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mercoledì 2 dicembre 2009

La semana de Carmen, seconda giornata. Dirigere Carmen / 1: Thomas Beecham e Fritz Reiner

La rassegna, pur per grandi linee, delle esecuzioni di Carmen disponibili, ponendo ad oggetto della riflessione la direzione d’orchestra questo vuole essere il pezzo forte, una volta esaminata la storia quanto mai complessa dello spartito, della nostra settimana dedicata alla eroina di Bizet.

Premettiamo: la vicissitudine dello spartito va di pari passo con quella interpretativa. Entrambe sono sorte e cresciute, anche troppo, dalla fine degli anni cinquanta. Potevano e possono avere fondamento.
Sospetto, però, la loro strumentalità, stante la concomitanza della pubblicazione di nuove registrazioni del titolo, per sostenere la tesi che il presente fosse meglio del passato. E quindi colpi di scure sulla tradizione della Carmen tradotta e colpi di scure su interpreti, specie dei due ruoli protagonistici, in genere tacciati di bieco e trito verismo, di contrappasso con la finezza interpretativa di quelli protagonisti della più recente edizione discografica.
A sgombrare gli equivoci, a riflettere in generale sul problema o, quantomeno, a proporre spunti di riflessioni ci aveva già pensato nel 1987 Rodolfo Celletti nella seconda edizione di “il teatro d’opera in disco”.Per sommi capi si può dire:

A) qualsiasi opera-comique per uscire dall’angusta in ogni senso salle Favart doveva essere tradotto in altra lingua ovvero quelle, che andavano per la maggiore nei posti dove si eseguiva il melodramma, ossia in italiano ( per Italia, appunto, i paesi di lingua spagnola, ed i teatri imperiali russi), tedesco per le terre degli imperi centrali.. A questa regola si piegavano anche i cantanti francesi. Prima fra tutti proprio la prima protagonista Célestine Galli-Marié, che eseguì il titolo in Italia dapprima a Palermo, poi, a Napoli. Questa regola ha consentito esecuzioni vocalmente, ed interpretativamente di assoluto riferimento

B) ancora i dialoghi parlati dovevano essere musicati. Altro che stupro e violenza. Regola di vita e sopravvivenza per lo spartito Vi provvedeva l’autore, salvo che come nel caso del nostro no fosse giunto, prematuramente sotto ogni profilo, il premio eterno. Non solo, ma l’ingresso nei grandi teatri (Milano, Napoli, Madrid, Londra, Berlino, Vienna, Dresda, Mosca e poi New York, Buenos Aires) importava come logica conseguenza che i grandi cantanti quelli adusi al repertorio ossia Verdi, Wagner, Meyerbeer, Gounod si annettessero le parti e non venissero meno alle loro indiscutibili prerogative, che prevedevano anche numeri aggiuntivi ed alternativi. E nessun autore si opponeva alla regola, pena: marcire alla Salle Favart.

C) Questo ultimo punto, poi, stimola un’ulteriore riflessione, sempre muovendo da Celletti, che rileva come i primi interpreti soprattutto di Carmen e don Josè fossero cantanti relativamente leggeri, vedi Valero, De Lucia ed anche l’esordiente Caruso. In realtà si trattava di cantanti di mezzo carattere o di grazia, contrapposti da sempre ai tenori (o soprani) che frequentavano Verdi, Gounod, Meyerbeer, Rossini ed anche Wagner. Il tutto deve essere “preso con le pinze” perché: 1) come suonassero e corressero in teatro voci come de Lucia o Valero o Giraud o Garulli, che si esibivano in teatri vastissimi, tipo Scala Real di Madrid, san Carlo e Met non lo sappiamo e le cronache del tempo non parlano affatto di limitazioni in tal senso, se mai rilevano la diversità dell’accento rispetto ad un Tamagno ad uno Stagno; 2) sin dai primi anni di rappresentazioni don Josè attirò tenori che provenivano dalle file del tenore di forza da grand-opera. Per tutti Vinas e la circostanza che i primi due don Josè in tentativi di integrale siano Augustarello Affre (un poco declinante nel 1911) e Karl Jorn, uno degli ultimi e più completi esecutori di Meyerbeer ed Halévy...
La circostanza discende dalla scrittura assolutamente centrale e comoda (per chi come quei signori e molti altri coevi) sapesse cantare, che consentiva la pratica del titolo a cantanti di qualità vocali ed estrazioni interpretative fra loro, esteticamente, opposte.
E la situazione è continuata almeno sino agli anni quaranta del secolo passato (ovvero per ritornare al punto di partenza ossia alla solo attuale esattezza dei cantanti rispetto al dettato di Bizet), perché è pacifico che tenori come Pertile, Merli, Rosvaenge, Martinelli ed anche Tucker, ma soprattutto Fleta abbiano, eseguendo don Josè, nonsolo esibito misura, gusto e pertinenza con il personaggio, ma anche assolute, oggi impensabili prodezze vocali. La sorpresa, però verrà per certo nella giornata di domani.

D) Con riferimento alla protagonista le considerazioni sono assolutamente le medesime. La scrittura tutto sommato elementare e le molte possibilità di varianti (sulla cui originalità credo ci possano essere dubbi) la parte si prestava a soprani lirici e persino a contralti. Quindi passiamo da Adele Isac (ripresa del 1881 all’opera comique, ma anche prima Olympia) ad Ernestine Schumann Heinck o la Besanzoni, passando per la Lehmann (Lilli) e approdando alle più devote veriste in corda di mezzo soprano fossero Maria Gay e Giuseppina Zinetti o le recenti Agnes Baltsa ed Elena Obraztsova. Possiamo e con ragione censurare le sgrammaticature vocali di una Zinetti e magari di una Barbieri, se non guidata da un Fritz Reiner, fischiare la Baltsa ed il comportamento omissivo di Abbado, che la dirigeva, non abbiamo però, fondato motivo storico di censurare le idee interpretative di fondo di queste ed altre Carmen, sul presupposto, che la sola vera Carmen sarebbe quella di Concita Supervia.
Dovrebbero, a mio avviso, dire che si tratta di Carmen “formato esportazione” e non una Carmen verista a meno che vogliamo usare il termine verista quale sinonimo di malcanto. E una Carmen malcantata non è né verista, né opera-comique è solo malcantata.

