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sabato 22 agosto 2009

Hildegard Behrens: un ricordo non solo wagneriano

Per molti wagneriani, Brünnhilde è tornata nel Walhalla.
Hildegard Behrens, la grande Brünnhilde, e non solo, degli anni ’80 ci ha lasciati pochi giorni fa.
Una notizia che personalmente mi ha fatto rivivere nella mente tutte le fasi del mio rapporto con la sua voce e con la sua arte scenica.

L’ultima sua immagine che ricordo è la foto di un allestimento catanese di ”Walküre” di pochi anni fa, in cui il soprano nei suoi abituali abiti da Brünnhilde trattiene a braccia tese Siegmund che minaccia di colpire con Nothung l’amata sorella addormentata.
E’ una foto che ci regala anche l’espressione solenne e dolcissima di una cantante attrice di grandi fascino e intelligenza, che ha saputo essere di primo livello soprattutto negli anni ’80.
Quella “Walküre” di pochi anni fa rappresentò probabilmente uno degli ultimi appuntamenti teatrali assieme all’immancabile Elektra, a Kostelnicka, a Kundry e a qualche esperimento come Ortrud, di una voce ormai provata da onerosa carriera, ma ancora in grado di conquistare grazie al suo poderoso carisma.
Ed è proprio con l’opera dedicata alla figlia di Wotan che ho fatto la conoscenza dell’artista, grazie al famoso video del Met diretto da James Levine.
Sinceramente questo primo approccio si rivelò tutt’altro che idilliaco.
La voce della Behrens era all’epoca della ripresa molto provata: gravi parlati, vibrato nei centri, acuti aspri e urlati.
Ma a parte tali difetti quello che mi colpì furono la personalità scenica così naturale e l’uso del fraseggio così arroventato e tragico, che fuoriuscivano da questa donna minuta ma fascinosa.
Non sempre mi è piaciuta, non sempre è stata interprete ispirata, non sempre la sua voce nei ruoli affrontati ha dato il meglio, ma quando era nel suo elemento è riuscita a imprimere nella sua interpretazione tutta la sensibilità artistica di cui era dotata.

Non cercherei la miglior Behrens nell’imbarazzante Tosca del Met diretta da Sinopoli o nella sua incarnazione dell’Elettra mozartiana in cui allo squilibrio mentale della protagonista si affiancano squilibri vocali vistosi e ingombranti.
Nemmeno le sue incarnazioni di Elektra di Strauss o della Senta wagneriana, o ancora della pur pregevole Leonore di Beethoven mi hanno convinto, preferendole le voci di Eva Marton o di Gwyneth Jones… eppure, cos’è che aveva questa sorta di Janis Joplin dell’Opera che ammaliava le platee più importanti con la sua voce abrasiva, dal timbro chiaro quasi infantile, ma terribilmente tragico e umano?
Proprio in questo risiedeva il segreto della sua voce, proprio questo faceva di lei una grande artista.
Voglio ricordarla anche ai lettori che passano da queste parti evocando i ruoli con cui più l’ho identificata.

BRUNNHILDE (Ring des Nibelungen)

