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venerdì 29 luglio 2011

Attila alla Scala: secondo cast

Quel che si è udito la sera della prima ha convinto alcuni di noi a rigettare senza appello l’eventualità di assistere al secondo cast di Attila. D’altra parte, la compagnia titolare ha espresso così chiaramente la propria estraneità non solo al concetto di esecuzione verdiana ma al canto tout court da poter ambire alla palma della peggiore produzione stagionale del teatro. Produzione accolta, ricordiamolo (ma che sorpresa), da generale, robusta approvazione. La stessa che ha a sua volta premiato direttore e “secondi” cantanti, oltre ad aver lasciato più di un dubbio a chi fra i compilatori del Corrierino ha deciso di mettere alla prova una volta in più orecchie e onestà di cronaca.

Attila, frutto degli anni “di galera”, non è certo prodotto di immensa scrittura orchestrale, almeno per quanto riguarda la sfida alla tradizione e il rispetto delle forme canoniche del melodramma. Detto questo, non mi pare meriti di essere trattato col battipanni anziché con la bacchetta. Anche perché all’interno di quelle regole consolidate rimane un’opera fortemente meditata – lunghissima la gestazione – e amata, tant’è che lo stesso Verdi fece pervenire all’editore francese Escudier la richiesta di poterla convertire in un grand-opéra da allestire nella capitale. Non sottovaluterei poi nemmeno l’efficacia “fuori norma” del concertato del Finale Primo, la scrittura vocale di alcuni protagonisti – Odabella e Attila in primis – e lo splendido terzetto del terzo atto. Luisotti invece prende la solita via del sensazionalismo a buon mercato, delle scudisciate da parata militare, forse confondendo appunto il clima marziale invero presente – pensiamo all’ingresso di Odabella, nel prologo – con la celebrazione del santo patrono di Legnano o di Cerro Maggiore. A suo favore va accreditata la perizia nel mantenere omogenea la pasta orchestrale – lavoro affatto semplice, tenuto conto del livello della compagine in questione – e la capacità di smussare le spigolosità narrative del libretto dilatando le pause (spesso concentrate durante i passaggi in cui è presente il condottiero, come l’entrata nel prologo o la catarsi successiva all’intervento di Leone nel primo atto) e accelerando i momenti di fulgore patriottico (la cabaletta di Foresto in coda al prologo). Peccato che il meccanismo appaia però esasperato, con effetti da una parte letargici e dall’altra di puro ammiccamento a ritmi più consoni alle comiche del cinema muto. Manca poi di nerbo nell’agogica, finendo per trattenersi proprio laddove il momento chiederebbe maggiore respiro. Si pensi ancora al prologo, in particolare al primo confronto tra Attila e Ezio. Il generale romano dopo aver attaccato il tema “Tardo per gli anni” lascia spazio all’intervento dell’unno (“Dove l’eroe più valido”), null’altro che una variante del motivo di Ezio. Ci si aspetterebbe pertanto un mutamento di intensità anche in buca che sappia rimarcare a fini espressivi l’impeto di Attila nel ricusare l’offerta di armistizio proposta da Ezio. Lo comprendevano bene i vari “menarisotti” della tradizione recente, alla Nello Santi, per intenderci. Luisotti invece no. E allora ne vien fuori una direzione greve, confusa, inficiata peraltro dall’aggravante della recidiva: l’Aida londinese, e la rispettiva scena del trionfo, è ancora scolpita nella nostra memoria a riprova che l’enfasi roboante si è fatta – o è sempre stata? – cifra autoriale, fuori dall’occasionalità di una dubbia visione interpretativa. A voler tirar le fila, Luisotti non sa resistere al feticcio dell’effettaccio, all’imprudente trastullo con l’atomica, al richiamo del pestacarne. Di fatto, la sua Venusberg. La sua Disneyland.
Della performance di Lucrecia Garcia ha già ben detto a suo tempo la collega Giulia. Le magagne, quando frutto di carenze tecniche e non già di un’indisposizione passeggera, è naturale vengano riconfermate la sera, i mesi, addirittura gli anni a venire (fa sorridere in questo senso l’ingenuità – per non dire altro – di chi si ostina ancora a parlare di “serata sì, serata no”). Odabella, ancor più che Abigaille, è parte per artiste complete, capaci cioè di destreggiarsi con una scrittura che prevede scansioni belcantistiche su tutto il pentagramma e un legato da autentico soprano lirico. Che è poi quel che serve a definire un personaggio che passa appunto da momenti di veemenza ero(t)ica – è ciò che seduce Attila – ad altri di totale abbandono sentimentale, caratteristiche ben individuate rispettivamente dall’aria di sortita e da quella in apertura del secondo atto. Detto questo, il soprano venezuelano è manchevole su entrambi i versanti. La voce gira piuttosto bene in zona centro-acuta (l’attacco sul fa4 di «SAnto», la salita su «barbARO», l’esternazione “grandiosa e fiera” – come da spartito – in corrispondenza di «noi donne italiche»). Però già l’aggancio degli estremi acuti (strilla il do5 di «indefiniTO») è difficoltoso, come sfiatata è la vorticosa picchiata in semicrome discendenti che toccano il si grave, nella fattispecie sbracatissimo. In difficoltà anche nell’incipit dell’Andantino (“Allor che i forti corrono”), che insiste sulla prima ottava, sempre tubata (grottesche le terzine di «sempre vedrai pugnar»). Qualcuno dalle gallerie grida “Bravo Maestro!” (?). Riesce tuttavia ad essere espressiva, pur con un suono lievemente metallico, nel recitativo del primo atto “Liberamente or piangi”, in cui stupisce l’accento sospeso, adatto al clima di dolore e malinconia (efficace la forcella su «inVOco»). Censurabile però in toto il “fuggente nuvolo”, aria che esalta la perizia nella gestione delle arcate di fiato su cui la Garcia scivola indecorosa, tra continue stimbrature e suonacci stridenti. Non aiuta poi la presenza scenica, sicuramente più adatta alla Cieca di ponchielliana memoria.
Per quanto riguarda Michele Pertusi ci chiediamo quale necessità lo porti a sostenere – dopo quasi trent’anni di carriera – due prime parti come Mustafà e Attila una sera sì e l’altra pure (correa la solita provincialità del teatro stesso). Se le cose vanno appena bene col bey d’Algeri, non possiamo dire lo stesso del capopopolo verdiano, la cui scrittura più spianata fa risaltare le pecche di una voce ormai alle soglie del collasso. A dispetto di un’impostazione corretta, che poggia sui dettami di una scuola che ancora sapeva insegnare, il centro rimane l’unica zona ancora presentabile, quando non inficiata da evidenti cali di intonazione. In basso risulta svuotato (la bemolle grave di «muor», nella sortita), peregrini i tentativi di smorzare il suono (oltretombale il do3 su cui accenna la mezzavoce in corrispondenza di «Ei mi parLO’», nel recitativo con Uldino nel primo atto) e gli acuti - benché sonori – soffrono nel vibrato largo i segni dell’usura. Pertusi resta tuttavia buon fraseggiatore, come provano per esempio i cantabili «Mentre gonfiarsi l’anima» e «Oh, miei prodi». Però troppo spesso l’accento risente di un pacchiano “furlanetteggiare”, ossia spinge la voce attraverso una vocalizzazione mutuata direttamente dal colpo di glottide. Risultato, un’Attila esteriore, imbrattato di greve naturalismo (è quindi d’uopo il confronto col vegliardo Christoff nell’edizione live diretta da Bartoletti a Firenze).
Dopo il forfait di Marcelo Alvarez, Fabio Sartori avrebbe dovuto sostenere tutte le recite del cavaliere aquileiese. Le condizioni disastrose del tenore la sera della prima avevano portato Corriere e amici a paventare l’impossibilità per Sartori di reggere il ruolo in tutte le date previste. Detto, fatto. Subentra di soppiatto Giuseppe Gipali, e va appena meglio. Foresto non è parte granché amata. E per la difficoltà della tessitura – le due arie sono state scritte per Carlo Guasco, tenore di grazia che diede voce al primo Riccardo nella Maria di Rohan di Donizetti e che con ogni evidenza padroneggiava il passaggio di registro, come tutti i cantanti degni di questo nome – e per il ruolo tutto sommato secondario, scomodo per tenori che ambiscono a trionfi personali. Gipali si barcamena bene nei recitativi che introducono i cantabili. Il timbro è notevole, l’emissione pulita al centro, sebbene la proiezione sia esangue, impiccata tra gli assi del palco. I problemi arrivano con la salita all’acuto, sempre strozzato e spinto (esemplare la ripresa del tema della seconda romanza, col verso «Perché fai pari agli angeli»), complici anche i tempi pachidermici staccati da Luisotti. Considerazioni applicabili in egual modo all’esecuzione delle strette.
…e infine Leo Nucci, su cui c’è poco da dire e ripetersi. Ad onta di un volume superiore ai tre colleghi messi insieme, non stupiscono più gli acuti berciati, il legato dissestato e quindi calante, i recitativi vociati, etc. Non stupisce nemmeno che il re degli unni, davanti a un Timur da bocciofila travestito da generale romano, rispedisca al mittente una proficua tregua e decida di combattere da solo per l’intero bottino. Insomma, un Ezio del tutto privo di credibilità, perché mai portatore della giusta austerità che la parte prevedrebbe: difatti, l’accento starebbe bene forse a un Gérard di bassa provincia. Straniante poi la richiesta di bis – prevedibili più del cantante a cui li si chiede – al termine degli “immortali vertici”.
Come accennato sopra, una serata di grande successo, decretata da un teatro gremito di turisti e di abbonati Aslico, traslati in Scala per le canoniche due opere l’anno. Quindi, vagonate, anzi “pullmanate” di applausi per tutti.

