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venerdì 18 luglio 2008

Gluck: tra riforma e routine

Verso la fine del 1776, il bel mondo culturale parigino, venne “scosso” da una nuova querelle (che ricordava, per certi versi, quella da poco conclusa, detta des buffones, che vedeva contrapposti i sostenitori della nuova opera italiana – simboleggiata da Pergolesi e dai “buffi” napoletani – agli strenui fautori della tradizionale e paludata musica della Francia illuminata che aveva in Rameau il suo re sole). Questa volta l’occasione di scontro venne data dall’arrivo a Parigi di Niccolò Piccinni (l’autore della celebre Cecchina), nel quale una certa parte dell’intellettualità francese vide la bandiera della “resistenza” del classicismo al dilagare apparentemente irrefrenabile della “riforma” del più potente e ben introdotto Gluck (che all’epoca godeva della protezione della regina Maria Antonietta).
Com’è noto, i due compositori non vollero mai entrare esplicitamente nella polemica che li riguardava (anche se Gluck – si suppone – utilizzò tutta la sua influenza per ritardare il più possibile la rappresentazione dell’Iphigénie en Tauride di Piccinni, impedendo così che entrasse in diretta competizione con la sua opera omonima ed evitando che il confronto ravvicinato potesse adombrare il successo di quest’ultima). Altrettanto noto il fatto che detta contrapposizione fu più supposta e chiacchierata che reale: Gluck stesso aveva da tempo abbandonato l’originaria intransigenza della sua “riforma” (secondo la prima formulazione, nel periodo viennese), sacrificandone la “purezza” – assai pragmaticamente – alle esigenze e al gusto del nuovo (e redditizio) pubblico d’oltralpe, “imbastardendola” con il recupero di gran parte di quegli elementi decorativi legati alla tradizione francese (Lully, Rameau e Charpentier). Così pure Piccinni non era certo rigidamente ancorato ai vecchi e ormai logori schemi dell’Opera Seria, e neppure era quel baluardo inossidabile dell’ortodossia contro un preteso “progresso” (basterebbe l’ascolto di Roland, Didon e della stessa Iphigénie en Tauride – cioè le opere del suo periodo francese – per rendersi conto di come il linguaggio della tragédie-lyrique risultasse già profondamente rinnovato rispetto ai modelli e come certe soluzioni di Piccinni risultino talvolta più “moderne”, già protese ad un approccio embrionalmente protoromantico, rispetto a quelle dello stesso Gluck, che appare ancora saldamente fermo alle marmoree idealizzazioni illuministe). L’episodio – così come tutta la questione della “riforma” – al di là della sua reale portata, venne poi ingigantito e utilizzato a sproposito, enfatizzato da certa critica posteriore, scientemente frainteso e, infine, usato a pretesto nell’unico intento di mostrare una presunta superiorità di Gluck rispetto alla musica del suo tempo (Mozart incluso), in quanto epigono del futuro “dramma musicale” wagneriano. In tal senso appare assai condivisibile la riflessione del Dent che nel suo saggio “Il teatro di Mozart” scrive: “La storia dell’opera del XVIII secolo è stata in buona misura mal compresa per il fatto che tutti i nostri testi hanno tratto le loro informazioni da fonti tedesche; ed è stata tendenza invariabile degli storici tedeschi quella di esagerare l’importanza di Gluck, suggestionati dal fatto che Gluck è un compositore tedesco. Non voglio per un solo istante affermare che Gluck in quanto musicista sia stato sopravvalutato, ma è del tutto sbagliato immaginare che egli abbia distrutto in un soffio la vecchia immagine dell’Opera Seria e aperto la via a Wagner e a Richard Strauss”. Proprio a causa di questa lettura critica orientata e partigiana (quella tedesca) l’importanza di Gluck è stata largamente sopravvalutata. Così come pure è stata eccessivamente considerata la reale portata storica della sua cosiddetta “riforma”. Anche rispetto alla musica dello stesso Gluck. Infatti se si scorre la cronologia della vita e delle opere dell’autore, si vedrà che solo una piccolissima parte della sua considerevole produzione è coerente con i dettami delle sue teorie musicali. Possono essere individuati tre distinti periodi nella sua carriera: un primo periodo che va dal 1741 al 1762 in cui, compositore tra i tanti di drammi metastasiani (e neppure baciato da grande fantasia e padronanza tecnica), non si discosta dalla mediocritas degli operisti minori dell’epoca, modellata, senza neppure sfiorare l’originale, sulla falsariga di Haendel (che – ci riferisce l’impagabile Burney – dopo aver conosciuto Gluck a Londra nel 1745 confidò con spregio: “Non sa di contrappunto più del mio cuoco Waltz” – di tutt’altro tenore il medesimo fatto raccontato dal povero Gluck che, ignaro degli “apprezzamenti” del Caro Sassone parlò dell’incontro in termini assai più lusinghieri); un secondo periodo – a Vienna tra il 1762 e il 1770 – è quello della “riforma”, ma di essa gli unici risultati compiuti, in mezzo ad altri titoli che seguivano pedissequamente gli stilemi dell’Opera Seria, si limitano in effetti, a tre lavori (Orfeo ed Euridice, Alceste, Paride ed Elena): solo in essi hanno trovato una reale e completa applicazione, le teorie elaborate di concerto con Ranieri de’ Calzabigi (mediocre intellettuale di fede intransigentemente razionalista e con velleità letterarie, i cui risultati più interessanti – anche se non del tutto originali– non vanno ricercati tanto negli imbarazzanti libretti gluckiani, quanto nelle prefazioni agli stessi, testimonianza della temperie culturale dell’epoca – richiamando per certi versi, gli autori del futurismo italiano: tanto prolifici in proclami e manifesti estetici ed artistici, quanto inconcludenti nei modesti, quando non pessimi, risultati letterari). Infine un terzo ed ultimo periodo, quello dei trionfi parigini, dal 1767 al 1779, l’anno del tonfo di Echo et Narcisse e del conseguente ritiro dalle scene musicali: in questa ultima fase Gluck, com’è noto, rivedrà e disattenderà, almeno in parte, i motivi programmatici della sua “riforma”, rinnegandone l’originaria severità ed intransigenza, dandosi alla rielaborazione dei suoi successi viennesi e componendo nuovi lavori nel recupero di quegli elementi puramente decorativi, danze, balli, effetti strumentali, divertissement – ed indulgendo pure in abbellimenti vocali – contro cui tanto aveva combattuto a Vienna.
Gli elementi chiave della riforma gluckiana sono noti: essi riguardano tanto la struttura dell’opera, quanto il trattamento vocale e il ruolo dell’orchestra. Come si legge nella celebre prefazione all’Alceste (che ricalca, però, molte delle teorizzazioni di Francesco Algarotti) i principali punti programmatici sono: l’abolizione delle arie col da capo e la conseguente eliminazione di cadenze e di ogni altra libertà di improvvisazione virtuosistica (limitando così l’esibizione dell’interprete, da sempre fulcro e protagonista dell’opera, a fedele esecutore della pagina scritta), l’attenuazione dello stacco tra recitativo (non più secco, ma accompagnato) e aria, ampliamento del ruolo del coro (nell’intento di richiamare la funzione di quello delle antiche tragedie greche), una sinfonia iniziale tendenzialmente ridotta (rispetto a quelle in tre tempi, della tradizione haendeliana) e finalizzata ad introdurre l’ascoltatore nel clima dell’opera ricalcandone, quindi, il tono (eroico, pastorale, drammatico etc…). Ovviamente tutto ciò non è “apparso dal nulla” nella storia del mondo, frutto della superiore genialità di compositore e librettista, ma, come sempre accade, deriva da un processo più lungo e sedimentato nel tempo (si pensi ad esempio agli oratori di Haendel, che già – senza alcun bisogno di dichiarare riforme o rivoluzioni – presentano