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lunedì 15 febbraio 2010

Il barocco, il teatro e la regia.

Sfogliando le riviste specializzate, nel leggere certi resoconti degli spettacoli in giro per l’Italia o l’Europa, o le recensioni (ma sarebbe più corretto definirle “comunicazioni pubblicitarie”) dei più recenti prodotti audiovisivi (magari allegati alla stessa rivista), ci si imbatte sempre nelle stesse considerazioni, nelle stesse lamentele, negli stessi piagnistei livorosi: riguardanti il miserrimo stato in cui verserebbero le italiche sorti musicali rispetto alla novella età dell’oro che si vivrebbe nella “più civile Europa”. Le solite firme sono use definire il nostro come un paese di retroguardia culturale, ai margini del progresso e della civiltà musicale. La colpa? Naturalmente appartiene allo stuolo degli ottusi e facinorosi passatisti che, con sicumera reazionaria (e comportamenti incivili), impedirebbero ai pubblici nostrani di godere delle meraviglie baroccare, di osannare le rockstar di podio e ugola, di gustare le trovate dei registi più à la page! Naturalmente basterebbe andare qualche volta a teatro per rendersi conto di quanto non corrisponda al vero detto assunto: ma i maestri della critica acritica preferiscono dedicarsi ad isteriche invettive (ben retribuite, probabilmente) piuttosto che riflettere sull’effettiva validità di quello che ci vorrebbero imporre. Nuova occasione di querelle è la realizazione scenica.