Verdi - Attila

Prologo


Allor che i forti corrono - Rita Orlandi-Malaspina (1975)


Atto III

Non involarti, seguimi - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi-Malaspina, Piero Cappuccilli & Veriano Luchetti (1975)

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martedì 21 giugno 2011

Attila in Scala: un trionfo di barbarie.

Ieri alla Scala è andato in scena Attila, con un cast completamente riformato rispetto all’originario progetto ed ulteriormente modificato dal cambio last minute della titolare del ruolo di Odabella. Sicchè nel ruolo della vergine guerriera è stata proposta la terza scelta.
Un successo pieno e convinto, tributato da parte del teatro ad una produzione che ancora una volta ci ha dimostrato quali siano le “poetiche” esecutive oramai gradite ai più: le urla sul palco ed il fracasso della buca.

Che poi i cantanti debbano urlare oltre le loro possibilità per superare il muro di suono, che si frappone tra loro e la platea, o che il direttore debba ricorrere ad un numero esagerato di decibel e ad un quarantottismo orchestrale superficiale ed inutile per occultare, coprire e/o supplire a guai e carenze del palco è speculazione oziosa e che non porta da nessuna parte. Il dato di fatto è uno: rumore e chiasso. Ma siccome paga, perché la gente applaude, bravi loro!...e povero Verdi!
Anche se riteniamo doveroso raccontare, atteso che nessun altro lo farà la formazione del pubblico ossia: claque a ranghi serrati per evitare disavventure come Tosca o Cavalleria e Pagliacci; giovani studenti di conservatorio d'ambo i sessi e di variegata nazionalità sul lato Filodrammatici della seconda galleria, che vengono portati a educare gusto ed orecchio; vecchio pubblico che applaude del pari sordo e convinto, perchè riprovare la Scala è dire che non si è veri intenditori e allora ci si nutre del prodotto scaligero. Non comprendo nè le faccie scontente di parecchi all'uscita piuttosto che nell'unico intervallo, nè chi cerca di limitare peso e portata dal recente passato, pur di non ammettere che sotto il profilo vocale e musicale siamo a Waterloo. Gli uni mancano di coraggio, gli altri necessitano di molto molto fosforo.
Non è solo opinione di questo sito che il maestro Luisotti sia sicuro amministratore e concertatore delle compagini in buca e sul palco, autorevole e chiaro nel gesto, soccorrevole con i cantanti laddove occorre lasciar loro prendere un fiato abusivo o coprirli quando serve, e, come altri spettatori del recente concerto con la Filarmonica hanno verificato di persona che al maestro piacciano i F ed i FF, che ne abusi privando completamente il proprio dirigere di ogni slancio lirico, ogni afflato, ogni attimo di poesia. Nel sorbire una bibita al bar prima della recita, una coppia di signori non più giovan,i che evidentemente aveva assistito al concerto di Tchajkovsky e Prokofiev, assicurava ai presenti al tavolo che l’Attila sarebbe stato diretto da….“un rumorista”. Una battuta simpatica e garbata che, però, rende benissimo il senso della questione. Il signor Luisotti ha diretto con velocità, altissima intensità sonora ( da fare impallidire le serate più arrabbiate e nevrotiche del maestro Muti ), nessuna poesia e atmosfera ( si veda l’alba sulla laguna, che precede la sortita di Foresto, l’introduzione al primo atto cui segue il Fuggente nuvolo, il terzetto finale..etc..), mancando talora di nerbo ( paradosso dei paradossi!) negli accompagnamenti al canto ( la sortita di Odabella in particolare ) o di quella intensità ed espansione tipicamente verdiane che, valga per tutti, il concertato all’atto I o quello che precede le mancate nozze del secondo.
Ho letto or ora un’ inopinato paragone tra la direzione di ier sera e quelle celebratissime del maestro Muti. Non posso per nulla trovarmi d’accordo. Riccardo Muti, anche quello delle serate peggiori, non si è mai abbandonato a tanta gratuità bandistica, a tanto bimbarabum ossessivo e martellante quale quello udito ieri. Poteva essere nevrotico, scatenato, esagerato, ma mai così piatto, senza idee e rumoroso. Il Verdi tutto sangue e cabalette era quello di Muti, ma era Verdi, piacesse o meno. C’erano anche gli archi, certi colori dei violoncelli e dei contrabbassi, l’accompagnamento melodico al canto ( magari senza prese di fiato per i cantanti!...), ma anche il senso ottocentesco del testo, dei grandi momenti espressivi e teatrali di Verdi. Nella direzione di Luisotti, purtroppo no, e dirige senza che alcuna somiglianza possa mai essere invocata, per giustificarlo, con un Levine, ma anche con un più nostrano Patanè. Piace il fragore? Benissimo, è un fatto di gusti. Noi pretendiamo qualcosa di più, perchè secondo noi Attila è qualcosa di più di una banda.

