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venerdì 10 giugno 2011

Verdi Edission:Attila

Con Attila è una tragedia teatrale di secondo piano, sostenuta da oscure passioni sullo sfondo della buia Italia barbarica, ad intrigare Verdi dopo Alzira. Un soggetto storico famosissimo, dunque, la calata di Attila in Italia e la sua sconfitta per opera di Papa Leone III, in anni in cui la storiografia italiana era ancora acerba in fato di studi sul mondo tardoantico e barbaro.

Il romanticismo tedesco, invece, si rivolge agli albori della propria storia, a sondare le sue origini “barbare “ sopra le macerie del mondo romano. Il Verdi degli anni ’40 è nel pieno della ricerca del superamento della tradizione passata a favore di un nuovo che ancora è ben lungi dall’essergli chiaro e definito nella mente: cerca ispirazione nei testi da cui trarre i libretti, drammi che incarnino un modo moderno, più attuale, di rappresentare sentimenti, azioni, atmosfere. Nello sforzo di abbandonare l’espressività tutta metaforica della tradizione belcantista italiana, si rivolge a soggetti, come quello dell’”Attila. Koenig der Hunnen” (1808) di Werner, dalle tinte forti, personaggi molto marcati, dalla psicologia squadrata, di grande potenza tragica. Lo sfondo è quello selvaggio e violento della metà del V secolo, così come la storiografia romantica tedesca tratteggia per tutto il XIX secolo l’età barbarica, il clima è fosco, oscuro e minaccioso. Apparentemente Verdi subisce il fascino del romanticismo tedesco, e non è un caso che l’incontro con Werner avvenga dalle pagine del “De Allemagne” della De Stael, il primo vero manifesto dell’arte romantica ottocentesca d’Oltralpe. Un testo affatto nuovo, di una trentina d’anni prima, già ampiamente discusso e dibattuto in Italia, illuminante per capire i modi, piuttosto tardivi e forse anche occasionali, dell’incontro di Verdi con le poetiche d’avanguardia straniere. Budden ci dice che il Solera, librettista prescelto per la riduzione dell’opera, si sia più interessato agli aspetti patriottici del testo, ossia alla resistenza degli Italici agli Unni, che non alla poetiche romantiche dispiegate nel testo della Stael, cui Verdi lo pregò apertamente di interessarsi. Poetica che individuava nel lato spirituale ed intuitivo l’altra componente umana opposta al lato corporeo e materiale, e che l’artista poteva cogliere e rappresentare solo per il tramite dell’elemento fantastico. Notoriamente non c’è mai nel romanticismo italiano, men che meno nel pragmatico Verdi, tanta forza speculatrice e tanta coerenza quanta se ne riscontra in quello tedesco o francese. Il musicista, e come lui numerosi artisti del suo tempo, continua ad oscillare tra il passato ed il presente, tra l’ingombro dato dai retaggi consolidati, in questo caso prototipi vocali o drammaturgici etc, ed una modernità, in sintonia con i tempi correnti, ancora tutta da definire.
Verdi, si è detto, è per natura, ma anche per forza di avvenimenti, un pragmatico: supera con grande facilità le incongruenze che si originano nella riduzione librettistica del dramma teatrale, anzi, dà loro rilevanza nulla. Ricerca situazioni drammaturgiche valide, congeniali al proprio linguaggio musicale, mirato alla sua sintetica ed efficace introspezione psicologica dei personaggi. Ragione che porta allo scontro con Solera per l’ultimo atto dell’opera, che Verdi voleva assolutamente incentrato sui protagonisti e non su una scena corale, secondo clichè consolidati.
Quale esatto significato corrisponda poi alle parole ed alle enunciazioni di intenti dell’autore, è l’opera stessa a spiegarcelo. Odabella, virago guerriera, amante e figlia, donna leale e ferma nei suoi propositi di vendetta, è forse il personaggio più sviluppato sotto questo profilo. Si presenta in scena in modo nobile e combattivo, apertamente aggressivo verso l’antagonista. Il personaggio trova poi momenti di vero lirismo nella meditazione un po’ trasognata di “Oh del fuggente nuvolo”, ove il ricordo del padre si fonde con quello dell’amato Foresto; lo slancio la caratterizza, come tutte le prime donne verdiane, anche nel duetto con Foresto, quindi ancora nel concertato, prima di tornare al lirismo del terzetto finale ed al quartetto conclusivo. Odabella è trasformata rispetto alla tragedia di Werner, di barbaro ha assai poco, perché canta con lo stesso aplomb aristocratico della Contarini o di Elvira, anche quando il personaggio raggiunge il suo acme drammatico. La vocalità è variegata, come sempre nel primo Verdi, non definibile in modo unitario. L’estensione è superiore alle due ottave, dal do5 a scendere sotto il rigo, come nella sortita; la scrittura fiorita in modo talora anche ostico con fioriture, quartine, trilli etc da eseguire in punta di forchetta, altre volte aerea, abbastanza acuta, da eseguire in “dolcissimo”, come all’aria del primo atto. I riferimenti psicologici e vocali di Odabella sono interni alla produzione verdiana precedente, che da Abigaille in poi consolida e definisce i tratti della protagonista femminile.

