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domenica 10 luglio 2011

Verdi Edission: I due Foscari

Verdi corteggiava il teatro di Lord Byron già ai tempi dell’ “Ernani”.
La ricerca di un libretto adatto al gusto del pubblico e del Teatro la Fenice di Venezia, che gli aveva commissionato un’opera, lo portarono dapprima ad accarezzare l’idea, assieme al Piave, di un adattamento dal poema eroico “The bride of Abydos”, storia dall’ambientazione esotica sullo sfondo di presunti incesti, personalità ambigue, omicidi di fratelli ad opera di usurpatori, vendette e un amore impossibile; sicuramente affascinante, ma l’idea di far ruotare la vicenda del quartetto dei protagonisti intorno alla primadonna, con il rischio di incappare nella censura, lo scontentarono facendogli preferire, tra gli altri motivi e grazie ai consigli del Conte Carlo Mocenigo, lo scandaloso “Hernani” di Victor Hugo in occasione della stagione carnevalesca del ‘44.

Iniziavano per Verdi gli sfiancanti “anni di galera”.
Il successo veneziano dell’ “Ernani” diede a Verdi la possibilità di ottenere una nuova scrittura per quel teatro, ma il problema fondamentale era sempre il solito: trovare un soggetto che fondesse stringatezza e fuoco oltre ad essere meno impegnativa nei costi e nello sfarzo dopo lo scialo di ben due opere corali come “Nabucco” e “Lombardi”, più mirato ad uno scavo originale sui singoli.
Ecco allora ritornare l’ombra di Byron: nonostante Verdi amasse punto le mollezze veneziane, avrebbe voluto omaggiare la città con un soggetto importante e lagunare, e Byron sembrava offrire l’ispirazione perfetta attraverso il “Marino Faliero,” (1820) soggetto invero non nuovo e con il forte handicap di essere stato portato sulle scene da Donizetti stesso e con un libretto che fondeva sia il dramma byroniano con innesti dall’omonima tragedia di Casimir Delavigne (1829) già debitore del poeta inglese.
Serviva, dunque, un soggetto nuovo. Nell’estate del ’43 Verdi si appassionò al dramma “I due Foscari” tratto da una vicenda realmente accaduta nella Venezia della metà del ‘400, più per quello che poteva offrire che per il suo valore intrinseco, in quanto trattasi di lavoro teatralmente statico ed eccessivamente ricercato nel linguaggio, un puro esercizio di stile e letteratura per molti, ma dal contenuto nerissimo ambientato cioè tra Carnevali spettrali e le macchinazioni del Consiglio dei Dieci, argomento che il compositore trovava stimolante e ricco di spunti.
La proposta doveva trovare accoglimento presso la censura veneziana, la quale considerò sconveniente i troppi riferimenti a certe blasonate famiglie della laguna ancora in auge e arroccate alle loro antichi e prestigiosi natali: per questi motivi e per non creare imbarazzi, il soggetto fu rimandato al mittente.
Per non rinunciare al progetto a cui Verdi credeva fermamente, il compositore spostò le sue mire presso il Teatro Argentina di Roma, con il quale, grazie alle pressioni del nuovo direttore Alessandro Lanari, già vi erano stati contatti per la commissione di una nuova opera da rappresentarsi nella stagione autunnale, magari basata su Lorenzo de’ Medici, riduzione del dramma di Giuseppe Revere, ritenuta però dalla censura papalina troppo rivoluzionaria nello spirito e nei contenuti (si arriva addirittura all’uccisione del despota, impensabile per l’epoca!). “I due Foscari” al contrario passò indenne le richieste della censura, ottenendo finalmente il via libera alle composizione.