La compagine vocale ha di certo fatto meglio di quanto avrebbero mai potuto fare gli interpreti originariamente chiamati, ma da qui a dire che si sia ben cantato ce ne corre. E parecchio!
In primo luogo va sottolineato, poiché è il problema cogente del canto lirico odierno, che nessuno del quartetto protagonistico esibisce una tecnica di canto “sul fiato”, ossia quella che, per intenderci, consente di manovrare la voce con facilità, guidandola dal piano al forte e viceversa con morbidezza ed omogeneità, emissione composta esente da forzature, finalizzata all’esecuzione della miriade di segni di espressione di cui Verdi costella la scrittura del canto o che l'autentico interprete deve di sua iniziativa inserire. Nel canto sul fiato il suono arriva nella sala senza ricordare allo spettatore la gola o qualsiasi altro organo del cantante, la voce suona “fuori dal corpo”, perfettamente udibile e sonora anche nei piani. Non c’è mai senso di fatica in questo modo di cantare, mai sforzo, mai lotta con la voce.
Ciò premesso, possiamo dire che ieri nessuno ha cantato secondo questi che sono i modi della tradizione vocale italiana.
Abbiamo udito gole ipersollecitate, canto di fibra, note spinte, gutturalità sparse, acuti indietro, voci gonfiate oltre il limite della razionalità per voler essere ciò che naturalmente e per tecnica non sono e non possono essere. Alla poetica del rumore si affianca oggi quello dello sforzo e dell’urlo dei cantanti, che cantano con fatica evidente e non possono restituire il personaggio che interpretano, le sue emozioni, gli intenti espressivi che l’autore voleva raggiungere. Tutto è atletico, muscolare, è una lotta con i propri mezzi. E non è l'atletismo vocala praticato da cantanti di cognizioni tecniche meditate di un Corelli, di una Nilsson, di una Price o anche di una Arroyo o diuna Cossotto, si badi bene. E’, viceversa, il frutto della perdita di certi saperi tecnici, dell’alchimia del canto all’italiana, che ha subito una progressiva vicarianza, vuoi per insipienza via via sempre più diffusa, vuoi per mal gusto anch’esso sempre più diffuso, da parte di tecniche che mettono il cantante in grado soltanto di spingere a più non posso, di non governare la linea di canto sul centro, di emettere acuti sul forte o falsettati. Tecniche inadeguate agli spartiti che, poi, si pretende di eseguire, che consentono l’ispessimento della voce ma ne compromettono la duttilità, la manovrabilità spontanea. I passaggi di registro, superiori o inferiori, si eseguono senza perizia, più frequentemente non si eseguono del tutto, e così si grida sopra e ci si ingolfa nei gravi. Il canto che ne discende è quello odierno ( si badi bene, odierno, non solo quello di ieri sera, ma quello normalmente dispensato dalla maggior parte dei cantanti odierni..), piatto, monotono, sempre forte o mezzoforte, che dei segni di espressioni ( centinaia, migliaia ) che costellano gli spartiti verdiani fa piazza pulita senza troppi problemi. Da un lato abbiamo i filologi, discorsi dotti sul rispetto dell'autore, l'autenticità della lezione, i fans del rigore mutiano al testo e dall'altra abbiamo nei teatri esecuzioni che dello spartito e di quanto in esso contenuto bellamente fanno piazza pulita ( e ieri sera eravamo in linea con l'andazzo generale, Verdi festival docet ) mentre il pubblico applaude soddisfatto. L'importante è stato.....assuefare il pubblico a tale estetica antistorica, ed il gioco ormai pare riuscito.

Ma vediamo da vicno i "lottatori" in campo.
Lotta con tutta evidenza il signor Sartori, alla prese da subito con il muro di suono che gli si para davanti alla sortita: l'onda de "La tempesta perfetta"! La voce si è fatta meno facile sul centro rispetto alle ultime prove scaligere, gli acuti sono sempre là, mai sfogati e squillanti, il legato è deteriorato, e Foresto gli costa grandissima fatica, nonostante sia uno dei pochi tenori che sul passaggio riesce un po’ districarsi, più per dote naturale che per tecnica. La cabaletta della sortita gli è costata uno sforzo enorme causa il fragore dell’orchestra, si è barcamenato al duetto con Odabella ma senza esprimere alcunché, ha messo lì la seconda aria alla meno peggio, senza mai avere la necessaria ampiezza di fraseggio e volume, per affrontare il terzetto finale senza benzina, dove puntualmente ha inciampato.
Lotta anche il il signor Vratogna, che canta alla Nucci senza le qualità vocali e tecniche di Nucci. Il gusto è quello attuale, contaminato e deteriore, la voce evidentemente fibrosa, la tessitura di “Dagli immortali vertici” troppo alta per dar luogo ad un canto con un po’ di legato e morbidezza, il personaggio monotono e truce, mai nobile, il canto senza intenzioni espressive, piatto anche lui.

Lotta Orlin Anastassov, basso verdiano cui manca di fondo l’ampiezza per cantare Verdi, almeno in sale grandi come la Scala. Le cose “migliori” le ha fatte sentire lui, ossia la sua quarta centrale, cui non sta appiccicato né un registro acuto udibile, dato che, pure lui, non sapendo eseguire il passaggio superiore, in alto talmente indietro da non sentirsi per nulla ( soccorrevole nella cabaletta il F di Luisotti sui vari fa acuti scritti, di cui non ne abbiamo udito uno solo..!) , men che meno un registro grave ( per un parte che poi grave non è ). Gli manca l’ampleur ad Anastassov, e soprattutto la risonanza che, con la giusta tecnica, un Ramey sapeva metter in campo per sopperire alla propria natura vocale, spontaneamente non consona a Verdi. L’ampleur ed il legato, udito solo a tratti, come al concertato davanti a Papa Leone. Il segno dei tempi è tutto qui: Ramey approcciò Verdi sporadicamente, con cautela e furbizia, conscio di non essere vera voce verdiana; Anastassov, che non ha la tecnica di Ramey nè una voce davvero importante, canta sopratutto Verdi....

Lotta la signora Lucrezia Garcia, ritenuta giovane promessa (in carriera da dieci anni, stando al sito della sua agenzia!), che forse dovrebbe attendere di essere più solida tecnicamente prima di darsi ai ruoli pesanti. La signora Garcia ha colpito il pubblico per una certa penetrazione degli acuti, frutto, però, di un canto di spinta, dunque incontrollato e non sempre a fuoco nell’intonazione. Il centro è debole, però, secondo i modi del canto odierno. Quando arrivano le frasi centrali da emettere con lirismo e dolcezza, basti pensare al terzetto finale, la voce si riduce in volume, il legato latita, il timbro è chioccio, per una certa tendenza a schiacciare i suoni. Se poi la tessitura si alza e non basta buttarla fuori, i guai sono lì sotto gli occhi e le orecchie di tutti. Il “Fuggente nuvolo”, grande scena di ripiegamento lirico e nostalgico del personaggio, di scrittura aerea, costellata da segni di piano e pianissimo e forcelle è stato eseguito sul mezzoforte per non dire sul forte, i segni di espressione bellamente spianati, e prese abusive di fiato clamorose, rabberci alla linea vocale e musicale come la salita al do, con paziente pausa della buca, per tacere della cadenza maldestramente scorciata e pasticciata. Il brano ne è uscito snaturato nella sua essenza espressiva e lirica, difficile da riconoscere. Avrà anche fatto buona impressione nell’entrata, dove la freschezza le ha consentito di lanciare gli acuti con una certa facilità e di eseguire la cabaletta con bella correttezza, ma poi tutto è finito lì. Una "promessa", a mio modo di vedere, deve provare di saper fare ciò che fa con sapienza tecnica non per dote naturale, e la signora Garcia non mi ha trasmesso alcun senso di solidità.