Più univoco e meno sfaccettato il personaggio di Attila. Verdi non avrà più un protagonista maschile tanto rilevante, in chiave di basso, sino al Filippo II di Don Carlos. Attila è monumentale, a tratti magniloquente, come il Maometto II o l’Assur di Rossini, e non a caso il suo primo interprete era un esperto di quei ruoli. A loro si riconduce il tratto del basso nemico e amoroso (Maometto), ma anche quello dell’uomo negativo in preda a tormentati presagi (Assur), che troveranno prestissimo una ben maggiore e più sviluppata restituzione in Macbeth. Insomma, a perfetta mezza strada fra Rossini e il Verdi successivo, la psicologia di Attila è semplice, meno raffinata e classica dei modelli dell’età della Restaurazione, ma efficace. La sua natura barbara, l’Attila della storia, è quella del canto di forza, svettante e baldanzoso, mentre il lato teatrale, quello “nuovo”, anche se solo in parte, è quello del sogno premonitore che spaventa il personaggio per un attimo, ma da cui subito si affranca. La paura e lo sgomento, assieme al poco sviluppato innamoramento per Odabella, sono i suoi lati umani e, dunque, teatrali. Dal misticismo sacerdotale di Zaccaria, parecchio astratto a ben pensare, Verdi passa ad un personaggio più reale, efficace perché aderente alla psicologia semplice e rozza di un re barbaro ancora oleograficamente inteso. Il primo interprete, Ignazio Marini, per cui Verdi aveva composto la cabaletta postuma di Silva, univa alle prerogative tipiche dei bassi cantabili di Rossini anche una sensibile estensione nel registro grave, di puro basso: il suo repertorio, infatti, includeva anche Mosè, Marcello degli Ugonotti, Oroveso e Mustafà, Caspar del Freischutz.

Meno sviluppati gli altri due personaggi maschili.
Ezio è una figura apparentemente contraddittoria, dato che si presenta in scena proponendo un accordo ad Attila per spartire l’impero. Proposta con cui Ezio tenta pragmaticamente di salvare almeno Roma, ma che appare, nell’ottica romantica, una viltà. Il personaggio diventa poi il leader della vendetta assieme a Foresto. Vocalmente, al di là della qualità maggiore o minore dell’invenzione musicale, il personaggio ha già moltissimo del prototipo baritonale verdiano, in continuità con quello di Verdi. Il personaggio è politico, e quello tra lui ed Attila è, di fatto, il primo duetto politico della produzione verdiana. Il canto ha i caratteri dell’aristocrazia e della nobiltà, sempre composto, tratti tipici del baritono verdiano. La scrittura, come nella maggior parte dei casi, acuta, talora anche acutissima, annovera ampi cantabili che ascendono a tessiture alte lentamente e con ampiezza, da Don Carlo al futuro Conte di Luna etc. “Dagli immortali vertici “ è un archetipo del canto baritonale verdiano. E’ ancora il lato introspettivo ad essere carente ed acerbo, e basta il confronto con la straordinaria figura del futuro Posa a darci la misura del gap che intercorre tra il significato nostro, attuale, delle parole usate da Verdi e la corrispondente realizzazione che ne diede.

