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giovedì 15 luglio 2010

Scusi, dottor Celletti

Gentile dottor Celletti,
oggi inizia la trentaseiesima edizione del festival della Valle d’Itria, il Suo festival, il suo “gioco”. Quel gioco che tutti i melomani vorrebbero avere perché teatri e “bar Sport” sono uguali e nei primi noi italiani siamo tutti direttori artistici e soprintendenti mentre nei secondi allenatori della nazionale e della locale squadra.
Voglio immaginare che nella Sua attuale dimensione in cui si trova stia parlando di canto con Francesco Lamperti o discutendo sui suoni aperti al centro con Emma Carelli, che continuo ad immaginare, risponderà con la partenopea partecipazione e protervia, che conosciamo e dalle registrazioni e dalla aneddotica.

Se è ammissibile verso un coelicola una raccomandazione: eviti sguardi su questa terra e su alcuni luoghi in particolare. Che gli insulti nei suoi confronti fiocchino ora come allora, quando stava in viale Montenero, non La interessa. Questi insulti Le dicono e ci dicono che la Sua presenza era ed è ancora, detto alla latina tanta. Ingombrante insomma. E tutte le volte in cui si vogliono insultare i sopravvissuti alle campagne dei potenti, come noi del corriere, ancora muniti di apparato uditivo, i termini sono sempre gli stessi “cellettiani”, “cellettini” , “cellettismo”. Però devo dirle che hanno coniato altri due termini “grisini” e “grisalidi”. Radice differente significante medesimo.
Non guardi nei teatri perché oggi più di allora: imperano registi e scenografi ignoranti e presuntuosi, che si arrogano il diritto di audizionare cantanti anche per ruoli di comprimariato anteponendo alle doti vocali quelle del phisique, maschile in primis, sprecando citazioni di Jung e Freud; hanno luogo, sede e laute prebende direttori artistici, che novelli Godefroy de Bouillon, vogliono culturalizzare i patri pubblici infangando e misconoscendo, buona o cattiva che sia, la tradizione musicale del paese che, comunque, canto e melodramma ha creato, operano direttori d’orchestra che poco sanno dirigere e nulla concertare, circolano con consulenti filologici, che si sdegnano di suoni immascherati; taccio di agenti, critici e cantanti, all’esercizio quotidiano hanno tutti sostituito tante ore di feisbuk.
Tenga più lontano che mai lo sguardo da Martina Franca.
Lo sa che a Martina non tutto era perfetto, a partire da compagini orchestrali mediocri, da mezzi talvolta limitati ed anche da scelte vocali che avrebbero potuto essere migliori. Alcune, però, furono azzeccatissime come Mariella Devia Elvira dei Puritani, che ha dato alla signora un personaggio nel quale è stata interprete di riferimento oltre che, come sempre esimia cantante. Oggi, ossia quest’anno alla signora sarà conferito il premio Rodolfo Celletti e mi auguro che accanto al nome di Jolanda Magnoni venga fatto il Suo, dottor Celletti.
Altre volte mancò il coraggio di scelte che potevano essere ancor più estreme di quelle fatte come Pirata e Semiramide integrali, come nel Barbiere dinanzi al rinunciatario Raffanti sul rondò si sarebbe potuto affidarlo alla Rosina di turno, riproponendo la prassi della Righetti Giorgi nel 1817 a Bologna. Erano queste le scelte, che stimolavano i giovani di allora, e oggi attuali signore e signori di mezz’età, figli della Rossini renaissance. Erano queste le idee nel proporre l’opera che hanno, con sommo dispiacere dei critici a Lei successivi, formato un pubblico e contro le quali varie crociate sono state bandite e se ne bandiranno ancora.
Proprio per queste idee proseguiamo e persistiamo, anticipatamente le rappresentazioni, nel consiglio di non volgere lo sguardo verso Martina Franca. Perché a Martina Franca quando si propone Handel lo si deve fare per essere ancora Martina Franca, contro ogni stilema baroccaro ossia affidando Bertarido ad una voce femminile in assenza di castrati. Solo in questo modo si è ancora Martina Franca dove erano d’obbligo, contrariamente a quanto allora accadeva nei maggiori teatri e dai maggiori direttori esecuzioni integrali, inserimenti e varianti degli esecutori, rispetto o tentativo dello stile coevo alla nascita e rappresentazione del titolo. Insomma negli anni Suoi Rodelinda se la sarebbero disputata Lella Cuberli o Mariella Devia e Bertarido Martine Dupuy. Lo scrivo e lo ricordo così regalo a qualcuno la possibilità di tacciarmi di passatismo e di ricavarsi il proprio spazietto mal dicendo di quelle o di altri cantanti, come se la cosa potesse far dispetto ad un coelicola e ad un vecchio contadino bergamasco.