E) Approdando ai direttori. Tutti i grandi della bacchetta hanno affrontato Carme. Lunghissimo l’elenco, rara per contro la documentazione che parte da registrazioni radiofoniche degli anni ’30 e non prevede un Toscanini, un Guarnieri, un Furtwangler, un Krauss o un Kleiber padre e poco ci lascia di quella di Bruno Walter.
Quello che possiamo sentire, pur con i limiti della qualità delle registrazioni, ci consegna Carmen di accesi contrasti fra colore locale e situazioni drammatiche, con orchestre veri strumenti di precisione, conclamata capacità di accompagnare i cantanti in taluni casi oggetto di vera “regia vocale” (vedi Fedora Barbieri con Reiner) e, comunque, coerenti con idee interpretative ben individuate.
Possiamo, muovendo dalla moda critica vigente, criticarle e censurarle. Dobbiamo, per onestà intellettuale, domandarci innanzi alle realizzazioni di Fritz Reiner o di Dimitri Mitropoulos, e in tempi recenti abbiamo sentito alternative altrettanto congruenti e coerenti.

Thomas Beecham Metropolitan 1943.

L’inventore delle stagioni operistiche in Inghilterra diresse Carmen più volte al Met. Era uno dei suoi lavori preferiti. Lo propose anche, in fine di carriera e vita, al Colon di Buenos Ayres e ne propose la prima registrazione discografica, che apriva la strada alla Carmen “opera-comique”, complica la protagonista Victoria de Los Angeles. La critica italiana ha sempre storto il naso su quella direzione tacciata di essere di poco vigore e intensità drammatica.
Dalle registrazioni dal vivo si ricava che quella, però, dovesse essere la concezione di maestro. Strano perché, sempre con riferimento al repertorio francese il Faust, che Beecham diresse al Met, sempre nel 1943, è inteso e drammatico.
Certo nel primo atto l’ouverture è esplosiva e fulminea nell’attacco, ritmato e scandito il tema del toreador ed è logico che alla chiusa l’enunciazione del cosiddetto tema del destino sia altisonante come si conviene ad ogni annuncio di morte, con un crescendo che solo un direttore di grande scuola può permettersi perché, sia detto l’orchestra è per tutto il corso della serata precisa e duttile. Per contro il coro dei monelli è grazioso, precisa l’orchestra, ma meccanico e privo dello slancio, che la burla degli “scugnizzi” sivigliani richiede.
Quando entra il coro delle sigaraie il tempo è veloce e sostenuto, soprattutto nella parte femminile. Il direttore che “tiene in pugno” l’orchestra emerge con l’alternanza di rallentando e stringendo ed è originale lo slancio dei maschi all’ingresso di Carmen. Il momento scenico lo giustifica. E giustifica ancor più un tempo veloce la qualità vocale mediocre e scadente della protagonista Lily Djanel, che nei pochi tentativi di alleggerire ed ammorbidire non ammicca, ma miagola. Finita la poco felice habanera il direttore riprende il controllo della situazione; per il coro maschile stacca un tempo velocissimo ed il tema del destino parte cupo e funereo, come da dramma.
Il senso fortemente drammatico emerge anche nella rissa delle sigaraie che è plebea e violenta. Non è lo scontro dei cavalieri cattolici e riformati degli Ugonotti. Questo è chiaro ed è ben reso perché pur nel vigore ( e nel cattivo suono della ripresa) il rapporto fra orchestra e palcoscenico non è compromesso. Arrivati alla seguidilla abbiamo, nonostante il dovuto e preciso, tempo indugiante l’idea che Carmen sia una vecchia baldracca, perchè l’emissione aperta e squinternata al centro questo concetto e non altro restituisce all’ascoltatore. Persino Fedora Barbieri, che tutto era meno che un’interprete raffinata e stilizzata, con Reiner renderà assai meglio il clima del brano. Anche qui orchestra e direttore esplodono alla fine, superati i problemi vocali della protagonista.
Al secondo atto preludio e chanson bohemienne. il direttore è preciso, non brilla per colori anche se sono bellissimi i rallentando e gli stentando del fagotto alla fine. Il ritmo della danza è enunciato lento e soffuso poi cresce progressivamente e l’effetto è accentuato da un rallentando dell’orchestra prima dell’attacco di Carmen, la quale strano a dirsi, canta in maniera ben più corretta e castigata del primo atto.
Arrivati al toreador ancora una volta il direttore deve fare i conti con l’Escamillo di turno, che si chiamerà pure Warren, che sarà pure nella fase iniziale della carriera, ma che è in palese difficoltà per la tessitura non alta del brano, che esibisce suoni legnosi e non brilla certo per eleganza, preclusagli dal limitato mezzo vocale l’ostentazione del volume e del vigore. Ciò nonostante l’accompagnamento sia grandioso, ma non plateale.
Arrivati al quintetto, fra l’altro nei ruoli del Remendado e del Dancairo ci sono due rodati specialisti del comprimariato al Met (de Paolis e Cehanovsky) il ritmo e serrato nonostante qualche sbavatura e caduta di gusto della protagonista; siamo davanti al tipico caso di orchestra che canta. Però, anticipando Reiner dieci anni dopo sotto la bacchetta del direttore ungherese canterà molto meglio.
Naturalmente le cose vanno bene all’aria del fiore in quanto Jobin, senza essere, per rimanere in ambito francese Thill o Muratore, canta con suoni morbidi e sfumati accompagnato con delicatezza e grazia. Nessuna esteriorità in orchestra o in palcoscenico. Anche qui non dobbiamo e possiamo pensare ad una esecuzione in quello che viene chiamato, oggi, lo stile opera-comique, ma più normalmente ad una esecuzione ligia alle regole del buon canto.
Stranamente il buon canto, complice un accompagnamento assottigliato ed insinuante la pratica anche la Djanel nel “la bas la bas”. E’ sotto il profilo dell’esecuzione della protagonista il momento migliore. Ottimo anche Jobin.
Nel finale d’atto Beecham prende quota nel senso che il tema che annuncia il motivo finale del concertato è enunciato pulsante e vibrante e pulsante e vibranti sono orchestra e coro. La Djanel per contro si lancia in urla fisse e scombicchierate.