molte delle caratteristiche suddette): merito di Gluck e Calzabigi è certo quello di averlo teorizzato in modo sistematico, tuttavia vanno riconosciuti, in tale operazione, i tanti debiti contratti con predecessori e contemporanei e la reale incidenza di tali teorizzazioni (al di là, quindi, delle forzature che la critica tedesca – imbevuta di wagnerismo – ci ha inculcato). A ben guardare, infatti, ben più incisivi nell’evoluzione dell’opera, sono stati i lavori teatrali di Mozart, e non soltanto la trilogia dapontiana (che da sola basterebbe a smentire gli assunti di tali posizioni ideologiche), ma anche e soprattutto Idomeneo e La Clemenza di Tito, per non parlare delle grandi Arie da concerto. Eppure ancora oggi certa critica (e non solo germanica) ripete la vulgata di un Gluck riformatore che in un soffio distrugge l’Opera Seria e getta le basi della “musica dell’avvenire”, mentre Mozart si accoda, influenzato e soggiogato dal modello, senza mai riuscire – soprattutto nei lavori seri – ad avvicinarvisi. La realtà è ben diversa. Mozart vive sì in un ambiente musicale che deve giocoforza confrontarsi con la “riforma” gluckiana, la Vienna della seconda metà del ‘700, tuttavia fin da subito si allontana da questo presunto modello per seguire una strada assolutamente originale e priva di dogmatismi. L’Idomeneo, per fare un esempio, non ha nulla da spartire con le teorizzazioni di Gluck/Calzabigi, sia per il trattamento del soggetto, sia per la realizzazione musicale: esso, anzi, si rifà costantemente alle grandiose costruzioni haendeliane, operistiche e oratoriali (i grandi cori e i recitativi accompagnati ne sono una esemplificazione). E’ un’opera italiana e metastasiana, ma rivista attraverso il linguaggio personale e geniale dell’autore. Mozart rivoluziona l’Opera Seria dall’interno delle sue forme e strutture. Le forza, le porta al limite estremo, senza mai scardinarle esplicitamente. Senza rigidità dogmatiche, senza ideologie, senza schematismi programmatici. Non abolisce, ad esempio, il virtuosismo vocale tout court, in nome di una non meglio precisata verosimiglianza drammatica (se è vero che le persone normalmente non “gorgheggiano” è pur vero che, nella vita di tutti i giorni neppure dialogano cantando: ergo l’opera lirica non potrà mai essere “realistica”), semplicemente lo rende evocativo ed espressivo di per sè, attribuendogli significati ulteriori che non il mero esibizionismo vocale. Ma non vi rinuncia in base a preconcetti e teorizzazioni. Non si assume l’incarico, o la missione, di rivoltare il mondo dell’arte per riportare in vita la tragedia greca (evidentemente i tedeschi non riescono a concepire sé stessi senza sacre missioni da compiere o reich millenari da costruire: ma si sa come è andata a finire…). Per lungo tempo però la critica, troppo occupata a immaginare improbabili parallelismi Gluck/Wagner, non ha avuto il tempo, l’occasione e, soprattutto, la voglia di accorgersi di come l’evoluzione dell’opera lirica in generale, sia debitrice dell’austriaco Mozart più che delle intellettualistiche teorizzazioni del collega tedesco e di come il primo, in realtà, non possa in alcun modo essere considerato un emulatore del secondo (e restando a Idomeneo, gli unici episodi in cui può ravvisarsi una certa influenza gluckiana, vanno circoscritti al lungo Intermezzo tra primo e secondo atto, di natura essenzialmente decorativa con cori, danze e marce, ed al Balletto finale: cioè le parti meno significative dell’opera).