Verdi, che dopo il successo dell’ “Ernani” si divideva tra Milano e Busseto per coltivare i rapporti con i teatri, scegliere le commissioni ed i contratti più vantaggiosi e intrattenersi con le amicizie, e Francesco Maria Piave lavorarono alacremente alla stesura del libretto, pronto in quasi un mese e lodato in un primo momento dal compositore che riuscì abilmente ad evitare le pressioni di un contralto particolarmente insistenete e subito allontanato e di un secondo compositore interessato al soggetto; ma il maniacale lavoro di rifinitura prese il sopravvento e Verdi domandava di rifinire, di ripulire la versificazione introducendo, egli stesso, alcune novità nell’intreccio come: curare con attenzione maggiore di Byron il povero personaggio di Jacopo ritenuto, già nel testo “troppo debole” drammaturgicamente, al quale veniva in soccorso un’aria di forza dopo il poetico ingresso dedicato a Venezia; aggiunta di maggior fuoco e “fracasso” in quel primo atto così poco grandioso con le due arie di Lucrezia e del Doge ed il duetto finale; la successione degli eventi nel secondo atto con il colpo di scena dell’ingresso di Lucrezia e dei figli; la morte di Jacopo, mai del tutto risolta e in un primo tempo posta a conclusione del II atto e preceduta da un breve duetto con un gondoliere lontano (chiara citazione rossiniana non accolta nella stesura definitiva).
Al motto “El maestro el vòl cussì “ Piave ubbidiva e lavorava pur rimanendo sostanzialmente fedele al modello byroniano. C’è da dire che Piave stesso non era convinto di un soggetto così povero d’azione e accolse tutte le nuove possibilità teatrali suggeritogli per renderlo più agile.
Anche le prove (iniziate il 14 Agosto del ’44) videro la supervisione di entrambi gli artisti. L’orchestrazione dopo quattro mesi di lavoro era pronta i primi giorni di ottobre e l’opera poté andare in scena il 3 novembre con Achille de Bassini (Francesco Foscari), Giacomo Roppa (Jacopo Foscari), Marianna Barbieri-Nini (Lucrezia Contarini-Foscari): successo tiepido che andò accrescendosi nelle recite successive con varie chiamate nei confronti del compositore.
Come riporta Emanuele Muzio, discepolo e grande amico di Verdi, l’attesa per la nuova opera era andata crescendo a Roma, ma si crearono malumori tra il pubblico a causa dell’aumento ingiustificato del costo dei biglietti, e la tensione tirò un brutto scherzo ai cantanti i quali non diedero il meglio; eppure se alla prima fu di fatto controversa, le recite successive ottennero un discreto successo, con decine di chiamate per Verdi che fu omaggiato con una medaglia d’oro che lo ritraeva.
Nonostante l’esito lusinghiero Verdi, che dapprima riteneva l’opera tra le sue predilette, si ritrovò più tardi presso Antonio Somma a cambiare avviso: troppa cupezza, troppa mestizia, troppa monotonia nelle tinte; lo stesso Piave si rimprovererà di non aver saputo sfruttare meglio una certa vivacità con i personaggi di Jacopo e Loredano.

L’opera, in ogni caso, riuscì a crearsi un piccolo angolo nella programmazione dei teatri italiani e internazionali, apparendo con una certa frequenza fino al 1870 per poi sparire dai cartelloni a causa del cambiamento del gusto del pubblico e soprattutto per una brevità che non consentiva di riempire il teatro nemmeno sfruttando i consueti balletti nelle pause, ormai caduti in disuso; basti pensare che tra il ’46 ed il ’47 “I due Foscari” appariva a Parigi al Teatre des Italiens, Londra e Boston.
Successivamente, la produzione parigina, circolò in tutti i maggiori teatri italiani nelle vesti di “opera di ripiego” (sic!) ovvero uno spettacolo sostitutivo da mettere in scena senza troppi problemi di cast (!!!) e scene, a causa di ritardi, rimandi o gravi problemi nella produzione di una opera nuova… fa una certa impressione pensare a “I due Foscari” come “ripiego” soprattutto riferita alla difficoltà micidiale dei ruoli protagonisti: in quella metà dell’ottocento doveva essere la normalità affidarsi a tre esperti cantanti per salvare una serata attraverso un’opera ritenuta evidentemente di facile consumo (a riprova di ciò addirittura il monologo finale del Doge morente stuzzicò molti baritoni a metterlo in repertorio soprattutto nei concerti ), quando oggi per trovare un baritono, un soprano ed un tenore appena decenti è impresa da far sudare, occorrendo compiere autentici salti mortali e giustificare tali scelte con argomentazioni capziose!

Verdi se ne discostò ben presto per poi abbandonarla con la maturità, Donizetti la trovava inizialmente frammentaria e poco idiomatica prima di provare un certo entusiasmo, certa critica la definì frettolosa se non addirittura commerciale; in realtà si tratta di un’opera in cui Verdi percorre una nuova strada, per ora solo pionieristica, già intrapresa con “Ernani”, allontanandosi dallo stile delle figure da bassorilievo come quelle scolpite in “Nabucco” e “Lombardi” affrontando anche stilisticamente un approccio più profondo e vicino alle pulsioni più intime dei suoi personaggi.
La musica è prosciugata dall’energia barricadiera, patriottica e risorgimentale che complicava e inaspriva la strumentazione: questo Verdi è un compositore diverso che ha bisogno di allontanarsi dai stilemi acerbi che lo avevano contraddistinto per cercare la sua identità compositiva.
Mira ad una forma più soffusa, prediligendo i ritmi espressivi e più morbidi propri della “Barcarola” espediente sfruttato con abilità durante l’arco dell’azione, che gli permette di inserire un nuovo personaggio: Venezia stessa.
Una orchestrazione dunque curata negli impasti cromatici, lontana dalle marce roboanti e celebrative, per trasformarsi in qualcosa di inedito e più raffinato nella struttura.
Pensiamo all’uso potente che Verdi compie utilizzando i flauti, clarinetti, fagotti sia nel breve preludio orchestrale che nelle due scene successive, come trattenuti da piani e pianissimi prescritti nelle note ribattute e variate per creare uno stato di sospensione e di tragica cupezza, come se già tutto fosse stabilito.
Evidente la rottura con la tradizione: Verdi con perizia del tutto nuova evita accuratamente che i “pezzi chiusi” non si fondino con il continuo del dramma evitando ogni tipo di interruzione all’azione drammatica che di fatto fluisce libera; oppure, assoluta novità in quegli anni, gli stessi tre finali sono privi di ogni stretta concludendosi con un duetto tra il baritono ed il soprano, un concertato ed un monologo del protagonista accompagnato dal coro.
Quasi contemporaneamente (e inconsapevolmente) a Wagner, Verdi introduce per la prima volta nella sua produzione le “reminiscenze tematiche”, ovvero un tema ricorrente associato ad un personaggio, usate invero con parsimonia e solo per introdurre il beneficiario e utilizzati esclusivamente per Francesco, Jacopo, Lucrezia ed il Consiglio: tale espediente, in forma embrionale, era già stato utilizzato da alcuni compositori in passato come Meyerbeer o Cagnoni.