Atto terzo
Preludio e coro dei contrabbandieri
E’ sempre stato uno dei punti più criticati dell’esecuzione in studio di Beecham, tacciato di essere semplicistico. Intendiamoci bene: Bizet non sta descrivendo l’entrata di Orfeo nell’Ade, ma un paesaggio agreste e notturno. Il suono del broadcast è mediocre. Si può dire che ci sia precisione negli strumenti a fiato ed una bella dinamica. Inoltre una descrizione diciamo semplicistica ha il pregio di creare il giusto contrasto con il cupo core dei contrabbandieri, ritmato e cadenzato anche nell’attacco in piano. Anzi Beecham gestisce benissimo il progressivo crescere orchestrale, che coincide con l’ingresso dei contrabbandieri in scena. Non eccede mai e al tempo stesso sottolinea i vari passaggi come l’ingresso dei solisti, accompagnati con insolita vitalità. Di qualche eccesso saranno “colpevoli” anche bacchette forbite come Reiner e Mitropolous.
scena delle carte
Come Carmen si trova sola, uscito don Josè, cominciano i toni cupi in orchestra.
È il caso di segnalare come Lucine Amara nel ruolo di Frasquita abbia una voce davvero graziosa. La scena delle carte, ovvero Mercedes e Frasquita sono assolutamente leggere vocalmente il direttore concede rallentandi e svenevolezze giuste per lo spirito con cui le due interrogano i tarocchi. Il colore orchestrale cambia quando entra Carmen. Beecham qui riesce ad esprime in orchestra il terrore con il colore cupo, sinistre sottolineature dei fiati, nettezza degli attacchi. Poi la protagonista è carente anche se la scrittura le evita scivoloni, ma trattasi di una cantante, che stenta a legare, prende fiati e talvolta parla più che cantare. IN fondo quel che di sinistro e lugubre si sente viene dalle sottolineature orchestrali.

Aria di Micaela
Licia Albanese, soprano lirico che in Italia aveva patito il fascino non solo vocale di Mafalda Favero e l’eloquenza irripetibile dell’Olivero, trovando ospitalità trentennale al Met di cui fu per anni una colonna aveva trascinato senza fascino il duetto con don Josè. All’aria accompagnata eccellentemente e con abbandono esibisce a tratti anche se limitatamente alla zona medio alta e per dote naturale freschezza e facilità di canto. Alla seconda sezione dell’aria emette anche un si bem abbastanza facile e sfuma benchè il vezzo del canto aperto in zona medio grave si senta e leda una voce che in natura sarebbe stata veramente bella. Direttore e cantante non eccedono in suoni e vezzi da bambina, invece presenti al duetto del primo atto. Teniamo anche conto che Beecham, seguendo le regole non scritte dell’esecuzione dell’opera, consente all’Albanese una messa di voce sul si nat di “protege”. L’operazione riesce e Micaela, come spesso accade si porta a casa il più convinto applauso della serata.
In questo Beecham si dimostra pragmatico ed efficace accompagnatore e concertatore, virtù oggi ai più sconosciuta.

Finale III
Premesso che Warren finalmente canta decentemente, ovvero dimostrando di essere un cantante di qualità e tecnica e Jobin è il migliore del cast il duello-duetto fra i due rivali riesce vocalmente bene, senza che il direttore si scaldi particolarmente. Il ritmo e le intensità fanno pensare più al Faust che non al Verismo. Forse Beecham aveva ragione e con lui i protagonisti maschili, che praticano, tenore soprattutto un canto mordente e nervoso senza eccessi cosiddetti veristi. In eccessi di piagnisteo e querimonia, invece, cade l’Albanese, accompagnata bene dal direttore in generale propenso ad allargare secondo limiti (Albanese) e qualità (Jobin) del palcoscenico. Sentite come sottolinea le ultime frasi di don Josè, che ormai è mentalmente disturbato e le differenzia dalla ripresa interna della canzone del Toreador. Comportarsi in tal modo chiamasi, mi si passi il ritornello concertare.

Atto quarto
Entr'acte e sfilata dei toreri
Beecham è nettamente più lento ed indugiante dei contemporanei. Molto esotico e molto descrittivo della feria. Il tempo lento ed indugiante descrive il caldo del Sud. La feria di Siviglia è a metà luglio, infatti. In questa scelta è molto vicino a quanto regola degli ultimi anni. Vengono inserite le danze dell’Arlesiana. Era una tradizione derivata dalle Carmen in formato esportazione di cui abbiamo parlato in premessa. Finalmente il colpo del direttore degno e pari alla propria fama.
Alla ripresa dell’opera appare messo da parte ogni languore descrive il pieno della feria con una grandiosa sfilata dei toreri, fra l’altro velocissima.
In questo raramente un direttore passa da un preludio indugiante ad una sfilata così veloce e scandita. Non si può dalla registrazione, ripetizione doverosa, giudicare la qualità orchestrale, ma la precisione ed il controllo che il direttore esercita sì e sono esemplari. Mi sia consentino un anticipato giudizio: ovvero nel mese di ottobre prossimo vorrei poter spendere per Gustavo Dudamel, che aveva problemi a tenere il finale secondo di Boheme, le stesse parole che Thomas Beecham evoca..