Lo spettacolo di Gabriele Lavia ha avuto bei momenti, il prologo in particolare ( a meno delle compagne di Odabella in mimetica ed anfibi ), con le rovine del teatro romano in primo piano, e momenti grotteschi, come la tavolata anni ’30 con le coriste in calottine di strass, lampadari e tavolata da ricevimento mondano antistante un frammento a rudere della Scala bombardata, metafora, immagino, sul declino del teatro piuttosto insignificante. Idem dicasi per l’ultimo atto, con la solita proiezione su maxischermo di film hollywoodiano sui Attila, stile fratelli Lumiere ( 3° o 4° volta quest’anno?...), poltroncine anni ’50 tra le quali si aggirano i protagonisti della tragedia. Regia pochetta e piuttosto banale, qualche cappotto in pelle immancabile, piuttosto una certa incoerenza di cifra tra le scene, ma forse era il male minore. Tanto valeva riprendere la produzione precedente assai meglio riuscita, dato l’esito alterna, di poca inventiva, che non mi ha convinto per nulla, a differenza di altri spettacoli dello stesso Lavia.

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venerdì 10 giugno 2011

Verdi Edission:Attila

Con Attila è una tragedia teatrale di secondo piano, sostenuta da oscure passioni sullo sfondo della buia Italia barbarica, ad intrigare Verdi dopo Alzira. Un soggetto storico famosissimo, dunque, la calata di Attila in Italia e la sua sconfitta per opera di Papa Leone III, in anni in cui la storiografia italiana era ancora acerba in fato di studi sul mondo tardoantico e barbaro.

Il romanticismo tedesco, invece, si rivolge agli albori della propria storia, a sondare le sue origini “barbare “ sopra le macerie del mondo romano. Il Verdi degli anni ’40 è nel pieno della ricerca del superamento della tradizione passata a favore di un nuovo che ancora è ben lungi dall’essergli chiaro e definito nella mente: cerca ispirazione nei testi da cui trarre i libretti, drammi che incarnino un modo moderno, più attuale, di rappresentare sentimenti, azioni, atmosfere. Nello sforzo di abbandonare l’espressività tutta metaforica della tradizione belcantista italiana, si rivolge a soggetti, come quello dell’”Attila. Koenig der Hunnen” (1808) di Werner, dalle tinte forti, personaggi molto marcati, dalla psicologia squadrata, di grande potenza tragica. Lo sfondo è quello selvaggio e violento della metà del V secolo, così come la storiografia romantica tedesca tratteggia per tutto il XIX secolo l’età barbarica, il clima è fosco, oscuro e minaccioso. Apparentemente Verdi subisce il fascino del romanticismo tedesco, e non è un caso che l’incontro con Werner avvenga dalle pagine del “De Allemagne” della De Stael, il primo vero manifesto dell’arte romantica ottocentesca d’Oltralpe. Un testo affatto nuovo, di una trentina d’anni prima, già ampiamente discusso e dibattuto in Italia, illuminante per capire i modi, piuttosto tardivi e forse anche occasionali, dell’incontro di Verdi con le poetiche d’avanguardia straniere. Budden ci dice che il Solera, librettista prescelto per la riduzione dell’opera, si sia più interessato agli aspetti patriottici del testo, ossia alla resistenza degli Italici agli Unni, che non alla poetiche romantiche dispiegate nel testo della Stael, cui Verdi lo pregò apertamente di interessarsi. Poetica che individuava nel lato spirituale ed intuitivo l’altra componente umana opposta al lato corporeo e materiale, e che l’artista poteva cogliere e rappresentare solo per il tramite dell’elemento fantastico. Notoriamente non c’è mai nel romanticismo italiano, men che meno nel pragmatico Verdi, tanta forza speculatrice e tanta coerenza quanta se ne riscontra in quello tedesco o francese. Il musicista, e come lui numerosi artisti del suo tempo, continua ad oscillare tra il passato ed il presente, tra l’ingombro dato dai retaggi consolidati, in questo caso prototipi vocali o drammaturgici etc, ed una modernità, in sintonia con i tempi correnti, ancora tutta da definire.
Verdi, si è detto, è per natura, ma anche per forza di avvenimenti, un pragmatico: supera con grande facilità le incongruenze che si originano nella riduzione librettistica del dramma teatrale, anzi, dà loro rilevanza nulla. Ricerca situazioni drammaturgiche valide, congeniali al proprio linguaggio musicale, mirato alla sua sintetica ed efficace introspezione psicologica dei personaggi. Ragione che porta allo scontro con Solera per l’ultimo atto dell’opera, che Verdi voleva assolutamente incentrato sui protagonisti e non su una scena corale, secondo clichè consolidati.
Quale esatto significato corrisponda poi alle parole ed alle enunciazioni di intenti dell’autore, è l’opera stessa a spiegarcelo. Odabella, virago guerriera, amante e figlia, donna leale e ferma nei suoi propositi di vendetta, è forse il personaggio più sviluppato sotto questo profilo. Si presenta in scena in modo nobile e combattivo, apertamente aggressivo verso l’antagonista. Il personaggio trova poi momenti di vero lirismo nella meditazione un po’ trasognata di “Oh del fuggente nuvolo”, ove il ricordo del padre si fonde con quello dell’amato Foresto; lo slancio la caratterizza, come tutte le prime donne verdiane, anche nel duetto con Foresto, quindi ancora nel concertato, prima di tornare al lirismo del terzetto finale ed al quartetto conclusivo. Odabella è trasformata rispetto alla tragedia di Werner, di barbaro ha assai poco, perché canta con lo stesso aplomb aristocratico della Contarini o di Elvira, anche quando il personaggio raggiunge il suo acme drammatico. La vocalità è variegata, come sempre nel primo Verdi, non definibile in modo unitario. L’estensione è superiore alle due ottave, dal do5 a scendere sotto il rigo, come nella sortita; la scrittura fiorita in modo talora anche ostico con fioriture, quartine, trilli etc da eseguire in punta di forchetta, altre volte aerea, abbastanza acuta, da eseguire in “dolcissimo”, come all’aria del primo atto. I riferimenti psicologici e vocali di Odabella sono interni alla produzione verdiana precedente, che da Abigaille in poi consolida e definisce i tratti della protagonista femminile.

