I recentissimi eventi luttuosi di Bayreuth, la scomparsa del nipote del genio di Lipsia, hanno dato lo spunto al Corriere della Grisi per un fervido pensiero diviso in due parti: la prima riporta il punto di vista antiwagneriano del sottoscritto, il secondo quello di Marianne Brandt, assai più addentro di Duprez nei misteri di casa Wagner.Parte I - L'Antiwagneriano
Con l’ingresso (trionfale?) di Wolfgang Wagner nell’ampia sala del Walhalla, si apre una nuova stagione per il wagnerismo militante: una nuova fase che richiama certi autunni lividi e grigi e che profuma di decadenza. Il mito, ormai svuotato dai troppi anni di affarismo e gestione padronale, e i rituali, che ancora oggi – nonostante tutto – replicano con stanchezza quelli già ridicoli (per menti laiche e libere da “dottrina”) elaborati dall’ambizione smisurata del nonno (e presi sul serio dall'altezzosa vanagloria della vedova), hanno lasciato il posto ad un nulla elaborato e autoreferenziale che prelude all’imminente Götterdämmerung!
La scomparsa di Wolfgang tra i pomposi fumi wagneriani (verrebbe da dire “fumi, ormai, privi di arrosto”) apre una delicata e improbabile corsa alla successione: le eredi designate non hanno certo la statura artistica e manageriale per reggere il peso di tale eredità; né, pare, il coraggio per rinnovare un canone (anche interpretativo) che ormai fa acqua da tutte le parti (il Festspielhaus è, oggi, un’impresa turistica: regno indiscusso del peggior teatro di regia, palcoscenico uso alla celebrazione dell’attuale mediocritas wagneriana – neppure troppo aurea – e podio per una inutile sfilata di Kapellmeister da due soldi); e neppure la forza per affrontare apertamente le annose vicende di un passato (discusso e assai poco presentabile) con cui nessuno dei diretti interessati si è mai voluto confrontare e che, anche attraverso discutibili e spregiudicate metamorfosi ideologiche, si è cercato di rimuovere in modo surrettizio. Lungi dal voler fare un bilancio della gestione di Wolgang – solo mi fa sorridere il fatto che si continui ad indicare quale merito grandissimo, tale da renderlo degno di compianti e celebrazioni, la scelta di affidare il Ring del centenario all’accoppiata Chéreau/Boulez (che è come attribuire lodi per meriti altrui), ignorando o fingendo di ignorare il fatto che Wolfgang fu scettico sino all'ultimo, tanto da pensare di assumersi lui l'incarico, e solo influenze esterne lo convinsero a desistere, salvo, dopo il grande successo ottenuto, assumersi interamente ogni merito – mi chiedo se vi sarà, a questo punto, un auspicabile ritorno in scena del figlio reietto: Gottfried (forse l’unica risorsa per ridare un senso al “mito” stracotto di Bayreuth). Ma quale fu la colpa terribile del più promettente discendente di Richard (per il quale era già pronto un destino radioso al Festspielhaus)? Molteplici e intollerabili per il Santo Uffizio wagneriano, che veglia da sempre sull'ortodossia ai dogmi imposti da Cosima. Innanzitutto la contestazione del verbo di Bayreuth (neue o alte che sia); poi il sacrosanto disgusto e imbarazzo per certe fotografie e filmini (trovati nella soffitta di Villa Wahnfried) dove papà, zio Wieland, le zie Friedelind e Verena, e nonna Winifred, andavano a braccetto con lo Zio Wolf o il suo ministro della propaganda; la volontà di affrontare una volta per tutte l'imbrazzante antisemitismo del bisnonno, di Cosima e di Winifred (che mai rinnegò il passato e restò orgogliosamente nazionalsocialista fino al 1980, quando passò a miglior vita); il proposito di estromettere dalla gestione del Festival le potenti società wagneriane (e il loro sottobosco di ex ufficiali delle SS, politici di dubbia provenienza e affaristi senza troppi scrupoli); il progetto di rinnovamento contenutistico e di apertura a tutto ciò che sta intorno a Wagner e dal quale fu fortemente ispirato (a cominciare da Meyerbeer e Mendelssohn, i giudei contro cui si scatenò la furia antisemita di Richard e consorte) con conseguente ridimensionamento della “unicità messianica” del compositore (baggianata che solo i più ottusi bidelli del Walhalla continuano a predicare) e ampliamento del canone di Bayreuth, comprendendo finalmente anche i lavori precedenti all'Olandese Volante (fondamentali per comprendere i debiti di Wagner con l'opera romantica weberiana e il grand-opéra). Crimini troppo grandi per la famiglia Wagner, a cominciare dal padre - Wolfgang di cui taluni oggi celebrano, ipocritamente, i presunti meriti, sottacendo, in perfetto stile wagneriano, i tanti lati oscuri - che lo scacciò dalla Collina, da Villa Whanfried, dagli onori del Festspielhaus. Rivelando così una ben misera umanità. Del resto le tradizioni familiari vanno sempre rispettate, ma Richard, almeno aveva il genio a bilanciare lo squallore della persona: i suoi discendenti, pur presentando gli stessi difetti, non vantano il medesimo dono.
GLD
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Parte II - Il Wagneriano
Quale sarà il futuro del Festival di Bayreuth dopo la morte di Wolfgang Wagner?