Anche per l’amoroso Foresto vale la stessa chiave di lettura, ossia di relativizzazione dei significati. La sua psicologia è semplice, quella dell’innamorato e del patriota. A lui i connotati tipici del tenore verdiano, il canto nobile frequentemente battente sul passaggio di registro superiore, tipico esempio la scrittura ascendente di ”Si quel io son ravvisami” con Odabella, oppure la poderosa ampiezza della linea di canto della scena che apre il terzo atto, l’andantino “Che non avrebbe il misero..” con frasi che dalla zona centro grave salgono sino al la acuto con messe di voce scritte, e successive discese da eseguire smorzate verso il centro . Anche Foresto non può esimersi, come Ezio, dal canto a cabaletta sia in chiusa alla prima aria che nella stretta all’unisono del duetto con Odabella. Il primo interprete, Carlo Guasco, fu uno dei tenori che di fatto amministrò il passaggio dal tenore donizettiano a quello verdiano, creando vari ruoli tra cui il Riccardo di Chalais di Maria di Rohan e l’Oronte dei Lombardi, tenori capaci di gestire il canto elegante a fior di labbro e l’accento nobilmente aulico e nobile. Per Foresto, tra l’altro, Verdi approntò in seconda e terza battuta ben due arie alternative, la prima per Ivanoff, perduta, in occasione delle rappresentazioni triestine dell’Attila nel 1846, da collocare al posto di quella dell’atto III; la seconda per Napoleone Moriani alla Scala di Milano, qualche mese dopo, “ O dolore! Ed io vivea…”, modernamente eseguita da Luciano Pavarotti in disco.
Due scelte che collocano Foresto nella schiera degli amorosi di sapore donizettiano, o meglio, che indicano l’evoluzione del tenore donizettiano in Verdi.

L’opera sopravvisse nei cartelloni sino alla seconda metà del XIX secolo, condannata all’oblio per il superamento del sapore prettamente risorgimentale che la connota. La stringatezza con cui l’azione si svolge, il clima, la psicologia dei personaggi ne fecero un opera obsoleta e fuori moda nell’ambito della produzione melodrammatica di fine Ottocento. Le riprese moderne, ispirate dagli studi verdiani del dopoguerra, anni ’60 in particolare, si ricollegano a nomi di bassi celeberrimi da Boris Christoff in poi, passando per Nicolai Ghiaurov sino al più recente Samuel Ramey, che ha praticato il ruolo leggendolo dalla prospettiva di un belcantista e non di un cantante da tardo Ottocento. Con Ramey la parte, a valle della belcanto renaissance, ha trovato la giusta collocazione storica, ove le reminiscenze belcantiste si uniscono a nuovi accenti e stilemi espressivi che fanno presagire il poi.
A fianco di cotanti bassi, protagoniste di grande blasone del Verdi di mezzo, una non più giovane Leyla Gencer in primis, sino a Maria Chiara, senza dimenticare voci più spinte come l’Orlandi Malaspina o Ghena Dimitrova. Non stupisce certamente il riascolto della Gencer, ne illustrammo le ragioni nella puntata dedicata al cantare Verdi senza voce verdiana: il canto rifinitissimo, struggente e di slancio è la cifra stilistica più pura della cantante turca anche in una fase avanzata della carriera. Stupisce, invece, Ghena Dimitrova ingiustamente bollata dai più come “urlatrice”. Non è la cavatina della virago Odabella ad impressionare, ma l’esecuzione rifinita del “Fuggente nuvolo”, dove la cantante bulgara, nel 1984, ossia in anni di monopolio del repertorio pesantissimo, dà prova di sapienza tecnica nel gestire il canto in pianissimo ad alta quota.
Una nota particolare per il ruolo di Foresto, che ha trovato nella voce di Carlo Bergonzi la migliore restituzione in età moderna, nonostante le pochissime recite dal vivo. La capacità di dispiegare un canto ampio e nobile nel fraseggio, rispettoso dei segni di espressione, solidissimo sul passaggio superiore, è prerogativa unica del tenore parmigiano nell’antologia di esecuzioni a noi pervenute. La difficile aria del II atto è un monumento di canto tenorile sul passaggio che al giorno d’oggi non ha riscontro in alcun cantante in attività, compresi quelli che, incapaci dell’ABC del canto, si abbandonano a ridicole censure circa la “non verdianità” di Bergonzi: silenzio e tutti a scuola ad imparare !


Gli ascolti

Verdi - Attila


Preludio - Riccardo Muti (1972)

Prologo

Allor che i forti corrono...Da te questo or m'è concesso - Cristina Deutekom (1978), Maria Chiara (1983)

Tardo per gli anni e tremulo - Renato Bruson & Ruggero Raimondi (1972), Piero Cappuccilli & Nicolai Ghiaurov (1975)

Qual notte! - Riccardo Muti (1972)

Ella in poter del barbaro - Carlo Bergonzi (1973), Veriano Luchetti (1972)

Atto I

Liberamente or piangi...Oh nel fuggente nuvolo - Leyla Gencer (1972), Ghena Dimitrova (1984)