No, non mi riferisco alle recite del Met o a quelle di Monaco dirette da Levine e Sawallisch.
Quei video ci regalano una splendida performance attoriale, vocalmente sono recite di sicuro interesse, ma putroppo la Behrens non era in gran forma e di lei possiamo apprezzare la forza del fraseggio e la potenza drammatica del suo canto, ma è una voce che mostra più di una crepa.
Mi sto riferendo alle recite dell’estate 1983 che la consacrarono Brünnhilde di riferimento.
Siamo a Bayreuth, Solti debutta e scappa dal podio della verde collina, in scena uno spettacolo “disneyano” di Peter Hall che darà molti grattacapi a Wolfgang Wagner ed una compagnia canora tutt’altro che ineccepibile.
Ma quelle recite videro brillare la nuova Brünnhilde di un soprano al suo esordio nel ruolo, voluta fortemente da Solti.
Hildegard Behrens trionfò.
Voce da Sieglinde si disse, ma la sua Brünnhilde è una creazione assolutamente fresca e brillante.
La voce risuonava ricca di femminilità e tenerezza nell’espandersi con quel timbro così chiaro e limpido, ma dall’accento così arroventato e cangiante.
Per la prima volta, forse, il Festspielhaus aveva una Walkiria più adolescente che guerriera, una giovane donna sensibile e sensuale che sapeva trovare inflessioni commosse e malinconiche, che sapeva confondersi e rendere incandescente il suo canto, che sapeva trasmettere amore con la dolcezza di una bambina.
Da ascoltare il suo vibrante risveglio così luminoso e sensuale oppure l’olocausto così esausto e toccante, ma imbevuto di una sacralità umanissima.

ISOTTA (Tristan und Isolde)

Una principessa inquieta, giovanissima, ma già profondamente donna e ferita dall’offesa arrecatole dall’uomo che ama, poi piena dell’ansia di colei che aspetta il suo Tristan per concedere corpo e cuore e infine angelo di luce e tenebre che trasfigura la sua anima e quella del suo amante.
La voce iniziava a dare qualche segno di cedimento nella linea, gli acuti iniziavano a perdere la precisione, il grave incominciava ad aprirsi troppo, eppure il canto è davvero sempre regale e carnale. Questa la visione che ci offre la Behrens dell’eroina wagneriana assecondata dalla bacchetta di Bernstein.

ELISABETH (Tannhäuser)

In questo ruolo, che è più di una curiosità, la Behrens si riappropria della sua dimensione lirica e si lascia trasportare dalla delicatezza virginale dell’eroina wagneriana.
Anche in questo caso una fanciulla adolescente, ma decisa eppure inafferrabile come Mélisande, a cui il soprano dona il suo timbro caldo e lucente.
Basta ascoltare l’ intervento che Elisabeth compie per difendere Tannhäuser, in cui all’acciaio dell’accento si unisce una voce limpida e leggera.

SALOME (Salome)

Che cosa c’entra l’immensa Franca Valeri con la Behrens e con Salome?
Se è colei che con la sua comicità colta e geniale vi ha fatto conoscere questa incarnazione della Behrens c’entra eccome!
Qualche anno fa, Radio 3, “Di tanti palpiti”, trasmissione condotta dalla grande attrice.
La Valeri analizzava un’opera a settimana con il suo stile dissacrante e quella mattina toccò a “Salome”, affiancando l’edizione di Karajan a quella con la Caballé.
Sia la Behrens che la Caballé furono per me una rivelazione.
Se volete la “teenager scatenata” (parole della Valeri) con la voce di Isotta, ascoltatevi quella della Behrens.
Ce n’è per tutti: il timbro chiaro al pari di una Welitsch o di una Studer, l’erotismo decadente di Wilde, la sensualità malata e acerba della Lolita di Kubrick, l’interprete ammaliante che si lancia nei vortici vocali dell’eroina straussiana con spavalda incoscienza e incanta con le sue arti l’ascoltatore.

MARIE (Wozzeck)

Quando entra in scena il personaggio di Marie, la Behrens riesce con pochi gesti ed una mimica naturalissima a renderla facilmente identificabile con una donna qualunque, banale, non diversa dalle donne che incontriamo tutti i giorni e non lontana da noi.
Attraverso un fraseggio capace di evocare un erotismo sfatto e con una vocalità aspra e terribilmente espressiva, la Behrens trasmette direttamente sulla pelle la sete di desiderio e riscatto che pervade questa creatura colpevole di voler essere solo se stessa e sfuggire dall’orrore quotidiano.
Vertice la scena dello specchio oppure la preghiera in cui un momento intimo diventa rivelatore dell’angoscia inespressa di una donna che prevede il suo destino di morte.

