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lunedì 15 febbraio 2010

Il barocco, il teatro e la regia.

Sfogliando le riviste specializzate, nel leggere certi resoconti degli spettacoli in giro per l’Italia o l’Europa, o le recensioni (ma sarebbe più corretto definirle “comunicazioni pubblicitarie”) dei più recenti prodotti audiovisivi (magari allegati alla stessa rivista), ci si imbatte sempre nelle stesse considerazioni, nelle stesse lamentele, negli stessi piagnistei livorosi: riguardanti il miserrimo stato in cui verserebbero le italiche sorti musicali rispetto alla novella età dell’oro che si vivrebbe nella “più civile Europa”. Le solite firme sono use definire il nostro come un paese di retroguardia culturale, ai margini del progresso e della civiltà musicale. La colpa? Naturalmente appartiene allo stuolo degli ottusi e facinorosi passatisti che, con sicumera reazionaria (e comportamenti incivili), impedirebbero ai pubblici nostrani di godere delle meraviglie baroccare, di osannare le rockstar di podio e ugola, di gustare le trovate dei registi più à la page! Naturalmente basterebbe andare qualche volta a teatro per rendersi conto di quanto non corrisponda al vero detto assunto: ma i maestri della critica acritica preferiscono dedicarsi ad isteriche invettive (ben retribuite, probabilmente) piuttosto che riflettere sull’effettiva validità di quello che ci vorrebbero imporre. Nuova occasione di querelle è la realizazione scenica.