Già nel ’91 Nike Wagner, figlia orgogliosa dell’innovatore Wieland Wagner, drammaturga, scrittrice, critica storica e musicale, personalità intellettuale e pochissimo diplomatica, aveva esposto il non troppo larvato dubbio sulle reali capacità amministrative dello zio, arrivando a proporre il taglio alle sovvenzioni al Festival (60% da finanziamenti privati, il resto dalle casse del Governo Federale) fino a quando avesse gestito lui l’amministrazione del Teatro.
Tornò a dubitare delle capacità nuovamente nel biennio 2000-01 quando il CdA della Fondazione del Festival di Bayreuth, nata su preciso desiderio di Wolfgang nel ’74, iniziò a parlare della possibile, e insistita, sucessione.
Affiancata da Eva Wagner-Pasquier, figlia “esiliata” di Wolfgang e consulente presso il Met ed il Festival di Aix-en-Provence, Nike si fece nuovamente avanti, schernendo apertamente la contro proposta di Wolfgang, il quale negò alla nipote l’ambito soglio e scelse come suo successore l’ ambiziosa seconda moglie Gudrun, la quale, nell’ombra, amministrava il Festival facendo le veci del marito malato.
Ci pensò il CdA della fondazione a porre tempestivamente il veto sull’infausta proposta.
Nike intanto non rilasciò interviste al vetriolo in cui vedeva nelle dimissioni dello zio l’unica possibilità di una rinascita moderna del Festival, la cui innovazione negli ultimi 10 anni era risultata piatta, provinciale e pochissimo stimolante, augurandosi che la politica non tornasse ad inquinare la musica di Richard Wagner.
Se Eva decise di farsi momentaneamente da parte, Nike non demorse e se ne stette buona ad attendere il momento propizio per rifarsi avanti, magari nuovamente con Eva e con l’inedito l’appoggio di Gerard Mortier ex sovrintendente dell’Opera di Parigi, di Salisburgo, Bruxelles ed oggi della N.Y.City Opera.
Nel 2008 l’opportunità di un cambiamento: la perdita della moglie e la salute instabile convinsero Wolfgang Wagner a mettersi da parte e appoggiò apertamente la candidatura della figlia prediletta, la ventinovenne Katharina Wagner.
Eva, su pressioni del padre e del Ministro Thomas Goppel, si riappacificò con Katharina e la sostenne nella candidatura e di un programma che prevedeva: conferma del “Canone” delle 10 opere; invito a direttori come Barenboim (quanto brucia ancora la sua perdita!), Harnoncourt, Nagano e Rattle (la cui presenza, mai onorata, si favoleggia dal 2000); scelta del consulente musicale in Christian Thielemann; regie d’opera sospese tra tradizione e innovazione; internet per arrivare al pubblico a casa; riduzione delle opere di Richard Wagner per arrivare anche ad un pubblico infantile.
Nike dal canto suo fu più estrema e di rottura: ampliamento del “Canone” wagneriano anche alle prime tre opere giovanili; stagione festivaliera estesa a tutto l’anno; collaborazione con giovani compositori e artisti d’avanguardia per la creazione di nuove opere da rappresentare al Festival; modifica dell’acustica per rappresentare anche opere non wagneriane; apertura al mondo di internet, multimediale e giovanile per coinvolgere maggior pubblico.
Troppo forse per un CdA nel caos, con scelte probabilmente discutibili, più manageriali e artistiche, deboli dal punto di vista musicale atte a smitizzare l’aura di esclusività del Festival, ma sicuramente interessantissimo per la sua apertura ad altri stimoli al passo con i tempi..
Più tradizionale e cauta si dimostrò Katharina Wagner… ma il suo programma era già stato avviato, con tanto di contratti stipulati e stagioni future programmate fino al 2015, quindi la sua elezione appariva più che scontata, come difatti avvenne.
Nike, la quale ritenne l’elezione, giustamente, “strana”, preferì rifugiarsi a Weimar per gestire il Festival delle Arti (“Pèlerinage”) nato sotto il segno di Liszt, padre della sua bisnonna Cosima.
Insomma, la successione fu una battaglia tra tigri, un’Eva contro Eva all’ultimo programma e, come si sa, le donne della famiglia Wagner possiedono da sempre una grinta da Valchiria quando si tratta di gestione familiare o teatrale.
Lo scopo attuale di Katharina ed Eva sarebbe sulla carta quello di gettare le basi per un rinnovato “Stile di Bayreuth”, che avrà la sua connotazione definitiva entro il 2015.
Ma oggi, per quanto sia anacronistico parlare di “Stile di Bayreuth”, in cosa consiste questo marchio di fabbrica che tutto il mondo dovrebbe prendere a mo’ d’esempio?
Chi sono questi “specialisti” che cantano sulla verde collina nella maniera “giusta”?
La crisi del canto wagneriano è un triste dato, ormai consolidato, e Bayreuth è palese manifesto di tale mediocrità, che insiste nello spacciare per “Stile” un canto in cui non si colga, ad esempio, differenza alcuna tra Siegfried, Alberich e Mime (voce vibrata, emissione aperta e traballante, un fraseggio isterico se non “boccaccesco”, un timbro indefinibile, acuti indietro, canto in falsetto per le note in piano), oppure si accetti una Isolde più assimilabile ad una fanciulla-fiore corta, tremula, priva d’accento che ad una fiera ed innamorata principessa.
Certo, c’è sempre l’eccezione (la scelta dei bassi ad esempio), ma è un po’ poco per chi cerca un Wagner di riferimento.
Insomma, nel 2010, Wagner non abita, purtroppo, più a Bayreuth e il “wagnerismo” è ormai solo una questione di famiglia ben poco musicale e culturale… chissà, magari con Nike…
MB