KOSTELNICKA (Jenufa)

Ecco come sarebbe diventata la Marie del “Wozzeck” se fosse invecchiata dopo le delusioni avute dal marito, dal Tamburmaggiore e dalla società in genere.
Né strega, né megera, ma un monumento alla femminilità sfiorita e offesa dagli uomini e dalla sua stessa amarezza. La voce screpolata sostiene una linea di canto frastagliata che aiuta una caratterizzazione formidabile e commovente.

Ecco, credo che l’unico modo per rendere omaggio ad una cantante come Hildegard Behrens sia ascoltarla in queste incarnazioni, e non solo per ricordarla.











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domenica 22 febbraio 2009

Grandi Isolde alla Scala di Milano

Tristano e Isotta approdò in Scala il 29 dicembre 1900, ultima opera di Wagner proposta nel massimo teatro milanese, se si esclude Parsifal, per il quale operava l'esclusiva a favore di Bayreuth.
Il mentore fu Arturo Toscanini. L'opera venne eseguita in italiano.

Il cast proposto era composto di autentiche stelle fra cui Giuseppe Borgatti, che in campo tenorile era, soprattutto con Toscanini sul podio, il tenore wagneriano per eccellenza nei paesi latini al pari di Francesco Vinas, Antonio Magini-Coletti Kurnevaldo e Mansueto Gaudio quale Re Marke. Protagonista femminile Amelia Pinto. Abbiamo già proposto l'anno passato la Pinto nella morte di Isotta. La riproponiamo e aggiungiamo la Pinto nell'ascolto dell'arie di Ero e Leandro di Mancinelli e nel "Suicidio" di Gioconda. Si tratta di registrazioni primordiali (1902) precedenti il ritiro dalle scene della Pinto per motivi matrimoniali. Amelia Pinto fu un tipico soprano di forza, derivato dalla Stolz o dalla Titjens e che la onerosa vocalità dei lavori del repertorio tardo ottocentesco aveva portato in auge. Nonostante la tecnica di registrazione, la risaputa difficoltà a captare voci voluminose e ricche di vibrazioni della Pinto non emerge soltanto un poderoso registro basso, comunque privo di qualsiasi sguaiataggine verista, ma anche una voce dolce e ben modulata con emissione soffice e controllata al centro e acuti facili e penetranti. Peculiarità che deve avere il soprano drammatico, alla cui categoria Isotta appartiene. Tanto è vero che sin tanto che venne eseguito Wagner in italiano tutti i soprani cosiddetti di forza la tennero in repertorio con Brunilde e, talune, pure Kundry. Ultimo esempio in tal senso proprio Maria Callas nella prima parte di carriera.

Amelia Pinto, ufficialmente ritirata e nel frattempo divenuta la signora Contini, tornò quale Isotta alla Scala nel 1914 sotto la guida di Tullio Serafin.
Nonostante il primo cinquantennio del Novecento fosse epoca di rigorosa categorizzazione delle voci nel 1907 sempre sotto la direzione di Toscanini Isotta fu Salomea Kruscenisky, ufficialmente come peso e volume un soprano lirico o poco più, tanto è che nella stessa stagione le opere da soprano drammatico (ossia Gioconda e Forza del destino) toccarono alla Burzio, mentre alla Kruscenisky venne affidata Salome, prototipo di ruolo riservato alle cosiddette cantanti attrici.
La Kruscenisky nel corso della carriera, piuttosto lunga, fu Isotta, ma anche Salome ed Elektra, Aida e Selika ed è ricordata sopratutto come la Butterfly della riscossa bresciana dopo il fiasco milanese.
Stando alle cronache del tempo i personaggi erano risolti con la finezza del fraseggio, la penetrazione della voce (non certa l'ampiezza e la potenza) e, soprattutto, la bellezza ed il fascino della donna. Fascino nella particolare declinazione del fascino slavo, cui in primis Toscanini non era insensibile.
E che l'Isotta, pur in assenza di testimonianze discografiche, e più ancora i personaggi straussiani potessero essere risolti principalmente per virtù d'accento e penetrazione del suono è evidenziato dalle registrazioni di brani come la Lecouvreur, dove è assente ogni ostentazione di volume e vibrazioni.