Duetto Carmen/Escamillo
Warren è sussiegoso e artatamente aulico, dimentico che Escamillo piace per ben altro. Qui il ben altro proprio manca nel duetto con Carmen.

Duetto Carmen / don Josè
E’ lo scontro finale dove si concreta quella che è la novità più significativa del titolo ossia lo scontro fra maschio e femmina. La protagonista è insufficiente e sino ad un certo punto può supplire il vigore e lo slancio del direttore. Primeggia, invece, accompagnato alla bisogna, Jobin che non incorre in cadute di gusto, ma canta ogni frase e con lui il direttore.

Fritz Reiner - Met 1953

Questa è una grande edizione di Carmen. Tenuto conto dei limiti che i due protagonisti per tradizioni hanno la giovane età, la relativa freschezza vocale (soprattutto per Mario del Monaco) e la regia vocale di Reiner sentiamo anche sotto il profilo vocale esiti ben al di sopra di ogni aspettativa.

Preludio: incalzante, scandito, teso e tragico l’enuciato del tema del destino, il crescendo che lo chiude è di autentica forza tragica. Il contrasto con l’inizio dell’atto (l'Introduzione) è evidentissimo, soprattutto per la delicatissima orchestra e nel canto dei dragoni che si fanno burla della campagnola Micaela.
Coro dei monelli: uno dei capolavori della serata, i fiati che lo annunciano sono penetranti squillanti il tema parte in sordina, ma cadenzatissimo, rende l’idea della burla dei ragazzi di piazza senza essere né pesante né volgare.
Coro delle sigaraie: in generale è raffinato e sfumato, ma sono più esangui e “spossati” da caldo del Sud della Spagna i maschi che non le sigaraie.
Entrata di Carmen, Habanera e Séguedille. Che la Barbieri sia stata una rappresentante della cosiddetta salon Carmen lo sanno tutti. Non sarà la Supervia o Teresa Berganza, disponeva di un mezzo assolutamente straordinario per qualità e al tempo stesso gonfiava i centri, che suonavano aperti e sguaiati. Reiner, però, la controlla, la fa cantare anche piano e sfumato e l’ammiccamento, tanto consono alla cantante triestina, riesce ad essere anche elegante e insinuante. Alla fine dell’habanera al lancio del fiore il suono è sinistro (da quel lancio cominciano tutti i guai per i protagonisti) e continua ad essere tale dopo lo schiamazzo delle sigaraie.
Anche Del Monaco riesce al Duetto don José-Micaela ad essere ben al di sopra della propria fama e imbrocca qualche sfumatura per contro il direttore soccorre la voce corretta, ma da soubrette, della Guden facendo cantare, in suo luogo l’orchestra. L’esempio più completo di questo soccorso al mezzo della Guden sarà nell’aria del terzo atto. Certo alla fine del duetto, eseguito integralmente del Monaco ci piazza, forse stanco per il dover cantare controllato, qualche svarione musicale, anche se (miracolo!) infila un mezzo falsettone alla francese suggestivo. A maggior ragione trattandosi di Mario del Monaco.

Rissa delle sigaraie e Finale I
L’idea di Reiner è quel del tragico affresco. Quindi il pubblico deve sentire la piazza spagnola, il caldo o negli atti successivi la notte, il clima prossimo all’orgia della taverna, ossia il colore e che sia colore spagnolo, anzi andaluso e zingaresco, così come immaginato alla fine dell’800.
Quindi tempi e sonorità della rissa e zuffa delle sigaraie può sembrare oggi esagerato, ma è coerente e che non si tratti di una scelta a senso unico emerge dai modi vocali praticati dalla Barbieri nei “tra la la la” iniziali e nell’incipit della seguidilla, dove ( rarum visu ac auditu) la cantante triestina sfoggia anche una bella e castigata linea di canto e persino suoni morbidi.
Ovvio che a questa concezione risponda un finale dal ritmo indiavolato.

Atto secondo
Entr'acte e Chanson bohème
Il clima notturno è evidenziato e la direzione è attentissima alla dinamica. Tempo, sonorità e ritmo della chacon sono azzeccatissimi, ma la Barbieri, qui, è senza freno e dimentica con centri aperti ed accento volgare le buone maniere praticate.
In compenso quando entra Escamillo per il Toréador (mediocre Guarrera) è l’entrata dell’eroe di questa tragedia plebea. L’orchestra è magniloquente ed altisonante, ma non prevarica il canto, il ritmo è serratissimo, e lo rimane anche quando all’uscita di tutti i personaggi il direttore realizza alla perfezione il morendo, che la situazione scenica impone.
Quintetto: Reiner dispone degli stessi veterani di Beecham per i contrabbandieri. E’ con il coro dei monelli ed il blocco dell’incipit del quarto atto il capolavoro della serata per precisione, ritmo e scioltezza di esecuzione. Il termine di paragone può essere preso con i cicaleggi delle comari del toscaniniano Falstaff. Ascoltare gli applausi che salutano la pagina.
Alle prese con la seduzione nonostante i suoni aperti al centro la Barbieri è sfumata. Attenzione alla tromba della ritirata prima in sordina che progressivamente invade orchestra, scena e personaggi. Ugualmente a Beecham, Reiner è molto drammatico nelle scene che precedono il fiore. Al FIORE deve fare i conti con del Monaco, però l’enunciato della romanza è davvero splendido per morbidezza e il protagonista riesce a cantare non a pieni polmoni, smorzando il “livresse” . Impresa che nel tempo futuro del Monaco non riuscirà più a compiere.
L’idea che la seduzione di Carmen non sia quella di una consumata battona (la consumata donnaccia, però canta la chancon bohemienne), ma richieda suoni sfumanti, controllati e raccolti ricompare alla “la bas la bas” dove anche del Monaco si adegua alle richieste drammaturgiche.
Il direttore, poi, dimostra di essere grande tenendo saldamente in pugno la chiusa d’atto. Orchestra, solisti e coro formano davvero un tutt’uno. Sembrerebbe una banalità, ma spesso abbiamo sentito, anche da bacchette di gran prosapia orchestre pesanti e fragorose, ma senza nerbo, cori fuori tempo, solisti soverchiati dalle masse corali ed orchestrali. Lo slancio, il vigore l’inno alla libertà della vita contra legem di disertori e contrabbandieri sono, in Fritz Reiner tanto saldi quanto precisi.