Un esempio rilevatore delle differenze tra i due approcci – dovute non tanto al breve spazio temporale che separa i due autori, quanto piuttosto alla incolmabile diversità di sensibilità, abilità e concezione musicale, va ravvisato nel trattamento che entrambi riservano all’aria “Popoli di Tessaglia”. L’Alceste di Gluck (1767), da cui è tratto il brano, è forse l’opera che più di tutte applica rigorosamente gli assunti della “riforma”. Tuttavia il confronto con l’Aria da concerto KV 316 di Mozart (1779) ne rivela tutti i limiti. Già a partire dal recitativo iniziale: secco e scarno in Gluck, laddove Mozart lo veste di uno straordinario accompagnamento orchestrale: un vigoroso sostegno sinfonico di incredibile varietà e movimento ad una altrettanto movimentata linea vocale. A distanza ancora più incolmabile le due arie: mentre la prima non si discosta da un’algida e plastica compostezza formale, con uno strumentale ordinato e schematico che si limita ad accompagnare la retorica del fraseggio vocale, la seconda, nel suo alternarsi di tempi (andantino sostenuto e cantabile, allegro assai), di inserti strumentali e di scalate vertiginose in cadenze ed agilità (di gusto e valore totalmente “nuovo” rispetto alla mera esibizione vocalistica, che pure non manca) sino alla vertiginosa altezza del Sol5, assume un carattere di tale grandiosità e complessità, di fronte al quale impallidisce il preteso e pesunto modello gluckiano. Eppure la solita critica ha ripetuto e ripete ancora, l’inferiorità drammatica e musicale dell’aria di Mozart. Cos’altro, se non l’esagerazione dell’incidenza e della reale importanza della “riforma”, ha potuto portare alla mala fede di un tale pregiudizio?
Questa sopravvalutazione ha spiegato, poi, i propri effetti anche nei confronti del catalogo dello stesso Gluck: in particolare quello non riformato che, abbastanza rapidamente, ha conosciuto un oblio pressocché totale. Spesso giustificato dalla evidente modestia e mancanza di ispirazione di quei lavori (se confrontati con i grandi capolavori francesi), in alcuni casi, almeno a giudicare da quei pochi segni che sembrano ultimamente riemergere, resta però un oblio ingiusto. Preso atto della convenzionalità di quei lavori, infatti, neppure riscattata da una particolare abilità tecnica (che Gluck non padroneggiò mai compiutamente) né da una costante e felice ispirazione (se confrontata ad altri suoi colleghi, senza scomodare il sommo Haendel, quali lo stesso Piccinni, Galuppi, Jommelli), si tratta comunque, di opere che, talvolta, ben possono essere accostate ai titoli più celebrati del periodo riformato. Nonostante certa critica abbia sempre considerato con imbarazzo quei lavori (che occupano la maggior parte del catalogo gluckiano). L’Ezio, ad esempio – sia nell’essenziale versione praghese del 1749, sia nella radicale revisione approntata per Vienna nel 1763 – ha pagine di grande bellezza (penso alle grandi arie di Fulvia – la vera protagonista dell’opera – e su tutte “Misera, dove son! …Ah! Non son io che parlo” che, pur non distaccandosi dal modello haendeliano, si evidenzia per la levigatezza formale, di neoclassica purezza screziata da agilità anche impegnative, e per la ricerca di un Bello Ideale che anticipa le pagine più riuscite dei suoi capolavori francesi) che nulla hanno da invidiare all’interminabile sequela di scarni recitativi e accenni di ariosi (ancor più scarnamente accompagnati) che costituisce l’Alceste (prima versione), dove la medesima costruzione musicale (seppur di plastico e sublime declamato classicheggiante), rigidamente ancorata al tono elegiaco, si ripete per le 3 ore di durata dell’opera, sortendo, alla fine, un senso di innegabile monotonia. Le stesse osservazioni si possono ripetere per La Clemenza di Tito o per L’Innocenza Giustificata (in particolare l’aria di Flavia “D’atre nubi” con il suo virtuosismo “barocco” oppure la suggestiva cavata di Claudia “Fiamma ignota”). Ma anche per titoli oggi misteriosi come Semiramide Riconosciuta, Il Re Pastore, Antigono. Una seconda conseguenza la rileviamo oggi: l’assenza nei teatri e nel mercato discografico del Gluck pre-riformato. Con poche eccezioni, infatti, ci si è esclusivamente concentrati sulla produzione in