Nel 1923, sempre sotto la bacchetta di Toscanini, ritorna alla Scala una Isotta "di tradizione". La prima di area nordica ed una delle più complete rappresentanti del canto wagneriano, fatto di saldezza vocale e tecnica, capacità di sostenere il suono delle orchestre, timbro sontuoso e impostazione regale del personaggio: Nanni Larsen Todsen, soprano che, esattamente come Frida Leider (Brunilde scaligera nel 1928), senza difficoltà affrontò il repertorio del soprano drammatico anche nell'opera italiana e francese.
L'idea interpretativa della Larsen Todsen, protagonista sia della prima registrazione discografica made in Bayreuth sia in tutti i grandi teatri del mondo è quella della regina, dapprima offesa ed assetata di vendetta, poi, vittima essa stessa delle proprie pozioni magiche, abortiti strumenti di vendetta. La vera eroina romantica. E come ogni eroina romantica che si rispetti dalle documentazioni fonografiche la Larsen Todsen pratica maniere ineccepibili sotto il profilo vocale con acuti facili e penetranti e, nonostante l'indiscutibile monumentalità della voce è molto varia e sfumata e ci ricorda (vedi ad esempio il primo incontro con Tristano o il cosiddetto racconto di Isotta) che anche i soprani drammatici wagneriani possono filare e smorzare le note. Acuti compresi. In questo senso la Larsen Todsen è modernissima e smentisce l'assunto, caro anche a certa critica nostrana dedita alla damnatio memoriae a favore delle veline da casa discografica, di esecuzioni gelide e matronali. Preciso e continuo: il tutto espresso con un timbro bellissimo e nobile, omogeneo in tutta la gamma, tale da essere adeguato ai colori ed orditi orchestrali. In difetto, ovvero, con il ricorso ad espressioni parlate, che attentino il legato la regina, l'eroina perdono il prescritto tasso di eroica regalità. Aggiungiamo anche un altro particolare il timbro spontaneamente bello e nobile agevola il canto d'amore, come avviene nella sezione centrale del duetto del secondo atto.
Le osservazioni vocali ed interpretative, dedicate alla Larsen Todsen calzano anche Kirsten Flagstad (1947) e Gertrud Grob-Prandl (1951), che furono, dopo la Cobelli (di cui diremo poi) , le Isotte di de Sabata, che subentrò, dopo i fatti del 1929, Toscanini alla guida del massimo teatro italiano e al culto wagneriano. Non dimentichiamo che, a differenza di Toscanini, de Sabata triestino di nascita conosceva benissimo il tedesco ed era uomo di autentica, profonda cultura middle-europea.
Possiamo anche rilevare talune differenze vocali fra le due Isotte di de Sabata. Entrambe avevano un timbro realmente, ampio e nobile, bello (straordinario quello della Flagstad) di cui non si può discutere; i loro detrattori giurano anche (credendo obbligatorio eseguire Wagner come Berg) che l'accento fosse inerte e generico. La Flagstad, sopratutto nel dopo guerra aveva il proprio tallone d'Achille negli acuti estremi, invece, straordinari in Gertrud Grob-Prandl, che domina con irrisoria facilità lo strumentale del direttore triestino, svettando nella gamma acuta e sopra un autentico magma orchestrale.
Nell'ira di Isotta al primo atto, dove alla protagonista non è risparmiato nulla sotto il profilo della difficoltà vocale, o nell'attesa di Tristano all'incipit del secondo l'orchestra tellurica di de Sabata è in sintomia con una protagonista (la Grob Prandl) che, vocalmente può tutto ed alla quale forse si può solo rimprovare qualche suono schiacciato sui primi acuti. Gli estremi, invece, sono impressionanti, devastanti, si potrebbe dire. E questo nonostante una registrazione radiofonica pessima.
Ma in queste Isotte (cui bisogna aggiungere anche la Nilsson, protagonista nel 1960 con Karajan e nel 1964 con il giovane Maazel) la strapotenza vocale non è fine a se stessa; è, invece, la manifestazione della natura di fatto soprannaturale del personaggio.
In fondo Birgit Nilsson, l'ultimo autentico soprano drammatico wagneriano esibitosi in Scala, nonostante nel raffronto con le precedenti la nella gamma centrale fosse piuttosto vuota e limitata di volume non cambia indirizzo interpretativo. Il timbro gelido della Nilsson evidenzia la regalità di Isotta.
Da un ascolto anche superficiale delle quattro Isotte è evidente che la più italiana sia paradossalmente la Larsen Todsen, grazie ad una voce dal timbro nobile e solenne, ma anche molto femminile, mentre la regalità e l'astrazione del personaggio (sovrannaturale in Isotta è anche l'amore, quanto meno per la sua induzione) compete alla Flagstad e, pur limite e non virtù timbrica alla Nilsson, mentre alla Grob-Prandl pertiene la sfera della potenza del personaggio e l'esplosione dello stesso vuoi dell'ira che dell'amore.
Sono tutte declinazioni del canto wagneriano dove il suono è al primo posto e mi domando (interrogativa retorica) come non possa esserlo attese le orchestre wagneriani
A parte l'esperienza di Giuseppina Cobelli, donna bellissima, interprete del verismo nobile, amata dal pubblico scaligero. Giacomo Lauri Volpi in voci parallele non si astiene dal mettere in rilievo il limite della gamma acuta della cantante. Molti mezzo soprani acutissimi o soprani Falcon hanno vestito i panni di Isotta , esibendo magari al duetto d'amore un do faticoso e una chiusa di primo atto all'insegna della fatica vocale e ciò nonostante sono state considerate grandissime nel ruolo. Inoltre la scrittura è spesso centrale; i vecchi loggionisti scaligeri raccontavano come, proprio de Sabata, avesse tanto reiteratamente quanto invano offerto la parte ad Ebe Stignani.
La testimonianza dell'Isotta della Cobelli, proprio quella scaligera con de Sabata del 1930, riporta ad una idea dell'Isotta cantante attrice, forse non dotata di una voce straordinaria (nel raffronto con fenomeni come la Larsen Todsen, però), ma vigorosa, penetrante ed espressiva. Sempre nel rispetto del canto. Rispetto che oggi, senza polemica e senza sottrarre ad altri il proprio mi sembra un poco perduto.