Lo spunto per questa riflessione viene dalla segnalazione di un lettore in merito ad una frase contenuta nella presentazione del DVD di una Rodelinda filmata a Glyndebourne (e allegata ad una nota rivista del settore, i cui redattori si evidenziano, sempre, per un tono perennemente sprezzante e da invettiva a buon mercato) del seguente tenore: “A registi siffatti viene regolarmente indirizzata, da noi che in fatto di teatro lirico siamo all'avanguardia della retroguardia, la puntuale accusa di stravolgimento, bruttura, leso barocco. Si lede sempre qualcosa, per tali accusatrici anime belle: e mai che sospettino di essere loro quelli lesi e handicappati nella percezione di quanto sta accadendo nella viva realtà teatrale contemporanea, di prosa o lirica poco importa, giacché sempre più stanno, per fortuna, avvicinandosi.” Sorvolando sul consueto gusto (cattivo) per l'insulto, sullo sproloquio contenutistico e sulla maleducazione e inciviltà (quella davvero) dell'estensore di tali righe (che da sole basterebbero - anche in assenza di tante altre prove nel medesimo senso - a squalificare il critico: giusto Goebbels e altri suoi colleghi definivano handicappati e mentalmente lesi i suoi oppositori), esse testimoniano le dimensioni di un problema serio e la diffusione di un vero e proprio conformismo culturale. Il teatro barocco, infatti, soffre, più di altri generi ormai, di trattamenti particolari: dal canto, all’esecuzione, alla messinscena. Oggi si blatera tanto di renaissance dell’opera barocca, di una sua riscoperta, di schiere di nuovi appassionati, di adolescenti incantati dalla sua magia, che fanno code chilometriche per assistere agli spettacoli inscenati nelle nuove mecche del baroccò (il barocco baroccaro che tanto piace ai nostri critici e alle case discografiche). Eppure, gli stessi demiurghi di tale rinascita, sono i primi a non “credere” nella potenzialità teatrale dell’Opera Seria. Già, perché è evidente come siano essi i primi a stravolgerne la drammaturgia e a scardinarne gli equilibri musicali, in nome di una necessaria – a loro dire – opera di avvicinamento alle moderne sensibilità! Nell’Europa occidentale si è sviluppata, infatti, una vera e propria moda che ha fatto della dissacrazione il proprio unico orizzonte estetico: nell’intento, malcelato invero, di creare scandalo, si commette ogni sorta di delitto nei confronti dell’opera musicale affrontata. Ma mentre l’avanguardia post sessantottina si dedicava a Wagner e al ‘900 (utilizando i medesimi clichè: cappottoni DDR, straniamento brechtiano, passi dell’oca etc..), l’avanguardia di oggi (che usa gli stessi linguaggi – ormai obsoleti, ma vaglielo a spiegare – degli anni ’70) ha spostato la propria attenzione sull’opera settecentesca, da Handel a Mozart. Negli Stati Uniti (che non sono quel terzo mondo culturale che ci vorrebbero far credere i tanti critici militanti e militarizzati, passati dalle barricate di immaginarie rivoluzioni a borghesissimi posti di potere editoriale) hanno coniato un termine particolarmente azzeccato per questa paccottiglia: eurotrash! Inteso come fenomeno europeo, originario della cultura austro/tedesca (ma rapidamente diffusosi in Francia, paesi scandinavi e Italia), meramente provocatorio e modaiolo, mascherato da avanguardia: svastiche, dominazioni sessuali, sadismo, promiscuità assortite, malformazioni esibite etc. Il tutto senza curarsi affatto degli aspetti musicali, del senso della drammaturgia, del rapporto musica testo. Spesso chi contesta lo status quo viene accusato di essere fermo ai fondali dipinti, ai colonnati, alle pose plastiche, all’immobilità marmorea… Spesso si è derisi come ottusi. In realtà è un modo – semplice e poco originale – di aggirare il problema. Non è necessario, infatti, riproporre le scene di Sanquirico per aderire al senso del teatro barocco: basterebbe non trasformare la rappresentazione in occasione per esporre contorsioni mentali e personali frustrazioni del regista (che ormai, peraltro, non scandalizzano nessuno, semmai annoiano, dato che si ripetono uguali ad ogni spettacolo: solo i critici militanti scambiano le reazioni di un pubblico annoiato per attaccamento ad una tradizione superata, o spavento o scandalo). Non è necessario ritornare alla cartapesta. I migliori esempi vengono dagli USA. Si prenda il famoso Giulio Cesare di Peter Sellars, ambientato negli anni ’80 con un protagonista che può rassomigliare ad un qualsiasi capo di stato americano che si reca in medio oriente al termine di un’operazione militare: Sellars, pur nella trasposizione d’epoca (fatta però a regola d’arte, senza assurdità e forzature), coglie perfettamente gli aspetti pubblici ossia lo scontro tra due culture differenti (da Handel sottolineato fin dalla prima scena, attraverso il macabro “dono” della testa di Pompeo, pianto dal suo nemico/rivale, nello stupore incredulo ed offeso dell’egiziano che l’aveva recato), così come i conflitti privati, mantenendo intatti la gerarchia dei rapporti (Cleopatra non è una sguattera e Tolomeo non è un pederasta) e la statura morale dei singoli personaggi (lo stesso equilibrio lo manterrà nella sua versione della trilogia dapontiana). La drammaturgia handeliana non subisce alcuno scardinamento, alcuna forzatura: lo spettacolo scorre e convince in modo naturale, senza bisogno di trovate meramente scandalistiche. L’attualizzazione è solo una lettura, che però ripropone le medesime valenze dell’ambientazione originaria. Lo stesso vale per la sua versione di Theodora (anche se con minore originalità) o delle Nozze