Più univoco e meno sfaccettato il personaggio di Attila. Verdi non avrà più un protagonista maschile tanto rilevante, in chiave di basso, sino al Filippo II di Don Carlos. Attila è monumentale, a tratti magniloquente, come il Maometto II o l’Assur di Rossini, e non a caso il suo primo interprete era un esperto di quei ruoli. A loro si riconduce il tratto del basso nemico e amoroso (Maometto), ma anche quello dell’uomo negativo in preda a tormentati presagi (Assur), che troveranno prestissimo una ben maggiore e più sviluppata restituzione in Macbeth. Insomma, a perfetta mezza strada fra Rossini e il Verdi successivo, la psicologia di Attila è semplice, meno raffinata e classica dei modelli dell’età della Restaurazione, ma efficace. La sua natura barbara, l’Attila della storia, è quella del canto di forza, svettante e baldanzoso, mentre il lato teatrale, quello “nuovo”, anche se solo in parte, è quello del sogno premonitore che spaventa il personaggio per un attimo, ma da cui subito si affranca. La paura e lo sgomento, assieme al poco sviluppato innamoramento per Odabella, sono i suoi lati umani e, dunque, teatrali. Dal misticismo sacerdotale di Zaccaria, parecchio astratto a ben pensare, Verdi passa ad un personaggio più reale, efficace perché aderente alla psicologia semplice e rozza di un re barbaro ancora oleograficamente inteso. Il primo interprete, Ignazio Marini, per cui Verdi aveva composto la cabaletta postuma di Silva, univa alle prerogative tipiche dei bassi cantabili di Rossini anche una sensibile estensione nel registro grave, di puro basso: il suo repertorio, infatti, includeva anche Mosè, Marcello degli Ugonotti, Oroveso e Mustafà, Caspar del Freischutz.

Meno sviluppati gli altri due personaggi maschili.
Ezio è una figura apparentemente contraddittoria, dato che si presenta in scena proponendo un accordo ad Attila per spartire l’impero. Proposta con cui Ezio tenta pragmaticamente di salvare almeno Roma, ma che appare, nell’ottica romantica, una viltà. Il personaggio diventa poi il leader della vendetta assieme a Foresto. Vocalmente, al di là della qualità maggiore o minore dell’invenzione musicale, il personaggio ha già moltissimo del prototipo baritonale verdiano, in continuità con quello di Verdi. Il personaggio è politico, e quello tra lui ed Attila è, di fatto, il primo duetto politico della produzione verdiana. Il canto ha i caratteri dell’aristocrazia e della nobiltà, sempre composto, tratti tipici del baritono verdiano. La scrittura, come nella maggior parte dei casi, acuta, talora anche acutissima, annovera ampi cantabili che ascendono a tessiture alte lentamente e con ampiezza, da Don Carlo al futuro Conte di Luna etc. “Dagli immortali vertici “ è un archetipo del canto baritonale verdiano. E’ ancora il lato introspettivo ad essere carente ed acerbo, e basta il confronto con la straordinaria figura del futuro Posa a darci la misura del gap che intercorre tra il significato nostro, attuale, delle parole usate da Verdi e la corrispondente realizzazione che ne diede.

Anche per l’amoroso Foresto vale la stessa chiave di lettura, ossia di relativizzazione dei significati. La sua psicologia è semplice, quella dell’innamorato e del patriota. A lui i connotati tipici del tenore verdiano, il canto nobile frequentemente battente sul passaggio di registro superiore, tipico esempio la scrittura ascendente di ”Si quel io son ravvisami” con Odabella, oppure la poderosa ampiezza della linea di canto della scena che apre il terzo atto, l’andantino “Che non avrebbe il misero..” con frasi che dalla zona centro grave salgono sino al la acuto con messe di voce scritte, e successive discese da eseguire smorzate verso il centro . Anche Foresto non può esimersi, come Ezio, dal canto a cabaletta sia in chiusa alla prima aria che nella stretta all’unisono del duetto con Odabella. Il primo interprete, Carlo Guasco, fu uno dei tenori che di fatto amministrò il passaggio dal tenore donizettiano a quello verdiano, creando vari ruoli tra cui il Riccardo di Chalais di Maria di Rohan e l’Oronte dei Lombardi, tenori capaci di gestire il canto elegante a fior di labbro e l’accento nobilmente aulico e nobile. Per Foresto, tra l’altro, Verdi approntò in seconda e terza battuta ben due arie alternative, la prima per Ivanoff, perduta, in occasione delle rappresentazioni triestine dell’Attila nel 1846, da collocare al posto di quella dell’atto III; la seconda per Napoleone Moriani alla Scala di Milano, qualche mese dopo, “ O dolore! Ed io vivea…”, modernamente eseguita da Luciano Pavarotti in disco.
Due scelte che collocano Foresto nella schiera degli amorosi di sapore donizettiano, o meglio, che indicano l’evoluzione del tenore donizettiano in Verdi.

L’opera sopravvisse nei cartelloni sino alla seconda metà del XIX secolo, condannata all’oblio per il superamento del sapore prettamente risorgimentale che la connota. La stringatezza con cui l’azione si svolge, il clima, la psicologia dei personaggi ne fecero un opera obsoleta e fuori moda nell’ambito della produzione melodrammatica di fine Ottocento. Le riprese moderne, ispirate dagli studi verdiani del dopoguerra, anni ’60 in particolare, si ricollegano a nomi di bassi celeberrimi da Boris Christoff in poi, passando per Nicolai Ghiaurov sino al più recente Samuel Ramey, che ha praticato il ruolo leggendolo dalla prospettiva di un belcantista e non di un cantante da tardo Ottocento. Con Ramey la parte, a valle della belcanto renaissance, ha trovato la giusta collocazione storica, ove le reminiscenze belcantiste si uniscono a nuovi accenti e stilemi espressivi che fanno presagire il poi.
A fianco di cotanti bassi, protagoniste di grande blasone del Verdi di mezzo, una non più giovane Leyla Gencer in primis, sino a Maria Chiara, senza dimenticare voci più spinte come l’Orlandi Malaspina o Ghena Dimitrova. Non stupisce certamente il riascolto della Gencer, ne illustrammo le ragioni nella puntata dedicata al cantare Verdi senza voce verdiana: il canto rifinitissimo, struggente e di slancio è la cifra stilistica più pura della cantante turca anche in una fase avanzata della carriera. Stupisce, invece, Ghena Dimitrova ingiustamente bollata dai più come “urlatrice”. Non è la cavatina della virago Odabella ad impressionare, ma l’esecuzione rifinita del “Fuggente nuvolo”, dove la cantante bulgara, nel 1984, ossia in anni di monopolio del repertorio pesantissimo, dà prova di sapienza tecnica nel gestire il canto in pianissimo ad alta quota.
Una nota particolare per il ruolo di Foresto, che ha trovato nella voce di Carlo Bergonzi la migliore restituzione in età moderna, nonostante le pochissime recite dal vivo. La capacità di dispiegare un canto ampio e nobile nel fraseggio, rispettoso dei segni di espressione, solidissimo sul passaggio superiore, è prerogativa unica del tenore parmigiano nell’antologia di esecuzioni a noi pervenute. La difficile aria del II atto è un monumento di canto tenorile sul passaggio che al giorno d’oggi non ha riscontro in alcun cantante in attività, compresi quelli che, incapaci dell’ABC del canto, si abbandonano a ridicole censure circa la “non verdianità” di Bergonzi: silenzio e tutti a scuola ad imparare !


