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domenica 11 luglio 2010

¡Viva España!





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martedì 8 giugno 2010

Stagioni 2010-11. La Spagna, prima puntata: Gran Teatre del Liceu, Barcelona

Continuano le nostre analisi e “vaticini” con cui ci avventuriamo negli oscuri meandri delle nuove stagioni teatrali, attraverso oroscopi ed epifanie, nuove e vecchie glorie, scandali annunciati e opere in concerto, in quest’epoca “aurata” dell’opera.
Tocca alla Spagna, nella veste di uno dei suoi più rappresentativi e gloriosi teatri: il Gran Teatre del Liceu di Barcellona.

Colpiscono le scelte eterogenee del repertorio, gli accostamenti di stili e di epoche, la possibilità di conoscere nuovi compositori, la ricchezza dei recital e dei concerti e le numerose iniziative culturali volte a coinvolgere e accontentare tutte le fasce di età del pubblico.
Colpisce anche la massiccia presenza di autentici veterani dell’opera, alcuni impiegati in ruoli principali, altri in parti di fianco o semplici camei.
Colpisce la voglia di stupire a tutti i costi attraverso il “Regietheater”, oscillando pericolosamente tra scandalo e vera vita teatrale, contrasto questo che desta più di un sospetto pubblicitario, ma che è comunque amministrato con abilità grazie ad un intelligente gioco di coproduzioni, che noi italiani dovremmo studiare e imparare.
Certo, molti sono titoli risaputi, già apparsi nel recente passato del Liceu: eppure il numero di recite complessive e l’ampio ventaglio dei cast schierati (nomi non sempre all’altezza, sia chiaro) permettono al Teatro di rimanere aperto per buona parte dell’anno e di “vivere” assieme al suo pubblico come dovrebbe sempre essere.

Il Liceu ha scelto di allestire per l’avvio della propria stagione l’ “Ifigenia in Tauride” di Gluck, ma nella seconda versione viennese in tedesco del 1781 in un allestimento curato dalla compianta Pina Bausch e Jürgen Dreier già visto a Wuppertal ed al Sadler's Wells Theatre di Londra e risalente al 1974. Si tratta di uno spettacolo che fonde Opera e Danza e che vede nei solisti la presenza di cantanti cantanti come i soprani tuttofare Elisabete Matos e Danielle Halbwachs, i tenore in ascesa Nikolai Andrei Schukoff e Norbert Ernst. Dirige il Maestro Jan Michael Horstmann, direttore generale del Mittelsächsisches Theater di Friburgo e molto attivo nei teatri di aria tedesca.

Ma la vera inaugurazione operistica spetta all’attesissima “Carmen”, non tanto per i cast schierati, quanto per la regia affidata al “trasgressivo” Calixto Bieito; e scandalo sarà senza alcun dubbio! Banale, risaputo, di maniera, tradizionalissimo scandalo annunciato. Una coproduzione, che se saremo “fortunati”, potremo ammirare anche noi scandalizzati (o meglio, annoiati) anche in Italia presso il Teatro Regio di Torino ed il Teatro Massimo di Palermo, coproduzione in occasione della quale Bieito ha rielaborato un precedente e premiato spettacolo montato nel 1999 per il Festival de Peralada e per il Teatro Auditorio San Lorenzo del Escorial. In molte interviste il regista si è rimproverato per non aver avuto il coraggio, nel ‘99, di andare fino in fondo con le proprie idee, poiché allora non padroneggiava con la stessa disinvoltura di oggi il linguaggio dell’opera: povero Calixto! Speriamo di tutto cuore che a Barcellona riesca a dare sfogo al suo estro: già a Peralada Bieito insisteva sull’uso smodato di violenza, alcool, sesso e sangue, temi cardini della sua “poetica”, entro i limiti di una scena vuota ambientata in Marocco in cui campeggiavano cabine telefoniche, basi militari e la sagoma del toro ideata da Osborne… il solito minestrone, insomma, che vorrebbe essere scandaloso e che nella nostra contemporaneità non è altro che tradizione già ammuffita. Con queste premesse ovvio che i cantanti passino assolutamente in secondo piano: per Carmen, alla discreta vocalità di Beatrice Uria-Monzon, si alterneranno Jossie Perez, la nostra Anna Caterina Antonacci, reduce da lusinghieri successi nello stesso titolo, e Maria José Montiel; gli amabili resti di Roberto Alagna e Neil Schicoff, affiancati dalle voci più “giovani” di Brandon Jovanovich, Fabio Armiliato e German Villars, presteranno il loro canto a Don Josè; se inspiegabile risulta l’ascesa e la scelta di un soprano come Marina Poplavskaya, che sarà presente su prestigiose ribalte, ancora meno interessanti risultano le presenze di Barbara Haveman, della prezzemolina Maria Bayo, altra cantante che pellegrina da un repertorio all’altro senza darsi pace, di Ainhoa Arteta e Ainhoa Garmendia per l’incarnazione di Micaela; Escamillo avrà le voci ed i corpi di Erwin Schrott, sperando che non scambi il Toreador con il Fonzie di “Happy Days”, di Jean-François Lapointe, dello sgraziato Kyle Ketelsen, e di Angel Odena. La bacchetta sarà quella di Marc Piollet, Generalmusikdirektor del Teatro di Wiesbaden, il quale in anni recenti è riuscito a portare la sua orchestra a livelli di eccellenza in un repertorio che va da Mozart fino al ‘900 passando per il romanticismo tedesco.