di Figaro/Don Giovanni/Così fan tutte, ideando per ciascun titolo un approccio estetico, sociale e ambientale differente: un loft di lusso in un superattico dove si svolgono le vicende di Figaro e Susanna (che restano servitori, così come il Conte rimane appartenente ad una classe sociale più elevata, ma più viziosa); un Bronx degradato dove si agita il Dissoluto Punito; un annoiato ristorante in Florida dove si svolge il gioco cinico e spietato di Despina e Don Alfonso. Il significato dei rapporti e il ritmo dapontiano, non perde nulla, e la storia raccontata (pur nella diversa ottica temporale) rimane sostanzialmente la stessa: rabbia, gelosia, vendetta, pentimento sono gli stessi rappresentati da Mozart. In Europa, diversamente, se ne infischiano degli equilibri musicali e drammatici: i registi si inventano una nuova vicenda e la montano sulla musica dell’opera (e a volte ne stravolgono i contenuti), infarciscono la scena di sesso, accoppiamenti, trivialità che fanno a pugni con la struttura originale. Gli esempi si sprecano: un Lohengrin ambientato in una scuola elementare (coi monelli in braghette corte che tirano le trecce alle compagne di classe: e considerando l'età media degli interpreti lo spettacolo diviene grottesco), il re che diventa il preside dell'istituto e la marcia nuziale che è una festicciola all’intervallo; un Don Carlo stile soap opera (con il ballo della peregrina trasformato in sogno erotico di Elisabetta, in versione massaia, che attende l’arrivo della cena recapitata da Posa’s Pizza, mentre il marito è stravaccato a guardare la tv); un Parsifal che trasforma la redenzione finale in un nauseante video che mostra l'intera sequenza di decomposizione di una carcassa d'animale; un Orlando ambientato (che originalità!) in un manicomio; un Idomeneo sulla cui scena, a rappresentare l'orrido mostro ucciso da Idamante, campeggiavano le teste sanguinanti e mozzate di Buddha, Gesù Cristo e Maometto (con l'effetto, nei primi due casi di accese proteste, da parte dei rappresentati locali e non, delle confessioni interessate, nel terzo, di esplicite minacce di attentati esplosivi ad opera di integralisti risentiti)... Qualcuno potrebbe contestare, suggerendo che si tratterebbe di meri spostamenti d'ambientazione, non differenti da quelli di Sellars ad esempio. E invece è tutto diverso: un conto è Cesare che da condottiero di Roma (l'Impero per antonomasia) diventa presidente della potenza che oggi, nell'immaginario collettivo, rappresenta l'idea più attule di impero; altra cosa trasformare Amina in sguattera di un sanatorio della belle-epoque. Nel primo caso la valenza drammatica della vicenda non cambia, e la musica chiamata a rappresentare quella determinata vicenda, con quelle determinate parole, non subisce stravolgimenti; nel secondo caso crolla tutto perchè non rimane nulla della correlazione tra caratteri, musica e dramma. Infatti non è un problema meramente estetico, ma ontologico: su ciò che si crede sia, o debba essere, l'opera lirica. Un prodotto aperto a qualsiasi stravolgimento in nome della provoazione oppure un qualcosa che non è fatto di sola musica (da abbinare ad immagini varie ed occasionali), ma anche dal significato di quella musica. Il teatro settecentesco (insieme alla Sacra Collina di Bayreuth ovvimente), oggi, è il luogo ove maggiormente si sbizzarriscono i deliri eurotrash dei nostri registi! E così ogni vicenda di tradimento diviene occasione per mostrare accoppiamenti da film porno casalingo oppure si sfruttano personaggi en travesti (in realtà ruoli per castrato) per imbastire improbabili storie lesbo, e quando si utilizzano controtenori li si agghinda come drag queen...lo stesso Carsen (considerato - a torto - un genio assoluto) dopo la sua famosa Alcina (effettivamente un bello spettacolo, ma risalente a più di 10 anni fa), si è limitato a copiare sè stesso, nel perpetuare il proprio orizzonte estetico (limitato ad un dramma borghese buono per tutte le occasioni) in un oramai stucchevole e stanco manierismo (si veda l'ultima Semele, con la rockstar Bartoli). E non c'è verso, in Europa, di assistere a spettacoli differenti: sempre uguali e sempre usi ai soliti trucchetti per far discutere (sesso, religione e droga). Lo stesso discorso vale pure per chi, invece, rinuncia ad una qualsiasi connotazione e affoga l'opera nel più vuoto simbolismo, oppure la ambienta in costosissime scene vuote o assenti, tagliate da luci colorate (spesso usate in modo maldestro), o chi, infine, riempie il palco di ingombranti parallelepipedi senza significato alcuno, ma aperti alle fantasiose elaborazioni di critici improvvisati esegeti, di commentatori snob o di spettatori radical chic. Col conforto dell'incondizionato plauso della stampa di settore, di una critica ormai sbandata tra il delirio senile e l'invettiva isterica, di direttori artistici e sovrintendenti che se ne fregano dei gusti del pubblico (e che, anzi, pretendono così di educare). E con lo sconforto di un pubblico che, a costo di mandar giù quella roba, finirà per farsela piacere. E poi gli invidiosi, i perennemente scontenti, quelli che lamentano il fatto che da noi queste cose non si vedono: perchè siamo tutti ignoranti, bifolchi e cattivi... Sarà, eppure continuo a non trovare essenziale per godere della modernità della musica di Mozart, dover assistere a Don Giovanni che dopo aver praticato una fellatio a Leporello, defeca in grembo a Donna Elvira... ma qui mi fermo, non vorrei dare qualche suggerimento al prossimo genio di turno...ce ne sono troppi a piede libero!