Lo spunto per questa riflessione viene dalla segnalazione di un lettore in merito ad una frase contenuta nella presentazione del DVD di una Rodelinda filmata a Glyndebourne (e allegata ad una nota rivista del settore, i cui redattori si evidenziano, sempre, per un tono perennemente sprezzante e da invettiva a buon mercato) del seguente tenore: “A registi siffatti viene regolarmente indirizzata, da noi che in fatto di teatro lirico siamo all'avanguardia della retroguardia, la puntuale accusa di stravolgimento, bruttura, leso barocco. Si lede sempre qualcosa, per tali accusatrici anime belle: e mai che sospettino di essere loro quelli lesi e handicappati nella percezione di quanto sta accadendo nella viva realtà teatrale contemporanea, di prosa o lirica poco importa, giacché sempre più stanno, per fortuna, avvicinandosi.” Sorvolando sul consueto gusto (cattivo) per l'insulto, sullo sproloquio contenutistico e sulla maleducazione e inciviltà (quella davvero) dell'estensore di tali righe (che da sole basterebbero - anche in assenza di tante altre prove nel medesimo senso - a squalificare il critico: giusto Goebbels e altri suoi colleghi definivano handicappati e mentalmente lesi i suoi oppositori), esse testimoniano le dimensioni di un problema serio e la diffusione di un vero e proprio conformismo culturale. Il teatro barocco, infatti, soffre, più di altri generi ormai, di trattamenti particolari: dal canto, all’esecuzione, alla messinscena. Oggi si blatera tanto di renaissance dell’opera barocca, di una sua riscoperta, di schiere di nuovi appassionati, di adolescenti incantati dalla sua magia, che fanno code chilometriche per assistere agli spettacoli inscenati nelle nuove mecche del baroccò (il barocco baroccaro che tanto piace ai nostri critici e alle case discografiche). Eppure, gli stessi demiurghi di tale rinascita, sono i primi a non “credere” nella potenzialità teatrale dell’Opera Seria. Già, perché è evidente come siano essi i primi a stravolgerne la drammaturgia e a scardinarne gli equilibri musicali, in nome di una necessaria – a loro dire – opera di avvicinamento alle moderne sensibilità! Nell’Europa occidentale si è sviluppata, infatti, una vera e propria moda che ha fatto della dissacrazione il proprio unico orizzonte estetico: nell’intento, malcelato invero, di creare scandalo, si commette ogni sorta di delitto nei confronti dell’opera musicale affrontata. Ma mentre l’avanguardia post sessantottina si dedicava a Wagner e al ‘900 (utilizando i medesimi clichè: cappottoni DDR, straniamento brechtiano, passi dell’oca etc..), l’avanguardia di oggi (che usa gli stessi linguaggi – ormai obsoleti, ma vaglielo a spiegare – degli anni ’70) ha spostato la propria attenzione sull’opera settecentesca, da Handel a Mozart. Negli Stati Uniti (che non sono quel terzo mondo culturale che ci vorrebbero far credere i tanti critici militanti e militarizzati, passati dalle barricate di immaginarie rivoluzioni a borghesissimi posti di potere editoriale) hanno coniato un termine particolarmente azzeccato per questa paccottiglia: eurotrash! Inteso come fenomeno europeo, originario della cultura austro/tedesca (ma rapidamente diffusosi in Francia, paesi scandinavi e Italia), meramente provocatorio e modaiolo, mascherato da avanguardia: svastiche, dominazioni sessuali, sadismo, promiscuità assortite, malformazioni esibite etc. Il tutto senza curarsi affatto degli aspetti musicali, del senso della drammaturgia, del rapporto musica testo. Spesso chi contesta lo status quo viene accusato di essere fermo ai fondali dipinti, ai colonnati, alle pose plastiche, all’immobilità marmorea… Spesso si è derisi come ottusi. In realtà è un modo – semplice e poco originale – di aggirare il problema. Non è necessario, infatti, riproporre le scene di Sanquirico per aderire al senso del teatro barocco: basterebbe non trasformare la rappresentazione in occasione per esporre contorsioni mentali e personali frustrazioni del regista (che ormai, peraltro, non scandalizzano nessuno, semmai annoiano, dato che si ripetono uguali ad ogni spettacolo: solo i critici militanti scambiano le reazioni di un pubblico annoiato per attaccamento ad una tradizione superata, o spavento o scandalo). Non è necessario ritornare alla cartapesta. I migliori esempi vengono dagli USA. Si prenda il famoso Giulio Cesare di Peter Sellars, ambientato negli anni ’80 con un protagonista che può rassomigliare ad un qualsiasi capo di stato americano che si reca in medio oriente al termine di un’operazione militare: Sellars, pur nella trasposizione d’epoca (fatta però a regola d’arte, senza assurdità e forzature), coglie perfettamente gli aspetti pubblici ossia lo scontro tra due culture differenti (da Handel sottolineato fin dalla prima scena, attraverso il macabro “dono” della testa di Pompeo, pianto dal suo nemico/rivale, nello stupore incredulo ed offeso dell’egiziano che l’aveva recato), così come i conflitti privati, mantenendo intatti la gerarchia dei rapporti (Cleopatra non è una sguattera e Tolomeo non è un pederasta) e la statura morale dei singoli personaggi (lo stesso equilibrio lo manterrà nella sua versione della trilogia dapontiana). La drammaturgia handeliana non subisce alcuno scardinamento, alcuna forzatura: lo spettacolo scorre e convince in modo naturale, senza bisogno di trovate meramente scandalistiche. L’attualizzazione è solo una lettura, che però ripropone le medesime valenze dell’ambientazione originaria. Lo stesso vale per la sua versione di Theodora (anche se con minore originalità) o delle Nozze