Qual suon di passi! - Maria Chiara & Veriano Luchetti (1983), Ghena Dimitrova & Nunzio Todisco (1984)

Mentre gonfiarsi l'anima...Oltre quel limite - Samuel Ramey (1986)

Parla, imponi! - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi Malaspina, Veriano Luchetti, Piero De Palma & Luigi Roni (1975)

Atto II

Dagli immortali vertici...E' gettata la mia sorte - Giangiacomo Guelfi (1970), Piero Cappuccilli (1975)

Del ciel l'immensa volta - Ruggero Raimondi, Giangiacomo Guelfi, Antonietta Stella, Gianfranco Cecchele & Fernando Ferrari (1970)

Atto III

Che non avrebbe il misero - Carlo Bergonzi (1982)

Che più s'indugia? - Giangiacomo Guelfi & Gino Penno (1951)

Te sol, te sol quest'anima - Luisa Maragliano, Bruno Prevedi & Renato Bruson (1972)

Non involarti, seguimi - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi Malaspina, Piero Cappuccilli & Veriano Luchetti (1975)


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mercoledì 1 ottobre 2008

Son guerriera che a plauso t'invita: l'amazzone verdiana

Principia, oggi, il Festival Verdi.
Verdi iniziò nel 1839 e concluse nel 1893, ottuagenario, la propria parabola produttiva.
La produzione occupa, quindi, un cinquantennio in un secolo che, fra il 1850 ed il 1890 si identificò esclusivamente in Verdi per il melodramma e, forse anche, per la cultura in generale.
Or bene il Festival Verdi di Parma, per erudirci e ricordarci Verdi, la sua poetica, la sua parabola culturale e compositiva ci propone quattro titoli compresi nel decennio 1842-1851, i famosi “anni di galera” principiati, appunto, con il Nabucodonosor (Scala 9 marzo 1842) e conclusisi con il Rigoletto (La Fenice 11 marzo 1851). Degli “anni di galera”, stricto sensu, due fra i più flagellati dalla critica: Giovanna d’Arco e Corsaro.
Dalla prima rappresentazione si parlò di Ernani come di un capolavoro e riprese dell’ultimo cinquantennio ci hanno anche illuminati sui Foscari e, principalmente, su Attila.