Si prosegue in ottobre con “Pierino e il lupo” di Prokofiev e con due recital: uno di Violeta Urmana, impegnata in brani di Duparc, Mahler, Strauss e accompagnata al piano da Jan Philipp Schulze, e l'altro di Jonas Kaufmann in un programma che associa Richard Strauss e Franz Schubert, mentre al piano Helmut Deutsch presterà il suo sostegno musicale.

A novembre altra opera e altro scandalo!
Per la “Lulu” di Berg, il Liceu ci informa che “La tematica dell’opera e la drammaturgia di Olivier Py (il regista) potrebbero offendere la sensibilità di alcuni spettatori”.
Ringraziamo il Teatro. In Italia si sarebbero già mossi Moige, Codacons, schiere di prelati e varie associazioni in difesa dei diritti. In effetti la produzione già vista al Grand Théâtre de Geneve ha destato scalpore e ovvio scandalo per i suoi contenuti espliciti e le sue provocazioni, arrivando addirittura a far parlare pubblico e critica di pornografia.
Py non è nuovo a questi “mélange” tra mondo dell’hard e l’opera, si sa, il confine tra melodramma e porno in questi anni è andato assottigliandosi: basterebbe dare un’occhiata ai suoi “Contes d’Hoffmann”, alla “Damnation de Faust” o al suo “Tannhäuser” ricchi com’erano di nudi e coiti più o meno consumati al proscenio.
Il cast è vocalmente perfetto per una tal regia, schiera un sopranino, ormai assoluto, come Patricia Petibon, che dopo i trascorsi baroccari e mozartiani è decisa a contaminare con la sua stramba vocalità anche Lulu; intorno a lei il buon Michael Volle, i consunti veterani Franz Grundheber e Julia Juon, ed il tenore Poul Groves.
Dirige Michael Boder, in passato assistente di Riccardo Muti e Zubin Mehta, e molto legato alla musica del ‘900, e abile narratore del repertorio tedesco di Strauss, Schoenberg e Berg e dei compositori contemporanei.

Nello stesso mese parte l’encomiabile e divertente iniziativa che il Liceu ha adottato per far avvicinare i bambini, i giovani e le famiglie al mondo del melodramma, attraverso una serie di adattamenti e riletture di opere di chiara fama come “Il barbiere di Siviglia”, “Cenerentola”, “Flauto magico”, “Così FUN tutte”, “El retablo de Maese Pedro”, affidate a compagnie teatrali di nuova generazione come la “Tricicle”, la “Compañía Etcétera” o quella di Joan Font.

Per il ciclo “Òpera al Foyer”, spazio alle nuove composizioni con l’opera in un atto “Into the Little Hill” del compositore britannico, allievo di Messiaen, George Benjamin, andata in scena la prima volta nel 2006 all’Opéra Bastille. Dirige Franck Ollu mentre agiranno sulla scena Susan Bickley e Claire Booth.

Il “Falstaff” previsto per dicembre vedrà sul podio Fabio Luisi, già direttore a Dresda e a Monaco del medesimo titolo, mentre Peter Stein si occuperà dell’ironico ed elegante allestimento coprodotto con la Welsh National Opera e l’Opéra National di Liegi, che ha già collezionato recensioni lusinghiere. Il cast riunito sarebbe stato soddisfacente, forse, cinque o dieci anni fa; ma oggi di fronte alle non esaltanti e recentissime prove dei singoli, come accogliere, se non con apprensione, Ambrogio Maestri, Fiorenza Cedolins, Ludovic Tézier, Mariola Cantarero ed Elisabetta Fiorillo? Una curiosità: il dottor Cajus sarà interpretato dall’inossidabile Raúl Giménez, già presente nelle recite parigine dirette da Gatti.