Il breve preludio si apre con un tema da suonare “a piena orchestra” in do minore prescritto in fortissimo e poi ripreso e variato dagli archi, dai fiati e dagli ottoni, ma su due piani diversi, ma perfettamente compenetrati. L’improvviso silenzio lascia spazio al clarinetto il quale introduce il tema di Jacopo in piano che lascia spazio al tema di Lucrezia per fiati e violini, per poi abbandonarsi all’orchestra per il finale.
Dopo l’angosciante coro del Consiglio dei Dieci accompagnato foscamente dai fiati e che ritornerà altre volte nella parte politica dell’opera, si introduce il personaggio di Jacopo con l’andantino “dal più remoto esiglio” sostenuto da archi, clarinetto e fagotto che devono suonare compatti e sommessi.

Jacopo Foscari è il primo protagonista che ci viene presentato.
Fu creato da Giacomo Roppa, tenuto in grande considerazione da Verdi, tenore di forza che tra il 1832 ed il 1856 si distinse in Donizetti (Belisario, Lucrezia Borgia, Gemma di Vergy, Dom Sébastien), Mercadante (Emma d’Antiochia, Orazi e Curiazi), Bellini (Norma, Capuleti e Montecchi), Auber (Muta di Portici), Verdi (Masnadieri, Luisa Miller), Meyerbeer (Robert, le Diable), opere di Pacini, Morlacchi, Coppola, Persiani, etc.
Verdi compone per lui un ruolo in bilico tra patetismo, amor familiare e violento senso di riscatto, con una tessitura dalle grandi arcate melodiche in cui far splendere, su un cantabile moderato, una vocalità chiara, sicura e spinta soprattutto nel registro centrale e negli acuti, quindi dal passaggio pienamente risolto (penso alla scena visionaria nella prigione introdotta da un preludio gemello di quello iniziale, oppure davanti al Consiglio dei Dieci).
Jacopo è consapevole della propria innocenza, arrivando al delirio visionario e identificandosi con le larve che lo circondano; ma a parte rivendicare con forza nelle cabalette tale stato, rimane un vinto, un passivo suo malgrado, schiacciato dalla macchina del potere che lo pretende nel ruolo di colpevole, perché la vendetta di un uomo lo reclama.
Il suo strumento, quello che non lo lascia mai solo, è il clarinetto che suona malinconico il suo tema all’inizio nell’aria, nell’accorato duetto con la moglie e nel tragico finale, alternato nei momenti più concitati (la cabaletta “Odio solo, ed odio atroce”) all’accompagnamento delle trombe e degli archi via via più presente e minaccioso.
Una curiosità: per la ripresa dell’opera al Theatre des Italiens del ‘46, Verdi ebbe a disposizione il tenore Mario, personalità e artista discusso, epigono per vocalità e stile di Giovanni Battisti Rubini. Per lui il compositore scrisse la cabaletta di grazia”Si lo sento, iddio mi chiama” la quale per difficoltà e svolazzi pare presagire per certi versi la cabaletta di Amalia ne “I Masnadieri”, coronata da ben due Mi bemolli, ma di dubbio valore artistico. Si pensava perduta fino al suo ritrovamento in anni recenti nella Biblioteca Nazionale di Parigi.

L’arpa e i legni, le fioriture (più volte mutate dal compositore), l’aria “Tu al cui sguardo onnipossente” ci introduce Lucrezia Contarini-Foscari; parte attiva del dramma, il suo autentico motore, colei che per diritto può parlare da pari con il Doge.
Ruolo pensato per la vocalità di Marianna Barbieri-Nini tanto spiacevole d’aspetto quanto ottima cantante, perfetta nei ruoli di forza e d’espressione come Lucrezia appunto, ma anche Lady Macbeth (interprete della prima versione) e Gulnara, plasmando la sua voce pura, dolce a tratti e drammatica a suo agio con la coloratura e con i ruoli di considerevole estensione.
Attiva tra il 1840-’56 la Barbieri-Nini si distinse in un repertorio da soprano drammatico, in Donizetti (Lucrezia Borgia, suo favorito, Anna Bolena, Belisario, Caterina Cornaro, Poliuto, addirittura Lucia di Lammermoor), Verdi (Luisa Miller, Attila, Ernani, Giovanna di Guzman, titolo “censorio” per i Vespri siciliani, Nabucco, in cui però interpretava Fenena, Trovatore, cantato però durante il declino), Rossini (Semiramide, Mosé e Faraone), Pacini (Merope, Buondelmonte, Lorenzino de’ Medici), Apolloni, Petrella, Campana, etc.
La Contarini-Foscari è ruolo micidiale si sa: due ottave d’estensione, salti d’ottava, colorature, acuti perentori, legato da manuale, in più occorre interpretare una donna che con orgoglio si proclama figlia e nuora di Dogi, e come tale il potere lo affronta senza armi, ma solo con i suoi “titoli” di moglie innamorata e madre e con il coraggio che ne deriva. L’innocenza di Jacopo, il suo amore sono per la donna motivo di fierezza e conseguenza della sua forza, come dimostra nel duetto, terzetto e quartetto della prigione di fronte al suocero ed al nemico Loredano o ancora di fronte alle “canute tigri” del Consiglio dei Dieci: momenti altissimi in cui la musica ed il canto risultano precursori negli impasti timbrici di arpa, fagotto, clarinetto e archi dei futuri “Simon Boccanegra” e “Rigoletto”.
Una figura di donna volitiva e commovente insieme: su di lei si abbatteranno due cadaveri e la vittoria di Loredano senza scalfire la sua tempra morale.
Il suo tempo sarà “allegro agitato”, i suoi strumenti, quelli scelti per il suo tema, gli archi.