Riflettendo sulla parzialissima scelta appare, però, un tratto comune a tutti i lavori del primo Verdi, la psicologia delle protagoniste. E, oltre alla psicologia il tratto vocale, che della realizzazione drammatica è il supporto.
Amazzoni o almeno guerriere e non solo perché armate di spada e di cimiero, anche se alcune di loro non esitano ad indossarlo, più e meglio degli uomini, ma tutte disposte alla battaglia per gli ideali di cui sono fiere e certe portatrici.
Questa è la caratteristica che accomuna praticamente tutte le primedonne di Verdi da Abigaille alla duchessa Elena dei Vespri siciliani. Nessuna viene meno.
In alcuni casi armate e belligeranti anche per ideali immorali e, pertanto, condannate alla soccombenza come Abigaille e Lady Macbeth, altre volte, le più, dalla parte della ragione in quella battaglia fra Bene e Male che connota il romanticismo letterario e musicale.
Senza fare facile sociologia da salotto sono anche una generazione più “avanti” ed evoluta delle primedonne donizettiane. Mi spiego: la virago donizettiana per eccellenza, Lucrezia Borgia, uccide di veleno, e la sua degna compare Elisabetta, sia di Devereux che di Stuarda, segna condanne capitali, perché regina nell’esercizio del proprio legittimo potere, discendente da Dio.
Dilettanti davanti a Lucrezia Contarini Foscari, che arringa con il titolo di “barbaro genitore” il suocero, doge per giunta, dopo avere insultato il Senato di Venezia, dove forse siede il proprio di genitore, o ad Odabella, novella Giuditta per autodefinizione, che svela alla potenziale vittima il progetto subdolo e femminile di Ezio, già armato di veleno, solo perché lei deve uccidere di spada, paterna, precisamente; o della duchessa Elena, che incita i poco reattivi palermitani all’insurrezione contro l’oppressore e non esita, altra tentata omicida, ad alzare il pugnale sul tiranno.
Ho il sospetto, ma solo tale, che la primadonna verdiana nasca da parte del musicista dall’osservazione delle dame di rango milanesi, fossero una Giuditta Sidoli od una Costanza Arconati, piuttosto che la Maffei o Adelaide Bono Cairoli.
In fondo le guerriere verdiane, come le citate sono tutte dame (damazze avrebbe detto il Carlo Porta, che, forse, le conosceva assai meglio di Verdi, ossia ben oltre l’apparato scenico del loro lignaggio) di alto rango, quando non di rango regale e oltretutto non sono solo furie inesorabili e vindici, ma anche spesso donne innamorate, tenere amanti. Certo i piedi non se li fanno pestare. Più facile che li pestino, se attaccate nei capisaldi della loro esistenza.
Il fatto che abbiano peculiarità, che le differenzia dalle dame della generazione operistica precedente, si riverbera sulle loro specificità vocali.
L’autentica primadonna donizettiana, per non dire rossiniana non si trovava a suo agio con la scrittura vocale di Verdi e Verdi con loro.
Il rapporto con Jenny Lind fu diffidente (vedasi corrispondenza Verdi/Muzio) e, comunque, il maestro scrisse per lei la parte più donizettiana del proprio catalogo.
Una piccola chiosa, poi, meritano i rapporti con le divine Grisi e Tadolini, papabili Lady Macbeth, poco accette a Verdi, benché la prima famosa Leonora del Trovatore e Lucrezia Contarini e la seconda, prima Alzira. All’epoca delle censure verdiane la Grisi era ormai al capolinea della propria carriera e la Tadolini (siamo se non sbaglio nel 1850) non più freschissima e, stando alla scrittura di Alzira, non certo il soprano drammatico dall’ampiezza e dal fraseggio pensato da Verdi, stando allo spartito ed ai racconti di Marianna Barbieri Nini.
Addentrandoci nelle scritture vocali delle amazzoni ci sono comunanze e peculiarità a seconda della cantante destinataria della parte o del carattere del personaggio.
Ad esempio Sofia Loewe, prima Elvira dell’Ernani e prima Odabella, piuttosto che Marianna Barbieri Nini, prima Lucrezia Contarini, Gulnara di Corsaro e Lady Macbeth erano molto dotate in basso: sia la cavatina di Elvira “Ernani, Ernani involami” che il successivo duetto con Don Carlo insistono molto nella zona grave della voce. Eppure nel terzetto seguente Elvira arriva più volte al do e quanto ad Odabella dopo tre o quattro battute, a gola fredda è chiamata al salto di sedicesima dal do acuto, per giunta munito di corona, al sin nat grave, che dell’ira del soprano verdiano è la sigla inconfondibile (vedasi entrata di Abigaille e recitativo della grande aria del secondo atto). Eppure Sofia Loewe (il cui repertorio prevedeva tutte le prime parti di Donizetti) è chiamata a languidissime fiorettature, legature continue con tanto di tessitura acutissima e scala cromatica al do acuto, con indicazione di leggerissimo e legato sugli “amati spiriti” nella seconda aria di Odabella “Oh nel fuggente nuvolo”. Quanto, poi, al Macbeth prima versione, anche privo della aria del secondo atto “ La luce langue” il registro basso è impegnato in maniera rilevante: basti pensare alla frase “ o notte ne avvolgi” della cabaletta, solo che, poi, la Lady deve eseguire una serie di sinistre fiorettature nel duetto con il protagonista, poi omesse nella versione parigina, e svettare sulla massa orchestrale nei concertati. E dulcis in fundo alla fine del sonnambulismo compare in ppp il famoso re bem. Per inciso l’ho sentito eseguire in teatro solo da Ghena Dimitrova all’Arena di Verona nel 1982.
Le problematiche vocali della Foscari sono le stesse a partire dallo slancio del recitativo di sortita con ascesa sino al si nat con tanto di salto di ottava, sulla parola “perdono” cui segue un andante fiorettato “Tu al cui guardo onnipossente” sino alla rovente cabaletta, alla impervia frase del duetto con il Doge che culmina con il do acuto di “barbaro genitore”.
Sotto questo profilo, credo che Sofia Loewe, con la Barbieri Nini, fosse, delle prime interpreti verdiane, quella tecnicamente ed interpretativamente più agguerrita e dotata, in quanto al massimo delle possibilità vocali ed espressive sia nel genere grande agitato che in quello patetico. Per rendersi conto di quanto richiedesse Verdi alla prima Odabella è sufficiente ascoltare la sortita registrata nel 1964 da Joan Sutherland o l’aria del primo atto di Montserrat Caballé. Aggiungo che nel suo “Tu che le vanità” Rodolfo Celletti immagina la di Carlo (alias la Callas) alle prese proprio con il personaggio della vergine guerriera.
Viene anche un sospetto, che Verdi, come Bellini, non sempre, complice la foga compositiva, piuttosto che un’esperienza diversa da quella degli altri grandi musicisti italiani non sempre sapesse prendere le misure con le esigenze vocali delle sue primedonne. A suffragio della tesi la scrittura vocale di Abigaille, riservata a quella che oggi definiremmo un soprano lirico di agilità, ossia la Strepponi. Se poi la Strepponi fosse già provata vocalmente o il Nabucco le abbia dato “il colpo di grazia” è difficile dirlo. Una circostanza è certa: la vera Abigaille non fu Giuseppina Strepponi, ma Teresa de Giuli Borsi, che cantò ben 47 repliche sempre alla Scala nella stagione successiva la prima e che doveva essere di inaudita resistenza fisica, oltre che cognizione tecnica, atteso che durò in carriera ben trent’anni.
Però se leggiamo quanto ha scritto Gino Monaldi su Erminia Frezzolini prima Giselda e prima Giovanna dobbiamo concludere che Verdi tenesse conto delle caratteristiche delle sue primedonne. E non dimentichiamo la scrittura di Amalia dei Masnadieri, ruolo, appunto, destinato alla Lind. Lo slancio e l’ardore insurrezionale non mancano, insito nel personaggio storico per la pulzella di Orleans, inventato per l’avventurosa ragazza rhodense, che finisce in un harem ed in vena di assoluto revisionismo, post concilio vaticano secondo, arringa i crociati con il titolo più consono che la storia regalò loro: predoni. Però Verdi evita alla Frezzolini l’uso del registro basso delle parti composte per la Barbieri Nini e la Loewe, e quando la impegna nella zona acuta (vedi rondò che chiude il secondo atto, piuttosto che la polacca “Non fu sogno” e un re bem toccato nella cavatina di Giovanna) evita l’attacco di slancio delle note acute, riservati alle altre due primedonne, con un rispetto della voce che se non è rossiniano guarda almeno a Donizetti. I due andanti di Giselda, poi, chiamano in causa la zona medio alta della voce e l’espressione dolente è molto prossima a quella di personaggi del catalogo donizettiano, che era il luogo privilegiato della prima interprete. Fra l’altro la Frezzolini doveva disporre di un controllo e distribuzione dei fiati di grandissima scuola, esaminando la linea vocale dei due passi, dove o si dispone di polmoni eccezionali o si sa “rubare” alla perfezione il fiato se non si vuole interrompere la linea musicale. E che le differenze ci siano lo ricordano le esecuzioni di una Scotto, quasi a suo agio quale Giselda, assolutamente in difficoltà vocale quale Abigaille. E fortuna, con buona pace dei suoi numerosi tifosi fra i quali non possiamo mancare, che ha tralasciato Odabella!

