacità del quadro d'assieme da Opéra Comique, risultando però alterno nella riuscita. Dal vivo, infatti, l'esecuzione è asciutta, il tempo è perennemente veloce, salvo che nell'Habanera, eseguita con un tempo lento e sensualeggiante, che ben favorisce le possibilità timbriche ed espressive della giovane Shirley Verrett, capace di accenti leggeri e ammiccanti anche nella Seguidille. Qui però, complice il direttore, non risulta varia e sensuale come si vorrebbe, ossia come da sparito, e finisce nel finale col divenire pesante. In studio, invece, Schippers riesce ad essere più vario, complice forse l'Orchestra della Suisse Romande, di qualità superiore rispetto all'Orchestra Filarmonica di Trieste, rendendo i colori caldi e vivi nella prima parte, sfumati all'entrata delle sigaraie e insinuanti nella parte finale, salvo dover fare i conti con la senescente organizzazione vocale di Regina Resnik e la stentorea linea vocale di Mario Del Monaco, entrambi in stato di declino avanzato.
Nel secondo atto il tempo staccato per la Chanson bohème dal vivo è veloce sin dall'incipit, perdendo in questo modo il gioco di dinamica che l'orchestra e i cantanti devono avere per rendere l'esecuzione delle ripetizioni della chanson, che dovrebbe, per non essere monotona aumentare progressivamente il proprio ritmo di volta in volta per arrivare allo sfogo finale. A riprova d'una concertazione superficiale o affrettata sia che anche questo numero in studio è meglio riuscito, Schippers trova infatti un tempo più congeniale all'Andantino prescritto in partitura, rendendo di conseguenza la dinamica più varia. All'entrata di Escamillo, poi, Schippers deve fare i conti sia a Spoleto che nel disco Decca con interpreti incapaci di varietà di dinamica, sprovvisti della pur minima attenzione per gli accenti e le sfumature che lo spartito suggerisce per creare un'atmosfera di fascino e mistero attorno ai couplet del toreador (a Spoleto William Chapman ed in disco Krause) enfatico e traboccante maschile prosopopea nella narrazione delle proprie gesta. Ancora in questo numero, nella ripresa del tema all'unisono di tutti i personaggi, Schippers, eccedendo con i volumi orchestrali, diventa pesante.
Le cose migliorano con la scena del fiore, questa volta più dal vivo che in disco, qui complice la presenza dell'anziano Del Monaco, impegnato a sfoggiare il suo canto stentoreo e muscolare, per giunta privo della freschezza degli esordi, ormai in perfetto declino, anche volendo passare sopra la completa travisazione del personaggio di Don José e della pagina in questione, che richiederebbe un canto più a fior di labbra, una dinamica varia e sfumata, capacità di smorzare i suoni a tutte le altezze, insomma capacità di saper cantare creando momenti di magia vocale come un vero tenore di fine '800. Il tenore di Spoleto George Shirley non si distingue per alcun merito e Schippers accompagna il suo canto con più trasporto rispetto a quanto sentito nelle scene precedenti, pur rimanendo sempre difficile all'abbandono estatico della reminiscenza del racconto di Don José.
Il finale d'atto è uno dei momenti migliori della direzione di Schippers, dove riesce a trasformare tempi veloci e nervosi in teatralità e drammaticità vorticosa, nella sua visione di Carmen infatti i momenti migliori risultano essere alla fine sempre le scene d'assieme, dove la costruzione di tableaux vivants viene resa tramite tempi brillanti e una concertazione sempre e comunque molto attenta ai dettagli e a non perdere i singoli personaggi che questi assieme vanno a formare.
Arrivati al terzo atto la scena del rifugio dei contrabbandieri suggerisce a Schippers colori cupi. Ed è però una scena riuscita a metà, in quanto:

- dal vivo è bello il recitativo che precede le carte, dove Carmen affronta Don Josè intimandogli di tornare alla vita, che continua a rimpiangere, qui l'orchestra e una bravissima Shirley Verrett donano a Carmen una statura tragica e sensuale allo stesso tempo.
- Subito dopo Schippers accompagna la scena di Mercedes e Frasquita con grande brillantezza, tempo allegro come da spartito ma attenzione a rendere le frasi delle due zingarelle con brio e leggerezza, quasi un momento di gioco e riso delle due, in contrapposizione al momento cupo e drammatico vissuto da Carmen nel leggere le carte. E forse per creare e accentuare questo contrasto i colori all'entrata di Carmen nel brano si fanno cupi, lenti.
- La Verrett è molto brava nel seguire la dinamica dello spartito, facendo di necessità vocale una virtù nell'evitare di gonfiare il registro di petto, mantendendo invece la dinamica sempre tra il piano e il mezzoforte, concedendosi solo quache effetto nel ripetere con enfasi La mort!. Nella chiusa del numero però, nell'unirsi del canto delle tre donne, l'orchestra più che leggera assume un ritmo serrato, perdendo l'effetto drammatico creato poco prima.
- In studio i tempi sono più rilassati, tesi ma non nevrotici. Forse complice la presenza di Regina Resnik gli accenti di Schippers all'entrata di Carmen sono più enfatici, esasperati. La Resnik non può vantare la compostezza e la freschezza vocale della Verrett e, pur avendo buone intenzioni di fraseggio, vanifica il tutto in un'organizzazione vocale senescente e disastrata, con un registro di petto gonfiato a dismisura e note oscillanti dal fa acuto in su.
- Nel duetto tra Escamillo e Don José Schippers è privo di mordente, è letteralmente tirato via, complice anche la modestia degli interpreti maschili. Ritrova un clima teso e drammatico nel finale, migliore in studio rispetto all'esecuzione live, non fosse altro che per gli interventi di Micaela/Joan Sutherland, paradisiaci.

Il IV atto si apre con una festa di colori, che Schippers ancora una volta rende tramite tempi veloci, che rischiano, però, di divenire sempre pesanti ed esasperati. Nel finale dell'opera può venire fuori la propria natura di direttore di grande carica teatrale, costruendo un confronto secco, nervoso negli scambi di battute fra i protagonisti, riuscendo in questo soprattutto dal vivo, dove i colori sono vari e dove la dinamica orchestrale prevista da Bizet è rispettata alla perfezione. Bravissima la Verrett, Carmen dall'accento semplice, ma ferino ed incisivo e dalla linea vocale ancora sicura e scintillante che sovrasta il partner George Shirley. Anche in studio il finale è un momento di tesa e forte drammaticità, ma qui gli accenti orchestrali sono esasperati, dovendo fare i conti con i resti della Resnik e di Del Monaco, a volte addirittura intercambiabili come timbro e per effettacci.
Un'occasione mancata la Carmen di Schippers per quanto riguarda la visione dell'opera nella sua totalità. Manca a questa Carmen un marchio distintivo, una cifra precisa che la distingua dalle altre, tendendo a volte a creare un clima da Opera-Comique, a volte teso ad esasperare la drammaticità presente nella partitura di Bizet.

Nell'affrontare un titolo di tradizione come Carmen, James Levine, direttore avvezzo ai grandi titoli del repertorio operistico come al repertorio sinfonico, non cerca di trovare innovazione alcuna o una lettura particolare, ma si limita ad offrire un'esecuzione dalla spiccata teatralità, classica nel suo cercare di rispecchiarsi nelle grandi esecuzione di tradizione dell'opera. E' senz'altro una Carmen viva, diretta con piglio sicuro ed energetico, capace di suggerire i colori della Spagna e la tensione drammatica andando magari a soccorrere cantanti incapaci di seguire il dettato dello spartito, arginando, se non altro, i danni.