Achille de Bassini, in carriera tra il 1837 e gli anni ’70 dell’ottocento, fu scelto come primo interprete e rimarrà molto legato al personaggio ed alla produzione di Verdi.
Esempio di baritono nobile, ritenuto erede di Ronconi (“Ronconi del sud” veniva chiamato) fondeva nella sua voce l’estensione sicura, il legato elegante ed espressivo e la schiettezza carismatica dell’interprete.
Fu primo interprete anche de “Il Corsaro”, “Luisa Miller”, Fra Melitone ne “La Forza del destino” rivelando una notevole verve comica, accanto a opere come: Ernani, Attila, Rigoletto, Lombardi, Giovanna d’Arco, Traviata, Trovatore, accostandosi anche al Donizetti maturo (Belisario, Maria de Rohan, La favorita, Parisina, Lucia di Lammermoor, Lucrezia Borgia, Don Pasquale), il Rossini serio (il Tell) e buffo (Barbiere), Bellini (Sonnambula, Norma), ma anche Mercadantem Pacini, Ricci, ed altri compositori minori.
Francesco Foscari è il terzo e ultimo dei protagonisti che ci viene presentato.
La prima scena che lo vede protagonista lo ritrae solo; e tale singolare figura rimarrà completamente sola nonostante l’affetto per il figlio e per la nuora fino allo scioglimento dell’intreccio.
“Sarò Doge nel volto, e padre in core.“ è l’amarissimo ritratto che fa di se stesso di fronte all’odiato Consiglio: Foscari non dimentica mai di essere dapprima Doge e poi padre, tale è la sua condizione; un ruolo in cui, vista la tragica situazione di dover condannare un figlio innocente per giunta, rende il manto del potere ancora più pesante della vecchiaia. Trova conforto nelle parole di Lucrezia verso cui apre momentaneamente il suo cuore, ma torna uomo politico bene presto per adempiere ai suoi poteri che Loredano gli rinfaccia. Al termine sarà annientato come uomo politico e come padre, reso inutile e impotente di fronte all’ennesima perdita di ciò che lo rendeva uomo pur potendo dimostrare con le prove l’innocenza di Jacopo, verso cui non poteva battersi.
Le figure di padri torneranno spesso nella produzione verdiana, senza dubbio, ma Francesco Foscari è probabilmente il primo più intimamente sconfitto nonostante la sua figura giganteggi nel finale.
Lente e sussurrate sono le melodie che lo accompagnano contrappuntate da arpa e violoncelli seguiti da fagotti; nel dialogo con Lucrezia la struttura musicale e poetica a più sezioni lo trasforma nel prototipo del duetto sentimentale con il suo moto andante, sempre più mosso, che verrà riproposto più avanti e con le stesse tipologie vocali ne “La traviata”, così come il terzetto con Lucrezia e Jacopo prelude al “Rigoletto” per modernità di intenti e per lo strumentale bilanciamento tra legni e archi.




Gli ascolti

Verdi - I due Foscari


Preludio - Tullio Serafin (1957)

Atto I

Silenzio, mistero - Tullio Serafin (1957)

Qui ti rimani alquanto...Dal più remoto esiglio... Odio solo, ed odio atroce - Carlo Bergonzi (1951), Franco Tagliavini (1972)

Bonus: Dal più remoto esiglio...Sì lo sento, Iddio mi chiama - Chris Merritt (1987)

No, mi lasciate...Tu al cui sguardo onnipossente... O patrizi, tremate - Maria Vitale (con Liliana Pellegrino - 1951), Leyla Gencer (con Marisa Salimbeni - 1957)

Tacque il reo - Bruno Bartoletti (1972)

O vecchio cor, che batti - Piero Cappuccilli (1972)

L'illustre dama Foscari...Tu pur lo sai, che giudice - Leyla Gencer & Giangiacomo Guelfi (con Uberto Scaglione - 1957), Jan Derksen & Cristina Deutekom (1973)


Atto II

Notte! perpetua notte... Non maledirmi, o prode - Carlo Bergonzi (1951), Carlo Bergonzi (1981)

Ah, sposo mio...No, non morrai - Leyla Gencer & Mirto Picchi (1957)