di Figaro/Don Giovanni/Così fan tutte, ideando per ciascun titolo un approccio estetico, sociale e ambientale differente: un loft di lusso in un superattico dove si svolgono le vicende di Figaro e Susanna (che restano servitori, così come il Conte rimane appartenente ad una classe sociale più elevata, ma più viziosa); un Bronx degradato dove si agita il Dissoluto Punito; un annoiato ristorante in Florida dove si svolge il gioco cinico e spietato di Despina e Don Alfonso. Il significato dei rapporti e il ritmo dapontiano, non perde nulla, e la storia raccontata (pur nella diversa ottica temporale) rimane sostanzialmente la stessa: rabbia, gelosia, vendetta, pentimento sono gli stessi rappresentati da Mozart. In Europa, diversamente, se ne infischiano degli equilibri musicali e drammatici: i registi si inventano una nuova vicenda e la montano sulla musica dell’opera (e a volte ne stravolgono i contenuti), infarciscono la scena di sesso, accoppiamenti, trivialità che fanno a pugni con la struttura originale. Gli esempi si sprecano: un Lohengrin ambientato in una scuola elementare (coi monelli in braghette corte che tirano le trecce alle compagne di classe: e considerando l'età media degli interpreti lo spettacolo diviene grottesco), il re che diventa il preside dell'istituto e la marcia nuziale che è una festicciola all’intervallo; un Don Carlo stile soap opera (con il ballo della peregrina trasformato in sogno erotico di Elisabetta, in versione massaia, che attende l’arrivo della cena recapitata da Posa’s Pizza, mentre il marito è stravaccato a guardare la tv); un Parsifal che trasforma la redenzione finale in un nauseante video che mostra l'intera sequenza di decomposizione di una carcassa d'animale; un Orlando ambientato (che originalità!) in un manicomio; un Idomeneo sulla cui scena, a rappresentare l'orrido mostro ucciso da Idamante, campeggiavano le teste sanguinanti e mozzate di Buddha, Gesù Cristo e Maometto (con l'effetto, nei primi due casi di accese proteste, da parte dei rappresentati locali e non, delle confessioni interessate, nel terzo, di esplicite minacce di attentati esplosivi ad opera di integralisti risentiti)... Qualcuno potrebbe contestare, suggerendo che si tratterebbe di meri spostamenti d'ambientazione, non differenti da quelli di Sellars ad esempio. E invece è tutto diverso: un conto è Cesare che da condottiero di Roma (l'Impero per antonomasia) diventa presidente della potenza che oggi, nell'immaginario collettivo, rappresenta l'idea più attule di impero; altra cosa trasformare Amina in sguattera di un sanatorio della belle-epoque. Nel primo caso la valenza drammatica della vicenda non cambia, e la musica chiamata a rappresentare quella determinata vicenda, con quelle determinate parole, non subisce stravolgimenti; nel secondo caso crolla tutto perchè non rimane nulla della correlazione tra caratteri, musica e dramma. Infatti non è un problema meramente estetico, ma ontologico: su ciò che si crede sia, o debba essere, l'opera lirica. Un prodotto aperto a qualsiasi stravolgimento in nome della provoazione oppure un qualcosa che non è fatto di sola musica (da abbinare ad immagini varie ed occasionali), ma anche dal significato di quella musica. Il teatro settecentesco (insieme alla Sacra Collina di Bayreuth ovvimente), oggi, è il luogo ove maggiormente si sbizzarriscono i deliri eurotrash dei nostri registi! E così ogni vicenda di tradimento diviene occasione per mostrare accoppiamenti da film porno casalingo oppure si sfruttano personaggi en travesti (in realtà ruoli per castrato) per imbastire improbabili storie lesbo, e quando si utilizzano controtenori li si agghinda come drag queen...lo stesso Carsen (considerato - a torto - un genio assoluto) dopo la sua famosa Alcina (effettivamente un bello spettacolo, ma risalente a più di 10 anni fa), si è limitato a copiare sè stesso, nel perpetuare il proprio orizzonte estetico (limitato ad un dramma borghese buono per tutte le occasioni) in un oramai stucchevole e stanco manierismo (si veda l'ultima Semele, con la rockstar Bartoli). E non c'è verso, in Europa, di assistere a spettacoli differenti: sempre uguali e sempre usi ai soliti trucchetti per far discutere (sesso, religione e droga). Lo stesso discorso vale pure per chi, invece, rinuncia ad una qualsiasi connotazione e affoga l'opera nel più vuoto simbolismo, oppure la ambienta in costosissime scene vuote o assenti, tagliate da luci colorate (spesso usate in modo maldestro), o chi, infine, riempie il palco di ingombranti parallelepipedi senza significato alcuno, ma aperti alle fantasiose elaborazioni di critici improvvisati esegeti, di commentatori snob o di spettatori radical chic. Col conforto dell'incondizionato plauso della stampa di settore, di una critica ormai sbandata tra il delirio senile e l'invettiva isterica, di direttori artistici e sovrintendenti che se ne fregano dei gusti del pubblico (e che, anzi, pretendono così di educare). E con lo sconforto di un pubblico che, a costo di mandar giù quella roba, finirà per farsela piacere. E poi gli invidiosi, i perennemente scontenti, quelli che lamentano il fatto che da noi queste cose non si vedono: perchè siamo tutti ignoranti, bifolchi e cattivi... Sarà, eppure continuo a non trovare essenziale per godere della modernità della musica di Mozart, dover assistere a Don Giovanni che dopo aver praticato una fellatio a Leporello, defeca in grembo a Donna Elvira... ma qui mi fermo, non vorrei dare qualche suggerimento al prossimo genio di turno...ce ne sono troppi a piede libero!