Atto terzo
All’Introduzione il suono è dolce, sognate si ampia, non vengono mai meno, specie se raffrontati alle abitudini del presente ampiezza e vigore, che fanno da contrasto ai contrabbandieri foschi e misteriosi.
Il contrasto connota anche la scena delle carte. Anche questo passo è una esemplificazione del “far cantare “ l’orchestra, che è gaia per Mercedes e Frasquita (che canta con voce bella e fresca), addirittura spettrale per Carmen, che talvolta soprattutto se cerca volume cede a suoni aperti, mentre è efficacissima se canta piano. Soprattutto la chiusa dell’assolo all’ennesima ripetizione dell’annuncio di morte i colori lugubri.
Il canto dell’orchestra prosegue con l'Aria di Micaela, dove Reiner sostiene il mezzo non del tutto idoneo della Guden, abbastanza morbida, ma un poco fissa e senza particolare fascino timbrico.
Anche nel Finale è l’orchestra ed il direttore che colgono ed amplificano gli stati d’animo dei personaggi il suono morbido per Micaela, che supplica don Josè, lo slancio ed il furore di don Josè ( e siccome si tratta di declamare del Monaco monta in cattedra e non eccede neppure) e il suono morbido, ma ironico che accompagna la ripresa del Toreador ad opera del maschio vincente Escamillo, che come il duca di Mantova deve “segnare il proprio territorio”.

Atto quarto
Qui siamo al punto più completo ed interessante della direzione. Ritmatissimo, ma mai pesante, solare, progressivamente incalzante, conferente descrizione della Andalusia, sono tutti attributi che si possono, giustificatamente, spendere per la direzione del preludio, della seguente sfilata dei toreri. Reiner, ungherese, americano di adozione coglie e restituisce quella che, agli occhi dell'ascoltatore e del pubblico, è la Spagna descritta da Bizet quale contorno alla tragedia di Carmen. Tragedia che va detto viene annunciata dai suoni sinistri dei fiati, che accompagnano Mercedes e Frasquita, che preavvertono la protagonista della presenza dell’ormai delirante don Josè. Il suon sinistro, da tragedia ormai impellente accompagna l’ingresso di don Josè. E miracolo del Monaco attacca quasi piano, disperato e non vociante il duetto finale e altro miracolo le prime battute della Barbieri sono misurate, contenute indifferenti. Stato di grazia o ordini dal podio. Propendo per la seconda ipotesi. Da tempo in scena non vedo la realizzazione di questi “ordini” e di questa regia.



Gli ascolti

Dirigere Carmen / 1


Preludio - Thomas Beecham (1943), Fritz Reiner (1953)

Atto I

Avec la garde montante - Thomas Beecham (1943), Fritz Reiner (1953)

Parle-moi de ma mère - Mario del Monaco & Hilde Güden (1953)

Au secours! n'entendez-vous pas! - Thomas Beecham (1943)

Près des remparts de Séville - Lily Djanel (con Raoul Jobin - 1943)

Entr'acte - Thomas Beecham (1943), Fritz Reiner (1953)

Atto II

Les tringles des sistres tintaient - Lily Djanel (1943), Fedora Barbieri (1953)

Nous avons en tête une affaire - Lily Djanel, Thelma Votipka, Helen Olheim, George Cehanovsky & Alessio De Paolis (1943), Fedora Barbieri, Lucine Amara, Margaret Roggero, George Cehanovsky & Alessio De Paolis (1953)

Je vais danser en votre honneur...Au quartier! Pour l'appel! - Fedora Barbieri & Mario del Monaco (1953)

La fleur que tu m'avais jetée - Raoul Jobin (1943), Mario del Monaco (1953)

Entr'acte - Thomas Beecham (1943), Fritz Reiner (1953)

Atto III

Mêlons! coupons!...Carreau, pique...la mort!...En vain pour éviter les réponses amères - Lily Djanel (con Thelma Votipka & Helen Olheim - 1943), Fedora Barbieri (con Lucine Amara & Margaret Roggero - 1953)

Hola, José! - Lily Djanel, Raoul Jobin, Licia Albanese & Leonard Warren (1943)

Entr'acte - Thomas Beecham (1943), Fritz Reiner (1953)

Atto IV

A deux cuartos!...Les voici, voici la quadrille...Si tu m'aimes, Carmen...Carmen, un bon conseil...C'est toi? C'est moi - Lily Djanel, Raoul Jobin & Leonard Warren (1943), Fedora Barbieri, Mario del Monaco & Frank Guarrera (1953)

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sabato 6 dicembre 2008

Otello e i grandi della bacchetta

Otello e Falstaff hanno sempre attirato interesse ed attenzione dei cosiddetti "grandi direttori". Ove con tale dizione si indicano direttori che dedicano cospicua parte della loro attività alla sinfonica, mostrando, magari, un po' di sussiego nei confronti del melodramma, specie quello più popolare. I nomi di Bruno Walter, Dimitri Mitropoulos, Thomas Schippers e James Levine smentiscono l'affermazione. Altri, ugualmente famosi, lo confermano e corroborano.