Sarà, però il mese di gennaio a offrirci una succosa leccornia, che a noi del blog desta moltissimo interesse: il 2011 si aprirà, dunque, con il sublime Donizetti di “Anna Bolena”, una nuova produzione a cura di Rafel Duran, regista teatrale figlio dell’Istituto del Teatro di Barcellona, attivissimo nel teatro sperimentale contemporaneo. Rinunciataria la vigile bacchetta di Stefan Anton Reck, concertatore di fiducia della primadonna Edita Gruberova da lui diretta, negli ultimi anni, in “Norma”, “Lucia di Lammermoor” e “Lucrezia Borgia”, prende il suo posto il meno interessante Andriy Yurkevych, che in Italia (non) si è fatto notare nella “Maria Stuarda” napoletana e nel “Falstaff” romano. La ghiottoneria inoltre darà la possibilità al pubblico di assistere allo scontro diretto tra le due ultime autentiche grandi Regine del “Belcanto”! I due cast schierano, infatti, nel ruolo del titolo, Edita Gruberova e Mariella Devia! In principio era previsto il debutto nel ruolo di un’altra italiana, ma poco sovrana belcantista, Fiorenza Cedolins il cui Donizetti non è sicuramente il fiore all’occhiello dei suoi ultimi approcci viste le recenti prove in “Maria Stuarda” e, addirittura, “Poliuto”. Chi in questo appassionante regal duello uscirà vincitrice? Speriamo di farvelo sapere! Il resto del cast è meno interessante: alla professionalità tenorile di Josep Bros, sarà affiancata la vocalità più acerba di José Manuel Zapata che ha personalità, supportata, però, da voce non esattamente estesa e controllata; al gelo siderale della “superstar”, solo sulla carta, Elina Garança, si alternerà l’incostanza mezzosopranile di Sonia Ganassi; Carlo Colombara e Simón Orfila interpreteranno Enrico VIII sperando che nel frattempo abbiano risolto le diffuse durezze delle ultime performance; Sonia Prina si prenderà per l’occasione una vacanza dal “Barocco” per interpretare il paggio e musico Smeton: chissà, magari le faranno suonare uno strumento originale del 15f6 per non farle venire troppa nostalgia.
All’ultimo Verdi verrà affiancato, in Febbraio, l’ultimo Wagner: “Parsifal”, in un nuovissimo allestimento in coproduzione con l’Opernhaus di Zurigo, curato da Claus Guth, regista che ha il difetto di ambientare quasi tutte le sue produzioni all’interno di una abitazione su più livelli, accessoriata di un’ampia scalea e di sdoppiare uno o più personaggi rendendo l’azione leggermente faticosa; possiede invece il pregio di saper muovere i cantanti in maniera logica e coerente nonostante una certa freddezza formale. Le nuove speranze del canto tenorile wagneriano Klaus Florian Vogt e Simon O’Neill (prossimo Siegmund in Scala) daranno volto al protagonista; Hans-Peter König ed Eric Halfvarson (il “nuovo” ed il “vecchio”) si occuperanno della solennità del vecchio Gurnemanz; i lamenti di Amfortas saranno affidati al veterano Alan Held e a Boaz Daniel che ha recentemente deluso sia come Wolfram a Torino sia nell’ “Ernani” a Chicago; a Daniel, assieme a John Wegner, spetterà l’onere di mutare Amfortas in Klingsor nel cast alternativo, secondo una prassi che si sperava desueta e superata; scellerata invece la scelta delle voci per Kundry: Anja Kampe timbro chiaro, tecnica allo sbaraglio, fraseggio incerto se non isterico e la tagliente e corrosiva Susan Bullock, temperamentosa quanto si vuole, ma già messa alla frusta nell’Elektra fiorentina. Dirige Michael Boder che torna sul podio del Liceu a distanza di pochi mesi dalla “Lulu”.
Dopo un concerto della nuova “starlettina” scovata dalla DG, Measha Brueggergosman, patrocinata da Peter Eötvös, ecco giungere in aprile l’accoppiata verista “Cavalleria rusticana-Pagliacci”. Sicuramente non una rarità, ma che farà parlare di sé più per la regia di Richard Jones che per il lato musicale (direzione di Daniele Callegari) e canoro. Si tratta di un allestimento in coproduzione con l’ENO, più volte ripreso negli ultimi anni, in cui “Cavalleria rusticana” è riletta alla luce di una Italia squallida e claustrofobica anni ’30, mentre “Pagliacci” si gioverà della tradizione fumettistica e comico-televisiva inglese anni ’70, arricchita da citazione tratte dagli spettacoli di Tommy Cooper e di Bernard Manning. Prevedibile il cast: Santuzza sarà interpretata dalla traballante Ildiko Komlosi, dall’affidabile Luciana D’Intino, presente anche in Scala, e dall’abrasiva Paoletta Marrocu; Turiddu da Marcello Giordani, dal declinante José Cura e da José Ferrero; Marco di Felice, già scialbo Foscari a Milano, sarà Alfio coadiuvato nelle recite successive da George Gagnidze, fresco trionfatore al Met grazie alla sua interpretazione di Scarpia in “Tosca”, e da Vittorio Vitelli, cantante già conosciuto a Barcellona, che lo scorso anno ha inaugurato la stagione con una sciagurata produzione di “Trovatore”; Mamma Lucia in questo contesto diventa un omaggio ad una artista stagionata e temperamentosa (ma decisamente stagionata) come Josephine Bartsow.
In “Pagliacci” tornano Giordani e Cura nel ruolo di Canio, mentre in terzo cast è previsto Piero Giuliacci, tonante di voce, ma ruvido nello stile; Angeles Blancas dopo Abigaille, Carlotta Nardi, Elettra, Rachel, Amelia Grimaldi e prima di Aida, ci riprova con Nedda, ruolo forse più nelle corde di un soprano dalla vocalità soave come quella di Inva Mula prevista in secondo cast, mentre terza scelta è rappresentata da Olga Mykytenko, pucciniana di fede, ma che non disdegna il Verdi di “Traviata” e “Masnadieri” o il Donizetti di “Lucia di Lammermoor”; tornano anche Gagnidze e Vitelli per affrontare Prologo e Tonio, preceduti, però, da Carlos Alvarez.