Ah padre... Nel tuo paterno amplesso - Carlo Bergonzi, Margherita Castro-Alberty, Renato Bruson & Donnie Ray Albert - dir. Eve Queler (1980)

Che più si tarda?... O patrizii...il voleste - Giangiacomo Guelfi, Mirto Picchi, Leyla Gencer, Alessandro Maddalena, Ottorino Begali, Marisa Salimbeni & Augusto Veronese - dir. Tullio Serafin (1957), Piero Cappuccilli, Franco Tagliavini, Katia Ricciarelli, Arnold Voketatis, Frank Little, Christina Asher & Ernesto Gasco - dir. Bruno Bartoletti (1972)


Atto III

Alla gioia!...Donna infelice...All'infelice veglio - Franco Tagliavini & Katia Ricciarelli (con Arnold Voketatis, Frank Little & Christina Asher - 1972)

Egli or parte...Più non vive! l'innocente - Leyla Gencer (1957), Katia Ricciarelli (con Piero Cappuccilli - 1972)

Signor, chiedon parlarti...Questa è dunque l'iniqua mercede...Quel bronzo fatale - Renato Bruson (con Margherita Castro-Alberty & Donnie Ray Albert - 1980)




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mercoledì 25 marzo 2009

I due Foscari alla Scala

I Due Foscari si chiudono con la sinistra frase dell’antagonista “ Pagato or sono”, che sarebbe lugubre e sinistra se chi la canta fosse dotato di autentica voce di basso. Ieri sera la dirigenza scaligera avrebbe potuto cantare, in vena di perifrasi, “Graziato or sono”, perché il teatro, dinnanzi ad una mediocre e raccogliticcia ripresa dei Due Foscari, che avrebbe meritato riprovazioni, ha invece regalato applausi, contenuti, di cortesia e tutto è filato via senza incidenti di percorso. Ma in un clima di silenziosa sopportazione.

Foscari raccogliticci ed improvvisati ab origine. Storia nota, che il titolo è stato programmato in luogo di un altro, e di ben maggiore impegno per la protagonista fuggita dopo un infausto Macbeth, quindi, scelto il titolo, è cominciata la caccia ai cantanti. Secondo il costume usato, anzi il malcostume.
La prevista protagonista femminile è sparita, come pure il previsto ed annunciato direttore, tanto che da Natale alle prove è stato un susseguirsi di audizioni affannose per la Contarini e di ricerca per la bacchetta supplentie Eventi questi che fanno ritenere che i più titolati destinatari delle lamentele e delle reprimende del pubblico non siano coloro che stanno sul palco, ma coloro i quali decidono chi mandare sul palco.
Il problema non è trovare o individuare qualcuno migliore per le parti, ma domandarsi dell’utilità ed opportunità di proporre questo titolo.
Quanto ai protagonisti della serata l’ottuagenario Francesco Foscari è stato affidato al quasi coetaneo Leo Nucci.
Al signor Nucci è sempre mancata la tecnica dei grandi baritoni sino al primo cinquantennio del secolo scorso, alla Pasquale Amato o Riccardo Stracciari, tanto per esemplificare. E con la mancanza di tecnica anche la mancanza di autenticità del fraseggio, vuoi che siano i recitativi (si veda il recitativo iniziale di ingresso, come quello all’atto terzo, già presaghi di Rigoletto) vuoi i cantabili (dalla cavatina di sortita , di autentico gusto e colore donizettiano, al duetto con Lucrezia sino all’intera scena finale, che è di mano e gusto verdiani). Oggi al signor Nucci mancano anche il decoro ed il rispetto di sé e del pubblico. Nelle condizioni in cui si trova, volume scarso, nessuna possibilità di dinamica sfumata, voce priva di armonici, si lascia il passo alle generazioni successive. E se queste sono di più bassa levature vale, comunque, il principio “meglio rimpianti che compianti”.
Il signor Sartori non è dotato certo di voce di bel timbro, e ciò poco importerebbe se la voce fosse messa là dove ha da stare per poter ben cantare. La voce, dotata di un certo corpo nella zona centrale, si assottiglia già dal passaggio superiore e primi acuti (di estremi Jacopo di fatto non è chiamato ad emetterne) sfugge indietro o nel naso, ed il canto legato non arriva mai pieno e facile, perché non è vera voce da Verdi, ma nemmeno aristocratico tenore da Donizetti, come ben si adatterebbe alla sezione centrale della grande aria di sortita al primo atto., che riporta alla sortita di Riccardo della Rohan. Le forzature del mezzo si sono unite ad un interprete inerte, monocorde e senza accento (un esempio per tutti, totale latitanza di accento alla grande scena in apertura di secondo atto e nel finale), che mai ha convinto od emozionato.
Niente di peggio che il suono sfolgorante ed il piglio verdiano staccato per la prima cabaletta dall'orchestra con una voce priva di ampiezza e squillo. Tralascamo che se si esegue il da capo qualche puntatura e una qualche variazione agogica sono irrinunciabili. Ma qui le correità è della bacchetta.
Manon Feubel, che doveva essere la vittima sacrificale di una serata, che alcuni immaginavano miracolata dalla presenza del grande divo, ha, invece, portato a termine il suo difficile compito gestendo la pestifera scrittura della grande dama Contarini con un canto….. perfettamente a livello dei suoi colleghi di cast.
Certo quando è sortita dalle scene del soprano drammatico di una volta c'era solo il fisico. Non la voce. Accreditata di una voce importante, a noi è parsa semplicemente una voce lirica, dalla sonorità variabile ( meglio le cabalette degli ariosi da questo punto di vista , di timbro anonimo e decisamente ovattata, che in acuto, soprattutto con lo scorrere della serata, tende ad assottigliarsi sensibilmente, il tutto per una prima ottava aperta e mal impostata. Ha cantato, pur sforzandosi, con pochi colori, perché il canto piano costa fatica; qualche passo di puro petto in basso, buona foga nelle cabalette, ed astensione di questo molto la ringraziamo! ) da strilli, lanci di stracci e raptus inconsulti, che costellano le prestazioni delle moderne Contarini e primedonne analoghe.
La presenza di Manon Feubel nel ruolo della Contarini invita ad un'altra riflessione. Questa cantante è una assoluta sconosciuta, non giovanissima con una carriera di provincia. E sino qui nulla di strano anzi assolutamente normale. La prova della funesta situazione in cui si trova il canto è che i soprani che i protagonisti delle nostre riflessioni del venerdì proposte e proponendo sponsorizzano , sostengono , caldeggiano cantano esattamente come la signora Feubel.
Un tempo fra un soprano che si esibiva alla Scala ed uno che stava abitualmente fra Reggio Emilia e Ferrara la differenza era eviidente e tangibile.
La direzione d’orchestra del maestro Ranzani non ha impressionato, né in un senso né in un altro. Non comprendiamo la scelta di eseguire l’opera integralmente, date le difficoltà del cast: solo la Feubel ha esibito un paio di puntature nel da capo della prima cabaletta, mentre gli altri hanno ripetuto all’identìque le seconde strofe, per giunta con certe difficoltà di accento ( alludiamo alla mancanza di vigore di Sartori in particolare). La forbice talora soccorre, ed abbrevia serate che, come questa, non decollano ed annoiano. La direzione è stata utile al canto, ma ha mancato di varietà nella dinamica, ed i numeri sono arrivati tutti scollegati, come se mancasse una unitarietà del tutto. Sbagliato perchè quest'opera ha una sua struttura sia nell'inizio con le presentazioni dei tre personaggi, che poi cominciano a dialogare sia per i loro rapporti familiari che pubblici e che con tra scene si congedano dal pubblico e per due di loro anche dalla vita terrena. Ma queste forse sono solo impressioni che si hanno in queste serate polverose e…..provinciali.
Allestimento già visto, tradizionale, di bella qualità scenografica, ma banalissimo sul piano registico.
dd & gg