Ma non è questa la questione. Interessante e magari meritevole di future riflessioni.
Che le ultime due opere di Verdi abbiano attirato famose bacchette è confermato dalle registrazioni di Toscanini e Karajan, in primis, poi Solti, Barbirolli.
Il confronto Toscanini-Karajan, poi, è topico fondato sull'assioma che l'italiano sia poco attento al lirismo ed alle indicazioni dell'autore, rispettate alla lettera ed ampliate dal maestro austriaco.
Però altri ed illustrissimi direttori hanno dedicato la propria arte al Moro verdiano.
Così, stimolati dall'approccio, per la prima volta fuori della Scala di Riccardo Muti siamo andati a risentire le interpretazioni tutte live, di Wilhelm Furtwangler, Thomas Beecham, Clemens Krauss, George Szell e Fritz Busch.
Una premessa sono nella migliore delle ipotesi esecuzioni riprese dalla radio fra la fine degli anni '40 e la fine degli anni '50. Non sempre le orchestre sono le grandi orchestre e pure i cantanti non sono sempre vocalmente, tecnicamente e stilisticamente ineccepibili.

Il primo e perchè fu inteso come un antiKarajan è Wilhelm Furtwängler a Vienna nel 1951. Confesso di aver sempre avuto una certa perplessità e diffidenza nei confronti dell’Otello diretto nel ’51 da Furtwängler. Sull’unica testimonianza discografica del suo Verdi (autore peraltro rarissimamente affrontato dal Maestro tedesco, e forse estraneo al suo orizzonte espressivo) pesava infatti un giudizio definitivamente negativo da parte della critica (rectius di certa critica): Giudici, in particolare, lo definisce imbarazzante! Date le poco lusinghiere premesse, l’ascolto è stato invece sorprendente. Pur nella difficoltà di una infelice ripresa sonora (i nastri originali che catturarono in diretta la rappresentazione, purtroppo, andarono perduti, e quello che abbiamo è un collage di diverse fonti amatoriali di qualità dubbia) appare chiaro come non si possa liquidare con schizzinosa sufficienza la lezione di Furtwängler. Al contrario di quel che dice Giudici la tensione drammatica è ovunque percepibile: i tempi sono a volte più lenti, ma la cosa è percepibile solo in certi episodi (in particolare nell’atto IV), e comunque non sono mai slentati o “sacrali” (Furtwängler non è Klemperer o Knappertsbusch, per i quali la lentezza era scelta interpretativa). Basti ascoltare l’uragano iniziale (ma dove sarebbero i “suonacci” ascoltati da Giudici?) tesissimo e nervoso, senza mai calcare su certi effettacci bandistici ormai consueti (tutti si ricordano il “fracasso” che apriva l’Otello scaligero del 2001). L’orchestra, nelle mani del grande direttore, è un unico strumento, morbido e preciso, dal legato perfetto e dalla qualità timbrica superiore – si sentano i “titanici oricalchi” e li si confronti con altre più celebrate edizioni. Un accompagnamento, quindi di grande compattezza e varietà, che ben sa cogliere i differenti momenti della complessa partitura e che solo il pregiudizio può definire monotona e lenta. Gli esempi sono tanti, oltre al sorprendente uragano iniziale: a cominciare dall’ “Esultate!”, molto più veloce del solito, quasi sbrigativo nell’ansia della vittoria (e nella stanchezza della battaglia). Poi non si può non citare la carezza musicale con cui Furtwangler accompagna “Io da qui non mi parto se prima non vedo deserti gli spalti”: il superbo legato e la morbidezza del tessuto degli archi che portano al lungo duetto, dipinto con tragica poesia. Certo non mancano le pagine di più vibrante solennità – oggi, forse, in piena liricizzazione, rectius “bonsaizzazione”, di Verdi, appaiono più inconsuete – “Ora e per sempre addio” e “Si pel ciel marmoreo giuro”: solenni e pure retorici, certo, ma come dovrebbero essere altrimenti? Si ascolti la pienezza orchestrale, la perfezione della tenuta musicale, la tensione continua: non vi è alcuna concessione all’effettismo più gratuito, vi è, anzi, la consapevolezza di una lettura forte e vigorosa, personale, forse, ma non arbitraria. E poi l’ultimo atto: un poema sinfonico, dolente e disperato, senza un momento di tregua, pur con i tempi generalmente più ampi del consueto (cosa che però non si traduce necessariamente nell’appannamento e nella pesantezza denunciati dal solito Giudici). Il grosso handicap di questa edizione resta, però, il cast. Assolutamente inadeguato. Questo sì imbarazzante davvero. A cominciare dal protagonista: un Vinay che oltre al bel timbro brunito non ha nient’altro da offrire. Qualche momento buono c’è, soprattutto per merito di Furtwangler, come il duetto del primo atto, ma il resto è da dimenticare: un moro orribilmente wagnerizzato! La Desdemona della Martinis ha voce francamente brutta e, in ossequio ai dogmi del “dramma musicale” rivisti da Cosima (che allora ammorbavano qualsiasi titolo eseguito in area tedesca, e che oggi – vergognosamente – vengono da taluni rivalutati e presi a modello), canta tutto sbraitando, fissa come una sirena dell’ambulanza! Pessimo Jago è Schoffler, il quale, semplicemente, rinuncia al canto per rivolgersi al mero parlato, allo strillo e al bercio più volgare. Tutti gli interpreti, poi, denotano una quasi totale estraneità alla pronuncia italiana! Comprimari dello stesso livello (bassissimo) dei protagonisti, compreso Dermota, assolutamente alieno alla necessaria sensibilità verdiana.
Edizione quindi da conoscere per il grandissimo lavoro interpretativo di Furtwängler, ma inevitabilmente sminuita e rovinata da un cast imbarazzante, del tutto privo delle capacità e della tecnica per assecondare la lettura del Maestro. Essa, se confrontata alla lezione di Herbert von Karajan da la misura esatta dei motivi per cui l’abbiamo definita “antikarajan”. Tanto infatti questo cura il dettaglio strumentale, la linea espressiva, il “non detto” della partitura, la bellezza e la perfezione di ogni suono (a torto ritenuta una mera liricizzazione), tanto Furtwangler si concentra sulla dimensione drammatica del lavoro: tratta l’orchestra come un blocco unico (seppur duttilissimo ed espressivo), laddove il Maestro salisburghese ne evidenzia i minimi dettagli di scrittura. Due letture antitetiche in parte (confesso di preferire senza riserve Karajan, soprattutto la sua prima incisione), ma entrambe fondamentali. E questo nonostante gli strali di certa critica preconcetta.