Suo affezionatissimo Donzelli


Gli ascolti

Bellini - Il pirata

Atto I


Ascolta! Nel furor delle tempeste - Giuseppe Morino (1987)

Bellini - I puritani

Atto II


Oh, rendetemi la speme...Qui la voce sua soave...Vien diletto - Mariella Devia (con Giorgio Surjan & Luigi De Corato - 1985)

Paisiello - Nina, o sia la pazza per amore

Atto I


Il mio ben quando verrà - Lella Cuberli (1978)

Rossini - Semiramide

Atto II


In sì barbara sciagura...Sì, vendicato il genitore - Martine Dupuy (1986)

Rossini - Stabat Mater

Inflammatus et accensus - Maria Dragoni (1987)

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giovedì 28 agosto 2008

Una conversazione con Leyla Gencer

Nell'ottobre del 1970 Rodolfo Celletti e Giorgio Gualerzi registrarono per la radio italiana un'intervista a Leyla Gencer. Intervista che riproponiamo oggi non solo e non tanto come omaggio all'artista scomparsa pochi mesi fa, bensì come spunto di riflessione su alcuni temi a noi cari, dalle misteriose - per non dire imperscrutabili - ragioni del mercato discografico alla riscoperta e riproposta del repertorio belcantistico (in cui la Gencer rivendica il proprio ruolo di pioniera, ovviamente dopo la Callas), alla tecnica di canto come irrinunciabile premessa e fondamento di un percorso professionale ed artistico degno di questo nome.
Interessante quello che la signora afferma a proposito dei propri esordi, allorché, ritenuta da molti "noiosa", si trovò per così dire costretta a essere maggiormente espressiva, ovviamente senza che la tecnica vocale avesse a mutare. Colpisce anche, pur celata sotto una buona dose di puntigliosa ironia, la capacità autocritica dell'artista, perfettamente conscia della natura lirico-leggera del proprio strumento e delle difficoltà incontrate con un ruolo monstre come Medea. Riteniamo che le parole della Sultana del canto siano meritevoli del massimo spazio, quindi ci fermiamo qui e vi auguriamo un piacevole ascolto.


Rodolfo Celletti & Giorgio Gualerzi - I Vip dell'opera - Leyla Gencer - link alternativo

Gli ascolti - Leyla Gencer

Monteverdi - L'Incoronazione di Poppea
Atto III: Addio Roma - link alternativo

Bellini - I Puritani
Atto II: O rendetemi la speme...Qui la voce sua soave...Vien diletto - link alternativo

Verdi - Rigoletto
Atto II: Tutte le feste al tempio (con Cornell MacNeil) - link alternativo