Torna anche Villazón, non si sa in che condizioni visto il suo recente Nemorino ed il sospetto di prevedibile forfait dietro l’angolo… ancora bisogna vedere se arriva in Scala! Ad accompagnarlo Michael Hofstetter, direttore di strenua ed indefessa fede “baroccara”, colpevole dell’orrido verdicidio pseudo filologico compiuto sul “Trovatore” a Ludwigsburg con la complicità di Simone Kermes.
Altri scandali a maggio con l'inoffensivo - in apparenza - Singspiel di Weber “Der Freischütz”, che nelle mani di un regista come Peter Konwitschny si trasformerà in un giocattolo cervellotico e demistificato nel suo allestimento già varato all’ Hamburgische Staatsoper. Buona la scelta dei due protagonisti, Peter Seiffert, Petra Maria Schnitzer, e dell’Eremita in cui potrà emergere il carisma e la scura vocalità l’amato Matti Salminen; qualche perplessità la desta il resto della compagnia (Ofèlia Sala, Albert Dohmen, Rolf Haunstein), e tutto il secondo cast (Lance Ryan, Soile Isokoski, Elena de la Merced). Marc Albrecht, esperto conoscitore dell’opera tedesca e non solo, dirigerà il tutto.
La stagione prosegue con un recital del controtenore Andreas Scholl, il quale si produrrà in brani che spazieranno da Purcell a Dowland, da Händel a Campion, fino ad Haydn, accompagnato al piano da Tamar Halperin, e con un concerto di Diana Damrau in un repertorio di coloratura diretta da Josep Pons con l’Orchestra del Gran Teatre del Liceu in formazione da camera.
In giugno sarà la volta di Paul Dukas con la sua “Ariane et Barbe-bleue”, allestimento di Claus Guth (la solita casa) in coproduzione con l’Opernhaus di Zurigo diretto dall’emergente Stéphane Denève, che potremo ascoltare alla Scala nel prossimo “Faust”. Interessante la scelta dei protagonisti: Ariane sarà affidata alle voci opulente, ma graffianti di Eva Maria Westbroek e Jeanne Michèle Charbonnet; Barbe Bleue potrà contare sull’esperienza (anche troppa) di José van Dam.

Con la messa in scena dell’opera in due atti di Charles Agustí “Lord Byron”, in collaborazione con lo Staatstheater di Darmstadt, prosegue il viaggio nei territori dell’opera contemporanea che il Liceu sta affrontando per dare la possibilità al proprio pubblico di scoprire lo stile dei compositori del nuovo millennio, permettendo alla composizione, grazie alle coproduzioni, di poter entrare nei circuiti di altre importanti ribalte al fine di avere maggior fruibilità: qualità permettendo.