Gli ascolti

Giuseppe Verdi


Nabucco
Parte I - Prode guerrier...Io t'amava - Ghena Dimitrova
Parte II - Ben io t'invenni...Anch'io dischiuso un giorno...Salgo già del trono aurato - Maria Callas

I Lombardi alla prima crociata
Parte III - Dove sola m'inoltro...Oh, belle a questa misera - Cristina Deutekom & José Carreras

Ernani
Parte I - Surta è la notte...Ernani, Ernani involami - Marcella Sembrich, Montserrat Caballé
Parte I - Quel cor tentiamo...Da quel dì che t'ho veduta - Anita Cerquetti & Ettore Bastianini
Parte IV - Ferma, crudele, estinguere - Grace Bumbry, Lando Bartolini & Nicolai Ghiaurov

I due Foscari
Atto I - Tu pur lo sai - Cristina Deutekom & Jan Derksen
Atto II - Ah! padre! - Carlo Bergonzi, Maria Vitale & Giangiacomo Guelfi
Atto III - Più non vive - Leyla Gencer

Attila
Prologo - Allor che i forti corrono - Rita Orlandi-Malaspina
Atto I - Oh, nel fuggente nuvolo - Leyla Gencer
Atto I - Qual suon di passi - Maria Chiara & Veriano Luchetti

I Masnadieri
Atto II - Tu del mio Carlo...Carlo vive - Joan Sutherland
Atto II - Io t'amo, Amalia - Renato Bruson & Ilva Ligabue

Jérusalem
Atto III - Mes plaintes sont vaines - Leyla Gencer

I vespri siciliani
Atto I - In alto mare...Coraggio, su, coraggio - Maria Callas, Anita Cerquetti

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