Gli ascolti

Verdi - Attila


Preludio - Riccardo Muti (1972)

Prologo

Allor che i forti corrono...Da te questo or m'è concesso - Cristina Deutekom (1978), Maria Chiara (1983)

Tardo per gli anni e tremulo - Renato Bruson & Ruggero Raimondi (1972), Piero Cappuccilli & Nicolai Ghiaurov (1975)

Qual notte! - Riccardo Muti (1972)

Ella in poter del barbaro - Carlo Bergonzi (1973), Veriano Luchetti (1972)

Atto I

Liberamente or piangi...Oh nel fuggente nuvolo - Leyla Gencer (1972), Ghena Dimitrova (1984)

Qual suon di passi! - Maria Chiara & Veriano Luchetti (1983), Ghena Dimitrova & Nunzio Todisco (1984)

Mentre gonfiarsi l'anima...Oltre quel limite - Samuel Ramey (1986)

Parla, imponi! - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi Malaspina, Veriano Luchetti, Piero De Palma & Luigi Roni (1975)

Atto II

Dagli immortali vertici...E' gettata la mia sorte - Giangiacomo Guelfi (1970), Piero Cappuccilli (1975)

Del ciel l'immensa volta - Ruggero Raimondi, Giangiacomo Guelfi, Antonietta Stella, Gianfranco Cecchele & Fernando Ferrari (1970)

Atto III

Che non avrebbe il misero - Carlo Bergonzi (1982)

Che più s'indugia? - Giangiacomo Guelfi & Gino Penno (1951)

Te sol, te sol quest'anima - Luisa Maragliano, Bruno Prevedi & Renato Bruson (1972)

Non involarti, seguimi - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi Malaspina, Piero Cappuccilli & Veriano Luchetti (1975)


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martedì 6 aprile 2010

Attila, Muti e il "sogno americano"

E così Riccardo Muti è sbarcato in America. Il Maestro che “tutto il mondo ci invidia”, incompreso e sbeffeggiato nella madrepatria, “vigliaccamente” cacciato con un “colpo di mano sindacale” in diretta TV (officiante Emilio Fede, con un collegamento speciale del TG4 che testimoniò, tra sospiri delusi, retorici “vergogna!” del giornalista e “pacate” invettive contro l’ingratitudine delle maestranze, le fasi più convulse della sfiducia), costretto suo malgrado ad allargare le fila della nostrana “fuga di cervelli” in viaggio (di speranza) verso lidi più fecondi (ma, il nostro, col piglio un po’ guascone e un po’ levantino dell’emigrante), ha finalmente trovato una collocazione che i suoi fan ci assicurano “prestigiosissima”. Anzi, più d’una, dopo il purgatorio delle piazze periferiche (su cui spicca, per basso livello, la grigia Piacenza): ora sul suo regno – esteso su entrambe le sponde dell’Atlantico – davvero non tramonta mai il sole. E’ recente l’incarico stabile all’Opera di Roma (fortissimamente voluto dalla strana coppia Gianni Alemanno/Bruno Vespa, l'uno in veste di sindaco, l'altro come consigliere del teatro, nessuno con reali competenze musicali), mentre è ormai consueta la sua presenza a Salisburgo.