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venerdì 3 aprile 2009

Quinta riflessione: gli allestimenti

Andare all'opera è come andare al museo? Per certi versi credo che il parallelo tenga.
I sentimenti, le situazioni che i melodrammi propongono sono sempre le stesse, ma sono viste e ricostruite con gli occhi del tempo dell'autore. E sono questi due aspetti quelli che l'allestimento deve assolutamente rispettare. In difetto tradisce l'autore, imbroglia il pubblico.
Mi permetto due esempi.
Sovrano il primo, trattandosi di Traviata. Le cosiddette mantenute sono sempre esistite e sempre in modi, forme e sesso differenti esisteranno, ma Verdi-Piave e Dumas non avevano la presunzione di parlare in astratto del problema, narravano la storia di quella "perduta", in quel contesto sociale. Trasformare Violetta in un trans tossicodipendente, trasferire la Parigi 1850 con le proprie convenienze sociali nella San Francisco del 1983 non è attualizzare Verdi-Piave e Dumas è metterli in ridicolo perchè il nostro trans (Violet) non parla e neppure pensa come Violetta.
Secondo esempio Semiramide o Giulio Cesare in Egitto, che trattandosi di opere di ambientazione esotica evocano negli allestitori le stesse idee: spiaggie di Dubai, la guerra dei sei giorni o del Kippur. Tutte scelte, che sortiscono lo stesso risultato: il libretto diviene ridicolo, le astratte fantasmagorie vocali dei personaggi non significano alcunchè se cantate da personaggio, abbigliato da un fedain o da ayatollah. Se poi canta un controtenore...... scempio totale.

L'allestimento cosiddetto tradizionale, i pochi e parchi movimenti di regia sembrano essere il nemico contro il quale, in nome di una delle più vilipese ed oltraggiate parole CULTURA, registi, scenografi e costumisti hanno ingaggiato una battaglia, in questo sostenuti da direzioni artistiche di esigua capacità ed indipendenza culturale.
Eppure il teatro d'opera e non solo per le dimensioni, spesso pletoriche di tenori e soprani, è nato e cresciuto con altra e misurata gestualità. Che non era del solo teatro d'opera, però. Basta vedere filmati di attori del primo cinquantennio del secolo scorso per rendersi conto che fosse un principio condiviso anche nel teatro di prosa. Le cronache del tempo elegiano come grandissima, fatta solo di voce e di sguardi, l'interpretazione di Giacinta Pezzana nel ruolo della suocera in Teresa Raquin. Giacinta Pezzana fu, con Adelaide Ristori, la maggior attrice italiana prima della Duse. Gli ultimi vedovi Callas raccontano che la Divina si muovesse pochissimo e i pochi movimenti fossero esternazioni ed amplificazioni del sentimento cantato dal personaggio. Anche la Divina Olivero, che cantava a testa in giù la berceuse della Contessa della Dama di Picche è, prima di tutto un virtuosismo vocale, poi scenico.

In epoca di ristrettezze economiche della quali, crediamo, si debba fare tesoro e non motivo di esternazione costante e continua le dirigenze artistiche dovrebbero, se serie, capaci e competenti riflettere che l'opera ed il melodramma ha sue proprie esigenze sceniche registiche e costumistiche, spesso in rapporto ancillare rispetto a voci ed orchestre.
Dovrebbero quindi, al pari di Ninive, bandire digiuno ed astinenza non dall'allestimento in toto, che è misura estrema come il digiuno totale, ma dallo spreco e dall'inutile spesa per l'allestimento, quella che fa scrivere ai giornali "collaborazionisti" la Tosca di Rossi (regista) e il Parsifal di Caio (sempre e solo regista) .