francese (che in effetti è la più interessante) o sul solo Orfeo ed Euridice (pur in versioni “spurie”) ignorando quasi del tutto le opere precedenti. In questi ultimi anni tuttavia, si assiste ad un rinnovato interesse verso i titoli antecedenti la “riforma”, anche se, purtroppo, vengono affidate quasi esclusivamente a compagini baroccare e soffrono, soprattutto dal punto di vista vocale, delle carenze più vistose (e dal momento che spesso l’ipotetico interesse per quei lavori risiede solo nell’eccellenza dell’esecuzione, si comprende quanto siano rilevanti le deficenze dei cantanti). Oggi sono disponibili entrambe le edizioni di Ezio (ma entrambe presentano un controtenore come protagonista, oltre a tutti i vezzi delle esecuzioni barocchiste), Aristeo e Bauci e Filemone (per le cure di Roussett che, pur con grande sforzo e impegno, non riesce a rimediara alla scelta di un cast del tutto inadeguato a restituire un minimo di linfa vitale a quelle due assai poco ispirate feste teatrali). Si può agevolmente reperire, L’Innocenza Giustificata: anche qui il cast è squilibrato (soprattutto il tenore è censurabile e rovina la bellezza della prima aria di Valerio “Sempre è maggior del vero”, eseguita mostrando ogni sorta di problema, dalla pronuncia pessima ai fiati corti, dalle agilità pasticciate agli acuti difficili, all’approssimazione di fraseggio). Di altrettanto facile reperibilità vi sono altri titoli editi da Orfeo (La Corona, La Danza, Le Cinesi, I Pellegrini della Mecca): non sono incisioni recentissime e tradiscono una certa pesantezza esecutiva di insopportabile marca teutonica. I cantanti impiegati, poi, sono quasi tutti estranei all’estetica belcantista (e alla lingua italiana). Non c’è molto altro. Ovviamente si tratta di lavori minori, spesso modesti, poco ispirati e noiosi. Ma anche questo è Gluck. Ed è indispensabile conoscerlo per valutare senza le facili suggestioni di certa agiografia interessata e partigiana. Lungi da me l’idea di sostenere che siano migliori delle grandi opere del periodo parigino, ma resta il fatto che la comprensione dell’autore resta parziale qualora non si voglia considerare anche quei titoli (che costituiscono, poi, la maggior parte del suo catalogo): titoli in cui il preteso “riformatore” appare molto più ancorato a stilemi usurati e stanchi (e pure mediocremente maneggiati, quanto a qualità musicale e freschezza di invenzione) dei presunti “conservatori”, oggetto critico delle sue teorizzazioni estetiche. Solo riflettendo su questo - abbandonando le facili verità della vulgata ufficiale, tanto comode e rassicuranti, quanto ingiuste e preconcette - si può comprendere quell'universo variegato e multiforme che è l'Opera Seria nella sua stagione estrema: un periodo di profondi cambiamenti che porteranno le forme di quel modello ad espandersi e ad estremizzarsi, fino a Mozart (La Clemenza di Tito ne è un superbo ed ancora frainteso esempio) e fino a Rossini (cosa sono Semiramide o Guglielmo Tell se non due Opere Serie, le cui strutture sono portate sino al “punto di rottura”, ma senza mai perderne il controllo?). Ed in questa evoluzione (c'è chi dice lunga decadenza, ma non sono d'accordo) Gluck non è certo la chiave di volta, non è certo il “distruttore”, non è certo colui che prepara il terreno a Wagner e Strauss (questo lasciamolo credere ai critici tedeschi et similia). Le radici della trasformazione vanno individuate in Haendel, nel belcanto, negli “sconfitti” di quella storica querelle e nei figli più illustri ed eterodossi di quella tradizione (sempre Mozart e Rossini), che senza dogmi, ideologie e costruzioni quasi metafisiche, hanno, magari controvoglia e con diffidenza, aperto la strada al protoromanticismo, al melodramma e a tutto ciò che ne è conseguito (Wagner incluso...). Scriveva Goethe: “grigia è ogni teoria, verde è l'albero della vita”.