Queste mie riflessioni sono dedicate, pur nella loro incompletezza e secondo alcuni animate da una devianza psicologica e mentale che mi porta a ritenere irrinunciabile il canto anche in Wagner, a quei coraggiosi che pochi giorni or sono hanno affrontato la via (dolorosa?) del Tristano scaligero ove il ruolo di Isotta è stato affidato a una voce che per colore, peso e resistenza potrebbe, forse, affrontare il ruolo di Brangania. Sto parlando della voce, non dell'aspetto fisico.



Gli ascolti

Bottesini - Ero e Leandro


Atto III - Splendi, splendi! erma facella - Amelia Pinto (1902)

Ponchielli - La Gioconda

Atto IV - Suicidio! - Amelia Pinto (1902)


Wagner - Tristan und Isolde

Atto I

Westwärts schweift der Blick...Wer wagt mich zu höhnen? - Birgit Nilsson (con Hilde Rössl-Majdan, Anton Dermota - 1959)

Wie lachend sie mir Lieder singen - Nanny Larsen-Todsen (con Anny Helm - 1928), Gertrude Grob-Prandl (con Elsa Cavelti - 1951)

War Morold dir so wert - Nanny Larsen-Todsen & Gunnar Graarud (1928), Kirsten Flagstad & Max Lorenz (1948)

Atto II

Horst du sie noch? - Nanny Larsen-Todsen & Anny Helm (1928), Kirsten Flagstad & Rosette Anday (1948)

Atto III

Mild und leise - Giuseppina Cobelli (1930)


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venerdì 6 febbraio 2009

"Tristano e Isotta" ritorna alla Scala.