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giovedì 12 novembre 2009

Il "Sacrificium" della Bartoli

Da non molto tempo è disponibile sugli scaffali dei maggiori megastore del disco, l’ultimo album di Cecilia Bartoli. Dal titolo particolarmente evocativo – Sacrificium – e dal packaging patinato e accattivante (il prodotto è confezionato in una sorta di algido volumetto di 152 pagine che comprende una lunga tirata celebrativa dell’artista, un compendio “dalla A alla Z” sul mondo dei castrati, dall’inelegante titolo Evviva il coltellino! e un ricco apparato iconografico – anche se la copertina, ove campeggia il capo della diva montato su un torso mutilo di statua greco-romana dal sesso incerto, non denota certo un gusto sopraffino) il disco è dedicato al repertorio più acrobatico di quegli evirati cantori che resero ancor più grande l’epopea barocca dell’Opera Seria: Porpora, Caldara, Araia, Carl Graun, Vinci, Broschi, Giacomelli e Handel naturalmente. Proprio le celebrazioni del 250° anniversario della morte del Caro Sassone, infatti, sono state l’occasione di una serie di uscite discografiche dedicate al grande compositore naturalizzato inglese e al mondo che lo circondava, con particolare attenzione a quell’universo misterioso ed affascinante che è la tuttora inafferrabile voce dei castrati.