Nel Preludio, rispetto a Schippers, i tempi sono più moderati e in fondo coerenti; c'è forza ed energia, preparando un primo quadro dell'opera pieno di colori, pieno di vitalità, senz'altro adatto all'allestimento, che accompagna quest'esecuzione, ossia quello di Franco Zeffirelli presentato al Metropolitan nel 1997. Anche Levine da subito si trova a dover fare i conti con un cast mediocre, in primis la Micaela dalla voce piena d'aria della giovane Angela Gheorghiu, Micaela dalla linea vocale poco plausibile. Già dalla prima scena Levine è attento a dosare e cambiare la dinamica e i colori dell'orchestra nello scambio di frasi fra i personaggi, per esempio durante il colloquio fra Micaela e Zuniga, suggerendo di volta in volta colori ed accenti diversi, senza però mai diventare petulante. Anche l'allegro successivo, la scena del cambio della guardia, è staccato con vitalità senza diventare mai stucchevole. L'orchestra di Levine la fa da protagonista per tutto il corso dell'opera infatti, rendendo i colori molto forti, sensuali all'entrata delle sigaraie e di Carmen, che entra come in un vortice di sensualità e vitalità, che non trova, però, corrispondenza nel canto di Waltraud Meier, poco sensuale per timbro e linea vocale, nonostante la bellissima figura e il carisma scenico. Forse per questo il tempo dell'Habanera è privo di abbandono sensualeggiante.
Molto bello è poi la seguente esecuzione del tema del destino, che accompagna il lancio del fiore da parte di Carmen, drammatico e teso senza diventare nevrotico o pesante.
Dovendo fare i conti con la giovane, inesperta ora come allora, Gheorghiu e l'anziano Domingo, entrambi censurabili, nel seguente duetto fra Micaela e Don José, Levine limita l'abbandono, che converrenne al momento scenico, lasciando spazio ad un'esecuzione del duetto poco estatica e più carica di pathos, perlomeno nell'orchestra. Ancora Levine è molto bravo nel finale del primo atto, con una Seguidille che inizia fresca, un sorriso ammiccante, con accenti sensuali e provocatori, e cambi di dinamica orchestrale all'interno dell'aria, che passa dall'allegretto iniziale al moderato per, poi, variare al loro interno con continui crescendo e diminuendo, richiesti dallo spartito in maniera molto chiara. Levine rende queste variazioni dinamiche senza mai perdere l'unità del numero e la sensualità di fondo che anima la scena, suggerendo questi accenti anche alla Meier, purtroppo limitata da un timbro e da un'emissione senescente.
Energia e vitalità sono le parole chiave anche del secondo atto, aperto da una chanson bohemienne segnata da accordi marcati e decisi e prosegue via via sempre più sensuale per diventare orgiastica nel finale, senza incappare in pesantezze di sorta. Stesso dicasi per il tripudio di colori, che accompagnano l'entrata del toreador, vanificati dal canto di Sergej Leiferkus, stentoreo e fibroso. Dovendo accompagnare Domingo nella scena del fiore Levine cerca più che mai di essere un bravo accompagnatore e si limita a seguire l'esigenze dell'ormai anziano Don José. Il direttore ritrova colori e seduzione alle frasi di Carmen sopra un'orchestra che dapprima, insinuante poi via via più sensuale e incanzante, come lo è Carmen nei confronti di Don José.
I momenti estatici Levine può renderli meglio quando è la sola orchestra a farla da padrona, per esempio nell'interludio fra II e III atto, sognante, perfetta descrizione prima della notte fra le montagne, in un atmosfera tranquilla e contemplativa e poi contrastare con l'ingresso dei contrabbandieri intenti ai loro traffici. Nella scena delle carte, rispetto a Schippers, Levine caratterizza meno il canto di Frasquita e Mercedes, limitando quindi il contrasto con la seguente e drammatica entrata di Carmen. Levine non indugia in lentezze, che sarebbero di sicuro impatto drammatico, preoccupato di sostenere il canto della Meier, in difficoltà qui più che altrove, che si produce in uno sgangherato sprechgesang pieno di suoni chiocci da essere, addirittura, persino peggiore della declinante Resnik dell'edizioni in studio di Schippers. Molto vigore ha il duetto tra Don José ed Escamillo, una vera e propria sfida in un clima di grande tensione, resa più dall'orchestra che tramite il canto dei protagonisti (per la cronaca la scrittura di don Josè molto centrale e declamata giova a quelche resta di Domingo), per sfociare nelle grandi frasi drammatiche del finale dove Levine sorregge con la teatralità dell'orchestra l'intera compagine vocale.

La teatralità di Levine esplode nella vivace scena iniziale del quarto atto, dove i colori della Spagna diventano vividi e solari. A dispetto di un coro un pò chiassoso a precedere l'entrata di Escamillo Levine trova colori particolareggiati, caldi, che precedono un finale molto statico, dal colore nettamente fosco e cupo, forse poco nervoso per via dei due interpreti, che sicuramente sarebbero stati sfavoriti da una visione ed esecuzione più accesa della scena, che Levine conduce come un confronto pesante, poco incline allo slancio drammatico.

Che Levine sia un grande direttore, talvolta geniale nessuno lo discute, ma altro ammiriamo in questa recita dal vivo, ossia la capacità oggi unica (ma non lo era ai tempi di Walter, Beecham e Mitropoulos) e rappresentata dal direttore americano di come il grande direttore da opera debba essere in primis un grande accompagnatore capace di far coesistere, in gergo "tenere" palcoscenico e buca orchestrale. In questo l'ultimo e più recente è ancora il più antico. Unico e solitario oggi, come le ultime due "puntate" e il futuro confermano.