Ritorna, ad un anno di distanza, quel Tristano e Isotta che all’apertura della passata stagione scaligera, aveva segnato – dopo il periodo di assestamento post-mutiano – l’inizio del nuovo corso del teatro milanese. Identico l’allestimento, identico il cast, identico il direttore: identici i pregi e i difetti. Ma stavolta con qualche perplessità in più
Dopo un anno solamente, l’allestimento, infatti, mostra già i segni di un invecchiamento precoce, e quello che nella passata stagione era sembrato un dubbio, un’ombra di deja vu (un nostalgico riflusso di avanguardia anni ‘70) appare oggi compiutamente per quello che è: la riproposizione di un teatro para brechtiano e ideologico, in un’ambientazione astorica di decadenza post industriale, immersa in colori cupi e grigi (opprimenti, ma non notturni) con impianto scenico semi fisso e avulso dalla vicenda narrata e i soliti cappottoni stile DDR uniti a comportamenti da Gestapo di taluni personaggi contrapposti ad altri in guisa di Spartachisti ante-litteram. Questo è Chereau: già era così il suo celebrato (e giustamente) Ring, ma con la differenza che allora (risale al 1980 se non sbaglio) era una novità, oggi – nella palese imitazione di sé stesso – è solo manierismo (e nemmeno di grande fattura). Gli inequivocabili segni del tempo, comparsi così prematuramente, su questo Tristano sono, forse, il segno tangibile di un certo modo di far teatro, oggi purtroppo assai diffuso insieme al cosiddetto teatro di regia (che tanti disastri sta facendo in tutta Europa), che appare sempre più debole, scontato e omologato (e assolutamente privo di idee): ormai non vi è più differenza tra repertori, Carmen o Tosca, il Ring o Aida, Ermione o Lohengrin, Così fan tutte o Orfeo ed Euridice, cambia il titolo, ma le valenze estetiche delle messinscene non mutano e le soluzioni appaiono sempre le stesse (solite scene fisse, solite luci di taglio, solite ambientazioni astratte o astoriche o trasposte, solita spruzzata di sesso&sangue: clichè per illudersi di tragredire a chissà quali regole da benpensanti o per far finta di épater les bourgeois, come si diceva un tempo...)
Daniel Barenboim, ora come allora, si conferma il grandissimo direttore che è. Soprattutto in questo che pare esser veramente il suo repertorio di elezione. Ecco dunque confermata e rafforzata l’opinione già espressa l’anno passato: basta l’attacco del preludio per rilevarlo! Quanta differenza tra il suo Wagner e quello di un Gatti (penso al Pasifal di Bayreuth e al Lohengrin scaligero, noiosi e deludenti). Quanta differernza nell’orchestra (a parte qualche piccola sbavatura in taluni attacchi all’inizio dell’atto III) quando è condotta da una bacchetta con una vera idea interpretativa e capace di infondere la propria visione all’intera compagine, rispetto a direttori che hanno fatto della mediocritas (si badi bene, non routine, che è qualcosa di assai diverso e più “nobile”) la propria scontata e rassicurante cifra stilistica. Il confronto con la pesantezza, la mancanza di precisione, la piattezza, della medesima orchestra all’apertura di quest’anno, infatti, è schiacciante e dovrebbe indurre ad una seria riflessione su certi nomi e su certi incarichi.