I risultati di queste scoperte e riscoperte – tutte, naturalmente, effettuate sotto l’egida e la benedizione della filologia barocchista – sono stati per lo più interlocutori, nel presentare un repertorio a lungo misconosciuto, ma attraverso performance assai discutibili (si pensi all’ondata di incisioni affidate a falsettisti, che tuttora continua a macinare album su album: è il caso di Jaroussky, appena uscito con la risposta controtenorile alla diva di casa Decca, La Dolce Fiamma, dedicato alle arie per castrato di Johann Christian Bach). Come di consueto, tuttavia, la Bartoli e il suo staff, hanno preparato l’uscita del nuovo album con un’abilissima campagna stampa ed un battage pubblicitario particolarmente aggressivo, al fine di trasformare la presentazione di un prodotto tutto sommato di nicchia, in Evento di carattere internazionale. E dunque si sono succedute interviste, polemiche, concerti esclusivi in location deluxe (la presentazione del disco alla Reggia di Caserta per un selezionatissimo pubblico di critici graditi), fotografie, poster, filmati circolati su Internet, spezzoni di brani. A tutto ciò si è aggiunta, in ossequio alle mode odierne del conformismo intellettuale, una gratuita polemica – che puzza tanto di politically correctness – nei confronti della pratica dell’evirazione: un grido di dolore e una sincera e commossa partecipazione, necessariamente postuma, per le sorti di quelle centinaia (migliaia dice la Bartoli) di fanciulli privati dei genitali, di cui solo una piccolissima parte ascendeva poi all’olimpo delle celebrità. Una mattanza, suggerisce la diva, che non può essere riscattata dalla meraviglia della musica che ha contribuito a produrre e che non può che essere deprecata e stigmatizzata. Polemica sterile – a quando la richiesta di risarcimento danni? O la bollatura di quel repertorio come una entartete Musik e la conseguente proibizione? – che denota la superficialità dell’approccio nell’affrontare un mondo culturale ed un sistema di valori lontani dalla nostra sensibilità. Superficialità e ignoranza: oltre, naturalmente, all’occhio verso il marketing attraverso il maggior appeal che un contorno pruriginoso o truculento può regalare al prodotto messo in vendita. Una grande attesa, dunque, è stata creata per l’avvento di questo album, accompagnata da litigi e discussioni, da elogi preventivi e altrettanto preventive stroncature, da presuntuosi e antipatici attacchi verso i pubblici facinorosi del Bel Paese ove osano criticare la diva (scandalo inconcepibile per chi ritiene essere suo diritto la proskynesis di cui è oggetto nell’Europa più evoluta – o supposta tale) e dall’entusiasmo, un po' ingenuo, dei suoi pur numerosi fan (o piccoli fan, vista l’età anagrafica della maggior parte degli stessi: ignari che la musica barocca venisse suonata e cantata anche prima della venuta dei baroccari). E alla fine? Much ado about nothing! Molto rumore per nulla, direbbe Shakespeare, giacché il contenitore – dopo un approfondito ascolto – è molto più interessante del contenuto. Innanzitutto la scelta dei brani: tutti, o quasi, sono inediti e prime incisioni mondiali. Ma aldilà del gioco puramente intellettualistico e dello snobismo filologico, è evidente l’intento di sottrarsi a qualsiasi confronto con il passato più o meno prossimo (altrimenti inspiegabile la mancata inclusione della assai più celebre “Qual guerriero in campo armato” dello stesso Broschi, di cui si è preferita la assai meno spettacolare “Son qual nave”, a parte l'unico vantaggio di non aver altre incisioni facilmente reperibili: salvo la Anfuso in un ormai introvabile recital del '94 e una elaborazione digitale dell'aria predisposta per il Farinelli cinematografico). Operazione, però, non perfettamente riuscita, giacché se è pur vero che non vi è la possibilità di confrontare immediatamente ogni singola interpretazione della Bartoli con analoga di altre cantanti, tuttavia non è affatto inedito il genere e il repertorio in cui i brani che compongono la track list, si inseriscono. A maggior ragione per arie il cui valore principale risiede nell’acrobazia vocale più che nel contenuto musicale: poco importa che nessuno abbia mai inciso “In braccio a mille furie” dalla Semiramide riconosciuta di Leonardo Leo, per giudicare il modo in cui la Bartoli esegue l’aria basta prendere a paragone una qualsiasi aria di furore cantata dalla Horne, ad esempio, per evidenziare le differenze tecniche e interpretative. In secondo luogo emerge in questo ultimo prodotto, più che altrove, un manierismo in cui la diva romana trova comodo sollazzo: un one man show in cui tutto gira intorno ai suoi capricci, e nel quale – aldilà delle dichiarazioni programmatiche – la musica eseguita, la riscoperta, la cura filologica, riveste ben poco interesse. La Bartoli fa la Bartoli: fa quello che il suo devoto pubblico si aspetta e facendolo ne esagera i profili (sussurri, grida, smorfie, ansimi, spasmi, agilità mitragliate etc...). E’, se mi si consente il paragone, il Quentin Tarantino dell’opera barocca. Va sul sicuro, perfettamente consapevole che comunque sarà un successo di critica e pubblico. Cosa resta dunque, dopo l’ascolto? Qual è il valore musicale del prodotto discografico? Nulla! Ripulita dal circo montato sopra di essa, l’intera operazione rivela un vuoto assoluto: un nulla mal eseguito, per giunta. La lettura della Bartoli è superficiale: tesa a far schizzare la voce (piccola) su e giù per il pentagramma in scale velocissime di agilità sgranate in modo rozzo e sostenute a colpi di gola (e spesso è evidente la sensazione di un continuo e fastidioso vavavavava al cui confronto le agilità della Genaux appaiono liquide e astratte come quelle della Sutherland), in note ribattute, in trilli gorgoglianti: alla fine viene il mal di mare, si prenda ad esempio l’assurda “Chi temea Giove regnante” dal Farnace di Vinci, che sembra la caricatura di un’aria di furore. Il legato – già evidentemente compromesso nella precedente Sonnambula – è qui completamente assente. Non riesce a legare due note senza perdere il sostegno del fiato, cosa che rende l’esecuzione delle arie lente un vero strazio: malinconia e sensualità vengono sistematicamente sostituite da sussurri impercettibili, sospiri, tempi slentati. Si ascolti, per farsi un’idea, “Ombra mai fu”, contenuta quale bonus track nel secondo cd, e la si confronti con la stessa aria cantata dalla Podles o dalla Horne (ma direi anche dalla Flagstad e persino da Caruso). E così si potrebbe andare avanti per tutti i brani dell’album, che si susseguono monotoni e identici, in 105 estenuanti minuti che metterebbero a dura prova i nervi di chiunque...e nei quali la Bartoli perpetua se stessa “all’apice del proprio masochismo”. Un’ultima annotazione, però, la merita l’orchestra Il Giardino Armonico diretta da Giovanni Antonini: talmente aguzza, stridente e priva di colore da risultare perfettamente evocativa di quello strumento – il coltellino appunto – artefice immediato, nel bene e nel male, di quelle voci eccezionali che furono, quelle, la vera gloria del canto barocco.