Gli ascolti

Dirigere Carmen / 5


Atto I

Preludio - Thomas Schippers (1962), James Levine (1996)

Atto II

Non, tu ne m'aimes pas...Holà! Carmen!...Bel officier...Ami, suis-nous à travers la campagne - Shirley Verrett, George Shirley, Maxine Antiochia Norman, Lelia Bersiani, James Loomis - Thomas Schippers (1962)

Entr'acte - Thomas Schippers (1962)

Atto III

Ecoute, écoute, compagnon, écoute! - Shirley Verrett, Maxine Antiochia Norman, Lelia Bersani, George Shirley - Thomas Schippers (1962)

En vain pour éviter les réponses amères - Shirley Verrett, Maxine Antiochia Norman, Lelia Bersani - Thomas Schippers(1962), Waltraud Meier, Mary Dunleavy, Kristine Jepson - James Levine (1997)

Atto IV

A deux cuartos - James Levine (1997)

C'est toi? C'est moi! - Shirley Verrett & George Shirley - Thomas Schippers (1962), Waltraud Meier & Placido Domingo - James Levine (1997)

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sabato 5 dicembre 2009

La semana de Carmen, quinta giornata. Dirigere Carmen / 4: Zubin Mehta, Claudio Abbado, Carlos Kleiber

Tre Carmen allestite nell’arco di un decennio, dirette da bacchette che presentano alcuni elementi, non solo biografici, in comune: Zubin Mehta (Met 1969), Claudio Abbado (Festival di Edimburgo 1977) e Carlos Kleiber (Opera di Stato viennese 1978). Tre direttori nati negli anni Trenta, rampolli di famiglie di musicisti, formatisi in area mitteleuropea (Monaco e Düsseldorf per Kleiber, Vienna per gli altri due) e giustamente celebri e celebrati per i grandi esiti in campo sinfonico. Il repertorio operistico, massime quello francese, non è mai stato fra le priorità di questi Maestri, sebbene Abbado sia stato direttore musicale prima della Scala e poi dell’Opera di Vienna, e Mehta sia attualmente il direttore principale del Maggio Musicale Fiorentino. Se si esclude un Faust in provincia negli anni giovanili, non risulta che Abbado abbia affrontato altri titoli che possano accostarsi a quello di Bizet (Gounod, Massenet, Offenbach e così via), e di fatto ha proposto Carmen, dopo il debutto nel 1977 a Edimburgo (ripreso l’anno successivo), alla Scala nel 1984 (con Shirley Verrett e Agnes Baltsa) e poi, a Vienna, nel 1988, 1990 e 1991 (sempre con Agnes Baltsa, ogni volta per un pugno di recite). Quanto a Kleiber, dopo il debutto a Stoccarda nel 1968 (con Julia Hamari), ha affrontato la fascinosa zingara solo a Vienna nel 1978, ed è questo il nastro cui facciamo riferimento. Decisamente più assidua la frequentazione del titolo da parte di Mehta, che ha concertato l’opera al Met per una ventina di serate dal 1967 al '69 (dirigendo nella parte Grace Bumbry, Elena Cernei, Shirley Verrett, Mignon Dunn e Regina Resnik: purtroppo non possediamo che l’audio di quest’ultima) e poi ancora a Londra nel 1991 (Maria Ewing) e a Firenze nel 1993 (Denyce Graves) e nel 2008 (Julia Gertseva).

Si tratta di letture pregevoli, con diverse frecce ai rispettivi archi, realizzate con solido mestiere e in alcuni punti con qualcosa di più del mestiere. Eppure nessuna delle tre registrazioni può definirsi pienamente soddisfacente, soprattutto se confrontata con alcune di quelle esaminate nelle puntate precedenti. Nessuno dei tre direttori (due dei quali considerati da buona parte di critica e pubblico esempi di perfezione assoluta e assurti, in vita, agli onori degli altari) coglie fino in fondo la natura di Carmen, quella mescolanza strana e perturbante di comicità, tragedia e lirismo.