Tanto per andare a rivisitare un altro luogo comune ossia che Sir Thomas Beecham fosse un direttore compassato e scarsamente teatrale conviene ascoltare l’Otello di Buenos Aires anno 1958, realizzato in una stagione nel corso della quale l’ottantenne maestro dirigeva anche Sansone e Dalila Carmen, Flauto magico e Fidelio. A smentire quanto ci è toccato sentire qualche sera or sono da parte di Daniel Baremboim il quale ha dichiarato che prima di Karajan i direttori o dirigevano il repertorio tedesco o quello franco-italiano. Oblia il maestro argentino i repertori di un Beecham, di un Walter.
Premesse essenziali è che si tratta di una ripresa radiofonica di buon suono, ma che schiaccia ed appiattisce l’orchestra soprattutto nei momenti di maggiore intensità sonora. Non so come venisse reclutata l’orchestra del Teatro Colón è, però, certo che dall’immediato dopoguerra era sempre stata diretta da bacchette prestigiosissime soprattutto nel repertorio tedesco. E poi i cantanti perché se Antonietta Stella e Giuseppe Taddei erano elementi validi quand’anche non perfetti, Ramon Vinay è ridotto in condizioni prossime a quelle in cui ci venne somministrato nell’ultimo Otello scaligero Plácido Domingo.
Nonostante tutto è impressionante la tenuta dell’orchestra nel senso che mai un attacco è fuori posto, mai una sezione orchestrale con sonorità prevaricanti rispetto alle altre sezioni orchestrali, mai i cantanti sono abbandonati a se stessi.
E già queste peculiarità oggi sono rare, per non dire uniche.
Non solo: mai una prevaricazione nei confronti dei cantanti. E’ chiaro che la Desdemona della Stella dalla voce ampia e di qualità è molto semplice e molto semplice e lineare è l’accompagnamento al canto di questa Desdemona, quanto a Vinay, ripeto esausto, il direttore lo sostiene e lo accompagna, anzi, il più delle volte è l’orchestra ed il direttore che cantano in luogo del monocorde Vinay, per giunta molto ridotto quanto a volume.
In questo senso basta sentire il duetto d’amore dove l’orchestra è bella sotto il bel timbro di Antonietta Stella e canta l’amore in luogo di Otello. Ancora in “Ora e per sempre addio” il ritmo e le vibrazioni dell’orchestra rendono il senso del brano perché Vinay è alla frutta, ed ancora quando il dramma della gelosia tocca il suo momento più alto ossia al “Dio mi potevi scagliare” è sempre l’orchestra ed il ritmo del direttore che riescono a rendere la situazione.
La bacchetta si esprime in apertura dell’opera con asciuttezza e il tono tesissimo che la procella impone.
Quanto, poi, arriva il coro “fuoco di gioja” i dettagli e le sottolineature degli strumenti a fiato richiamano l’idea voluta dall’autore del guizzare del fuoco.
Tutta la sezione brindisi, staccato con un tempo piuttosto veloce e la seguente sommossa dove tempo e sonorità incalzano sempre più rendono l’idea di che possa fare un direttore con l’orchestra “in mano”. Certo che l’entrata in sordina di Vinay attutisce l’effetto.
Nel secondo atto Beecham è grandioso nel Credo nessun risparmio ad un’orchestra ampia sonora e vorrei dire “procellosa”. Certo per una simile direzione ci vorrebbe qualcosa di più della voce tutto sommato abbastanza ben emessa e non mugghiante di Taddei. Mi pare ovvio che l’idea sia quella di un ministro del male che officia il suo rito, o meglio declina la propria teologia, richiederebbe lo squillo dei baritoni a 78 giri. E’ un’idea interpretativa quella di Beecham in questo passo, Verdi diceva di una parte da cantare tutta a mezza voce, ma l’orchestra che apre e chiude la pagina porta, logicamente, ad altre scelte. Il finale paga lo scotto della voce di Vinay e del mezzo di Taddei (anche se lo preferisco ai mugghianti Jago di Kleiber in Scala).
Siccome si devono fare i conti con il palcoscenico ed i mezzi di cui i cantanti dispongono è chiaro che alla scena “Dio ti giocondi o sposo” l’ampiezza orchestrale è commisurata al mezzo del tenore ed esalta il candore e l’ingenuità della Stella. La quale sia detto per inciso al quarto atto senza indulgere a certi effetti estenuati stile Scotto è dolce, dimessa e patetica con un timbro ben più sontuoso di Desdemone pure e giustamente acclamate come la Freni.
Arrivato all’epilogo del dramma dall’uccisione di Desdemona al suicidio di Otello ritmo orchestrale è davvero serrato, salvo poi essere solenne e ridondandante (come la prosopopea boitiana più che verdiana impone) nell’incipit del “Niun mi tema”. Fra l’altro l’inizio molto oratoriale consente persino di rendere un certo patetismo nella trenodia finale, dove Vinay canta malissimo, si lascia andare ad una gigionata – la sola della sera - ma l’accompagnamento orchestrale fa saltare sulla sedia per aderenza al dramma.
Ignoro quanto sia stata provata una siffatta produzione, ho il sospetto molto poco anche per i pressanti impegni cui il direttore era sottoposto, ma l’impressione è che la “macchina” fosse ben a punto e che il braccio del direttore fosse pronto non solo a condurre in porto la nave dello spettacolo (qualità che era di molti direttori allora), ma anche a realizzare una idea musicale riferita al titolo in scena.