Gli ascolti

Haendel - Serse


Atto I

Frondi tenere...Ombra mai fu - Elisabeth Rethberg (1924)

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domenica 27 settembre 2009

Alcina di Handel - Alan Curtis

Ultimissimo frutto della collaborazione tra DGG-ARCHIV e Alan Curtis, è da pochi mesi disponibile, sugli scaffali di negozi di dischi e megastore, una nuova incisione dell’Alcina di Handel. Pubblicata quasi contemporaneamente all’Ezio dello stesso autore (e con le medesime compagini artistiche), questa edizione arricchisce di un nuovo titolo la già lunga discografia handeliana del direttore americano. Come di consueto l’incisione in studio consegue alla performance dal vivo dell’opera – in questo caso Alcina veniva presentata al pubblico italiano nell’ambito della prima edizione della rassegna MiTo, con un cast, solo in parte, differente.

Premesso che non si comprende la necessità di un’altra Alcina dopo quella classica della Sutherland e le altre due versioni (più lige ai canoni barocchisti) di Hickox (con una buona Arleen Auger) e di Christie (con la Fleming e una Dessay allora ancora spettacolare) – forse meglio indirizzarsi verso titoli meno frequentati o meno confrontabili – l’ascolto di questa produzione discografica – unitamente a quello recentissimo di Agrippina, da poco recensita, nonché ai tanti titoli handeliani curati dallo stesso direttore con i medesimi complessi (Rodrigo, Admeto re di Tessaglia, Arminio, Deidamia, Radamisto, Lotario, Rodelinda, Fernando re di Castiglia, Floridante, Tolomeo ed Ezio, ai quali si aggiungeranno in un prossimo futuro la stessa Agrippina e Berenice) – permette una valutazione ormai compiuta di quello che è, in generale, l’odierno status dell’interpretazione handeliana (almeno quella che risponde alle esigenze della nuova moda) ed in particolare come considerare l’Handel di Curtis. Infatti pur nell’ormai generalizzata e omologante adesione a quei canoni che impongono – arbitrariamente – alla musica barocca (soprattutto a quella vocale) tutta una serie di discutibili scelte esecutive, ricondotte, asseritamente, ad una pretesa prassi autentica (in termine di suono, strumenti impiegati, diapason, canto), Curtis si pone in un’ottica del tutto particolare rispetto ai suoi colleghi: cioè quella della rigidità accademica. L’opera, nella sua ristretta visione teorica, va semplicemente eseguita, alternando arie tripartite e recitativi, limitandosi a suonare quel che c’è scritto senza abbandonarsi alle suggestioni che il testo suggerirebbe e non lasciando spazio a nessun tipo di fantasia. Curtis, di fatto, si limita a dare una sorta di testimonianza, asettica e impersonale, della partitura. Di ogni partitura. In una tale concezione della musica operistica, il senso del teatro è del tutto bandito (peccato capitale in Handel), così come il colore e la varietà timbrica, ritmica, dinamica. Ogni sua esecuzione – e dal vivo ancor più che in disco – è un grigio ed estenuante tour de force di noia, monotonia, povertà di idee. Il suono è opaco e stanco: sempre uguale, dall’inizio alla fine. E il canto che ne consegue ne ripete, coerentemente, tutti i limiti: i recitativi sono cantilene soporifere (e spesso compromesse dalla pronuncia inintellegibile dei suoi interpreti – l’aspetto linguistico, fondamentale nell’opera italiana, è sempre trascurato dalla filologia baroccara), le arie lente vengono tirate e dilatate all’inverosimile e senza mai riuscire a mantenere tensione e senso musicale, quelle “di furore” sono prive di nerbo, le variazioni (inserite non per il puro piacere dell’esibizione virtuosistica o per suscitare quella meraviglia che è cifra irrinunciabile della musica barocca, ma semplicemente per dovere e scrupolo filologico) mostrano la loro origine esclusivamente e rigidamente accademica: sono sempre uguali in ogni aria, in ogni da capo. Naturalmente anche la scelta dei cast è condotta in base agli stessi criteri da saggio musicologico (con ampie concessioni, però, allo star-system baroccaro di cui la casa discografica di riferimento è campione). A tali logiche non sfugge quest’ultima Alcina. Innanzitutto il suono orchestrale: povero, arido e secco. Diversamente da molti altri suoi colleghi – che spesso eccedono in ritmi forsennati ed esasperazione dei contrasti – Curtis opta per la solita e placida mediocritas, già sfoggiata in tutte le sue precedenti incisioni. Certo in questo caso, più di altri, la scelta è censurabile: la completa mancanza di fantasia, infatti, stride con il titolo prescelto, dato che così viene compromesso irrimediabilmente il clima “magico” che permea l’intera opera (Alcina presenta una partitura particolarmente lussureggiante, ricca, colorata, nell’intento di tradurre in musica la dimensione sovrannaturale, incantata e misteriosa). Niente di tutto questo si avverte nella concertazione di Curtis, alla testa del suo Complesso Barocco: solo grigiore e monotonia (almeno in studio, tuttavia, non si percepiscono i gravi problemi di intonazione che affliggevano l’ascolto dal vivo). Del pari il cast. Non mi soffermerò sull’Alcina di Joyce Di Donato, già ampiamente recensita nel medesimo ruolo in occasione della peformance del MiTo, dato che nulla di diverso è riscontrabile nella sua interpretazione del personaggio (si riscontrano le stesse difficoltà negli acuti e, soprattutto, gli eccessi di veemenza nell'affrontare i brani più drammatici, laddove sarebbero opportune sfumature e venature di malinconico abbandono: mai ascoltato, ad esempio, una versione più volgare e sguaiata dell'altrimenti meravigliosa “Ombre pallide” e lo stesso vale per “Ah, mio cor” risolto in un alternarsi di sospiretti lacrimevoli e acuti fissi come allarmi) . E neppure sull'ingolatissima Bradamante di Sonia Prina, per le stesse ragioni. Così pure il deludente Ruggiero di Maite Beaumont (il suo “Sta nell’ircana pietrosa tana” si caratterizza per un’emissione durissima e con gli acuti ghermiti a fatica). Stesso discorso per il tenore Kobie van Rensburg nella difficile parte di Oronte (risolta in modo indegno, con le agilità trasformate in gorgoglio informe e con pronuncia fantasiosissima: ma questi baroccari capiranno, prima o poi, l’importanza di una corretta pronuncia?) e per il buon Melisso di Vito Priante. Balza all’occhio il declassamento di Laura Cherici, dall'assurda Morgana delle recite milanesi al ruolo secondario di Oberto: forse la produzione si è resa conto della performance imbarazzante. Tuttavia la pezza è peggiore del buco. Novità, rispetto alle recite milanesi del 2007, infatti, Morgana: Karina Gauvin (stellina baroccara che già ha inciso con Dantone e con lo stesso Curtis in ben tre produzioni) veste qui i panni della maga sorella di Alcina, e fin dall’esordio mostra un timbro secco, acido e legnoso, con un registro acuto fortunoso e fisso. Nessuna malizia emerge dalla sua voce, nessuna seduzione, nessuna ironia (giacchè Handel la tratteggia come personaggio di mezzo carattere rispetto alla maga protagonista). Aria dopo aria, recitativo dopo recitativo, la Gauvin legge la parte (non senza palesi difficoltà) senza riportarne in vita lo spirito. Ovviamente si riappropria di “Tornami a vagheggiar”: opzione divenuta ormai obbligatoria, costi quel che costi, anche se (come in questo caso) l’interprete del ruolo è deficitario in tutto (si ascolti come condisce il pezzo di variazioni incoerenti, fuori stile e, comunque, bruttissime, con degli assurdi picchettati – pure malissimo eseguiti!): peraltro lo stesso Handel e la prassi – quella vera – dell’epoca aveva già attribuito il brano, dopo le primissime rappresentazioni, alla protagonista. E la Gauvin, qui (e altrove), è decisamente insufficiente rispetto alle esigenze tecniche e interpretative: e in particolare rispetto all’aria suddetta, su cui si stende ancora – e si stenderà sempre – l’ombra ingombrante e scomoda della Sutherland che ne diede una lettura divenuta ormai caposaldo della letteratura barocca di tutti i tempi. Un'edizione, qunque, di scarsa utilità e che non si giustifica né dal punto di vista musicologico (non è tra i titoli handeliani in attesa di rivalutazione), né da quello artistico: decisamente un prodotto rivolto ad un pubblico dai gusti particolari...


