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sabato 23 luglio 2011

Il soprano prima della Callas, diciottesima puntata. Kirsten Flagstad

Parlare di Kirsten Flagstad è, nella storia della vocalità, quasi una tautologia in quanto chiunque si occupi un poco di storia del canto conosce il soprano norvegese come una della più grandi e storiche esecutrici del repertorio wagneriano. Il dovere è, in questa sede, non già quello di ripetere il noto, ma cercare talune peculiarità della carriera di Kirsten Flagstad.

In primo luogo la notorietà giunta solo a quarant’anni fuori della sacra collina, dove pure la cantante si era esibita, ma nel tempio del Wagner cantato ovvero al Metropolitan dove la Flagstad debuttò il 2 febbraio 1935 come Sieglinde, restandovi stabilmente per sette stagioni a formare con Lauritz Melchior una della coppie più celebri del canto wagneriano. Va precisato che vi sono grandi cantanti che con la sacra collina ebbero rapporti o saltuari o conflittuali, ma la peculiarità della Flagstad è che la fama planetaria prescindeva non solo da Bayreuth, ma da tutti i teatri di lingua tedesca, perché Metropolitan e Covent Garden furono i suoi teatri, cui si aggiunsero, nel dopoguerra, quelli sud americani ed italiani. Non poteva accadere differentemente e per ragioni artistiche e, credo, per ragioni politiche anche se, inopinatamente, la Flagstad venne contestata alla propria rentrée al Met nel 1951 con il Tristano ed Isotta. Preciso: la cantante aveva lasciato nel 1941 l’America per tornare in patria, occupata dalle truppe naziste, ma non si era mai esibita nel periodo dell’occupazione, se non nella neutrale Svizzera.
Altra peculiarità della carriera di Kirsten Flagstad: la notorietà legata solo a Wagner in alternativa al quale, una volta divenuta la Flagstad, affrontò solo Rezia dell’Oberon e Leonore del Fidelio. Per quei tempi questa scelta di repertorio rappresentò una novità assoluta. I soprani spinti o drammatici sino alla generazione precedente (Leider, Larsen-Todsen), ma a partire dalla Nordica o dalla Lehmann avevano cantato, quando non il repertorio italiano del primo ottocento, almeno il Verdi dal Trovatore in poi, Donna Anna, Donna Elvira, Pamina e Contessa, magari Puccini (almeno Tosca) e talune parti di Strauss e alcune di loro con pari fama in Verdi e Wagner. Dopo la Flagstad ancora Birgit Nilsson e Gertrud Grob-Prandl ebbero stabilmente in repertorio autori differenti da Wagner. Ma furono le ultime.
Quindi la Flagstad fu il primo soprano drammatico specializzato in Wagner. Ma il "ma" è molto grande perché quella della Flagstad fu una specializzazione dettata dalla circostanza che nei teatri, dove era chiamata ad esibirsi altre ed altrettanto valide cantanti cantavano Verdi e Puccini. Basta pensare a Ponselle, Rethberg e poi Milanov al Met ad Eva Turner e alle apparizioni di Maria Caniglia e Gina Cigna al Covent Garden.
Per le specializzate wagneriane di oggi Wagner, invece è la scelta forzata per chi non sia in grado di reggere tessiture acute, legato e forcelle del repertorio italiano e francese. Quale più quale meno la wagneriana del dopo guerra dalla Varnay sino alla Stemme si appella a regole, nate sulla collina e che con il canto nulla hanno in comune e che giovano solo alla principiante del canto medesimo.
Questo vizio spacciato quale virtù, invece, non venne mai praticato da Kirsten Flagstad. Anzi l’esatto contrario e non solo perchè nei primi quindici anni di carriera in patria avesse cantato di fatto l’intero repertorio e perché oltre alle tipiche parti della “generosa” wagneriana la Flagstad ebbe eguale arte in quelle liriche come Elisabeth, Elsa e Senta, ma perché sino alle ultime apparizioni la Flagstad ha sempre e solo “cantato” Wagner. Adesso va pure di moda dire che lo abbia cantato troppo e, per contro, mai interpretato. Si tratta di una bugia e detta in perfetta malafede. Se la Flagstad aveva un difetto erano gli acuti estremi lanciati di forza e tenuti. Basta ricordare che nel finale del Sigfrido ed alla chiusa del duetto del prologo del Götterdämmerung sempre omise il do acuto (e non solo alla Scala o nel dopo guerra) o anche la salita al si nat alla chiusa del duetto con l’Olandese, che, anche nel 1937 a Londra, suona un po’ fisso e stimbrato. Per contro i do dell’Hojotoho, che sono toccati, non hanno mai presentato vizi capitali e credo, con l’esclusione delle solite Nilsson e Grob-Prandl nel dopo guerra non si sia sentito di meglio sotto il profilo della qualità dell’emissione. Salvo la Brunilde che trilla di Frida Leider, ma frau Leider vale il motto “cosa umana non sono”.
Oltre tutto le esecuzioni della Flagstad si giovavano di una voce di una bellezza e di un calore, che pur nel distacco e delle figure mitiche ed idealizzate ha pochi confronti nella storia dell’opera e mai in area nordica o tedesca, ma al più mediterranea. Il controllo magistrale del fiato e la distribuzione senza difficoltà dello stesso le consentivano un legato anch’esso dal sapore italiano per non dire belcantistico. La Flagstad è come molte cantanti della propria generazione prima di tutto una cantante. Significa che anche nelle scritture di Wagner, che per la densità orchestrale, l’andamento marcatamente declamatorio mettono in difficoltà molte organizzazioni vocali, non si appalesano segni di cedimento. Tutti conoscono l’olocausto di Brunilde e la necessità di conservare energia per le ultime frasi taglienti piuttosto che la grande scena dell’attesa di Isotta all’incipit del secondo atto dove, a parte certi scatti bruschi dal registro grave agli acuti estremi, il soprano deve anche fare i conti con un duetto seguente della durata di circa quaranta minuti e dove (al pari di certe strutture dell’opera italiana) la vocalità passa ancora da tesa a legata per poi ritornare a tesa e di slancio alla sezione conclusiva. Del pari tutti conoscono le esecuzioni -anche del dopo guerra- della Flagstad dove non si sente mai alcun segno di cedimento e di fatica. Dalla prima all’ultima frase, qualità del timbro (forse resosi un poco chioccio nella fase conclusiva di carriera in zona centrale), slancio, esecuzione musicalmente impaccabile rimangono intatti. Tutti questi elementi concorrono ad esprimere quella che, a torto o a ragione, era la visione interpretativa della cantante: ossia Isotta è una regina, Brunilde, sempre e comunque una figura divina, dea, figli di dei e le figure liriche, i loro amori, le loro sofferenze sono sublimate ed oggettive, prive di qualsivoglia legame terreno.
L’ascolto della cosiddetta profezia di morte del secondo atto di Valchiria ritrae una Brunilde solenne ed ieratica, annunzia la morte, ma annunzia al tempo stesso la deductio nel Walhalla, trattamento post mortem riservato agli eroi: è chiaro che siffatta concezione esclude qualsivoglia tono sinistro e da fattucchiera in Brunilde a maggior ragione se il timbro è solare e mediterraneo. E’ sufficiente l’ascolto della prima frase “Siegmund sieh auf mich”. Ancora nel duetto con l’Olandese la Flagstad sembra cantare Donizetti o Meyerbeer, il timbro è dolce e femminile al tempo stesso. Non per nulla alla domanda di chi fosse la più grande belcantista da lei sentita Joan Sutherland rispose senza esitazione “Kirsten Flagstad”. E’ molto difficile non condividere tale alta opinione.