Con “Tamerlano” di Haendel e “Daphne” di Strauss in luglio la stagione del Liceu arriva al suo compimento.
Entrambi i titoli saranno rappresentati in forma di concerto e potranno contare su interpreti “specializzati”, cosa non sempre foriera di virtù come vedremo.
William Lacey, direttore che predilige il “Barocco”, ma che non disdegna Mozart, Offenbach e Puccini, proporrà i controtenori Bejun Mehta e Max Emanuel Cencic, già passati al setaccio in questo Blog, nei ruoli di Tamerlano e Andronico; la voce delicata di Sarah Fox darà vita ad Asteria, personaggio che l’ha già vista impegnata su molte ribalte; Anne Sofie von Otter, in piena svolta vocale che l’ha condotta negli ultimi anni ad approfondire e accostare arditamente Haendel, Lully e Wagner, sarà Irene; in più un “giovane” baritenore di belle speranze scelto per Bajazet, che sta bruciando velocemente le tappe affrontando compositori e stili diversi in cui emergono i nomi di Gluck, Haendel, Wagner ed il Verdi maturo: Placido Domingo.
Speriamo non si bruci!
Per valorizzare una musica sfuggente e fragile, come quella concepita da Strauss per “Daphne”, ci vorrebbe una voce meno insipida di quella di Ricarda Merbeth; due tenori ben più robusti e differenziati nel timbro di Burckhard Fritz e Rainer Trost; una voce più fonda e vellutata di quella multiuso di Janina Baechle; un accento più vario rispetto alla monotonia di Robert Holl. Mi auguro solo che il direttore, Pablo González, ami la partitura almeno quanto la apprezzò ai suoi tempi Sawallisch.


Gli ascolti

Gluck - Iphigénie en Tauride

Atto I

O toi qui prolongeas mes jours - Sena Jurinac (1965)

Bizet - Carmen

Atto III

Je dis que rien ne m'épouvante - Rosanna Carteri (1955)

Wagner - Parsifal

Atto II

Amfortas! Die Wunde! - Isidoro de Fagoaga (1930)

Leoncavallo - Pagliacci

Atto I

Recitar!...Vesti la giubba - Miguel Fleta (1927)



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sabato 18 aprile 2009

Il belcanto spagnolo: Antonio Aramburo

Cari Amici,
accogliamo un nuovo autore in questo nostro Corriere, el muy estimado Julian Gayarre, in rappresentanza della storia del canto spagnolo.
I colleghi iberici ci han manifestato un sentimento di vero e profondo affetto per il nostro sito, richiamandoci al dovere di parlar di loro, delle loro prodezze vocali, della loro leggendaria tradizione, che vanta stelle di primissima grandezza e che sono, davvero, una gran parte della storia dell'opera.
Diamo il nostro benvenuto al collega Gayarre, che vi parlerà oggi proprio del suo grande rivale, Antonio Aramburo, e speriamo che anche voi, come già noialtri, gli chiederete prestamente...un bis!

GG and friends


Antonio Aramburo Erla, Aragón, 17-I-1840 – Montevideo, Uruguay, 16-IX-1912. Tenor de ópera. Sexto hijo de una familia acomodada inició estudios de ingeniería, pero a los veintiséis años se decidió por los de canto, recibiendo en Madrid lecciones del maestro Antonio Cordero, importante pedagogo de la época, y continuó sus estudios vocales, de solfeo y la lengua italiana en Milán con el maestro Codara.
Debutó con la ópera Sapho de Pacini en el Teatro Carcano, de Milán, en 1869 junto a la soprano Regina Ferni y el barítono Leone Giraldoni. En 1871 debuta en Madrid en el Teatro de la Zarzuela con un amplio repertorio junto a la soprano Pilar Bernal. En 1872, en Florencia, obtuvo su primer gran éxito interpretando Norma. En la temporada 1872-73 debutará en el Liceo como Manrico de nuevo con Giraldoni y Carolina Ferni. En el año 1873 viaja a Inglaterra como tenor de la temporada Mapleson, junto a los tenores Italo Campanini y Victor Capuol, debutando en Drury Lane el 1 de Mayo como Fernando en La Favorita, el 25 de Mayo como Manrico y el 5 de Julio como Pollione. Las criticas del Times son muy favorables situándolo como un valor importante en la compañía, destacan su Pollione bien cantado en arias, recitativos y dúos y su por su vigor, destaca también su “Pira” del Trovatore frente a un mas interesante Campanini en el “ah si, ben mio”, tenor este con el que compartió temporada. Prosigue en Dublín con Favorita, Trovatore , Lucrezia Borgia y Lucia di Lammermoor, de la primera el Irish Times destaca su juventud, su voz natural, poderosa en el registro bajo y agudo junto a una buena presencia escénica, sin embargo deja que desear su fraseo en la Favorita, pero como Manrico fue mas aplaudido, como Gennaro el crítico destaca su delicadeza y dulzura, donde bisa “Di pescatore “, y finalmente en Lucia el éxito es completo y se destaca frente anteriores papeles.

