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domenica 18 ottobre 2009

Mese Verdiano VIII. Firenze: "Recondita Armonia" - Una trilogia... (im)popolare

Lo scorso anno il Teatro Comunale di Firenze, sfruttando le celebrazioni pucciniane, ebbe la sagace idea di mettere in scena tre opere ed un balletto nel mese di ottobre allo scopo di fronteggiare la crisi aprendo orgogliosamente tutte le sere anche per attirare nuovi melomani, turisti e semplici curiosi al mondo del melodramma, fornendo loro un programma appetibile e dalla connotazione nazional popolare a prezzi ovviamente contenuti per essere accessibili.
E fece centro!
Il pubblico arrivò a frotte, gli spettacoli che poggiavano sulle spalle di cast giovani nel caso di “Bohème” e di conclamati interpreti, Dessì e Berti in “Tosca” e Armiliato e Cornetti in “Cavalleria Rusticana”, omaggio al Verismo, in allestimenti tradizionalissimi, ma azzeccati (soprattutto “Bohème” e “Cavalleria”) affidati ad un solo regista.
Quest’anno si è deciso di festeggiare il Verdi della collaudata “Trilogia popolare” (“Traviata”, “Trovatore” e “Rigoletto”) in edizioni assolutamente fedeli allo spartito per quanto riguarda l’apertura pressocchè totale di tutti i tagli, il rispetto delle puntature di tradizione ed affidando la regia al veterano Franco Ripa di Meana.

I tre titoli certo non mancavano dal palcoscenico fiorentino da molto, ma per un teatro, che si sta sforzando di diventare di repertorio, mantenendo però l’aura di riscoperta e novità non è affatto male.
Certo si apprezza lo sforzo artistico, si ammira la disponibilità delle bacchette e del regista, magari si fa apprezzare la professionalità dei cantanti e quindi in generale, e se osserviamo la risposta del pubblico, la scommessa è stata vinta anche quest’anno…eppure qualcosa non è andato a buon fine rispetto alla scorsa edizione.
Certo, se si cercano finezze filologiche con la giusta agogica, rispetto dei segni d’espressione ed interpreti ideali, siamo nel Festival sbagliato!

“Il Trovatore” viene tradotto scenicamente in una dimensione onirica in cui le pareti blu notte decorate con della candida boiserie e luce radente fanno da sfondo alle temperie emotive dei cinque protagonisti.
Solo tre aperture, una finestra, una porta ed un camino in posizione centrale mentre in alto pende capovolto e minaccioso il modellino di due castelli che si fronteggiano, chiaro simbolo di un potere e di una guerra che dominano sulle vite di tutti.
Molte le soluzioni sceniche e registiche interessanti: sul proscenio prima che si sollevi la tela due bambini litigano furiosamente, per poi riappacificarsi e allontanarsi guardandosi, il piccolo bosco dove si rifugia Leonora in “Tacea la notte placida”, la luna enorme, che incombe placida e mostruosa sul III e IV atto e di cui Leonora sembra esserne una personificazione terrena, accompagnati, purtroppo, da momenti imbarazzanti come Manrico che sbuca dal caminetto dopo “Deserto sulla terra”, Azucena travestita da contadina ucraina e dotata di poteri pirocinetici, le feritoie a forma di croce del convento che ricordano le costruzioni Lego, citazionismo a go-go del plurisaccheggiato duo Ronconi-Pizzi, staticità sia del coro sia dei cantanti che sfiora la noia.
Vocalmente, si sa, “Il Trovatore” è opera micidiale per le esigenze che chiede in fatto di estensione, legato, accento, colorature, espressioni e timbri; peccato purtroppo per l’indifferenza dimostrata nell’assemblare il cast fiorentino, che già sulla carta dimostrava poco o nulla avesse da spartire con le esigenze della scrittura vocale verdiana.
Il Manrico di Valter Borin cerca di disimpegnarsi lottando con una voce purtroppo piccola, quasi inudibile e con parecchi problemi di intonazione, di emissione e di legato.
La sua sortita fuori scena è funestata dall’eccessivo vibrato, e nel terzetto successivo sparisce letteralmente inghiottito dalle voci dei suoi colleghi.
Si udiva, finalmente e soltanto, nel II atto durante il colloquio con Azucena, mentre nel III l’ “Ah si ben mio” risultava frammentato in suoni incapaci di saldarsi tra loro, per non parlare di una “Pira” confusa tra le voci del coro, Do di tradizione inclusi.
Il fraseggiatore è, purtroppo, manierato e sovente inespressivo.
Il Conte di Luna è personaggio sfaccettato e sfuggente, in cui alla devastante ferocia deve corrispondere altrettanta araldica nobiltà, allo spirito guerriero si deve accompagnare un animo romatico e indomito; qualità che evidentemente il baritono Juan Jesús Rodríguez, già deludente Enrico della “Lucia di Lammermoor” della trascorsa stagione, non condivide affatto.
Non una sottigliezza, non una sfumatura, non un accento, il canto di Rodríguez si distingueva solo per cospicuo volume e per ruvidezza del timbro, ma nulla, non una frase, non un aria sublime come “Il balen del suo sorriso” lo smuovevano dalla sua emissione tutta in fortissimo e dalla disarmante monotonia interpretativa.
Ma “ricchi premi e cotillons” se confrontato con la Azucena di Anna Smirnova!
Già interprete funesta di Eboli e Amneris alla Scala, ora ci riprova con un personaggio “monstre” e anche stavolta mal ce ne incolse!
Parte bene con uno “Stride la vampa” fraseggiato con ansia e in cui può far valere un registro centrale rigoglioso ed un accenno di trillo, ma appena la tessitura si alza e soprattutto in “Condotta ell’era in ceppi” iniziano le malcelate magagne:
La voce risulta completamente intubata, gli acuti diventano strazianti o fissi, il registro grave (quanto pesano quelle sciabolate in basso!) sconfina con un parlato molesto, per non parlare del Do previsto da Verdi nella cadenza della ripresa della frase “Tu la spremi dal mio cor” che non è una nota, ma somiglia allo stridore delle unghie sulla lavagna, accompagnato dal vociferare del pubblico.
Per non parlare di cosa si inventa in frasi come “E tu non m’odi, o Manrico, o figlio mio?” in cui sfiora il grottesco, oppure nel fraseggio narcolettico del IV atto che termina con un “Sei vendicata, o ma…”, frase-climax di incisività scultorea, in cui la voce sull’acuto si spezza prima di terminare la parola. Ormai anche un innocente si bem è diventato un problema per la Smirnova, che in natura sarebbe stata un soprano.
Se la Cossotto veniva accusata di essere eccessivamente verista, la Smirnova, chiedo, cos’è?
Kristin Lewis in tutto questo rappresenta un'oasi di pace.
Il timbro ambrato e naturalmente seducente si accompagna ad un fraseggio sovente fragile e dolcissimo che esalta la lucida e romanticissima forza del personaggio di Leonora.
L’aria di sortita e la seguente cabaletta riempiono la sala di languore e sono accentate con grande eleganza, tutta la scena del convento ed il successivo intervento al III atto si colorano di grande intensità.
Mi piacerebbe però che la Lewis, sicuramente dotata, curasse meglio l’emissione che risulta tendenzialmente ingolata, e la coloratura che purtroppo non suona granita, e c’è il sospetto che si inventi buona parte delle agilità e dei segni espressivi senza badare troppo alla partitura, così da compromettere in parte l’andamento di “D’amor sull’ali rosee” e della complessa “Tu vedrai che amore in terra” in cui all’attacco la voce si spezza e le agilità si perdono in suoni discutibili.
Ottimo, invece, Rafal Siwek il cui Ferrando tonante e tenebroso possiede voce di grande volume, accento attento e misurato, qualche occasionale calo nella tenuta degli acuti, ed ha il privilegio di infilzare Manrico nel finale.
Il direttore Zanetti legge il “Trovatore” come partitura di forti contrasti, giocando sui volumi orchestrali e sull’agogica dei tempi.
Se il suono soprattutto nei primi due atti può risultare secco, quando in scena c’è Leonora l’orchestra si ammorbidisce e si colora di tinte notturne e calorose, come è efficace l’inizio corale del secondo atto di rapinosa brillantezza, ma il finale del III e tutto il quarto atto falliscono purtroppo perdendosi in suoni grevi ed in tempi letargici.