Figura discussa e discutibile, musicista con luci e ombre, “primadonna” con le smanie dell’one man show sempre e comunque (anche a costo di sotterrare uno spettacolo per far brillare la sua stella), responsabile – almeno in parte – della decadenza del Teatro alla Scala, è tornato alla ribalta. I suoi “vedovi” – assai diversi dagli analoghi abbadiani che sono meno rancorosi e complottisti, ma più saputelli, sofisticati e radical chic (si sentono moralmente superiori, costoro) – si preparano ad uscire dai loro rifugi carbonari per riappropriarsi del loro culto (anche se all’appello mancheranno in molti, rispetto ai plauditores del ventennio: spariti al mutare di bandiera), con il solito rancore, ma con un pizzico di soddisfatta rivalsa, approfittando dell’attuale disastro del teatro meneghino (la cui gestione – la peggiore di sempre – fa persino rimpiangere le tremende stagioni mutiane) e dei “trionfi” esteri che i giornali patrii attribuiscono al loro idolo (a volte peccando di un certo eccesso letterario e confondendo il vero con il desiderato), e pregustandosi le inevitabili polemiche che seguiranno la plantumazione del centro di Milano che l’amministrazione comunale ha deciso inaudita altera parte (naturalmente paga la cittadinanza) per assicurarsi la presenza del divo Claudio dopo gli anni dell'esilio. Comunque sia, Muti torna a scaldare quel che resta del SUO pubblico, anche se costretto a faticose e dispendiose trasferte romane, per la serie “non può quel che vuole, vorrà quel che può”. Ma più che guardare a Roma (e non alla prestigiosa – per davvero – Accademia di Santa Cecilia, ma a quel baraccone che è il Teatro dell’Opera: immagine speculare del bizantinismo grottesco e sprecone che regge la nostra Pubblica Amministrazione - anche nei suoi livelli supremi), preferisco rivolgermi oltre oceano. Il Maestro Muti, infatti, con la sua indole da arruffapopoli e l’incontestabile abilità, un po’ cialtrona, nel vendere sé stesso (i suoi pregi e, soprattutto, i suoi difetti), ha conquistato il pubblico di Chicago con un programma poutpourri che, seppur indefinito quanto a linee guida e scelte estetiche (e a forte rischio di anonimato) , che assomiglia ad una specie di “il meglio di…” del repertorio sinfonico del Maestro, presenta una serie di titoli mai affrontati dalla Chicago Symphony Orchestra (l’orchestra di Reiner e di Solti, passata a Muti dopo Barenboim), e che, verosimilmente, hanno destato la curiosità e l’aspettativa di un pubblico avvezzo a tutt’altro genere (e abituato a differente aplomb rispetto all'istrionica esuberanza del Maestro). Un programma modesto, a dire il vero, anche se i suoi italici adepti hanno gridato a chissà quale miracolo, accusando chi critica di essere un rosicone. Ma, soprattutto, Muti sbarca al Met. Per la prima volta. E per il suo debutto sceglie Verdi e con un titolo tra i più legati alla sua carriera: Attila. L'opera è una delle più interessanti del primo Verdi ed è emblematica del suo stile: pregi e difetti. Ma è anche opera assai difficile: prevede un ruolo monstre per il soprano (Odabella è uno dei personaggi vocalmente più pesanti dell'intero catalogo), a cui è richiesta forza, resistenza, estensione, agilità, ma anche abbandono nei momenti più lirici, e fin dal suo ingresso in scena, con l'esaltante “Santo di Patria” e quel salto di 2 ottave che ne caratterizza l'incipit (indimenticabile è l'esecuzione della Sutherland); e così pure per basso e baritono (Attila ed Ezio), chiamati l'uno a rendere il difficile equilibrio tra nobiltà e barbarie senza scivolare nel facile cliché del villain o del suo opposto, l'altro a interpretare l'ultimo condottiero di Roma, attraverso una linea vocale impervia e molto acuta che mette a dura prova le corde baritonali; per non parlare del tenore, drammaticamente insulso, ma musicalmente assai complesso e inafferrabile. Anche direttore e orchestra sono chiamati ad una prova impegnativa: con il primo Verdi il rischio dell'effetto banda è dietro l'angolo, così pure l'eccesso contrario. Peraltro anche il titolo debuttava al Met. Peccato: penso a come sarebbe potuto essere l'Attila di Levine, anima del teatro di New York e della sua orchestra (portata, grazie alle sue capacità, a livelli di eccellenza) , nonché il più grande direttore verdiano vivente (e uno dei migliori in assoluto), capace di mantenere un equilibrio perfetto tra slanci risorgimentali, vena melodica, romanticismo e strappi lirici, senza rinunciare a precisione, raffinatezza e nobiltà d'esecuzione (e rispettando con passione e amore i segni d'espressione verdiani: si ascoltino le incisioni di Giovanna D'Arco, Luisa Miller, un incredibile Stiffelio, e poi Ernani, Don Carlo, Trovatore, Aida...). Forse proprio la primizia del titolo ha influenzato sulla scelta: Muti ha, come sempre, voluto primeggiare, evitando confronti, creando l'evento, e passando - in qualche modo - alla storia. Ma la storia racconta di un esito interlocutorio: un successo personale di Muti, più sulla fiducia che sull'esibizione (gli applausi maggiori si sono sentiti al suo ingresso), un'accoglienza tiepida ai cantanti (alcuni contestati...al Met!) e fischi per l'allestimento e la regia. Non una bella serata. Non un bel debutto. Niente da far passare alla storia (salvo i fischi, davvero inconsueti al Metropolitan...questo sì evento storico da segnare nelle cronache del teatro). Ma resta, comunque, un tassello importante nella storia personale di Muti, nei suoi rapporti con l'opera verdiana. Attila è una partitura molto frequentata dal Maestro, e ha segnato tappe importanti nella sua carriera. Dall'edizione Rai del 1970 (forse la più bella), a quella di due anni dopo con la Gencer a Firenze; dall'incisione del 1989 e le seguenti rappresentazioni nella stagione scaligera '90/91 (con uno straordinario Samuel Ramey) sino a questo Attila del Met, 20 anni dopo. Nel corso di questi 40 anni l'interpretazione del titolo è cambiata con il mutare della bacchetta, della sua sensibilità, delle sue esperienze e delle sue visioni estetiche-musicali. E non è cambiata in meglio. Innanzitutto nella gestione delle voci (da sempre bestia nera dell'ex direttore scaligero): non mi addentro nelle scelte, si aprirebbero discorsi troppo ampi e fuorvianti, parlo di accompagnamento e rapporto palco/buca. Il direttore che amava il canto e che cantava con l'orchestra, solare e calda, delle prime due incisioni, lentamente scompare, impegnato nella costruzione del monumento a sé stesso e nel proprio culto della personalità. L'orchestra si fa pesante e invasiva, i tempi forsennati, senza concedere nulla alle voci che si avventurano sul palcoscenico: tutto ruota intorno al podio e al suo satrapo. Con la scusa di una filologia mal interpretata (e utilizzata a seconda di vantaggi spicci e funzionali alla propria autocelebrazione) Muti si appropria del vero Verdi, con la pretesa di ripulirlo da certe perfide tradizioni (intento sacrosanto e quanto mai opportuno: la cosiddetta tradizione ha compiuto scempi da condanna a morte), ma con risultati discutibilissimi anche sul piano filologico (togliere acuti e cadenze, soprattutto nel primo Verdi, è sbagliatissimo, anti storico, anti scientifico, anti filologico appunto): eseguire la partitura “così come scritta”, non significa nulla, anzi, si finisce per tradirla (si legga quanto scrive Gossett sull'argomento). E così si passa dalla Stella e la Gencer ad una insulsa Studer, che galleggia a stento nei panni di Odabella, sino alla Urmana del Met. Da Lucchetti si passa al tremendo Schicoff (e all'illustre Sig. nessuno - Kaludi Kaludov - degli spettacoli scaligeri) ad un tenore donizettiano come Vargas, che non disturba il concertatore. Per non parlare del protagonista: Raimondi, Ghiaurov, Ramey...Abdrazakov. Ma non voglio parlare dei cantanti: i nomi sono scritti e il confronto è impietoso. Tre sono i grandi momenti orchestrali dell'opera: il preludio, l'alba sulla laguna adriatica e il grande finale II. Le incisione degli anni '70 mostrano una lettura epica, ma non retorica; elegante, ma non molliccia: un Verdi robusto, vibrante, esaltante. Non un Donizetti in minore, ma un compositore con un suo preciso linguaggio che Muti non nasconde, non maschera, non attutisce. Evitando gli effettacci di certa tradizione. Le cose cambiano radicalmente con le edizioni scaligere: qui Muti è troppo occupato a fare Muti, tanto da tralasciare Verdi. Come sempre, in quegli anni, l'orchestra si copre di gloria (riflessa, naturalmente: il trionfo è per la bacchetta). Ma è solo un mutamento di linguaggio, un diverso disegno interpretativo: una direzione esemplare per certi versi (a tratti migliore di quella degli anni '70), ma deficitaria in altri. I ritmi, ancora una volta, sono travolgenti: gli stacchi delle cabalette sono incalzanti senza essere pompieristiche, il suono non è mai sbracato, il racconto è teso e la lettura continua e unitaria (talvolta però i cantanti perdono il filo: Zancanaro nello splendido duetto con Attila dell'atto I). Ciò che manca, però, è lo slancio romantico dei momenti lirici: l'abbandono anche edonistico a certi disegni melodici verdiani, l'indulgere in taluni particolari, certi rallentando (si prenda il preludio inciso da Karajan e lo si confronti con uno qualsiasi di Muti: sembrano brani diversi). Muti, forse nell'intento di nobilitare Verdi, lo sterilizza: getta una patina di anonima eleganza neoclassica che nulla c'entra con i turgori del melodramma ottocentesco. Trasformare Verdi in epigono di Cherubini o Spontini, non solo è sbagliato: è stupido. E Muti, nel ventennio scaligero, ha ricondotto ogni partitura affrontata ad una pulizia asettica, ad un suono secco e compito, preciso e sterile, che ha soffocato ogni slancio e ha, di fatto, omologato tutto e tutti. L'alba che si stende sulla laguna è resa come in un dipinto di Poussin, non concede nulla all'impeto romantico, al colore e al calore, alle suggestioni che la musica richiama. Una lettura legittima? Forse, ma dai risultati dubbi: è fredda, glaciale, matematica. Lo stesso difetto, lo stesso problema, sarà la causa del tonfo dei Vespri Siciliani (ridotti a tragédie-lyrique) e caratterizzerà tutto il suo Verdi scaligero. La lettura del Met prosegue nella medesima direzione, recuperando solo un poco della solarità mediterranea che caratterizzava le precedenti incisioni, ma in compenso lasciandosi andare a effettacci bandistici assai sgradevoli (naturalmente i media nostrani hanno dato la colpa all'orchestra del Met, accusata di essere men che mediocre: eppure come diversa appare sotto la direzione di James Levine!). Ma la questione ha una portata più ampia. Non me ne vogliano i tifosi del Maestro, ma fondamentalmente Riccardo Muti non è - e non è mai stato - un direttore verdiano! Lo è diventato solo grazie ad una fortuita combinazione di fatti e circostanze: dall'autoincoronazione in tale ruolo all'inesperienza di quel pubblico e quella critica che, durante il ventennio scaligero, si spellava le mani o consumava le penne...a prescindere (e privi di reali riscontri con qualcosa di diverso), sino all'ampio battage mediatico che ne volle fare - sconsideratamente - l'erede di Toscanini (anche in reazione al tedesco Abbado): un'eredità il cui valore, peraltro, sarebbe da ridimensionare e discutere. Ora, generalmente, non essere un direttore verdiano, non costituisce un grave difetto né una qualche mancanza particolare, salvo in un caso: quando si dirige un'opera di Verdi. E anche in questo caso si dovrebbero fare dei distinguo, giacchè almeno a partire da Aida il linguaggio cambia profondamente: ma con il resto del catalogo verdiano non si può imbrogliare, soprattutto nei primi titoli, sino agli anni di galera (quando ad emergere è soprattutto il mestiere - anche di eccellente o geniale fattura - piuttosto che le finezze e le raffinatezze che ne hanno caratterizzato la scrittura a partire dalla trilogia popolare).