Gli ascolti

Ch. W. Gluck - Alceste

Atto I: Divinità infernal - Ebe Stignani

Atto II: A' vostri lai - Leyla Gencer

N. Piccinni - Didon

Atto II: Ah! que je fus bien inspirée - Yvonne Brothier

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venerdì 4 gennaio 2008

Il dolce suon della sua lira: Gluck, Orfeo ed Euridice

Prima opera della Riforma gluckiana, Orfeo ed Euridice nasce sotto una stella austera, per non dire arcigna. Parlando della sua collaborazione con il compositore, il librettista Calzabigi scrive: "Lo pregai di bandire i passaggi, le cadenze, i ritornelli, e tutto ciò che di gotico, di barbaro, di stravagante è stato inserito nella nostra musica. Il signor Gluck aderì ai miei punti di vista". E in effetti l'opera, anzi, l'azione teatrale è, nella sua prima versione (Vienna 1762), quanto mai lineare nella struttura (azione semplicissima, tre soli personaggi, massiccio uso del coro e recitativi sempre accompagnati dagli archi) e spoglia nella linea di canto. Fortuna (o sfortuna: dipende dai punti di vista) volle che questa situazione non dovesse durare a lungo.

Già nella stagione 1769-70, quando l'opera venne ripresa a Londra, era diventata tutt'altra cosa, trasformandosi in un pasticcio su musiche ovviamente di Gluck ma anche di Johann Christian Bach, Pietro Alessandro Guglielmi e dello stesso Gaetano Guadagni, evirato cantore già creatore del ruolo a Vienna, che sostituì l'ultima strofe del quadro delle Furie con un'arietta in tempo di Minuetto da lui stesso composta. Charles Burney, che ebbe modo di vedere Guadagni in questa ripresa londinese del (fu) lavoro gluckiano, scrive di Guadagni: "Egli aveva raggiunto una estensione quasi doppia di quella che aveva prima e da contralto era divenuto soprano, ma così facendo aveva in parte sciupato la bellezza e la forza della sua voce. La musica che cantava era la più semplice che si possa immaginare; poche note con frequenti pause e la possibilità di liberarsi dal compositore e dall'orchestra era tutto ciò che desiderava. E in questi passaggi, che solo in apparenza erano estemporanei, egli dimostrava come il potere proprio della melodia fosse completamente indipendente dall'armonia e non venisse aiutato nemmeno da un accompagnamento all'unisono". Il fascino del suono puro, insomma, a dispetto delle intenzioni dei riformatori. Del resto Guadagni poteva permettersi questo e altro. Il virtuoso non doveva essere stellare, ma certo lo era il cantante. Lo stesso Burney ricorda che Guadagni era particolarmente noto per la capacità di ottenere, partendo da toni estremamente sonori, smorzature che suonavano "come note morenti in un'arpa eolica". Il che attesta, per inciso, che la voce dei castrati (quelli bravi, almeno) aveva una potenza e una proiezione, oltre che una flessibilità e capacità dinamica, impensabili per i loro falsettanti epigoni. E in generale per la gran parte dei cantanti di oggi.

Dodici anni dopo la prima viennese, Gluck (che nel frattempo, a Parma nel 1769, aveva riscritto la parte di Orfeo per il soprano maschile Giuseppe Millico) riallestì l'opera a Parigi e per l'occasione la ripensò completamente: Orfeo fu infatti il tenore Joseph Legros (che aveva da poco creato la parte di Achille nell'Ifigenia in Aulide e in seguito avrebbe interpretato Admeto nella prima francese di Alceste e Rinaldo in Armida). Il primo atto vide l'aggiunta di un'aria di sortita per il personaggio di Amore e soprattutto l'inserimento di un assolo per Orfeo in finale d'atto. L'aria L'espoir renaît dans mon âme deriva forse dal Tancredi di Ferdinando Bertoni, presentato nella stagione 1766-7: c'è però da dire che la stessa aria compariva già nel Parnaso confuso gluckiano del 1765, e successivamente era stata riciclata nelle sue Feste d'Apollo. Chiunque ne sia l'autore, questo brano di squisito segno italiano contribuì a indirizzare la parte di Orfeo verso una più canonica accezione di virtuosismo. Nel secondo atto, da altre composizioni gluckiane provengono la Danza delle furie (dal balletto Don Juan) e la Gavotta della scena dei Campi Elisi (dal Paride ed Elena). Nel quadro degli Elisi fanno poi la loro comparsa un lungo assolo di flauto e un'aria per Euridice. Quanto al terzo atto, oltre a un duettino Orfeo-Euridice (tratto ancora una volta dal Paride) inserito prima del "da capo" dell'aria del soprano, nuova è quasi tutta la scena finale, con l'inserimento di numerose danze (fra cui la Ciaccona conclusiva, squisito omaggio al gusto francese) e del terzetto Tendre Amour, derivato da Il Trionfo di Clelia (1763). Insomma, non solo il nuovo finale primo, così "italiano" nella struttura e nelle linee musicali (soprattutto rispetto al postludio stile "scale e arpeggi" di cui prende il posto), ma tutta l'opera, con l'aggiunta di siffatti divertissement, si allontana con decisione dall'idea di severità che caratterizzava la versione viennese.