Verdi si sa ha le spalle larghe e può reggere tutto, tanto c’è la musica che redime ogni cosa sia nel caso di una scena abbastanza punitiva e di una regia sovente discutibile.
Palcoscenico praticamente vuoto nel “Rigoletto”, immerso perennemente nelle tenebre più cupe in cui solo tre elementi formano il gioco scenico: una automobile d’epoca, probabilmente anni ’30, un muro nero semovente e la casetta di Gilda simile ad una uccelliera su una palafitta.
Fin qui nulla di traumatizzante o estremo, anzi di fronte alla povertà scenica ci sia aspetterebbe una regia attenta alla recitazione, una lettura dalle idee audaci, o qualcosa che faccia deflagrare il non detto e le tensioni accumulate.
Macchè!
Quando si alza il sipario la figlia di Monterone si aggira nuda e disperata sulla scena fino a quando alla fine del preludio orchestrale verrà coperta da un drappo rosso e data alle voglie dell’impellicciato e volgare Duca da dei cortigiani armati di frustino e somiglianti a coloro che scesero nelle Americhe dalla “Mayflower”.
Rigoletto ha un abito che ne rappresenta la doppiezza, metà colorato, metà nero e dotato di vere protesi che verranno tolte dai cortigiani per sbeffeggiarlo durante l’amplesso del Duca (in abiti stavolta cinquecenteschi) con Gilda.
Ultimo atto ambientato sulla poppa di una piccola barca arrugginita in cui Maddalena, in abiti elisabettiani ha un rapporto incestuoso col fratello.
Va bene prosciugare il palcoscenico dai riferimenti tradizionali, va benissimo rendere tutto atemporale, va benissimo conciliare tradizione e innovaziona, ma se nel I atto siamo in un quartiere malfamato vagamente moderno, nel secondo siamo nel 1600 e nel III a metà strada, ma in Inghilterra, qual è la coerenza logica che si sta perseguendo?
In fondo si tratta di un allestimento tutto sommato tradizionale e innocuo senza tensione narrativa e con soltanto un accenno di scavo psicologico.
In scena non fanno fatica ad emergere le prove di Alberto Gazale e Desirée Rancatore.
Alberto Gazale si presenta nel ruolo del titolo e lo fa benissimo;
presenza scenica notevolissima, nonostante qualche gesto manierato che non infastidisce la resa del personaggio, il baritono possiede una voce potente e ben proiettata, dalle screziature bronzee, ma omogenea e timbrata soprattutto al centro e nei gravi, riesce a travolgere la platea attraverso un fraseggio impetuoso ed elettrizzante.
Resta il problema degli acuti e delle puntature; i Sol e le puntature al La bem risultano purtroppo fissi o addirittura sforzati, il gusto è imbevuto fin troppo da una caratterizzazione verista estranea al melodramma verdiano, che si ripercuote sull’uso della respirazione, e nell’interpretazione, gli echi di Bruson e Nucci risultano fin troppo evidenti.
Non che sia un male, ma personalmente preferirei ascoltare il Rigoletto come lo intenderebbe la sensibilità artistica di Gazale, non filtrata attraverso i suoi modelli.
La Rancatore sarebbe Gilda credibilissima e soave nel cantabile, interprete delicata e volitiva, ma il timbro risulta asprigno, le note di passaggio sono miagolii fissi alla maniera della Fleming o della Bartoli, la coloratura (pochina per Gilda) è sufficiente, ma non granitica, acuti e sovracuti presi con fin troppa cautela.
Riesce anche a ingraziarsi il pubblico con simpatia dopo che, terminato “Caro nome”, per ricevere gli applausi calorosi è costretta a superare il muro che il regista le ha piazzato davanti nascondendola alla vista, emergendo ironicamente prima con la mano e successivamente arrivando sorridente al proscenio per ringraziare.
Bis a furor di popolo per la “Vendetta”!
James Valenti, il Duca, è tanto bello da guardare, peccato voglia anche cantare.
A parte la facile ironia, si tratta di un giovane tenore spigliato e simpatico, ma dalla voce talmente fragile ed evanescente, sostenuta per giunta da tecnica di carta velina, che non saprei sinceramente in che tipo di repertorio collocare se non in ruoli tenorili di contorno.
Ranzani dirige un “Rigoletto” in cui si bilanciano perfettamente sia il lato grottesco e caustico, sia il lato più tragico e toccante, lasciando che l’orchestra indugi in suoni volutamente aspri e incupiti, forse a discapito di una certa soavità, ma di sicura tensione narrativa soprattutto nei colloqui Rigoletto-Gilda, in cui il senso di minaccia è ben palpabile, sia in un terzo atto asciutto e al calor bianco.