Tras alcanzar renombre en Europa, en 1874 es contratado por el Teatro Colón, de Buenos Aires, donde se le trata como a una de las grandes voces del momento y participa en la función extraordinaria que inaugura la línea telefónica transoceánica con la asistencia del presidente de la República. Su Fernando de la Favorita es triunfal, y en el “Spirto gentil”se destaca su ataque al agudo en pianissimo con un Si natural vibrante y la vuelta al piano que entusiasmo al público asistente. Tambien cantará Joné, Il Guarany, La Juive y Lombarda, y al año siguiente I Capuleto e I Montecchi, Ese mismo año también cantó en Montevideo.
En la temporada 1875 cantará en el Liceo de Barcelona Norma y Lucrecia Borgia, esta última con gran éxito pese a estar indeleble el recuerdo de Gayarre en uno de sus principales papeles.
En 1875 cantará Lucia di Lammermoor en la Opera de Paris donde será felicitado por Charles Gounod al cual causa una profunda impresión por su poderosa y bella voz. En 1876 Enrico Tamberlick podrá verle en la Forza del destino en Paris en el Teatro des Italiens, situándole como su sucesor para los próximos años. También aquí cantará este año Poliuto con gran éxito. En Abril dará un concierto en Niza donde llega a filar el Do agudo. En 1877 debutará en Napoli como Manrico alternando en escena con el tenor Roberto Stagno.
En 1879 cantará Poliuto en el Teatro Carlo Felice di Genova como celebración al primer aniversario del Concurso Regional Agrario junto a Teresa Brambilla-Ponchielli, Erasmo Carnili y Angelo Tamburini con gran éxito de prensa que destaca la extensión, luminosidad y agilidad, capacidad para respetar los trinos hasta en las notas mas agudas.

El 30 de Diciembre de 1879 debuta en La Scala de Milan como Radames y aunque no fue bien recibido, según comenta O’Neill intentó cantar el papel de Radames como lo hacia Tamberlick y empezó a recibir silbidos y protestas, de forma que los empresarios, hermanos Curti, le pidieron que cantase otras operas a lo que Aramburo se negó y en la siguiente función terminando el “Celeste Aida” dio un Si bemol potente y prolongado que levantó al público de sus asientos y acabó con un gran éxito, haciendo 23 representaciones de Aida en la temporada. El 27 de Enero cantó Lucia junto a Emma Albani, pese al éxito inicial con la Albani esta fue sustituida por Harris Zugarri que no estando a la altura de su fama en la escena de la locura fue silbada y Aramburo por considerar injusta la protesta abandonó la escena antes del final, así acabó siendo reemplazado por Guardenti y nunca más volvería a cantar en la Scala.
En enero de 1879 publicaba un diario zaragozano: «Nuestro compatriota el célebre tenor Aramburo, hijo de Erla, ha conseguido últimamente entusiastas ovaciones en el Teatro de la Paz, de La Habana, sobre todo con las óperas Forza del destino, Guarany y Trovatore. En esta última había sido llamado a la escena dieciséis veces. También el este año hace su debut en Nueva Cork en la Academy of Music en Rigoletto, Lucia y Il Trovatore.
Se dice que la década de los setenta fue la más brillante de su carrera, en la que público y críticos estuvieron de acuerdo en calificarle como uno de los mejores entre los grandes tenores de su tiempo.
El 12 de Octubre 1881 debuta en el Real de Madrid en la Forza donde la critica de La Correspondencia Musical dirá que no es una opera interesante, y del cantante destaca su voz robusta, igual, timbrada y extensa e insinuante en todos sus registros, al terminar recibió una gran ovación y tuvo que salir a saludar repetidas veces.