Per ciò che riguarda il cast si possono riproporre le medesime considerazioni dell’anno passato (con qualche perplessità in più, dicevo, soprattutto per ciò che riguarda le condizioni della protagonista). Brangania a parte, infatti, il cast di ieri sera ricalca esattamente quello del 7 dicembre 2007. Ian Storey è un Tristano migliore di quello dell’anno scorso, e sfoggia una certa maggiore sicurezza e resistenza, con acuti più saldi e meno sforzati (anche se nell’atto II qualche defaillances si percepisce chiaramente, sia per ciò che riguarda l’intonazione, sia per la precisione degli attacchi, non sempre impeccabili): la voce comunque è abbastanza corposa e ben proiettata ed esegue un buon atto III. Matti Salminen affronta nuovamente l’ingrata parte (poiché la meno interessante dell’opera dal punto di vista musicale) di Re Marco: voce profonda e ferma (pur con un certo effetto di intubamento, dovuto però al trimbro particolare del cantante, e comunque meno presente rispetto all'anno passato), con ottima tecnica e fraseggio nobile e regale, solo offuscata dagli inevitabili cedimenti dovuti alla lunga carriera (ovviamente il registro acuto è sforzato e sofferto). Brangania è Lioba Braun: unico elemento di novità del cast, appare largamente inferiore al compito, compromettendo – almeno in parte – certi momenti tra i più suggestivi della partitura (come il Canto alla notte nell’atto II). Voce piccola e tendente all'indietro, traballava talvolta sia nell'intonazione che nella tenuta. Bravi Gerd Grochowski e Will Hartmann (rispettivamente Kurwenal e Melot), così come efficaci i comprimari: il Giovane Marinaio di Alfredo Nigro (che apre l’opera) e il Pastore di Ryland Davies (con l’eccezione di un eccessivamente torniturante Ernesto Panariello che sbraita come un forsennato ad annunciare l’arrivo di Marco nell’atto III). Discorso a parte per l’Isotta di Waltraud Meier: su di essa infatti si concentrano tutte le perplessità della serata. Già l’anno scorso non nascondeva le difficoltà, soprattutto nel registro acuto. Ieri sera, dopo un primo atto accettabile (ma giocato sull’orlo del precipizio), crolla nel duetto del secondo: il registro acuto è sforzatissimo e ormai compromesso e talvolta indulge nell’urlo o nel parlato, l’intonazione è spesso precaria e l’affanno è evidente. Inoltre denota la difficoltà di legare le lunghe frasi che la parte impone (la cui impeccabile esecuzione è condicio sine qua non in un'opera come questa). Alla fine si riscatta con un appena discreto Mild und Leise (naturalmente se paragonato al disastro del duetto, ma certo non è neppure da confrontare con le grandi Isotte della storia recente e passata). Dell’ovazione che il teatro le ha tributato (per nulla giustificata, secondo me) deve, però, rendere grazie, di nuovo e di più, alla amorevole cura di Barenboim che costantemente le è venuto in soccorso dal podio. Davvero un grande direttore d’orchestra che, conscio dei limiti dei suoi interpreti, si mette a servizio degli stessi rinunciando al protagonismo fine a sè stesso che spesso ha afflitto i suoi predecessori sul podio del Piermarini... Teatro non pienissimo (diversi i posti vuoti in platea e nei palchi) e pubblico più maleducato del solito: parlottii e colpi di tosse hanno accompagnato le 4 ore di musica come un sottofondo ininterrotto e fastidioso. A tal proposito suggerirei alla gestione del servizio caffetteria della Scala di proporre, oltre ai classici generi di conforto, anche delle bevande a base di sciroppi lenitivi e contenitivi.
Al termine, comunque. grandi applausi per tutti (salvo qualche contestazione al regista), meritatissimi (ancora una volta) per il direttore e l’orchestra, un po’ meno per i cantanti….

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