Gli ascolti

Haendel - Alcina


Atto I

Di', cor mio - Joan Sutherland (1960)

Tornami a vagheggiar - Joan Sutherland (1960), Valerie Masterson (1978)

Atto II

Ah! mio cor! schernito sei - Joan Sutherland (1959)

Ah! Ruggiero crudel...Ombre pallide - Joan Sutherland (1960)

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mercoledì 23 settembre 2009

Agrippina di Handel: MiTo 2009

L’appuntamento operistico della rassegna MiTo 2009 – come di consueto dedicato alla musica barocca (forse per una malintesa idea di cultura, che in realtà nasconde solo una moda: giacché è inspiegabile, altrimenti, il fatto di non considerare neppure, altri titoli di altri repertori che, quanto o più del barocco, meritano tutela e valorizzazione) – è rappresentato, quest’anno, dall’Agrippina di Handel, in scena il 22 settembre al teatro CRT di Milano. Il titolo, doveroso omaggio al 250° anniversario della morte dell’autore, verrà riproposto – ovviamente e insensatamente in una produzione diversa – a Venezia: un curioso aspetto, questo, dell’Italia sprecona che da una parte si piange addosso e si lamenta dei tagli al FUS, dall’altra si permette il lusso di sperperare i propri fondi (evidentemente non così scarsi come va blaterando) in 2 differenti allestimenti della stessa opera (non di repertorio, tra l'altro), denotando, così, scarsa originalità e assenza totale di un’idea di gestione economica degli eventi artistici.