Gli ascolti

Verdi - Attila


Preludio - Riccardo Muti (1970 - RAI, 1972 - Firenze, 1991 - Milano, 2010 - New York)

Prologo

Qual notte!(1970 - RAI, 1972 - Firenze, 1991 - Milano, 2010 - New York)

Atto II

Del ciel l'immensa volta...Lo spirto de' monti...L'orrenda procella...Oh, miei prodi!

1970 - Roma, RAI.

Attila: Ruggero Raimondi
Odabella: Antonietta Stella
Ezio: Giangiacomo Guelfi
Foresto: Gianfranco Cecchele
Uldino: Fernando Ferrari

Orchestra e Coro della RAI di Roma.

1972 - Firenze, Teatro Comunale.

Attila: Nicolai Ghiaurov
Odabella: Leyla Gencer
Ezio: Norman Mittelman
Foresto: Veriano Luchetti
Uldino: Ottavio Taddei

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Firenze.

1991 - Milano, Teatro alla Scala.

Attila: Samuel Ramey
Odabella: Cheryl Studer
Ezio: Giorgio Zancanaro
Foresto: Kaludi Kaludov
Uldino: Ernesto Gavazzi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano.

2010 - New York, Metropolitan Opera House.

Attila: Ildar Abdrazakov
Odabella: Violeta Urmana
Ezio: Giovanni Meoni
Foresto: Ramon Vargas
Uldino: Russel Thomas

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House, New York.

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domenica 7 marzo 2010

Attila al Met

Attila, radiotrasmesso ieri sera ed in scena da una decina di giorni al Met di New York è stato il debutto sul podio del primo teatro degli Stati Uniti d’America di Riccardo Muti, ormai prossimo ai settant’anni. Debutto atteso per il pubblico e soprattutto per il direttore, che da tempo non aggiungeva, dopo i noti fatti della Scala un podio di rilievo.

Attila è un titolo che Riccardo Muti ben conosce, atteso che il suo primo incontro risale al 1970 presso la Rai, allora artisticamente guidata dal mentore di Muti, ossia Francesco Siciliani. Più volte il maestro di Molfetta è tornato ad affrontare il testo verdiano. Voglio credere che presto avremo il tempo di una disamina attenta dei vari incontri fra Muti ed Attila.
Era poi, un debutto per il titolo sulle scene del Met. E ui il rimpianto di un antico approdo è molto perché , per giocare al fantacast nel 1930 sul palcoscenico si sarebbe potuto sentire e vedere un Attila irraggiungibile ed impensabile con Ezio Pinza, Lawrence Tibbett/Giuseppe de Luca/ Giuseppe Danise, Giovanni Martinelli/Giacomo Lauri Volpi, Elisabeth Rethberg sotto la guida verdianissima di un Ettore Panizza o di un Tullio Serafin.
Oggi, a conti fatti, il pubblico newyorkese di quel che ottantenni a poteva essere la prassi ha potuto sperimentare solo una direzione verdiana.
La direzione di Riccardo Muti è stata della ripresa radiofonica l’aspetto migliore. Il preludio, l’introduzione al quadro di Aquileja con il levar del sole (che era un sole di una caldo luglio lagunare, per lo splendore ed il turgore dell’orchestra) il colore fosco che accompagna il peregrinare di Odabella in attesa di Foresto, lo stacco ed il piglio di molte scene fra cui la stretta del duetto fra i due amanti, l’apparizione di Leone e tutto il finale primo sono veramente splendidi da sentire e verdiani nella accezione e diffusa e condivisibile del termine. Spesso l’orchestra e con lei il direttore cantano. Lo fanno in luogo e vece dei mediocri esecutori vocali. Talvolta lo fanno alla Muti ossia cantano solo loro come accade in tutte le cabalette dove il ritmo e l’aplomb sembrano essere le prime ed uniche preoccupazioni del maestro e dove gli applausi sono strappati al pubblico grazie, appunto, alle prodezze orchestrale e non certo ai sovracuti alle note tenute alle filature, ossia alle prodezze vocali, che forse in Verdi hanno ancora la loro importanza.
Un tempo questi erano torti gravissimi e vizi capitali,perché la disponibilità era di cantanti del rango di un Ramey, per parlare di uno che il maestro accettava ed il cui trionfo, proprio in Attila, seguito da richiesta di bis diede l’occasione al maestro per un evidente gesto di insofferenza e stizza. Oggi con la miseria imperante sono vizi e torti ben più contenuti. Non solo, mentre un tempo si poteva sempre trovare un cast alternativo e migliore delle scelte del maestro oggi si stenterebbe nel già nominato gioco del fantacast.
Gli insulti, le rimostranze e lo stupore sono già stati espressi in chat da alcuni nostri affezionati lettori ed amici. Non posso che condividerli.
E’ evidete che il volume e l’ampiezza vocale di Ildar Abdrazakov e Violeta Urmana non sono neppure da primo Verdi perchè nessuno dei due dispone di una tecnica di canto adeguata e consona al ruolo. La signora Urmana dal sol acuto urla a voce piena, miagola sul piano e sul pianissimo. La non fresca Leyla Gencer, Odabella di Muti nel 1972, a Firenze coloriva ogni frase, Violeta Urmana riesce talvolta ad arrivare in fondo. Niente estasi al fuggente nuvolo, niente fuoco di Amazzone alla sortita o al duetto con Foresto.
Per capire limiti e modestia del mezzo di Ildar Abdrazakov, nel title role, basta sentire l’ampiezza e la nobiltà della oscillante voce di Ramey (nel cameo di Papa Leone I) che ripete le medesime frasi che erano state del re unno all’inizio del quadro. Ovvio che con tale dote non si può pretendere che questo Attila faccia paura ad Ezio nel loro primo incontro o esprima angoscia e sgomento all’evocazione del primo atto o del finale sempre dell’atto.
Quanto a Giovanni Meoni, che è subentrato ad Alvarez basta dire che è uno sgangherato tenore verista e non un baritono. Fuoco, nobiltà, eloquenza ed anche prosopopea che spettano al generale romano sconosciute. E devo dire che con questo personaggio anche il sostegno orchestrale non c’è stato. Ramon Vargas, che non è un tenore verdiano, ma al massimo, con altra tecnica, un buon tenore donizettiano, il che per Foresto non è poi un guaio, ma la manovra del passaggio e l’idea di dar senso alle frasi clou del personaggio proprio non ci sono.
Il tutto per dire che un direttore come Muti, a prescindere da reieterate e non condivisibili scelte è merce rara e preziosa, ma per certo non basta. Leggere una lettera dove Verdi, anno 1881, si pone l’amletico dubbio opere per i cantanti o cantanti per le opere?







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