“La Traviata” risulta tra le tre produzioni l’allestimento più riuscito.
Violetta durante il preludio si aggira inerme e malata osservando con angoscia scene di vita quotidiana e borghese che si susseguono nella loro “normalità” intorno a lei, anelando a quella condizione così calda e familiare, ma sapendo in cuor suo che quel mondo non può appartenerle.
Tre giganteschi drappi rossi ed un enorme divano ricolmo di cortigiane la divideranno dal mondo borghese e la catapulteranno nello squallore della sua condizione.
Ovviamente citazioni da Visconti; lancio delle scarpette durante il “Sempre libera”, zingarelle e matador interpretati dagli stessi invitati al banchetto di Flora etc., eppure le scene formate da pareti verdi a fiori su cui si aprono fessure e nuovi ambienti, funzionano e ci sono più idee nonostante la staticità del coro e Violetta e Alfredo costretti a fare gli equilibristi durante il “Brindisi”.
Buona interprete la Rost, molto intensa e struggente e addirittura cinica al primo atto, più a suo agio nei momenti più marcatamente drammatici, come il duetto del secondo atto e tutto il terzo, ma la voce è praticamente usurata, parecchio malferma nonostante una tecnica che le permette di gestirla ed una buona tenuta della respirazione.
Purtroppo dal La in su la voce è affetta da vibrato, risultando secca e acida, le note certo le prende e ci sono tutte, ma non sono per nulla facili ed i sovracuti, i do diesis ed il MIb sono ghermiti, ma che fatica sostenerli!
Saimir Pirgu nel ruolo di Alfredo, ha dalla sua parte un timbro dolce e squisito, ma è una voce leggerissima, carina, educata, che quando deve smorzare o sfumare un suono tramuta la propria linea di canto in un falsetto.
Personalità scenica discreta, ma sicuramente non debordante e fraseggio abbastanza calligrafico.
Si impone felicemente il papà Germont di Luca Salsi che, rispetto all’ascolto radiofonico ha felicemente sorpreso.
Voce calda e pastosa, timbrata su tutta la gamma, buona proiezione nonostante qualche acuto non a fuoco, brilla sia per il vigore monolitico con cui affronta il dialogo con Violetta, sia la disperazione paterna degli interventi con Alfredo in cui grazie al fraseggio vario e addolcito, che investe sia “Di Provenza il mar, il suol” che la successiva cabaletta “No, non udrai rimproveri” ha modo di far emergere l’intensità composta della propria interpretazione.
Direzione di Callegari che sembra più una colonna sonora parecchio impersonale e sbiadita, con il volume dei finali di atto a sommergere tutto e tutti in maniera insensata.
Parti di fianco in tutte le opere tra il mediocre ed il discreto, coro perfettamente a fuoco e eccellente come sempre diretto da Piero Monti, grande successo di pubblico e qualche contestazione nei confronti del regista.

(Recite del 9-10-11/10/2009)

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mercoledì 25 marzo 2009

I due Foscari alla Scala

I Due Foscari si chiudono con la sinistra frase dell’antagonista “ Pagato or sono”, che sarebbe lugubre e sinistra se chi la canta fosse dotato di autentica voce di basso. Ieri sera la dirigenza scaligera avrebbe potuto cantare, in vena di perifrasi, “Graziato or sono”, perché il teatro, dinnanzi ad una mediocre e raccogliticcia ripresa dei Due Foscari, che avrebbe meritato riprovazioni, ha invece regalato applausi, contenuti, di cortesia e tutto è filato via senza incidenti di percorso. Ma in un clima di silenziosa sopportazione.