Si consideri ad esempio l’edizione diretta dal giovane Mehta, che segue la versione tradizionale con i recitativi di Guiraud. La scelta di tempi stringati e scarsamente indugianti è funzionale alla presenza, nel ruolo eponimo, di una Resnik che potremmo definire madre spirituale dei sopranisti oggi in cospicua attività, non solo nel barocco ma anche in repertori affini a quello bizetiano: una voce sgraziata perché emessa alla bell’e meglio, di soprano lirico-leggero, per giunta afonoide in prima ottava, tutta vezzi e birignao (già rodata Clitennestra, Erodiade e Contessa della Dama di Picche, la signora, al culmine dello sfascio, avrebbe di lì a poco debuttato la Marchesa di Berkenfield). È chiaro che con una simile Carmen i margini di una lettura drammatica e accesa siano assai limitati, ma ciò non toglie che in orchestra, soprattutto negli interludi sinfonici, occorrerebbero altra varietà di colori e altra sapienza agogica per costruire il mondo che ruota attorno alla fascinosa (in altre edizioni) gitana. Il preludio, ad esempio, evoca, più che la Spagna della corrida, mondo gioioso e terribile, il celebre parco Disney nei pressi di Orlando. Idem dicasi per il quarto atto, in cui la sfilata dei toreri assume dimensioni giustamente grandiose ma non conserva traccia del caldo soffocante, dell’attesa fanatica e spasmodica, della violenza latente della feria sivigliana. Al massimo siamo sulla 34° Strada in occasione della Festa del Ringraziamento. Fortunatamente l’edizione è illuminata dalla presenza di uno dei massimi Don José “dopo il 78 giri”, vale a dire Richard Tucker, che a cinquant’anni abbondantemente suonati, e malgrado acuti un poco forzati (ma la parte è, nel complesso, assai centrale), si conferma protagonista di assoluto riferimento, per la cavata impressionante, il fraseggio duttile ma privo di sbracamenti nel parlato o semplicemente nell’effetto gratuito, e la facilità con cui nel finale ultimo riesce a smorzare i suoni in zona di passaggio, dimostrando che in questo modo, e non in altri, si è grandi cantanti e si può, di conseguenza, aspirare ad essere grandi interpreti.

Abbado, alla testa della London Symphony Orchestra e alle prese con l’edizione Oeser (con qualche taglio qua e là, ad esempio il da capo del duetto Don José-Escamillo), è ammirevole per precisione e leggerezza di tocco, cogliendo nelle parti più “leggere” (habanera, seguedilla, quintetto, morceau d’ensemble al terzo atto, dialogo fra Carmen e le amiche prima del finale) lo spirito del genere opéra-comique e assecondando al tempo stesso come meglio non si potrebbe la protagonista, Teresa Berganza, la cui Carmen, costruita a partire dal modello di Conchita Supervía, costituisce una delle creazioni più fascinose dell’artista madrilena. Priva di voce privilegiata in natura e sprovvista, nel registro grave, dello spessore richiesto da scene come la chanson bohème e il terzetto delle carte, il mezzosoprano spagnolo si serve di questi limiti per disegnare un personaggio lieve e sfuggente, sommamente enigmatico, che solo nel finale sembra rendersi conto di essere finita, quasi per gioco, alle soglie della vita e della morte e si accorge, per la prima volta, di avere paura, perde il controllo, sfida per l’ultima volta don José ma senza l’antica leggerezza, e firma così la sua condanna a morte. Una simile protagonista avrebbe richiesto un direttore meno simile a lei, un Mitropoulos, capace di descrivere, in orchestra, la battaglia interiore che Carmen vive quasi a propria insaputa, e non un accompagnatore abile e attento, ma invariabilmente freddino, come Abbado. Il maestro milanese riesce, per contro, a fare un grande servizio all’altro protagonista, il solitamente assai brado Plácido Domingo, aiutato da tempi ragionevolmente spediti ma senza irragionevoli accelerazioni: si ascolti ad esempio la romanza del fiore, in cui il morbido tappeto sonoro cesellato da Abbado compensa splendidamente le pecche del tenore (e i suoni assai avventurosi in fascia sol-sib acuto) e al tempo stesso gli consente, con opportuni rubati e sapienti indugi, di gestire il fiato in modo da arrivare ragionevolmente integro al termine del brano. Purtroppo si cercherebbe invano un’identica sapienza orchestrale negli interludi sinfonici, assolutamente qualunque, fin dal Preludio, solfeggiato e ben poco fascinoso.