Gli ascolti

Verdi - I due Foscari


Atto I

O vecchio cor che batti - Riccardo Stracciari (1906)

Atto II

Notte! Perpetua notte...Non maledirmi, o prode - Bruno Prevedi (1971)

Atto III

Questa è dunque l'iniqua mercede - Pasquale Amato (1907)

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mercoledì 1 ottobre 2008

Son guerriera che a plauso t'invita: l'amazzone verdiana

Principia, oggi, il Festival Verdi.
Verdi iniziò nel 1839 e concluse nel 1893, ottuagenario, la propria parabola produttiva.
La produzione occupa, quindi, un cinquantennio in un secolo che, fra il 1850 ed il 1890 si identificò esclusivamente in Verdi per il melodramma e, forse anche, per la cultura in generale.
Or bene il Festival Verdi di Parma, per erudirci e ricordarci Verdi, la sua poetica, la sua parabola culturale e compositiva ci propone quattro titoli compresi nel decennio 1842-1851, i famosi “anni di galera” principiati, appunto, con il Nabucodonosor (Scala 9 marzo 1842) e conclusisi con il Rigoletto (La Fenice 11 marzo 1851). Degli “anni di galera”, stricto sensu, due fra i più flagellati dalla critica: Giovanna d’Arco e Corsaro.
Dalla prima rappresentazione si parlò di Ernani come di un capolavoro e riprese dell’ultimo cinquantennio ci hanno anche illuminati sui Foscari e, principalmente, su Attila.

