Con i tempi che corrono e con le costumanze del Festival non è poco. Anzi.
Ma secondo la consolidata tradizione festivaliera c’erano anche parecchi aspetti che confliggevano con Rossini e con la sua specifica poetica. In primo luogo la direzione d’orchestra o meglio la concertazione. Da tempo (vedi il Sigismondo dell’anno passato) si cade nell’equivoco che la drammaticità di Rossini sia differente da quelle successive e l’eccesso pota a sonorità alleggerite addolcite e soprattutto la di qualsivoglia aulicità, solennità, estasi, epica e magniloquenza, che del dramma serio rossininano sono la peculiarità. Basta ascoltare come affrontasse le scene più apertamente drammatiche Alberto Zedda, che non è certo mai stato un grande direttore d’orchestra per cogliere l’inadeguatezza delle scelte corrente e di cui , quale direttore artistico del festival il medesimo Zedda sembra essere sodale. Ne hanno risentito di questa “farsettizzazione” i pezzi d’assieme ossia il quartetto della scena prima, il finale primo ed il quartetto del secondo atto, quando fra i contendenti irrompe Adelaide. Mi permetto di aggiungere che si tratta di una delle pagine più originali ed ispirate dell’opera, ma che richiede guida sicura, scansione e quattro cantanti. Sono risultati scentrati anche i duetti fra gli amorosi e quelli di sfida fra Ottone ed Adelberto al primo atto e quello del secondo fra tenore e soprano. Non hanno avuto il primo la cifra estatica degli incontri fra gli idealizzati amanti rossiniani ( non dimentichiamo che trattasi di due donne) ed i secondi il colore da cupa congiura medioevale ( vista con gli occhi dell’uomo dell’800). Oltre tutte e siamo alla seconda scivolata del festival l’allestimento affidato a Pier’Alli, che il pubblico ha salutarmente fischiato. Battaglia degli ombrelli, proiezioni da sponsor della regione Toscana, fango e soldati marcianti che avrebbero dovuto intonare la canzone del Piave, cameriere con crestina da musical hanno contribuito sviato il pubblico da quella che dovrebbe essere la cifra dell’opera. Opera che di suo come tutta la drammaturgia rossiniana si poggia su valori differenti da quelli della produzione melodrammatica successiva.
E se a questa aggiungiamo la diffusa latitanza del canto di scuola , di quel canto immascherato che è il solo ed unico presupposto della congrua esecuzione dei titoli belcantistici si comprende perché una signora della Pesaro bene, per dovere di rango sociale in teatro abbia commentato che l’opera è brutta, cantano male salvo al ragazza bionda (leggi Pratt). Vox populi!!!
E le scivolate sono proseguite con la compagnia di canto. Comprimariato da spedizione punitiva quello delle signore Jeannette Fischer e Francesca Pierpaoli nei ruoli di Eurice e quello in travesti di Iroldo. Patetiche e velleitarie le varianti inserite nei loro momenti solistici. Con siffatte disponibilità di cantanti la scure della vituperata scuola di Serafin ha quanto meno il pregio di risparmiare figuracce a cantanti, strazi all’ascoltatore, oltraggi all’autore.
Le cose non sono certo andate meglio con i “cattivi” ossia Nicola Ulivieri, che ha raschiato e urlato i due acuti della parte e senza la voce di basso. Il peggio era costruito dal giovane tenore Bogdan Mihai, che nella parte di Adelberto ha esibito una voce fra gola e adenoidi, agilità scivolate e spappolate assoluta incapacità di approdare alla zona acuta o almeno medio alta della gamma vocale. L’attacco dell’aria “grida natura” era un tragico involontario comico. Un simile elemento si deve avere il decoro di non presentarlo in scena, in generale e massime in un luogo deputato a Rossini e con la presunzione di offrire al pubblico uno dei prodotti di punta della scuola di perfezionamento della Scala, che andrebbe chiusa. Confesso ed esterno la assoluta difficoltà a raccapezzarmi e a comprendere questa situazione e queste scelte.