Foscari raccogliticci ed improvvisati ab origine. Storia nota, che il titolo è stato programmato in luogo di un altro, e di ben maggiore impegno per la protagonista fuggita dopo un infausto Macbeth, quindi, scelto il titolo, è cominciata la caccia ai cantanti. Secondo il costume usato, anzi il malcostume.
La prevista protagonista femminile è sparita, come pure il previsto ed annunciato direttore, tanto che da Natale alle prove è stato un susseguirsi di audizioni affannose per la Contarini e di ricerca per la bacchetta supplentie Eventi questi che fanno ritenere che i più titolati destinatari delle lamentele e delle reprimende del pubblico non siano coloro che stanno sul palco, ma coloro i quali decidono chi mandare sul palco.
Il problema non è trovare o individuare qualcuno migliore per le parti, ma domandarsi dell’utilità ed opportunità di proporre questo titolo.
Quanto ai protagonisti della serata l’ottuagenario Francesco Foscari è stato affidato al quasi coetaneo Leo Nucci.
Al signor Nucci è sempre mancata la tecnica dei grandi baritoni sino al primo cinquantennio del secolo scorso, alla Pasquale Amato o Riccardo Stracciari, tanto per esemplificare. E con la mancanza di tecnica anche la mancanza di autenticità del fraseggio, vuoi che siano i recitativi (si veda il recitativo iniziale di ingresso, come quello all’atto terzo, già presaghi di Rigoletto) vuoi i cantabili (dalla cavatina di sortita , di autentico gusto e colore donizettiano, al duetto con Lucrezia sino all’intera scena finale, che è di mano e gusto verdiani). Oggi al signor Nucci mancano anche il decoro ed il rispetto di sé e del pubblico. Nelle condizioni in cui si trova, volume scarso, nessuna possibilità di dinamica sfumata, voce priva di armonici, si lascia il passo alle generazioni successive. E se queste sono di più bassa levature vale, comunque, il principio “meglio rimpianti che compianti”.
Il signor Sartori non è dotato certo di voce di bel timbro, e ciò poco importerebbe se la voce fosse messa là dove ha da stare per poter ben cantare. La voce, dotata di un certo corpo nella zona centrale, si assottiglia già dal passaggio superiore e primi acuti (di estremi Jacopo di fatto non è chiamato ad emetterne) sfugge indietro o nel naso, ed il canto legato non arriva mai pieno e facile, perché non è vera voce da Verdi, ma nemmeno aristocratico tenore da Donizetti, come ben si adatterebbe alla sezione centrale della grande aria di sortita al primo atto., che riporta alla sortita di Riccardo della Rohan. Le forzature del mezzo si sono unite ad un interprete inerte, monocorde e senza accento (un esempio per tutti, totale latitanza di accento alla grande scena in apertura di secondo atto e nel finale), che mai ha convinto od emozionato.
Niente di peggio che il suono sfolgorante ed il piglio verdiano staccato per la prima cabaletta dall'orchestra con una voce priva di ampiezza e squillo. Tralascamo che se si esegue il da capo qualche puntatura e una qualche variazione agogica sono irrinunciabili. Ma qui le correità è della bacchetta.
Manon Feubel, che doveva essere la vittima sacrificale di una serata, che alcuni immaginavano miracolata dalla presenza del grande divo, ha, invece, portato a termine il suo difficile compito gestendo la pestifera scrittura della grande dama Contarini con un canto….. perfettamente a livello dei suoi colleghi di cast.
Certo quando è sortita dalle scene del soprano drammatico di una volta c'era solo il fisico. Non la voce. Accreditata di una voce importante, a noi è parsa semplicemente una voce lirica, dalla sonorità variabile ( meglio le cabalette degli ariosi da questo punto di vista , di timbro anonimo e decisamente ovattata, che in acuto, soprattutto con lo scorrere della serata, tende ad assottigliarsi sensibilmente, il tutto per una prima ottava aperta e mal impostata. Ha cantato, pur sforzandosi, con pochi colori, perché il canto piano costa fatica; qualche passo di puro petto in basso, buona foga nelle cabalette, ed astensione di questo molto la ringraziamo! ) da strilli, lanci di stracci e raptus inconsulti, che costellano le prestazioni delle moderne Contarini e primedonne analoghe.
La presenza di Manon Feubel nel ruolo della Contarini invita ad un'altra riflessione. Questa cantante è una assoluta sconosciuta, non giovanissima con una carriera di provincia. E sino qui nulla di strano anzi assolutamente normale. La prova della funesta situazione in cui si trova il canto è che i soprani che i protagonisti delle nostre riflessioni del venerdì proposte e proponendo sponsorizzano , sostengono , caldeggiano cantano esattamente come la signora Feubel.
Un tempo fra un soprano che si esibiva alla Scala ed uno che stava abitualmente fra Reggio Emilia e Ferrara la differenza era eviidente e tangibile.
La direzione d’orchestra del maestro Ranzani non ha impressionato, né in un senso né in un altro. Non comprendiamo la scelta di eseguire l’opera integralmente, date le difficoltà del cast: solo la Feubel ha esibito un paio di puntature nel da capo della prima cabaletta, mentre gli altri hanno ripetuto all’identìque le seconde strofe, per giunta con certe difficoltà di accento ( alludiamo alla mancanza di vigore di Sartori in particolare). La forbice talora soccorre, ed abbrevia serate che, come questa, non decollano ed annoiano. La direzione è stata utile al canto, ma ha mancato di varietà nella dinamica, ed i numeri sono arrivati tutti scollegati, come se mancasse una unitarietà del tutto. Sbagliato perchè quest'opera ha una sua struttura sia nell'inizio con le presentazioni dei tre personaggi, che poi cominciano a dialogare sia per i loro rapporti familiari che pubblici e che con tra scene si congedano dal pubblico e per due di loro anche dalla vita terrena. Ma queste forse sono solo impressioni che si hanno in queste serate polverose e…..provinciali.
Allestimento già visto, tradizionale, di bella qualità scenografica, ma banalissimo sul piano registico.
dd & gg

Gli ascolti

Verdi - I due Foscari


Atto I

O vecchio cor che batti - Riccardo Stracciari (1906)

Atto II

Notte! Perpetua notte...Non maledirmi, o prode - Bruno Prevedi (1971)

Atto III

Questa è dunque l'iniqua mercede - Pasquale Amato (1907)

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venerdì 20 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor a Parma: il ritorno del Loggione !!