Riflettendo sulla parzialissima scelta appare, però, un tratto comune a tutti i lavori del primo Verdi, la psicologia delle protagoniste. E, oltre alla psicologia il tratto vocale, che della realizzazione drammatica è il supporto.
Amazzoni o almeno guerriere e non solo perché armate di spada e di cimiero, anche se alcune di loro non esitano ad indossarlo, più e meglio degli uomini, ma tutte disposte alla battaglia per gli ideali di cui sono fiere e certe portatrici.
Questa è la caratteristica che accomuna praticamente tutte le primedonne di Verdi da Abigaille alla duchessa Elena dei Vespri siciliani. Nessuna viene meno.
In alcuni casi armate e belligeranti anche per ideali immorali e, pertanto, condannate alla soccombenza come Abigaille e Lady Macbeth, altre volte, le più, dalla parte della ragione in quella battaglia fra Bene e Male che connota il romanticismo letterario e musicale.
Senza fare facile sociologia da salotto sono anche una generazione più “avanti” ed evoluta delle primedonne donizettiane. Mi spiego: la virago donizettiana per eccellenza, Lucrezia Borgia, uccide di veleno, e la sua degna compare Elisabetta, sia di Devereux che di Stuarda, segna condanne capitali, perché regina nell’esercizio del proprio legittimo potere, discendente da Dio.
Dilettanti davanti a Lucrezia Contarini Foscari, che arringa con il titolo di “barbaro genitore” il suocero, doge per giunta, dopo avere insultato il Senato di Venezia, dove forse siede il proprio di genitore, o ad Odabella, novella Giuditta per autodefinizione, che svela alla potenziale vittima il progetto subdolo e femminile di Ezio, già armato di veleno, solo perché lei deve uccidere di spada, paterna, precisamente; o della duchessa Elena, che incita i poco reattivi palermitani all’insurrezione contro l’oppressore e non esita, altra tentata omicida, ad alzare il pugnale sul tiranno.
Ho il sospetto, ma solo tale, che la primadonna verdiana nasca da parte del musicista dall’osservazione delle dame di rango milanesi, fossero una Giuditta Sidoli od una Costanza Arconati, piuttosto che la Maffei o Adelaide Bono Cairoli.
In fondo le guerriere verdiane, come le citate sono tutte dame (damazze avrebbe detto il Carlo Porta, che, forse, le conosceva assai meglio di Verdi, ossia ben oltre l’apparato scenico del loro lignaggio) di alto rango, quando non di rango regale e oltretutto non sono solo furie inesorabili e vindici, ma anche spesso donne innamorate, tenere amanti. Certo i piedi non se li fanno pestare. Più facile che li pestino, se attaccate nei capisaldi della loro esistenza.
Il fatto che abbiano peculiarità, che le differenzia dalle dame della generazione operistica precedente, si riverbera sulle loro specificità vocali.
L’autentica primadonna donizettiana, per non dire rossiniana non si trovava a suo agio con la scrittura vocale di Verdi e Verdi con loro.
Il rapporto con Jenny Lind fu diffidente (vedasi corrispondenza Verdi/Muzio) e, comunque, il maestro scrisse per lei la parte più donizettiana del proprio catalogo.
Una piccola chiosa, poi, meritano i rapporti con le divine Grisi e Tadolini, papabili Lady Macbeth, poco accette a Verdi, benché la prima famosa Leonora del Trovatore e Lucrezia Contarini e la seconda, prima Alzira. All’epoca delle censure verdiane la Grisi era ormai al capolinea della propria carriera e la Tadolini (siamo se non sbaglio nel 1850) non più freschissima e, stando alla scrittura di Alzira, non certo il soprano drammatico dall’ampiezza e dal fraseggio pensato da Verdi, stando allo spartito ed ai racconti di Marianna Barbieri Nini.
Addentrandoci nelle scritture vocali delle amazzoni ci sono comunanze e peculiarità a seconda della cantante destinataria della parte o del carattere del personaggio.
Ad esempio Sofia Loewe, prima Elvira dell’Ernani e prima Odabella, piuttosto che Marianna Barbieri Nini, prima Lucrezia Contarini, Gulnara di Corsaro e Lady Macbeth erano molto dotate in basso: sia la cavatina di Elvira “Ernani, Ernani involami” che il successivo duetto con Don Carlo insistono molto nella zona grave della voce. Eppure nel terzetto seguente Elvira arriva più volte al do e quanto ad Odabella dopo tre o quattro battute, a gola fredda è chiamata al salto di sedicesima dal do acuto, per giunta munito di corona, al sin nat grave, che dell’ira del soprano verdiano è la sigla inconfondibile (vedasi entrata di Abigaille e recitativo della grande aria del secondo atto). Eppure Sofia Loewe (il cui repertorio prevedeva tutte le prime parti di Donizetti) è chiamata a languidissime fiorettature, legature continue con tanto di tessitura acutissima e scala cromatica al do acuto, con indicazione di leggerissimo e legato sugli “amati spiriti” nella seconda aria di Odabella “Oh nel fuggente nuvolo”. Quanto, poi, al Macbeth prima versione, anche privo della aria del secondo atto “ La luce langue” il registro basso è impegnato in maniera rilevante: basti pensare alla frase “ o notte ne avvolgi” della cabaletta, solo che, poi, la Lady deve eseguire una serie di sinistre fiorettature nel duetto con il protagonista, poi omesse nella versione parigina, e svettare sulla massa orchestrale nei concertati. E dulcis in fundo alla fine del sonnambulismo compare in ppp il famoso re bem. Per inciso l’ho sentito eseguire in teatro solo da Ghena Dimitrova all’Arena di Verona nel 1982.
Le problematiche vocali della Foscari sono le stesse a partire dallo slancio del recitativo di sortita con ascesa sino al si nat con tanto di salto di ottava, sulla parola “perdono” cui segue un andante fiorettato “Tu al cui guardo onnipossente” sino alla rovente cabaletta, alla impervia frase del duetto con il Doge che culmina con il do acuto di “barbaro genitore”.
Sotto questo profilo, credo che Sofia Loewe, con la Barbieri Nini, fosse, delle prime interpreti verdiane, quella tecnicamente ed interpretativamente più agguerrita e dotata, in quanto al massimo delle possibilità vocali ed espressive sia nel genere grande agitato che in quello patetico. Per rendersi conto di quanto richiedesse Verdi alla prima Odabella è sufficiente ascoltare la sortita registrata nel 1964 da Joan Sutherland o l’aria del primo atto di Montserrat Caballé. Aggiungo che nel suo “Tu che le vanità” Rodolfo Celletti immagina la di Carlo (alias la Callas) alle prese proprio con il personaggio della vergine guerriera.
Viene anche un sospetto, che Verdi, come Bellini, non sempre, complice la foga compositiva, piuttosto che un’esperienza diversa da quella degli altri grandi musicisti italiani non sempre sapesse prendere le misure con le esigenze vocali delle sue primedonne. A suffragio della tesi la scrittura vocale di Abigaille, riservata a quella che oggi definiremmo un soprano lirico di agilità, ossia la Strepponi. Se poi la Strepponi fosse già provata vocalmente o il Nabucco le abbia dato “il colpo di grazia” è difficile dirlo. Una circostanza è certa: la vera Abigaille non fu Giuseppina Strepponi, ma Teresa de Giuli Borsi, che cantò ben 47 repliche sempre alla Scala nella stagione successiva la prima e che doveva essere di inaudita resistenza fisica, oltre che cognizione tecnica, atteso che durò in carriera ben trent’anni.
Però se leggiamo quanto ha scritto Gino Monaldi su Erminia Frezzolini prima Giselda e prima Giovanna dobbiamo concludere che Verdi tenesse conto delle caratteristiche delle sue primedonne. E non dimentichiamo la scrittura di Amalia dei Masnadieri, ruolo, appunto, destinato alla Lind. Lo slancio e l’ardore insurrezionale non mancano, insito nel personaggio storico per la pulzella di Orleans, inventato per l’avventurosa ragazza rhodense, che finisce in un harem ed in vena di assoluto revisionismo, post concilio vaticano secondo, arringa i crociati con il titolo più consono che la storia regalò loro: predoni. Però Verdi evita alla Frezzolini l’uso del registro basso delle parti composte per la Barbieri Nini e la Loewe, e quando la impegna nella zona acuta (vedi rondò che chiude il secondo atto, piuttosto che la polacca “Non fu sogno” e un re bem toccato nella cavatina di Giovanna) evita l’attacco di slancio delle note acute, riservati alle altre due primedonne, con un rispetto della voce che se non è rossiniano guarda almeno a Donizetti. I due andanti di Giselda, poi, chiamano in causa la zona medio alta della voce e l’espressione dolente è molto prossima a quella di personaggi del catalogo donizettiano, che era il luogo privilegiato della prima interprete. Fra l’altro la Frezzolini doveva disporre di un controllo e distribuzione dei fiati di grandissima scuola, esaminando la linea vocale dei due passi, dove o si dispone di polmoni eccezionali o si sa “rubare” alla perfezione il fiato se non si vuole interrompere la linea musicale. E che le differenze ci siano lo ricordano le esecuzioni di una Scotto, quasi a suo agio quale Giselda, assolutamente in difficoltà vocale quale Abigaille. E fortuna, con buona pace dei suoi numerosi tifosi fra i quali non possiamo mancare, che ha tralasciato Odabella!