Resta da dire di Carlos Kleiber, che per certi versi si ricollega al filone delle Carmen monumentali alla Karajan, per altri se ne distacca decisamente, senza però trovare un equilibrio fra grandeur ed estroversione drammatica. L’edizione seguita è una strana mescolanza di edizione tradizionale e revisione di Oeser, con apertura di tagli quali il mélodrame Don José/Moralès e la riproposta dei dialoghi parlati, cui però a volte si sostituiscono i recitativi di tradizione (ad esempio quello, bellissimo, che introduce l’aria di Micaela). A ciò si aggiunga lo spostamento dell’ultimo entr’acte, collocato qui dopo il coro d’introduzione “A deux cuartos”, e utilizzato quale divertissement coreografico. Un patchwork a-filologico che, con buona pace dei puristi, non disturba più di tanto e che si fonde piuttosto bene con il celebre e lussuoso spettacolo di Franco Zeffirelli. L’orchestra è impressionante per vigore e precisione negli interventi solistici (anche nei momenti di maggiore tensione, come il tumulto delle sigaraie e la chiusa della chanson bohème, a conferma del fatto che le esasperazioni agogiche sono raccomandabili solo e unicamente a quei direttori che posseggano un perfetto controllo dell’arte loro), ma risulta spesso un poco fracassona, segnatamente nel gruppo degli ottoni. La scelta di tempi esasperatamente stringati è, ancora una volta, funzionale alla prova dei protagonisti, Elena Obraztsova, di voce grande quanto sgangherata, e il già citato Domingo, qui ancora più provato che nella recita di Edimburgo. Fra l’altro la Obraztsova, prima di scatenarsi nella chanson bohème e poi, davvero senza limiti, nel duetto finale, è insolitamente contenuta e sorvegliata nel mélodrame dell’arresto, evidentemente per ordini “superiori”. Gli stessi che, di concerto con un tempo moderato, ma non artificiosamente dilatato, e un’orchestra mantenuta nell’ambito di sonorità raccolte, consentono alla non più che modesta Isobel Buchanan di sortire un bell’effetto dall’aria di Micaela. Aria che per inciso fu, forse non del tutto impropriamente, considerata “degna di una corista” dal soprano cui era stata affidata la prima esecuzione del ruolo a Londra, nel 1878. Purtroppo nel “Fiore” non si riscontra, da parte del direttore, analoga perizia, e la prova di Domingo si colloca, di conseguenza, a un livello drasticamente inferiore rispetto a quella dell’anno precedente. Nel complesso quella di Kleiber è una Carmen di grande effetto, ma che, forse per il desiderio di evitare il folklore da operetta e il “grazioso” di maniera, enfatizza le tinte, esaspera i contrasti e perde così di vista l’aspetto più fascinoso e in fondo insondabile dell’opera, la leggerezza che tanto affascinava Nietzsche. Il rischio in agguato è quello di ridurre la bruciante tensione drammatica a una sorta di parodia involontaria. E questo, lo ribadiamo, malgrado il braccio sicuro del Maestro non lasci nulla al caso o all’approssimazione.



Gli ascolti

Dirigere Carmen / 4


Preludio - Zubin Mehta (1969), Claudio Abbado (1977), Carlos Kleiber (1978)

Atto I

Avec la garde montante - Zubin Mehta (1969)

Au secours! au secours! n'entendez-vous pas?...Tra la la, coupe-moi, brûle-moi - Elena Obraztsova (1978)

Près des remparts de Séville - Teresa Berganza (con Plácido Domingo - 1977)

Entr'acte - Zubin Mehta (1969)

Atto II

Les tringles des sistres tintaient - Elena Obraztsova (1978)

Nous avons en tête une affaire - Teresa Berganza, Nan Christie, Alicia Nafé, Gordon Sandison & Geoffrey Pogson (1977)

Halte-là! Qui va là? - Richard Tucker (1969)

Je vais danser...Au quartier! Pour l'appel! - Regina Resnik & Richard Tucker (1969)

La fleur que tu m'avais jetée - Plácido Domingo (1977, 1978)

Entr'acte - Carlos Kleiber (1978)

Atto III

Mêlons! Coupons!...En vain, pour éviter les réponses amères - Teresa Berganza (con Nan Christie & Alicia Nafé - 1977)

Je dis que rien ne m'épouvante - Isobel Buchanan (1978)

Holà! Holà! José! - Regina Resnik, Richard Tucker, Judith Raskin & Justino Díaz (1969)

Entr'acte - Claudio Abbado (1977)

Atto IV

A deux cuartos!...Les voici, voici la quadrille...Si tu m'aimes, Carmen...Carmen, un bon conseil...C'est toi? C'est moi - Regina Resnik, Richard Tucker & Justino Díaz (1969), Teresa Berganza, Plácido Domingo & Tom Krause (1977), Elena Obraztsova, Plácido Domingo & Yuri Mazurok (1978)

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