Gli anni si succedono e così le modifiche apportate alla versione di Parigi (fra cui, dagli anni '90 del Settecento, la sostituzione del Coro finale con uno derivato da Eco e Narciso, mentre nel 1824 Adolphe Nourrit canta, alla fine del primo atto, un'aria dalla medesima opera al posto di quella prevista da Gluck). Ed eccoci alla terza grande versione di Orfeo, quella nata dalla volontà di Pauline García-Viardot di impersonare l'eroico cantore. L'adattamento curato da Berlioz (per l'occasione anche direttore) e riorchestrato per ampia compagine da Saint-Saëns va in scena al Théatre Lyrique di Parigi nel novembre 1859. Interessante notare che Berlioz considera senza dubbio spuria l'aria finale del primo atto, ma non fa nulla per toglierla dalla partitura. E' anzi lo stesso Berlioz a "istigare" la Viardot a comporre una cadenza spettacolare e strappa applausi (riproposta in tempi a noi più vicini dalla Horne e dalla Podles) per chiudere l'aria, arrivando a scriverle: "Se è necessario diremo che si tratta della cadenza che faceva Legros. I Parigini la berranno di sicuro". E così Madame chiude l'atto con una megacadenza scritta a sei mani, come lei stessa avrà in seguito occasione di ricordare: "La cadenza che mi hanno fatto l'onore di rimproverarmi è stata decisa da noi tre: la prima parte (di Berlioz) è bella; la seconda (di Saint-Saëns) è un po' strana; la piccola sezione scritta dalla cantante è troppo "da cantante"; e l'ultima parte, di Berlioz, potrebbe anche essere del portiere". Fortunata l'epoca in cui le ragioni di una vera primadonna hanno la precedenza sugli scrupoli filologici! L'anno successivo la Viardot riprese il "suo" Orfeo a Londra: la capitale inglese, che già nel 1792 aveva visto stampare presso l'editore Preston un Orfeo ed Euridice definito "a Grand Serious Opera with Music by Gluck, Haendel, Bach, Sacchini, Weichsel and W. Reeve" (!), avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni prima di udire la versione francese così come concepita dall'autore. Ma evidentemente una Viardot val bene un pasticcio.
Assodato che ogni interprete (piccolo o grande che sia) ha diritto a scegliere la versione che ritiene più acconcia per le proprie caratteristiche e per il proprio stato di salute vocale, appare evidente che un buon Orfeo non può fare a meno di possedere una voce di puro velluto ovvero un accento di grandiosa essenzialità di stampo autenticamente tragico ovvero un'attitudine ben radicata al virtuosismo vocale in tutte le sue declinazioni. Anche più di una delle succitate caratteristiche, ove possibile.

Le interminabili arcate melodiche (per risolvere le quali occorrono fiati all'altezza) del tombeau al primo atto, gli elegiaci effetti d'eco in Chiamo il mio ben così, il tripudio vocale del finale primo (Addio, o miei sospiri, nella traduzione italiana) o, a scelta, la grandiosità di Divinità infernal dall'Alceste (è questa la scelta adottata da interpreti quali Stignani e Barbieri, cui mal si addice uno spoglio recitativo in finale d'atto), la grandiosa perorazione alle Furie (esaltata dalle puntature di un Kozlovsky), la morbida e impeccabile emissione richiesta dall'arioso Che puro ciel, la stilizzata disperazione del duetto con Euridice e del successivo Che farò senza Euridice sono altrettanti scogli per qualunque cantante che non possieda un'altissima padronanza della tecnica e al tempo stesso idee ben chiare su come utilizzare detta tecnica a fini espressivi. Serve inoltre un direttore che sia in grado di evocare la compostezza del bassorilievo classico (anche percorso da bridivi espressionisti: vedasi in proposito la memorabile conclusione della scena delle Furie nel live da Buenos Aires diretto da Kleiber padre, con il progressivo spegnersi del Coro di fronte alla vittoria dell'Orfeo della Stevens) senza deragliare nell'arazzo grigiastro o, ancora peggio, nel biscuit fuori tempo massimo. Tutti rischi da cui la corrente filologia non sembra mettere abbastanza in guardia.




Atto I

Ah se intorno a quest'urna funesta - Fedora Barbieri, Ebe Stignani
Chiamo il mio ben così - Margarete Klose, Kerstin Thorborg, Shirley Verrett
Addio, o miei sospiri - Marilyn Horne, Ewa Podles, Rockwell Blake

Atto II

Deh! placatevi con me - Ivan Kozlovsky, Léopold Simoneau, Risë Stevens
Danza delle furie - Arturo Toscanini
Danza degli spiriti beati - Arturo Toscanini
Quest'asilo di placide calme - Daniela Dessì
Che puro ciel - Ivan Kozlovsky, Marilyn Horne, Ebe Stignani

Atto III

Vieni, segui i miei passi... Vieni: appaga il tuo consorte - Risë Stevens & Isabel Marengo, Nicolai Gedda & Janine Micheau
Qual vita è questa mai... Che fiero momento - Lella Cuberli
Che farò senza Euridice - Ernestine Schumann-Heink, Sigrid Onégin, Tito Schipa, Kirsten Flagstad, Ebe Stignani, Grace Bumbry, Marilyn Horne

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