Sesta opera di Handel – e secondo (e ultimo) lavoro teatrale del periodo italiano dell’autore (il primo fu il Rodrigo, rappresentato a Firenze l’anno precedente) – ebbe la sua prima rappresentazione a Venezia tra il dicembre del 1709 e il gennaio del 1710: le cronache raccontano di un successo trionfale. John Mainwaring, contemporaneo del caro Sassone e suo primo biografo, racconta di un pubblico impazzito, di un teatro che, ad ogni pausa, risuonava di grida e applausi e “altre espressioni di consenso tanto stravaganti da non poterle ridire”, attribuendo tale delirio alla sublimità e grandezza di uno stile che mai fino ad allora era stato conosciuto! Il primo cast presentava alcuni tra i cantanti più in vista dell’epoca: Margherita Durastanti nel ruolo di Agrippina, Diamante Maria Scarabelli in quello di Poppea, Antonio Francesco Carli in quello di Claudio, l’Ottone di Francesca Vanini Boschi e il Pallante di suo marito, Giuseppe Maria Boschi, nonché i castrati Valeriano Pellegrini nel ruolo di Nerone e Giuliano Albertini in quello di Narciso, oltre a Nicola Pasini nel ruolo del servo Lesbo (sconosciuto il contralto che interpretò Giunone). Cast dominato dalle due primedonne, rivali sulla scena e nella vita reale: entrambe caratterizzate dalla spettacolare estensione della voce (quasi due ottave) e dalla straordinaria agilità. Grande estensione caratterizzava pure la voce dei due bassi (circa due ottave e mezzo), mentre il range ridotto del primo Nerone veniva compensato dalla padronanza della coloratura. Più modeste le altre parti, segnate, per questo, da una scrittura più semplice. L’opera presenta tutti i caratteri dell’Handel italiano: già emersi nelle cantate e negli oratori (tra cui uno dei suoi capolavori, La Resurrezione, dal quale prenderà diversi brani), qui trovano la più compiuta realizzazione, e già compaiono certe anticipazioni di quello che sarà il suo stile più maturo (nonostante una struttura che rispetta rigidamente le convenzioni dell’opera veneziana con pochi spazi lasciati all’orchestra, ai cori e agli insiemi, con le arie tripartite e i recitativi secchi, alcuni brani solistici abbandonano la forma consueta, per quella di cavatina o arioso). Vertice compositivo dell’opera è la complessa scena dell’ingiusta accusa di tradimento ad Ottone, una delle più straordinarie del teatro handeliano, dove nell’alternarsi di recitativo accompagnato e arie degli sdegnati protagonisti, Ottone rivolge le sue suppliche ad ognuno di essi che rifiutano ogni comprensione sino al lento sfociare nel sublime largo “Voi che udite il mio lamento”. Opera di transizione, dunque, a mezza via tra perfezione formale e sperimentalismo, e necessaria per comprendere il passaggio al periodo londinese. Il compito di renderne appieno tutti i caratteri e le difficoltà, viene affidato, dall’organizzazione della rassegna, ad Alan Curtis e ai suoi complessi: scelta improvvida e dai risultati largamente insufficienti. A cominciare proprio dalla direzione e dalla concertazione. Curtis si conferma, infatti, uno dei più monotoni interpreti handeliani oggi in circolazione (inspiegabilmente assurto agli alti onori di esecutore di riferimento in tale repertorio per la sempre più decaduta DGG – Archiv), cultore fedele dei dogmi baroccari, ma resi con piattezza inconfondibile e unica: ogni titolo che ha la sventura di passare tra le sue mani si trasforma in una lunga e noiosa sequenza di arie noiose e noiosi recitativi. Lettura grigia e priva di respiro, colori, tensione, varietà dinamica, ritmo. I da capo delle arie vengono (timidamente) variati tutti nello stesso identico modo e nessuna cadenza viene inserita alla fine delle stesse (scelta filologicamente discutibile), mentre è assente ogni tentativo di colorare il suono. In un clima siffatto cercare un barlume di quella teatralità innata dello stile handeliano e presente in tutte le sue opere, è utopia, nell’anestesia totale inflitta dalle cure di Curtis. Il quale riesce, poi, in una vera e propria “impresa”: nonostante i numerosissimi tagli, infatti, l’estenuante serata pincipia alle 21 per concludersi, dopo un solo e breve intervallo, oltre la mezzanotte e mezza! Una durata wagneriana dovuta alla bolsa pesantezza e alla pigra monotonia della concertazione. Accennavo ai tagli: molto numerosi e ingiustificati (se non per far sì che l’opera non durasse 5 ore). Curtis massacra la partitura: sforbicia molti recitativi ed omette la sezione B (con il seguente da capo) di due arie (il Nr. 15 di Claudio e il Nr. 30 di Ottone), mentre taglia del tutto ben sette brani solistici (Nr. 9 – Agrippina; Nr. 23 – Agrippina; Nr. 24 – Poppea; Nr. 25 – Nerone; Nr. 39 – Ottone; Nr. 40 – Poppea; Nr. 47 – Giunone, personaggio che di fatto è eliminato da Curtis, insieme al vero finale dell’opera) oltre al Ballo conclusivo. Incredibilmente la scena più massacrata è proprio la pagina più alta dell’opera: quando Ottone è ingiustamente accusato. Qui sopravvive il solo largo, mentre tutto il resto è rimosso senza alcun senso. Si aggiunga poi l’arbitraria eliminazione di timpani e trombe, previste in partitura in alcuni brani (tra cui il Coro “Di timpani e trombe al suono giulivo” che, senza i suddetti strumenti appare grottesco e privo di significato). Ecco gli effetti di una filologia zoppa e interessata (e profondamente falsificatrice)! Già, perché Curtis è annoverato tra gli specialisti del genere e tra i musicologi più attenti. Parimenti censurabile è il suo Complesso Barocco: compagine dal suono secco, arido e puntuto, con archi stridenti e serissimi problemi d’intonazione (tanto che più volte nel corso dell’opera, il continuum musicale è stato interrotto per diversi minuti, al fine di consentire l’accordatura, inutile, degli strumenti). Ingiustificabili però le stonature dell’oboe nella splendida aria di Agrippina “Pensieri, voi mi tormentate”, con obbligato dello strumento solista: uno strazio da dilettanti che avrebbe meritato, al termine, una salva di fischi! Assai deludente il cast. Alexandrina Pendatchannska, nel ruolo della protagonista, conferma le medesime sensazioni dell’ascolto discografico: protegé di Jacobs e presenza fissa delle sue incisioni, replica qui la pessima interpretazione di Donna Elvira ed Elettra. Una linea di canto spezzata e nervosa, in continuo alternarsi tra grida e sussurri, assenza completa di legato e difficoltà nello sgranare la coloratura. La voce è priva di quella rotondità che il repertorio affrontato richiederebbe, gli acuti sono stridenti e difficoltosi e il registro centrale è gonfiato e sforzato con suonacci gutturali e “di petto”. I recitativi, poi, vengono aggrediti con una veemenza e una ferocia tali da sembrare più adatti al verismo più truculento. In una lettura siffatta nulla resta dell’aulica nobiltà e della bellezza formale che è espressione tipica del belcanto. Molto più apprezzabile il Nerone di Tuva Semmingsen: la parte non presenta particolari difficoltà, e le arie – salvo l’impervia “Come nube che fugge dal vento” che ricorda il “Venti, turbini” del Rinaldo – sono quasi sempre di carattere elegiaco e comunque poco movimentate. Alla voce ben proiettata si associa una discreta tecnica nella coloratura (seppure talvolta – nelle parti più agitate – sembra perderne il controllo). La Semmingsen è l’unica che pare aver chiaro il concetto di corretta respirazione: la sola infatti che utilizza il diaframma e non la parte alta del busto (cosa evidente nell’osservare le sue colleghe sul palco, perennemente in apnea e col fiato corto, che ad ogni respiro sollevavano le spalle). Inizia bene Klara Ek, nel difficile ruolo di Poppea, sfoggia una bella voce con un bel timbro, una intonazione salda e delle buone colorature, tuttavia la cattiva tecnica di respirazione e le difficoltose scalate in acuto ne compromettono in parte l’esibizione. Del tutto insufficienti le parti maschili. Raffaele Costantini (Pallante) e Umberto Chiummo (Claudio) gareggiano in rozzezza e approssimazione: inutile cercare finezze, nobiltà, virtuosismi, si troverebbero solo suoni sguaiati e aperti, voce torniturante, agilità rabberciate. Per non parlare dei recitativi sbraitati e caricati di inutile pathos (in particolare Costantini, pronto per i fischi e gli ululati di certi Mefistofele da spedizione punitiva). Infine i controtenori: non me ne vogliano i loro ferventi sostenitori, ma se la riabilitazione del loro canto viene affidato a voci di tal fatta, allora la battaglia è persa in partenza. A parte il non sense - filologicamente parlando – di affidare Ottone (parte scritta espressamente per un contralto donna) ad un falsettista, il problema è nella scelta dell’interprete: che c’entra il molle e bianchiccio Iestyn Davies (dalla voce fissa e algida e dalla pronuncia assolutamente grottesca e incomprensibile) con la passionalità e il fuoco che dovrebbe muovere le azioni del suo personaggio, che arriva a rinunciare al soglio imperiale per amore? Taccio, perchè ormai il mio pensiero è noto, sul resto della sua scarsissima esibizione (ma non mi si dica che son prevenuto giacchè ben altro effetto mi fece l’Ottone di Michael Chance nella bella incisione di Gardiner...pur restando assurda la scelta di un controtenore). Ancora peggio il Narciso di Antonio Giovannini, dal timbro acido, leggero e sbiancato. Marginale l’apporto di Matteo Ferrara nel piccolo ruolo di Lesbo. Assente invece il personaggio di Giunone (e la sua bellissima aria finale) a causa delle sconsiderate scelte testuali di Curtis. Il pubblico, già in partenza non numeroso (diversi gli spazi vuoti in platea e galleria) e che col passare dei minuti e delle ore, durante l’estenuante serata, si è assottigliato sempre di più, era formato, in gran parte, dai soliti habituè dell’opera barocca, i quali al termine della rappresentazione – nel fuggi-fuggi dei comuni mortali – han tributato un breve e intenso applauso (eccessivo ed immeritato) ai suoi beniamini: non capisco se dovuto a convinzione, moda o obblighi di casta...

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