Cantará después Rigoletto con Fanny Toresella y Francesco Pandolfini, y Trovatore y L’Africana (Toresella, de Reszke, Brogi y Vidal), con escasa fortuna, más por sus problemas de salud y de carácter que por sus cualidades como cantante. De la Africana se destacó su “O Paradiso” pero en el resto de la obra no se mostró igual con sensación de vulgaridad en algunos momentos.
En 1882 se crea una empresa para dar en el Teatro Lírico de Barcelona veinte representaciones de ópera que empezaron el 13 de septiembre con un personal en el que se contaban muy pocas notabilidades. Aramburo participa en Rigoletto, Lucia y en Il Trovatore, que había cantado seis años antes en otro teatro de Barcelona presenta según la crítica los defectos que va notamos entonces á este artista, lejos de haberse corregido, todavía fueron mas notables, pues su brío y «slancio» no cohonestan su estilo incorrecto y su poca seguridad en el canto.

Siguió cantando en esta década por Europa latina hasta 1889 despues de un nuevo escándalo en Lisboa, y en Rusia hasta 1896 donde actúo por última vez en Odessa en Carmen.
En 1892 en Valparaíso se destaca que su voz sin perder poder y sonoridad ha ganado en suavidad, dulzura y sentimiento. En 1897 en el Teatro de la Victoria de Valparaíso si se observa esta merma de facultades pero se destaca su flexibilidad y vocalización, lo que es de destacar en un tenor de 57 años en aquellos tiempos y con el repertorio que seguía.
En 1898 se presenta en el teatro principal de México donde Amado Nervo le cita como un artista precioso, capaz de filigranas que gustan al público pero ya en el declive, deseando una retirada honorable.
Aramburo fue el único astro lírico capaz de hacerle sombra en España al mítico Gayarre. Libérrimo, genial, tenía un carácter antojadizo e histérico, propio de un gran divo. Una noche, por ejemplo, hallándose actuando en la Scala de Milán, abandonó el escenario a mitad de actuación, se retiró a su palacio milanés, preparó unas migas, se impuso un cachirulo y la lió a cantar jotas. En otra ocasión, en el Teatro Real, molesto porque Alfonso XII y la reina María Cristina no habían acudido a su estreno, abandonó las bambalinas y se dirigió a la plaza de Oriente para cantar a sus estatuas "Di quella pira..."

En su vida personal y sentimental no fue muy afortunado; contrajo matrimonio con la soprano norteamericana de nombre artístico Ada Adini, quince años menor que él, unión de la que nació una hija; los problemas originados por las actuaciones de ambos en diferentes teatros y fechas acabaron en ruptura. Aramburo llegaría a ganar más de tres millones de pesetas a lo largo de su carrera. Cifra astronómica para la época, pero que no le sirvió para eludir la miseria. El Teatro Solís de Montevideo acabaría empleando como portero a quien tuvo al mundo a sus pies. Antonio Aramburo, olvidado, pobre y solo, murió en la capital uruguaya, en 1912.

La importancia de Aramburo como artista se centra en que por edad se convierte en el nexo de unión entre la tradición de Manuel García y cantantes posteriores como Julián Gayarre, Julián Biel, José Palet, José García, y unido al hecho de que en su siglo los compositores aún “dirigían” las composiciones hace que sea importante para valorar y recuperar el arte del canto en nuestros días.
Celletti señala que hasta 1959, año en que aparece una grabación de “Nium mi tema” de la G&T, no existían grabaciones del artista aragonés, de ahí la relevancia de la aparición de estos registros en cera de la compañía fundada por el propio artista. De su arte nos dice Celletti que en 1876 el critico de la Gazzeta dei Teatri escucha en concierto a Aramburo ejecutar magníficos agudos a partir del la y filados sobre un do. Sin embargo parece que en la Scala di Milano se juzga que el passaggio no era tan limpio y vibrante como las notas agudas y algunas notas son demasiado abiertas. Enrique O’Neill, profesor de canto y fisiólogo de la voz que acompañó al tenor en muchas actuaciones por Sudamérica y Europa lo señala en su libro “la voz humana” como el tenor mas merecedor de la fama universal que hubiese escuchado, y en su libro analiza a Gayarre y Tamberlick por situar su figura.