Ecco quindi il nostro biblico decalogo:

a) il teatro d'opera non è la sala giochi del regista di turno, che con i nostri soldi sperimenta, ripete esperienze già vendute altrove, come se non esistesse internet o la divulgazione di filmati. Casomai è la sala giochi del pubblico, ossia di chi paga. Il mecenatismo anche quello più nobile metteva dei limiti agli artisti.

b) Il risparmio nella regia e nell'allestimento: non si paga a peso d'oro un regista di presunta avanguardia (che dura da venticinque anni) perché "crei" una bella scatola vuota con pareti bianche e luci idem buona per tutti gli usi e nessuno. Perchè un simile allestimento (vedi ultimo Don Carlo scaligero), al di là del bello e del brutto, proprio per la sua asetticità DEVE essere riciclato e riutilizzato più volte. E con questo scopo, vista l'imposta parsimonia, si progettano gli allestimenti. La fame aguzza l'ingegno e, magari propizia la fama. Takvolta il problema non è la qualità dell'allestimento, ma la congruenza dello stesso con il titolo.

c) quando l'allestimento è tradizionale nel predisporne uno nuovo si deve tenere conto della sua riciclabilità. Il salone del '500 può funzionare, con qualche raggiusto, per Rigoletto, Borgia, Rohan, Ugonotti (se mai si facessero) Ernani, Don Carlos. Il paesaggio agreste deve funzionare per Elisir, Linda e Sonnambula. E credo di non essere stato esaustivo in queste ipotesi di riciclabilità. Le cooproduzioni sono solo un piccolo, ma non esauriente, principio di risparmio ed economia che è, poi, rispetto per il pubblico ed il suo denaro.

d) non si fanno nuovi allestimenti se il teatro ne ha già di vecchi e magari ben conservati in magazzino. In quarant'anni di Scala chi scrive ha visto ben quattro Elisir d'amore e altrettanti don Carlos. Credo che ciascuno dei titoli non assommi nel quarantennio considerato a più di sessanta recite. Media dodici recite per allestimento.

e) Se un cantante pretende, per esibirsi in un teatro, un nuovo allestimento, deve essere pronto a pagarlo di tasca sua rinunciando al cachet e magari inducendo i colleghi ad identico culturale comportamento.

f) Illustrare gli accenti nascosti, la poetica recondita dell'autore musicale è compito dei cantanti e magari del direttore, se ne è in grado. Quindi il regista o peggio ancora del drammaturgo (che nei teatri tedeschi è quel cialtrone, che riscrive il libretto per adattarlo ai deliri mentali del regista) non hanno nè il diritto nè il dovere di intervenire sul testo. E poi ci stracciamo le vesti per la traduzione ritmica dell'Affare Makropoulos.
I recriminati fischi alla Alcina di Carsen questo significavano. L'idea di fondo (solitudine della donna) è congrua e coerente a Ibsen in prosa, forse ad Janacek. Estranea ad Handel.

g) regista, costumista e scenografo debbono astenersi nella maniera più assoluta da qualsivoglia censura circa misure e forme di cantanti d'opera e dal far dipendere la scelta dell'esecutore dal di luio di lei aspetto fisico. Se il soprano è opulento dovrebbero avere, in quanto persone di cultura, innanzi ai loro occhi i nudi di Tiziano, Rubens, ma anche Hayez o Toulouse-Lautrec per ricordare (anche se il nudo femminile poco li interessa, magari) che i canoni di bellezza non sono sempre stati la taglia 40. Anzi la loro bravura, grandezza e, prima ancora, professionalità sta proprio nel non far sembrare una salsiccia o uno zampone un tenore in abiti cinquecenteschi imponendogli pose, che renderebbero ridicolo persino Brad Pitt.
Ed in un'epoca di opere di regia mai abbiamo visto movimenti più inappropiati come giovani vergini, che ancheggiano come battone da angiporto, mantenute di rango che sembrano dame della san Vincenzo, re e regine con il portamento di Tonio lo scemo o di Santuzza. E perchè, allora paghiamo e profutamente questi signori.

h) il regista dovrà dimostrare di conoscere almeno vagamente la trama dell'opera che è chiamato ad allestire. Identica regola per scenografi e costumisti.

i) registi, scenografi e costumisti dovrebbero avere e dimostrare di avere nozioni minime di storia, di storia della religione, del costume, del galateo. Insomma dovrebbero sapere che l'Ordine Domenicano gestiva la fase processuale e non di esecuzione (il rogo per intenderci) che era di competenza dei Francescani. Questi ultimi gestivano anche tombe ed ospedali e sono, quindi, gli unici religiosi, istituzionalmente presso la tomba di Carlo V. Dovrebbero sapere che il baciamano di fa solo alle donne sposate ed in casa e che, quindi, a Violetta non lo si fa, anche perchè il baciamano in pubblico ad una donna nubile equivaleva ad un giudizio esplicito sulla di lei moralità. Dubbia in Violetta, ma che la morale del tempo non voleva esternata. Altrimenti la scena della borsa è anticipata al primo atto.
Tralasciamo, poi, che nella loro voglia di erotismo costumisti e registi dimentichino sistematicamente che le calze trasparenti siamo un prodotto degli anni venti del XX secolo. Basta vedere le cancaneuse delle Folie Bergère.