Ci sono delle serate in cui, nell’andar per strada verso il teatro domandandosi che avverrà mai, cosa si ascolterà e come andrà a finire, qualcosa non torna nei conti. E’ ben di più di un presagio o di una mera intuizione quella che percorre il melomane che, una volta letti i nomi in cartellone, sa quasi sempre quel che l’attende, nel bene e nel male. Eppure ieri sera, nel percorrere il bellissimo giardino, che mena dalla Pilotta al Regio e mentre aspettavo al bar l’inizio della serata con gli amici, non ero molto sicura che avrei assistito al già preventivato successo di questa Lucia parmigiana. Non sapevo perché, ma qualcosa, forse quel sixth sense, che a volte si accende anche debolissimo dentro di noi, mi diceva qualche sassolino lungo la strada ci sarebbe stato, sebbene non me ne sapessi indicare un reale motivo. Certo, il cast non era di quelli che piacciono alla Grisi, ma, indipendentemente dalla sottoscritta, ritenevo che il pubblico avrebbe gradito un prodotto che, sulla carta, mai e poi mai mi sarei immaginata in grado di suscitare una simile reazione. Non so dirvi se l’esito della serata sia stato il mero frutto di una Lucia triste e malcantanta oppure una di quelli punizioni “cumulative”, che sfogano, come una tempesta, le ire represse in altre precedenti serate. Fatto sta che più che di sassolini lanciati dall’amichevole e gioviale loggione di Parma, bisognerebbe parlare di catastrofe naturale, perchè il disastro è stato davvero di vaste proporzioni. La catarsi finale, tra l’altro, è giunta dopo una serata andata via praticamente sotto silenzio o con commenti e sbuacchiamenti sparsi sino alla scena della pazzia, ed ha colpito tutti, salvo il tenore sostituto last minute, in particolare la protagonista, Desireè Rancatore, per quanto concerne il reparto vocale ed il regista, Denis Krief.


Questa produzione di Lucia si incardinava sulla protagonista femminile, Desirèe Rancatore, scritturata a dare garanzie e certezze di successo ad una Soprintendenza che originariamente aveva pensato il titolo per altro e diverso soprano, giustamente messo da parte dopo alcune prove negative fornite proprio in quel di Parma. Garanzie e certezze che, a modo di vedere di questo blog, non erano esattamente tali, ad onta della buona prova bolognese dell’anno passato, ove la Rancatore aveva esibito una confortante saldezza del registro acuto e sopracuto in particolare. Prerogative anch’esse divenute incostanti in questa cantante, di cui già altre volte vi abbiamo illustrate le evidenti mende vocali che la accompagnano: una zona centrale della voce quasi inesistente, con suoni acidi, scoperti e striduli, ieri sera poi continuamente degenerati nel parlato vero proprio ( l’acme è stata la scena con Raimondo all’atto II…..terribile!!); zona bassa della voce tutta tubata, artificiosamente scurita, anch’essa come il centro completamente fuor della maschera ( in bocca ) e incapacità di far girare fluidamente la voce nell’importante passaggio centro basso. Quanto alla zona acuta della voce, da sempre la migliore, ier sera è suonata priva di quella bella proiezione mostrata a Bologna: i sopracuti sono arrivati con maggior facilità e giusta intonazione rispetto al Rigoletto ultimo scorso, ma la voce è apparsa sempre piccola e poco proiettata anche in questa zona ove iltimbro è buono e gradevole.
In queste condizioni è difficile legare i suoni, smorzarli, insomma modulare la voce per esprimere tutto quel che vi è nel personaggio di Lucia sino alla scena della pazzia, il solo momento in cui la Rancatore, complice la scrittura più acuta, è riuscita a dar senso vocale al suo personaggio….. ma ormai la serata era compromessa. Sino a quel momento il pubblico non ha né sentito né visto ( perché le mende sceniche sono state complici attive nell’esito infausto) la malinconia, la dolcezza, il lirismo, anche il tragico dolore di miss Ashton, tenera vittima predestinata da subito alla sua tragica fine. Lucia tocca il nostro cuore dal primo momento in cui entra in scena, con la tenerezza del suo giovanile innamoramento, per la malinconia struggente con cui si separa da Edgardo promettendo di inviargli sull’aure i suoi sospiri ardenti, per il doloroso canto con cui ricorda, nella scena col fratello, le lacrime e la sofferenza per la separazione dall’amato Edgardo. La pazzia può anche arrivare algida, mera espressione virtuosistica….ci sta e piace anche quando il canto è sfolgorante, sebbene sia un limite intenderla così. Ma i grandi momenti chiave che fanno di Lucia un personaggio immancabile nel repertorio dei soprani estesi, non possono essere sottoposti a sistematica latitanza o mancanza di pertinenza interpretativa. Lo sa bene la più amata, consumata ed algida Lucia degli ultimi anni, Mariella Devia, che al suo debutto scaligero nel ruolo, in debito di volume sino alla scena della pazzia, ci regalò un attacco di “Verrano a te sull’aure” in pianissimo, lento, astratto e di suono purissimo, capace di staccarci tutti dalle seggiole per lo struggimento e l’emozione violenta che ci diede. Non era emozione vera, ma grande artificio, sapiente calcolo della belcantista che l’emozione la simula, la“descrive” con la voce.
D’altra parte, non voglio nemmeno ricordare l’intensa dolcezza, la malinconìa davvero commmovente di una interprete più partecipe della Devia, sebbene meno perfetta, Luciana Serra, capace di manovrare la voce in zona centrale e di passaggio con una disinvoltura assoluta, e che ben sapeva come si vince il limite naturale del timbro che il destino dona ad un cantante, trasformando ogni frase, per forza di mero accento, in malìa lirica. E furono tutti trionfi, trionfi di virtuosismo ma anche di intensità espressiva e pertinenza di personaggio, di cantanti, solo per citarne due di tradizione italiana, che avevano ben chiaro nella testa cosa sia Lucia, in cosa consista il canto di questo ruolo, dove e cosa il pubblico si aspetta dal soprano.
Mi duole dirlo, tutte quelle che sono le prerogative del personaggio ieri sera non arrivano a noi, che, anziché commossi siamo stati……urtati dalla trasformazione della sfortunata miss Asthon in una ragazzina quereula, capricciosa e petulante. Una Lucia ragazzina non significa che a questa si tolgano eleganza, minimale portamento scenico, ogni lato dolce e tenero. Se il personaggio ier sera ci fosse stato reso almeno per ciò che è nella tradizione, i difetti vocali sarebbero passati via come di solito accade, nè vi sarebbe stata tanta reazione da parte del loggione. O perlomeno la bonaria platea ed i palchi di Parma avrebbero almeno applaudito di cortesia, come di rito, i vari numeri di una Lucia che, invece, salvo qualche applauso e qualche brava dei fans alla scena di sortita, non è stata in grado di suscitare altro che un silenzio tombale sino alla pazzia. Scena applaudita dopo la cadenza, ma contestata dopo la cabaletta. Per non parlare di quanto accaduto all’uscita singola.
Per la sottoscritta, che sente con le medesime orecchie questa cantante sin da quando ha iniziato a calcare palcoscenici importanti e che non ha mutato di una virgola la propria originaria impressione, niente di nuovo ieri sera, eccezione fatta per la voce che davvero correva meno del solito. Mi sono solo domandata come facesse ad avere tanta proiezione in alto a Bologna e ad avere la voce tanto sgonfia ieri sera a Parma, in uno spazio di dimensioni pressoché uguali, ma questo è forse uno dei misteri dei moderni cantanti e lascio a voi il piacere di rispondere al quesito. Il pubblico, invece, stando alle lamentazioni da foyer, pare avere visto e sentito la cantante con altri occhi ed orecchi rispetto al passato.