Puccini - Turandot
Atto III: Tu che di gel sei cinta - link alternativo

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domenica 15 giugno 2008

Buon compleanno, dottor Celletti

Fosse vivo, in questi giorni Rodolfo Celletti compirebbe 91 anni. Vista l’opinione che taluni frequentatori hanno del nostro rapporto con Rodolfo Celletti è un dovere ricordarlo.
Ho già avuto occasione di scriverlo: Rodolfo Celletti non è stato un unicum nella storia della critica musicale e vocale in particolare. I suoi insigni predecessori si chiamano Paolo Scudo, Gino Monaldi ed Eugenio Gara, ma, più in generale, basta leggere le pagine dei quotidiani degli anni ’20 e ’30 (l’epoca di formazione di Celletti) per leggere, in sede di recensione degli spettacoli operistici, critiche dedicate, per la loro maggior parte, all’esecuzione vocale. E d’altra parte non poteva essere diversamente, trattandosi di una rappresentazione operistica.
Piacesse o meno Celletti era chiarissimo nell’esprimere la propria opinione. Metafore, mezzi termini, detti e non detti erano assolutamente estranei al suo vocabolario ed al suo modo di scrivere.
Gli elogi e le stroncature erano, però, sempre motivati. Motivati dal generalissimo principio che il canto richieda cognizioni di base, come qualsivoglia attività professionale e solo chi ne disponga possa essere prima un professionista ed, in alcuni casi un artista. Nella mente e nello scritto di Rodolfo Celletti artisti non professionisti solidi non potevano esistere. E se esistevano non duravano in carriera.
Il principio, ci sembra assolutamente inoppugnabile. I successori e detrattori di Celletti non sono stati in grado di proporre principi ermeneutici ugualmente validi, sempre e comunque.
Riportiamo, riferito a Rodolfo Celletti, il parere ben più illustre del nostro di Alberto Zedda e soprattutto abbiamo ritenuto giusto e più coerente omaggio lasciar parlare Celletti stesso in due brevissimi stralci della trasmissione “Albo d’oro della lirica”, trasmissione che occupava la domenica sera radiofonica, dalle 20 alle 21, e che dovrebbe essere di esempio a chi, oggi, fa disinformazione e denigrazione dalla stessa sede pubblica.

Ricordo di Rodolfo Celletti

Ogni scritto di Rodolfo Celletti era un avvenimento da non perdere: steso in ottimo italiano, lucido e personalissimo, ornato con aggettivazione colta e fantasiosa, percorso da un‘ironia intelligente e simpaticamente malefica... Il soggetto riguardava quasi sempre il canto, trattato con lo stesso ispirato fervore impiegato da Agostino per esaltare le virtù della grazia divina.

Celletti descriveva e teorizzava qualità e artifici vocali sconosciuti ai melomani che frequentavano allora i loggioni dell‘universo mondo: trilli d‘ogni sorta, di forza, di gorgia, toscani, semplici e rinforzati; messe di voce brevi o interminabili, di sola andata in crescendo o con ritorno al sussurro; canto passeggiato o sprezzato, di garbo o concitato; gruppetti, mordenti, puntature, roulades, salti abissali, passaggi d‘agilità mozzafiato, nobili fraseggi sul fiato, legati morbidi e conturbanti, pianissimi e mezze voci seducenti come
carezze notturne...

Molti pensavano che Celletti descrivesse un paradiso perduto, utopico e nutrito dello stesso struggente rimpianto con cui il poeta dipinge l‘Eden dei progenitori. Stupiva che parlasse di canto con lo stesso convinto entusiamo impiegato dai Trovatori per propagandare l‘amor cortese. Certo, chiosavamo noi giovani, la passione di Don Chisciotte per Dulcinea estasiava e commoveva, però...

Poiché molti degli artisti che amavamo e che accendevano grandi emozioni cantando Verdi, Donizetti, Puccini, Wagner, non erano in grado di produrre i coloriti vocali da lui magnificati, il giudizio di Celletti a loro riguardo era duro e sprezzante, accusati di appartenere alla scuola del muggito, alla cultura rozza e primitiva dei picchiatori del ring. Questo un poco ci indignava, perchè ci sembrava che anche in assenza delle prodezze auspicate, essi arrivassero a cogliere degnamente la sostanza delle partiture interpretate, ma si finiva sempre col perdonargli affettuosamente la temerarietà delle sentenze, come affettuosamente si tolleravano dall‘amico sacerdote le accorate raccomandazioni alla sobrietà e alla castità.....