Aramburo había fundado en 1900 en Montevideo de la «Compañía de Impresiones Fonográficas del célebre tenor Antonio Aramburo» pero la aparición en fechas próximas de la relación de 48 cilindros impresionados directamente por el célebre tenor, todos los cuales llevan estampada su firma en una de las extremidades, el los que figuran principalmente arias o romanzas operísticas y diversas composiciones románticas de la época, se convierte en un hallazgo muy importante para los amantes de la opera; en las grabaciones también se incluyen unas pocas canciones de zarzuela, entre ellas, con el número 37 y junto a unas malagueñas de Álvarez, se incluye la jota de La Dolores de Tomás Bretón.
Lo que nos han legado sus discos de su voz aún siendo esta grabado a los 61 años de edad y ya fuera de los escenarios nos trae de vuelta a la antigua escuela de canto tanto por la emisión del sonido y su timbre como por el tratamiento de lo escrito. Una voz de agudo fácil, vibrante y cálida. Escuchado estos discos se observa:
En “Niun mi tema” como dice Celletti la grabación sorprende por la frescura y brillantez de la voz de Aramburu así como por la morbidez de la emisión. La dicción es excelente y el fraseo noble y bien sostenido por un buen legato. El tempo del aria es lento incluso mas al final, en su contra señalar la entrada fallida y la omisión de varias batutas.
En “J’ai vu, nobles Seigneurs” de l’Africana su tono abierto y brillante se une a un canto declamado, un bello rubato, y la inserción de grupetti e mordenti que le hacen muy singular, pero también se observa alguna apoggiatura que hay que perdonar en la edad del artista y una preparación al imponente agudo de gusto menor. Su canto esta centrado del mezzo forte al fortissimi con magníficos agudos bien sostenidos. La grabación en si es muy buena.
En “Morir, si pura e bella” instruido por Verdi en como cantar la entrada con voce cupa, vemos a Aramburo cantar sin sombra alguna del verismo que ha afectado a Verdi en el siglo XX, y podemos observar lo que Manuel García llama “voix sombrée”, alguna appoggiatura y algún diminuendo son aportaciones del cantante, en una interesante visión del momento.
Finalmente en “La partida” le escuchamos en español, cantando muy bien la canción de Álvarez con gran pasión en “ Montes de Aragón” que no volvería a ver.
Solo nos queda desear la recuperación de más grabaciones de este insigne tenor español del siglo XIX que tanta gloria dio a la Opera, quede aquí nuestro sentido recuerdo.

Repertorio:

Saffo-Milano, Carcano, 2 August 1871
Norma-Venezia, Teatro Comploy, 25 December 1871
La Favorita--Venezia, Teatro Comploy, 6 January 1872
Il Trovatore-Venezia, Teatro Comploy, 21 January 1872
Rigoletto-Dublin, Royal, 23 September 1873
Lucrezia Borgia-Dublin, Royal, 29 September 1873
Lucia di Lammermoor-Dublin, Royal, 3 October 1873
Jone-Buenos Aires, Teatro della Opera, 11 June 1874
Il Guarany-Buenos Aires, Teatro della Opera, 27 June 1874
La Juive (Léopold) -Buenos Aires, Teatro della Opera, 29 August 1874
I Lombardi-Buenos Aires, Teatro della Opera, 1 September1874
I Capuleti e i Montecchi-Buenos Aires, Teatro della Opera, 14 November 1874
La Forza del Destino-Faenza, Comunale, 11 August 1875
L'Africana-Moscow, Bolshoi, 20 September 1875
La Traviata-Moscow, Bolshoi, 23 October 1875
Poliuto-Paris, Italien, 5 December 1876
Aida-Sevilla, San Fernando, 20 May 1879
Zilia-Havana, Payret, 29 January 1881
Modello (Composer Bimboni)-Berlin, Skating Rink, 30 May 1882
Faust-Santiago, Municipal, 7 August 1883
Le Prophète-Santiago, Municipal, 6 October 1883
Mefistofele-Warsaw, Letnis, 19 August 1887
Cavalleria Rusticana-Odessa, Municipal, 5 January 1892
Carmen-Odessa, Municipal, 20 February 1892

• Bibliog.: García de la Puerta López, Vicente: Pasajes de la vida del Tenor Aramburo. Centro de Estudios de las Cinco Villas – Institución Fernando el Católico. Ejea de los Caballeros, 1998.
• Bibliog.: Rodolfo Celletti: Le grandi voci.
• Bibliog.: The record collector. Dic-1998.


Gli ascolti - Antonio Aramburo

Meyerbeer - L'Africaine
Atto I - J'ai vu, nobles seigneurs

Verdi - Aida
Atto IV - La fatal pietra...Morir! sì pura e bella

Verdi - Otello
Atto IV - Niun mi tema

Alvarez - La Partida

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