Quanto ai signori uomini, sono stati dal cattivo al pessimo le voci gravi, corretto ma nulla più il tenore, il solo che si è salvato al cospetto del pubblico.
Viviani, nel ruolo di Enrico, mi è parso meno muggente rispetto ai Puritani bolognesi, sebbene le puntature di prammatica alla scena del primo atto, eseguita con taglio del da capo della cabaletta, siano stati dei berci enormi e spaventosi, davvero…inutili. Spesso questo baritono dà di naso, ed in questa occasione ha cercato di moderarsi, ma ci vuol ben altro stile, ben altra emissione per questo repertorio. Tralascio la performance della Scena della Torre, che Ranzani ha tagliato in modo tradizionale come già nella recente Lucia fiorentina: tra agilità farfugliate ed accento plebeo siamo un po’ scaduti nel Verismo, come và oggi di moda, del resto, nel belcanto. Ed il loggione non lo ha fatto andar via indenne, anzi!!

Il signor Cigni, Raimondo, ha una voce abbastanza grande, direi la più grande di tutte ieri sera, ma terribilmente spessa e bassa di posizione. Il modello di canto è sempre quello del Grande Bulgaro, ma, come al solito, solo nei difetti, con tanti suoni aperti al centro. Il personaggio mi è parso piuttosto caricaturale, forse a causa dell’emissione non stilizzata, talora davvero sgraziata, che avrebbe meritato il taglio di prammatica della scena con Lucia dell’atto II.

Stefano Secco, sostituto all’ultimo di Aronica, ha cantato correttamente ma sempre con voce che, man mano che sale all’acuto, si strozza, ora più ora meno, e falsettante nei piani. Sempre la solita bassa collocazione della voce toglie al cantante, che per sua indole è elegante e composto, la possibilità di dare proiezione alla voce, che è vocina lirico leggera, nonchè di modularla con vera dinamica. Il personaggio garbato e misurato fa dimenticare il limite vocale, evidentissimo al finale, ove ha faticato non poco nel “Tombe degli avi miei”, peggio ancora nel “Tu che a Dio”, ove ha iniziato troppo presto i parlati e rantoliìì della morte, causa l’alta tessitura, ove Secco non era certo a suo agio. Una prova corretta e nulla più.

Stefano Ranzani ha diretto con gli stessi tempi di Firenze, effettuato gli stessi tagli, ed evitato, a meno dell’inicipit dell’atto terzo ( peraltro commentato da un loggionista ), gli spernacchiamenti dell’orchestra. Soprattutto ha tenuto la sordina alla buca, onde consentire ai due protagonisti di “passare” un po’ di più. Questo atteggiamento, condivisibile, gli è però stato fatale, perché il loggione dapprima lo ha pochissimo applaudito al rientro dalle pause, quindi apertamente contestato prima di attaccare l’ultimo atto, ed infine duramente punito alle singole. Su questa contestazione non mi trovo d’accordo, perché ho visto nella prova di Ranzani soltanto un mestiere al servizio di un cast evidentemente limitato, che si è giovato dei suoi tempi, funzionali al canto.

Stessa cosa dicasi per l’allestimento di Krief, che è stato subissato dalle contestazioni.
Dissento da alcuni elementi di arredo e regia, in particolare la malinconica panchina neorealista al proscenio; Edgardo che beve da una bottiglia (!!!!!!!!!!) all’inizio della Scena della Torre; le P38 in mano ad Enrico ed Edgardo ( qualche rivoltella d’epoca non c’era????? ) ; la morte di Edgardo en plein air in mezzo al cimitero, perché quella è scena indiscutibilmente notturna.
Se le luci avessero maggiormente collaborato a rendere il clima dell’opera, invece di sembrare un parco alogene da Expo del Design, l’allestimento, sia nella collocazione temporale, che nelle sue prospettive inclinate come nelle proiezioni sul fondale, non è affatto brutto né privo di pertinenza. Ma forse a Parma non la pensano come me, perché le contestazioni sono state così violente da far tremare la volta del teatro.
Quanto alle dichiarazioni del medesimo circa il fatto che il pubblico vada educato, le condivido in pieno: solo che se questo avverrà molti suoi colleghi, registi e cantanti, e forse anche lui stesso, si troveranno disoccupati, perché gli allievi li cacceranno dai teatri a pedate………
E qualche calcione ben assestato direi che se lo sono presi già ieri sera!!