E arriviamo alla diva del festival Daniela Barcellona, che alcune frange del pubblico hanno, alle uscite singole, contestato dopo fiacchi applausi al rondò, che conclude l’opera e che per ubicazione è il momento del tributo all’esecutore. Siccome da tempo ritengo che il mezzo triestino non sia una cantante rossiniana condivido le riprovazioni del pubblico. In breve la parte di Ottone è troppo acuta, oggi come nel 2006, per la Barcellona e, quindi, le frasi sia dei cantabili che degli allegri (rondò finale e duetto con Adelaide) che investono la zona medio alta sono state aggiustate, sicchè la parte sembrava quegli abbozzi di parte riservati da Rossini alla Marcolini ed alla Malanotte, che poi provvedevano di loro a diminuire. Solo che non posso in questo caso aggiungere il tradizionale avverbio “opportunamente” perché il risultato è stato una frammentazione della linea musicale non più riconoscibile. Oltre tutto a differenza di una Horne, ultima fase della carriera, la Barcellona non è in grado di diminuire e fiorire le parti in modo da occultare le mende vocali perché con l’agilità di forza una cantante della limitata capacità tecnica della Barcellona ha, per forza di cose, rapporti molto problematici. Il problema di partenza è sempre e solo quello di una cantante dotatissima in natura, che non sa da che parte si respiri professionalmente, si distribuisca il fiato e si immascheri il suono ed esibisce l’impietoso “scalino” dei mezzosoprani a fine carriera. Suoni di petto in basso, suoni opachi al centro, grida incontrollate in alto. Se poi si vuole si può anche prendere lo spartito e proseguire in questa impietosa selezione di vizi e dei difetti me ne domando il senso. Ma urge segnalare certi parlati come il “basta vederla io voglio” del duetto con Adelberto, i suoni di petto aperti e stimbrati al recitativo che introduce il finale primo, suoni opachi al centro nell’andante del duetto d’amore “vieni al tempio” e nella stretta “tu che nei cori” dove il suono galleggiante sul fiato di Jessica Pratt copriva la grana grossa e comune della voce di Daniela Barcellona.
Perché poi il segreto del successo di Jessica Pratt sta solo e semplicemente nel cantare sul fiato con un controllo della voce. Questo le consente di cantare sempre, anche nel quartetto di sortita di scrittura bassa, che non conviene alla giovane cantante che ha il meglio della voce nell’ottava superiore, di essere varia nel fraseggio, regale e dolce al tempo stesso, di essere preziosa e raffinata , magari a scapito di un poco di slancio nell’aria di sortita e di dare il brivido alla grande aria “cingi la benda candida” dove Jessica Pratt ha sfoggiato tutto quello che la grande esecutrice, anzi interprete di Rossini deve possedere ovvero estensione, legato e smorzature anche ad altissima quota, capacità di cantare piano e forte, fluidità di esecuzione dei passi di coloratura. La grande esecuzione rossiniana passa in primis da brivido che le difficoltà vocali rese con facilità danno e non già dallo sforzo di una voce che prova a fare. Invito a riflettere sulla differente impressione che hanno suscitato i due rondò ossia quello di Adelaide e quello di Ottone, brani di eguale peso vocale ed interpretativo, che ieri sera sono emersi solo in quello di Adelaide, passato, invece, come una cosa di limitata difficoltà e valore espressivo quello del deuteragonista en travesti. E di qui il meritato trionfo che altro fondamento non se non il canto e la tecnica del canto. E’ stato dopo anni una luce nei cast del festival.
Gli ascolti
Rossini - Adelaide di Borgogna
Atto I
O sacra alla virtù...Soffri la tua sventura - Daniela Barcellona (2006)
Atto II
Questi, che a me presenta...Vieni, tuo sposo e amante - Daniela Barcellona (2006)
Meyerbeer - Le Prophète
Atto V
O prêtres de Baal - Sigrid Onégin (1929)





Mi domando se possa essere utile scrivere un commento a quanto udito questa sera da Pesaro riguardo l’esecuzione del Sigismondo, titolo inaugurale della trentunesima edizione del festival Rossini, perché basterebbe scorrere i pensieri, esplosi spontanei nella chat durante la trasmissione per avere una recensione bella e pronta e soprattutto competente. Quindi per sommi capi.