l) Il rispetto dello spirito dell'opera. Basta con i registi, che vogliono restituire l'essenzialità alle opere barocche, la cui poetica è l'esatto contrario dell'essenzialità. Sarebbe come cercare lo sfarzo nella Bohème, la semplicità nell'Africaine o la sintesi nei Maestri cantori.
Se al regista non piace il titolo, o la trova troppo stupida per lui, non ha che da astenersi e moderare il proprio tenore di vita. In genere sfarzoso.

m) Nessun movimento astruso, faticoso o anche solo inutile deve essere imposto ai cantanti e non perchè brutti, goffi e grassi (Geraldine Farrar, Bidu Sayo, Lucrezia Bori, Rosa Raisa, Madga Olivero, Rosanna Carteri, Raina Kabaivanska, Maria Chiara, Lella Cuberli, Frederica von Stade, June Anderson erano e sono donne oggettivamente belle e con un fisico prestante), ma perchè devono cantare, ossia esercitare una attività che ha molto dell'attività sportiva. Nessuno di sognerebbe di imporre ai giocatori di rugby giacca e cravatta e tacchi a spillo. O il cantante lo fa per sua libera scelta oppure valgono i principi del teatro del tempo, ossia i pochi, ma eloquenti gesti, magari accompagnati dall'adeguato accento e fraseggio. Per totale nostalgia si legga quel che dice Stendhal della Pasta Tancredi o Scudo della coppia Grisi e Lablache, coniugi d'Este o Marianna Barbieri-Nini, riguardo sè medesima Lady Macbeth.
Basta leggere le indicazioni di scena di Verdi e Wagner per trarre la conclusioni che i registi hanno scoperto non l'acqua calda, ma l'acqua.

n) Proprio per evitare la finale distruzione (ammesso che non si sia già consumata) dell'opera e del suo mondo espressivo e di rappresentazione, moratoria di vent'anni sui seguenti elementi, ove non previsti dal libretto:

- iniezioni di droga e morti differenti da quelle previste dal libretto
- altari e stupri. Blasfemie gratuite. Basta l'appellattivo "venefica ed impura" per la Borgia senza vescovi, orge etero od omo per far capire che razza di donna fosse donna Lucrezia Borgia, o a che titolo i voti infranti di Adalgisa.
- nudi maschili o femminili a sproposito. E non per moralismo, ma perchè pochi sono i titoli che espressamente lo richiedano. Penso a Thais, il cui clima di erotismo e lascivia è percettibile sempre o ai balli di certi grand-opéra. Non sono però elementi risolutori della serata. Altrimenti finisce come nella recente Aida scaligera che è in fondo l'Aida del perizoma di Roberto Bolle.
- cappottoni da repubblica di Weimar. Non esprimono nulla se non sciattezza e disordine. Il personaggio coturnato non deve diventare un personaggio cappottato. Il cappotto non ha nella nostra cultura la valenza oggettiva di toga, chitone e, appunto, coturno.
- Freud. A nostro avviso una sola opera è, per ragioni testuali ed epocali, che chiunque comprende, legata a Freud, ossia Elettra (ci sarebbe anche Edipo di Leoncavallo, ma credo che nessuno lo sappia o quasi).
E quanto a Freud, poi, andrebbe anche ricordato ai nostri colti registi ed al loro pubblico plaudente, che fece ricorso ai miti perchè rappresentavano, allora, l'ipotesi più completa ed attendibile di koinè culturale per esemplificare le proprie teorie. Non dimentichiamo che Edipo non sa quale sia il proprio primo legame con Giocasta e come a Sofocle, uomo del proprio tempo, non interessi quel problema, ma ben altro.
Quello di Freud è un uso diverso del mito, strumentale alle proprie teorie.
Mica che i nostri registi, costumisti e scenografi si credano tutti Freud?







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