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mercoledì 4 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor fiorentina, primo cast


Come anticipato in sede di recensione del secondo cast abbiamo anche visto la Lucia fiorentina con la prima compagnia. Una recita nel complesso grigia e spenta, con qualche aspetto positivo e molti punti che ci hanno destato perplessità.

Lo spettacolo di Vick non inventa nulla e cammina a tratti sul filo del ridicolo involontario (la prima scena, in cui il coro fa capolino da quello che nell'avanspettacolo si chiamava siparietto, l'entrata di Edgardo nella scena della festa, costretto a farsi largo tra la calca come nelle "vasche" delle grandi occasioni, e il maldestro cozzare di spade durante le rampogne di Raimondo, il quale Raimondo, visto che non ha da officiare messa, si affretta a cavarsi cotta e stola), ma si fa apprezzare per l'essenzialità di elementi scenici e light design e la sobrietà dei costumi, e soprattutto per la capacità di creare un terzo atto che, funerale di Lucia a parte (che richiama chiaramente quello di Ofelia nel film di Zeffirelli), funziona a meraviglia e ha momenti di vera poesia (la pazzia nella brughiera in cui fioriscono i papaveri).

Assai meno bene funzionano i cantanti, tutti, chi più chi meno, non all'altezza dei ruoli.

Eglise Gutiérrez canta un primo atto tutto sul piano e pianissimo, ha belle intenzioni, si sforza di essere dolente e poetica ma con una voce piccola perché fatalmente in bocca, non di rado stonacchiante soprattutto nella zona del secondo passaggio (impietose le scale ascendenti della cabaletta dell'aria di sortita, che appunto in quella fascia insistono), è difficile essere Lucia. L'ottava bassa è molto poco consistente, i sovracuti sono suoni ora ghermiti ora flautati e, benché intonati, comunicano un senso di precarietà assai poco piacevole. L'assenza di cavata si avverte soprattutto al duetto con Enrico, mentre il concertato del finale secondo, che Lucia dovrebbe "tirare", passa quasi inosservato. La scena della pazzia, ancora una volta risolta tutta nei toni della mestizia e quasi ripiegata su se stessa, vede la Gutiérrez lottare (non sempre vittoriosamente) con l'intonazione soprattutto nella cadenza del cantabile. Nel tempo di mezzo la cantante, ormai afona, sfodera suoni di petto grotteschi di per sé, ma soprattutto in questo personaggio e in un simile momento, chiudendo la grande scena con una cabaletta scolastica, condotta peraltro da Ranzani a un tempo letargico. Un bel dilemma, in effetti: staccare un tempo rapido, che permetta di concludere il tutto alla svelta, ma anche con il rischio di compromettere ulteriormente la tenuta delle agilità, o rallentare il più possibile, dando così modo alla cantante di riprendere, spesso anche rumorosamente, fiato? Il direttore ha scelto la seconda opzione.

Stefano Secco, la cui agenda farebbe pensare a uno strumento a metà strada, come qualità e potenza, fra il lirico e il lirico spinto (quindi, tanto per non far nomi, Aragall o Pavarotti), canta tutto di gola, senza preoccuparsi di vetusti ammennicoli quali maschera o proiezione. E', in questo, degno seguace di certa tradizione che negli ultimi anni sembra avere rimpiazzato, nei nostri teatri, altre modalità esecutive per il repertorio romantico, e non solo. Purtroppo, a differenza di altri colleghi nella stessa corda, la dote di natura è più vicina a Tonio della Fille, se non a Paolino del Matrimonio, e quindi i problemi vocali sono molto più evidenti. In debito d'ossigeno fin dalla sortita (tutto spoggiato l'attacco di Verranno a te sull'aure), ha urlacchiato alla maledizione e cantato di strozza, ma senza voce, la scena finale.

Alberto Gazale ha sfoggiato voce grossa (ma presto ridimensionata, come spesso avviene a chi tenti di urlare per l'intera serata), scarso senso del fraseggio donizettiano e "svirgolate" notevoli (la prima alle parole "Pria che d'amor sì perfido" nell'aria di sortita). Un po' meglio Giovanni Battista Parodi, che, spento e fiacco nell'aria del sorbetto (davvero orrenda e meritevole di ripristino del taglio e discesa nell'oblio, in assenza di un basso capace di sfumare e variare con eloquenza e nobiltà), ha dato prova, nel racconto della pazzia di Lucia, se non della necessaria ampiezza, almeno di un tono composto e una voce certo poco duttile, ma meno dura e sgraziata della media (ultimamente bassina) dei cantanti di questa corda.

A lui quindi il nostro applauso, ma... se in una Lucia il migliore è Raimondo... signori, c'è da preoccuparsi!!!


Lord Enrico Ashton
Alberto Gazale

Miss Lucia
Eglise Gutiérrez

Sir Edgardo di Ravenswood
Stefano Secco

Raimondo Bidebent
Giovanni Battista Parodi

Alisa
Antonella Trevisan

Lord Arturo Bucklaw
Saverio Fiore

Normanno
Enrico Cossutta

Orchestra e Coro del Maggio
Musicale Fiorentino
Piero Monti maestro del coro
Stefano Ranzani direttore

Graham Vick regia
ripresa da Marina Bianchi
Paul Brown scene e costumi
Nick Chelton luci

Allestimento del Maggio
Musicale Fiorentino

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martedì 3 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor a Firenze, secondo cast.

Proprio nel giorno in cui il Corriere della Sera pubblicava un trafiletto sull’imprescindibilità dell’avvenenza per un soprano del giorno d’oggi, siamo partiti alla volta di Firenze per assistere alla donizettiana Lucia di Lammermoor, interprete Jessica Pratt, soprano di cui più volte vi abbiamo parlato in questo blog quale eccellente promessa del belcanto presente. E come piace a questo sito, miss Pratt, a differenza di tutte le new entry di agenzia, ha cantato e non... sfilato, raccogliendo un altro grande successo di pubblico, e dimostrando, nella vasta sala del Maggio, che il canto premia ancora chi lo pratica nella pienezza dei mezzi vocali, dell’impostazione sana e robusta “ di tradizione”, ossia quella delle voci manovrate nella maschera, alla ricerca del suono pulito, proiettato ed ampio. E tutto ciò lasciando veline e pin-up nelle loro più opportune sedi.

