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mercoledì 20 maggio 2009

Il Piave mormorò...

Sul numero di maggio di un noto mensile dedicato alla musica lirica e sinfonica – Classic Voice – compare, annunciato fin dalla copertina e quindi “punto di forza” della pubblicazione suddetta, un articolo a firma di Alberto Mattioli dal suggestivo titolo “Non canta lo straniero”. L’oggetto dello scritto è la pretesa dimostrazione che i “migliori” interpreti d’opera oggi disponibili sul mercato (cantanti, direttori e, ovviamente, registi), snobberebbero l’Italia perché paese di fischiatori scimuniti, retrogradi culturali, vedovi di ogni tipo e natura, passatisti vociomani e livorosi inguaribili.

La “suggestiva” tesi dell’autore dell’articolo (e che in realtà riporta, più o meno, le medesime considerazioni e preoccupazioni di certa critica ufficiale, molto più sensibile agli interessi degli addetti ai lavori, piuttosto che alla funzione che essa dovrebbe svolgere per vocazione) si incentra principalmente su due fattori, additati come origine di tutti gli odierni mali che affliggerebbero il teatro lirico in Italia: la presenza nei loggioni, e non solo, di presunti facinorosi che strepitano e offendono la delicata maestà dei divi incoronati dalle majors straniere e la mala gestio degli enti lirici, retti da sovrintendenti incapaci, ignoranti e di nomina prevalentemente politica. Ora, se sul secondo dei fattori si può essere pure d’accordo (ma occorrerebbe meglio elaborare l’assunto e citare dati e fatti, e non infarcire lo spunto – interessante e condivisibile – della solita e italianissima lamentazione populista del “tutti ladri” e del “tutti alla gogna”), non si può che rimanere basiti circa le argomentazioni che reggerebbero il primo. Tralasciando il tono poco urbano dello scritto (con cadute nell’offesa gratuita e nell’ingiuria, che nulla aggiungono ai ragionamenti dell’autore e che, anzi, ne qualificano l’origine scomposta e uterina), così come i manifesti riferimenti al Corriere della Grisi – evidentemente ritenuto “braccio secolare” di quella supposta inquisizione di “scimuniti che fischiano sempre e comunque” – per cui, specie nel repertorio italiano, i “migliori” boicotterebbero la Scala col timore di una “Grisina lì col ditino alzato e il fischietto in mano perché così avrebbe fatto Rodolfo Celletti” (cito sempre dal pezzo di Mattioli), è proprio la tesi che sconcerta. E su quella – perdonando la mancanza di buon gusto dell’autore – vale la pena soffermarsi. Bisogna, però, preliminarmente porsi una domanda: chi è “il divo”? L’interprete che si guadagna l’onore sul campo (grazie a doti naturali, tecnica e capacità interpretative), traducendo in puro piacere estetico le note scritte e per questo suscitando emozioni? Oppure è chi viene incoronato “divo” dalle majors discografiche e imposto ai pubblici di mezzo mondo grazie a martellanti campagne pubblicitarie, vere artefici di carriere costruite a tavolino? E se è vera, come purtroppo è vera (e l’articolo di Mattioli ne è la dimostrazione), la seconda ipotesi, non è più logico che le suddette majors preferiscano esibire i “cavalli delle loro scuderie” in luoghi sicuri (in cui magari hanno precisi interessi e investimenti economici), con pubblici selezionati, stampa connivente e critica collaborazionista, piuttosto che rischiare una “figuraccia” ai fragili nervi delle loro starlettes su palcoscenici non ancora normalizzati? L’articolo di Mattioli sciorina una serie di nomi (per la verità diversissimi tra loro) la cui classificazione quali “migliori” sconcerta: si passa dalla garbata Kožená alla splendida Netrebko, da Villazón (che continua ad annullare date e impegni a causa di un precoce, ma prevedibilissimo, scempio vocale) a quel che resta della Dessay o alla Bartoli definita iperbolicamente “la più celebre cantante d’opera del mondo” (.....ma in base a quali criteri? Rispetto a chi, poi? In virtù di quale attività svolta? Mattioli non si premura certo di dimostrare i suoi assiomi), per giungere ovviamente ai controtenori che noi “poveracci” disdegneremmo. Nel catalogo, degno di un isterico Leporello, non mancano i direttori (da un Luisi spacciato per novello Karajan, alla baroccara senza qualità Haïm ai comunissimi Welser-Möst o Esa-Pekka Salonen la cui presenza pare invocata manco fossero il fantasma di Kleiber jr.) e i registi (delizia della nostra omologata élite cultural-musicale). E per non correre il rischio di far apparire la propria voce “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”, non poteva che concludersi con la captatio benevolentiae alla nuova gestione scaligera: annunciata come unico spiraglio di luce nella torbida melma della italica retroguardia, naturalmente succeduta alla dittatura di Molfetta (ma mi piacerebbe sapere cosa scrivesse il nostro, dalla metà degli anni ’80 al 2005, quando chi è ora nella polvere, stava sull’altare). Ma qual è, dunque, il vero fine di questo scritto? Credo sia evidente l’intento: la neutralizzazione di ogni dissenso. Perché il dissenso oggi è più scomodo. Le contestazioni a una Callas o a un Pavarotti, ad esempio, non ne scalfivano certo l'immagine, erano parte del gioco e le si accettava con la coscienza pulita o sporca (a seconda della consapevolezza di aver meritato o meno tali contestazioni). Oggi invece, dove le carriere sono fondate sul nulla e basta un titolo su di una rivista a spezzare “l’incanto” (e a spingere il pubblico plaudente a rivolgere altrove il proprio plauso e i propri denari per biglietti e dischi), ogni minima scalfitura, ogni piccola macchia, ogni breve sospetto, viene subito interpretato come possibile elemento passivo nel bilancio sociale e, pertanto, l’ufficio marketing che gestisce il divo di turno non può più permetterselo. Il risultato è, ovviamente, una caduta vertiginosa di livello artistico, supplito da divagazioni che servano a concentrare il pubblico su altri fattori che non siano più musicali (aspetto fisico, fascino, capacità attoriali, stravaganze etc....). Solo questa è la realtà: non la pretesa ignoranza preconcetta dei loggioni, ma gli effetti che ogni forma di dissenso può avere sui bilanci di agenzie e società e riviste. Un mondo in cui la casa discografica impone a teatri sponsorizzati i propri “divi”, costruendone la carriera virtuale, in cui la rivista che attraverso la pagine pubblicitarie acquistate dalle majors suddette (o dalle agenzie o da festival ed enti) rimpolpa i propri introiti sdebitandosi con recensioni positive, in cui i pubblici vengono selezionati attraverso la difficoltà di procurarsi biglietti e l'organizzazione turistica delle prenotazioni, un mondo simile non può più permettersi il dissenso. E noi, allora, che vediamo proprio nella libertà di dissentire l'indicatore più significativo di un consenso vero, all’ironico e stizzito “non canta lo straniero”, rispondiamo con i mormorii del nostro Piave...



Gli ascolti


E.A.Mario - La leggenda del Piave - Giovanni Martinelli (1918)

Verdi - La traviata

Atto III - Teneste la promessa...Addio del passato - Antonietta Stella (1956), Anna Netrebko (2009)

Offenbach - Les Contes d'Hoffmann

Prologo - Chanson de Kleinzach - Richard Tauber (1931), Rolando Villazón (2007)





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