Molto interessanti anche i frammenti pervenutici dell'esecuzione proposta all'Opera di Stato di Vienna nel dicembre 1933, e anche stavolta malgrado un cast non privo di punti deboli. Otello era Franz Völker, tenore wagneriano fra i massimi, Iago un non memorabile (eufemismo!) Josef von Manowarda e Desdemona Viorica Ursuleac, scelta evidentemente gradita al consorte, nonché direttore della recita, Clemens Krauss. Una vita per Strauss, volendo condensarne la carriera in uno slogan.
L’accompagnamento al duetto del primo atto è giustamente soave. In primo luogo perché alle notturne confidenze degli sposi novelli mal si addicono sonorità e clangori degni di accompagnare il radunarsi delle Valchirie. E in secondo perché Völker sfoggia una voce bellissima e sfumata ma non si impone certo per l’arroganza dello squillo, mentre la Ursuleac fa sfoggio di tutti i vezzi delle cosiddette cantanti attrici e quindi spetta all’orchestra evocare l’incanto dei racconti che sedussero il cuore della figlia di Brabantio.
Quando poi si arriva al confronto fra Otello e Jago al secondo atto, è il direttore a prendere ancora una volta in mano la situazione, confidando all’orchestra l’espressione dell’ira di Otello e permettendo a Völker di esprimere piuttosto la melanconia e la disillusione del guerriero ferito, in un “Ora e per sempre addio” splendidamente fraseggiato. Ma il vero miracolo si compie nel Sogno di Jago, in cui la parola scenica – che spesso è realmente ai confini del parlato, e a volte anche oltre – di Manowarda trova nel golfo mistico un sostegno discreto quanto imprescindibile. Davvero un peccato che questa recita, in cui Krauss sa davvero fare come suol dirsi di necessità virtù, e di virtù grandi momenti di musica, non ci sia pervenuta integralmente. Per il momento almeno: conosciamo bene la capacità dei live di riemergere nei luoghi e nei momenti più impensati.

Concludiamo la carrellata sui grandi direttori alle prese con Otello prendendo in considerazione due recite tenutesi al Metropolitan di New York. Si è sempre ironizzato sullo scarso valore delle masse orchestrali e corali di questo teatro. E non a torto. Ma quando sul podio c’è un direttore di vaglia, come per miracolo anche la più scadente orchestra e il coro più raccogliticcio divengono, se non paragonabili alle formazioni di Vienna o Berlino, quantomeno accettabili. Sotto la bacchetta di George Szell la tempesta dell’Otello (febbraio 1946) è semplicemente travolgente, così come il successivo coro di Ciprioti inneggianti alla vittoria della Serenissima e, assai poco cristianamente, alla rotta del musulmano. Assai meno irresistibile appare l’Otello di Torsten Ralf, che nel finale del terzo atto maledice l’anima sua con accenti e modi da compare Turiddu per giunta ebbro più che da Generale della Serenissima, sia pur epilettico. Fortunatamente il direttore restituisce a questa scena tutta la grandeur che il protagonista non sa o non vuole infondere, riuscendo inoltre a valorizzare il timbro morbido e malioso di Stella Roman, certo la più grande risorsa di un’interprete dalla tecnica non proprio ferrea.

Al dicembre del 1948 risale un broadcast di Otello dal Met con Fritz Busch sul podio. E di Busch, fra i sommi mozartiani di sempre, proponiamo il terzetto fra Otello, Cassio e Jago. Brano quanto mai mozartiano, per la leggerezza della scrittura orchestrale, davvero anticipatrice di molti passaggi del Falstaff, non meno che per il carattere beffardo ed enigmatico della scena, in cui convivono e si sovrappongono la disperazione, la perfidia e la fatuità dei personaggi. Anche qui i cantanti finiscono in secondo piano e anche in terzo, di fronte a un'orchestra cangiante nei colori non meno che nella dinamica e nell'agogica. E quale migliore conclusione di questa rassegna che l'ingresso degli ambasciatori veneziani, risolto con grande solennità ma senza eccessi fracassoni, malgrado quel che possano pensare e soprattutto realizzare tanti malintesi emuli pseudotoscaniniani.

Introduzione a cura di Domenico Donzelli
Gilbert-Louis Duprez ha commentato Furtwängler
Domenico Donzelli ha commentato Beecham
Antonio Tamburini ha commentato Krauss, Szell e Busch


Gli ascolti

Verdi - Otello


Atto I

Una vela!...Esultate!...Vittoria! vittoria! - Ramón Vinay - Wilhelm Furtwängler (1951), Torsten Ralf - George Szell (1946)

Fuoco di gioia! - Thomas Beecham (1958)

Già nella notte densa - Franz Völker & Viorica Ursuleac - Clemens Krauss (1933)

Atto II

Credo in un Dio crudel - Giuseppe Taddei - Thomas Beecham (1958)

Ora e per sempre addio - Franz Völker - Clemens Krauss (1933)

Era la notte, Cassio dormia - Josef von Manowarda - Clemens Krauss (1933)

Sì, pel ciel marmoreo giuro - Ramón Vinay & Giuseppe Taddei - Thomas Beecham (1958)

Atto III

Dio ti giocondi o sposo - Antonietta Stella & Ramón Vinay - Thomas Beecham (1958)

Vieni, l'aula è deserta...Questa è una ragna - Leonard Warren, Ramón Vinay & John Garris - Fritz Busch (1948)

Questo è il segnale - Leonard Warren, Ramón Vinay & John Garris - Fritz Busch (1948)

A terra!...sì!...Nel livido fango - Stella Roman, Torsten Ralf & Leonard Warren - George Szell (1946), Dragica Martinis, Ramón Vinay & Paul Schoffler - Wilhelm Furtwängler (1951)

Atto IV

Era più calmo? - Antonietta Stella & Zaira Negroni - Thomas Beecham (1958)

Mia madre aveva una povera ancella...Piangea cantando - Antonietta Stella & Zaira Negroni - Thomas Beecham (1958)

Ave Maria - Antonietta Stella - Thomas Beecham (1958)

Niun mi tema - Ramón Vinay - Thomas Beecham (1958)

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