Gli ascolti

Giuseppe Verdi


Nabucco
Parte I - Prode guerrier...Io t'amava - Ghena Dimitrova
Parte II - Ben io t'invenni...Anch'io dischiuso un giorno...Salgo già del trono aurato - Maria Callas

I Lombardi alla prima crociata
Parte III - Dove sola m'inoltro...Oh, belle a questa misera - Cristina Deutekom & José Carreras

Ernani
Parte I - Surta è la notte...Ernani, Ernani involami - Marcella Sembrich, Montserrat Caballé
Parte I - Quel cor tentiamo...Da quel dì che t'ho veduta - Anita Cerquetti & Ettore Bastianini
Parte IV - Ferma, crudele, estinguere - Grace Bumbry, Lando Bartolini & Nicolai Ghiaurov

I due Foscari
Atto I - Tu pur lo sai - Cristina Deutekom & Jan Derksen
Atto II - Ah! padre! - Carlo Bergonzi, Maria Vitale & Giangiacomo Guelfi
Atto III - Più non vive - Leyla Gencer

Attila
Prologo - Allor che i forti corrono - Rita Orlandi-Malaspina
Atto I - Oh, nel fuggente nuvolo - Leyla Gencer
Atto I - Qual suon di passi - Maria Chiara & Veriano Luchetti

I Masnadieri
Atto II - Tu del mio Carlo...Carlo vive - Joan Sutherland
Atto II - Io t'amo, Amalia - Renato Bruson & Ilva Ligabue

Jérusalem
Atto III - Mes plaintes sont vaines - Leyla Gencer

I vespri siciliani
Atto I - In alto mare...Coraggio, su, coraggio - Maria Callas, Anita Cerquetti

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