In quel di Firenze la Pratt, in carriera da meno di due anni, era anche chiamata a rispondere di alcune critiche ricevute, a mio avviso ingiuste, per la prova fornita nei Puritani bergamaschi, assai condizionata dalle condizioni schizofreniche in cui si era trovata a lavorare. Critiche alla sua capacità di legare, soprattutto, e di essere interprete vera e non solo un fenomeno del registro acuto e sopracuto.
Nuovamente nei panni di miss Lucia Ashton, la giovane australiana ci ha regalato un grande sabato sera di canto, dimostrando di meritare la stima tributatale dai suoi sostenitori della prima ora. Ha cantato e, soprattutto, ha interpretato come aveva promesso di fare al tempo della sua prima Lucia dell’Aslico e di Bologna l’anno passato e, facendo tesoro delle critiche, ci ha reso un personaggio costruito su un canto legato di primissima qualità, unito ad una dinamica sfumata ed intensa, ove smorzature, messe di voce e piani-pianissimi sono arrivati con continuità e puntualità di vera interprete.
Qualche imprecisione-incertezza, due-tre nella serata, in parte dovute anche ad imperfette sincronie palco-buca ( la Pratt era secondo cast..), non hanno inficiato per nulla una prova convincente ed anche emozionante: facilissimo il canto di agilità, anche quello di forza ( duetto Lucia–Enrico soprattutto ); acuti e sopracuti davvero impressionanti, cristallini e proiettati secondo le prassi tradizionali australiane ( ! ) come nel sestetto; una vera e personale dinamica espressiva anche in momenti consumati dalla tradizione esecutiva, quali la cadenza di Paoloantonio; accento intenso in passi come il duetto col fratello, sono stati i pilastri su cui si è fondata la prova della Pratt l’altra sera. La voce è stata usata forse un paio di volte sul forte, dosata regolarmente tra il piano ed il mezzoforte, dando volume solo... all'occorrenza drammatica. Il Maggio si è sciolto in una grande ovazione alla scena della pazzia, a provare e ricordare a tutti, agenti e giornalisti in primis, che quando il canto funziona il fisico matronale poco importa, mentre se il canto non gira si può anche essere carine ma la sala non risponde.
L’opera è spesso adrenalina, emozione melomaniaca pura: ma l’adrenalina scorre e la tensione si palpa nell’aria della sala solo se le voci viaggiano nel vuoto come dovrebbero, ampie, intense, sonore, proiettate, sostenute. Ed usate con pertinenza espressiva. Ci spiace per le mille soubrettine che ogni giorno affliggono i palcoscenici dell’opera lirica, ma le loro voci fiacche, vuote, prive di corpo, non possono suscitare questo medesimo effetto sul pubblico.
Miss Pratt si solleva teneramente il vestitone bianco mentre attraversa la brughiera di Vick; spara sopracuti enormi stando seduta sul seggiolone della scena delle nozze come un soprano anni ’50; fa qualche balzo in scena come in passato, allorquando qualcuno rimproverò proprio per questo il suo augusto modello australiano ( ricordate il “salto del canguro” della Borgia romana???)... è vero, ma canta!
E fatela cantare! In primo cast, perchè qui a Firenze meritava lei, a mani basse, il posto lasciato da Elena Mosuc. Se si vuole criticare miss Pratt lo si può anche fare colpendo certe ingenuità, a mio avviso normali, nella cantante di breve corso. E' però certo che il suo canto non si compara con niente del nostro magro presente: le sue pietra di paragone stanno indietro, nella grande tradizione delle Lucie di alta scuola, dal più recente duo Devia - Gruberova, alle Anderson, su su sino....alla Grande Australiana. E basta un giretto su You Tube, cominciando dalle recenti performance del Met, per rendersene conto.Lasciamo alle veline i loro spazi, se proprio non se ne vuol fare a meno ( causa anche la carestia del mercato delle voci..), ma lasciamo anche alle cantanti vere gli spazi e , soprattutto, i ruoli che loro spettano là dove è imprescindibile IL CANTO.

Quanto agli altri interpreti, siamo stati nella media del giorno d’oggi. Diciamo che per questo cast maschile i tagli di tradizione sarebbero stati opportuni. Un tenore con la voce non sfogata, ma corretto; un baritono volgare anzi che no; un basso da dimenticare.
Quanto al direttore, Stefano Ranzani, non ha fatto suonare bene l’orchestra, spesso pesante e pestacchiona, di brutto suono. Ha però staccato dei tempi, a mio avviso, efficaci, ora lenti ora svelti, sempre pertinenti all’azione drammatica, risparmiandoci quelle larghezze fintamente estatiche e piuttosto mollicce che oggi van tanto di moda. Efficace il vecchio allestimento di Vick che già conoscevamo, con il solo primo atto veramente bello e convincente.

Cast:

Lord Enrico Ashton
Juan Jesús Rodriguez

Miss Lucia
Jessica Pratt

Sir Edgardo di Ravenswood
Gianluca Terranova

Raimondo Bidebent
Paolo Battaglia

Alisa
Antonella Trevisan

Lord Arturo Bucklaw
Cristiano Olivieri

Normanno
Enrico Cossutta

Orchestra e Coro del Maggio
Musicale Fiorentino

Piero Monti maestro del coro
Stefano Ranzani direttore
Graham Vick regia
ripresa da Marina Bianchi
Paul Brown
scene e costumi
Nick Chelton luci

Gli ascolti

Atto II


Soffriva nel pianto

Chi mi frena in tal momento

Atto III

Scena della pazzia - Cadenza


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