Tutto ciò accadeva quando la nostra cultura operistica era quasi esclusivamente incentrata sul repertorio tardo-romantico-verista, laddove eccessi iperbolici, passioni furibonde, odi insanabili erano sospinti al diapason dell‘intensità emotiva, al confine della follia, e il canto di forza, il grido primordiale, il gesto enfatico, la sottolineatura retorica, l‘acuto ginnico-erotico apparivano lessico appropriato per rendere e comunicare i sentimenti incandescenti evocati dalla musica. Quando, ubriachi e stanchi di pseudo romanticismo viscerale, abbiamo cominciato a guardare oltre il repertorio di fine ottocento e primo novecento riscoprendo i tesori musicali di Monteverdi, Cavalli, Bach, Haendel, Vivaldi, Mozart, Rossini, Cherubini, Spontini, Bellini, Donizetti, abbiamo finalmente compreso l‘importanza immensa della lezione cellettiana.

Per acquisire la nuova esperienza, hanno aiutato l‘impeto tragico, classicamente composto e stilisticamente corretto, di Maria Callas; le regie colte e provocatorie di Luchino Visconti, Giorgio Strehler, Luca Ronconi; le letture musicali geniali e iconoclaste di Claudio Abbado; e l‘inedito e massiccio travaso di un nuovo pubblico cultore della musica pura, sinfonica e concertistica, dalle ovattate sale da concerto ai tumultuosi luoghi della lirica, fino ad allora frequentati esclusivamente dai passionali amici dell'opera. Ha contribuito, ancora, la
comparsa delle edizioni critiche di opere liriche, che hanno imposto a pubblico e interpreti una nuova prospettiva musicologica attenta ai valori della filologia e favorito la messa a punto di comportamenti interpretativi in linea con la cifra estetica delle opere riproposte. Ma è stata la tenacia di Rodolfo Celletti e dei suoi seguaci a vincere definitivamente la partita. Le opere preromantiche o protoromantiche, dove il canto regna sovrano sovra ogni altra componente dello spettacolo, cantate seguendo i canoni del realismo verista (modello applicato anche quando di tanto in tanto venivano riproposte in tempi passati), suonavano deboli e lontane, estranee al gusto e alla cultura dell‘ascoltatore, incapaci di trasmettere emozioni profonde. Solo quando si cominciò a recuperare la civiltà vocale di estrazione barocca e si fu in grado di ricreare l‘alato virtuosismo dei divi del Belcanto, si poté apprezzarle e coglierne appieno il messaggio.

Fu chiaro, d‘improvviso, che gli artifici necessari per piegare la voce alle nuove esigenze espressive erano quegli stessi descritti con tanta passione e competenza da Celletti, troppe volte accolti con sufficienza o sogguardati come manifestazioni di fanatismo snobistico. Senza la sua lezione, oggi finalmente diventata cultura corrente, non ci sarebbe stata la Rossini renaissance, né le opere di Mozart risuonerebbero con tanta frequenza e favore, né circolerebbero melodrammi barocchi e neoclassici, e neppure si potrebbero ascoltare con profitto i lavori del primo Verdi, del Bellini e Donizetti drammatico, dei tanti interessanti epigoni e precursori del rossinismo. Non sono stati i musicologi a rendere possibile questa rivoluzione del gusto: sono stati i maestri e gli artisti che hanno compreso che gli insegnamenti di Rodolfo Celletti non erano nozioni settoriali e personalistiche, bensì il codice per accedere a un linguaggio capace di interpretare il nuovo corso: chi ha saputo metterli in pratica vive l‘attualità e anticipa il futuro.


Alberto Zedda

GG & DD

Albo d'oro della Lirica - Rodolfo Celletti & Giorgio Gualerzi - Mattia Battistini
Albo d'oro della Lirica - Rodolfo Celletti & Giorgio Gualerzi - Enrico Giraldoni & Rosina Storchio

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