Kirsten Flagstad (1895-1962)


Beethoven - Ah! Perfido, op. 65 (1937)


Beethoven - Fidelio

Atto I

Abscheulicher!...Komm, Hoffnung (1941)

Atto II

Er sterbe!...O namenlose Freude! (con Julius Huehn, René Maison & Alexander Kipnis - 1941)


Gluck - Alceste

Atto I

Divinités du Styx (1952)

Atto II

Ah! malgré moi (1952)


Purcell - Dido and Aeneas

Thy hand Belinda...When I am laid in earth (1951)


Strauss - Cäcilie, Op. 27 No. 2 (1937)


Strauss - Vier letzte Lieder

Im Abendrot (1954)



Wagner - Der fliegende Holländer

Atto II

Johohoe! Johohohoe! (1937)

Wie aus der Ferne (con Herbert Janssen & Ludwig Weber - 1937)


Wagner - Tristan und Isolde

Atto I

Wie lachend sie mir Lieder singen (1936)

Atto II

Hörst du sie noch?
(con Sabine Kalter - 1936)


Wagner - Die Walküre

Atto I

Schläfst du, Gast?...Der Männer Sippe...
Du bist der Lenz
- (con Paul Althouse - 1935)

Atto II

Siegmund! Sieh auf mich! (con Lauritz Melchior - 1940)


Wagner - Götterdämmerung

Atto III

Starke Scheite (1937)


Weber - Oberon

Atto II

Ozean, du Ungeheuer (1937)


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giovedì 23 luglio 2009

Grandi concerti di canto: Kirsten Flagstad - La Havana, 24 Ottobre 1948

Il 1948 fu per Kirsten Flagstad l'anno del ritorno al pubblico internazionale dopo gli anni del ritorno in patria, avvenuto nel 1941. In seguito ad alcune esibizioni già nel 1947 a Londra e dopo il debutto alla Scala di Milano con Tristan und Isolde diretto da Victor de Sabata, Kirsten Flagstad intraprese nel 1948 una lunga tournée sudamericana, la seconda e ultima della sua carriera (la prima nel 1938), dove si esibì a fianco di altri due grandi direttori d'orchestra come Erich Kleiber e Clemens Krauss.

Come opere affrontò i suoi cavalli di battaglia di sempre, Isolde e la Brünnhilde del Götterdämmerung, oltre ai concerti dove trovava spazio anche il repertorio liederistico, sempre molto amato dalla Flagstad e da temere solo il confronto con il proprio eccezionale passato vocale. Di questa tournée rimangono fortunatamente alcune testimonianze sonore, una delle quali vi offriamo per onorare non solo il mito di Kirsten Flagstad ma anche il compositore a cui dedicò praticamente la maggior parte della sua carriera e a cui deve in sostanza la fama. A 53 anni e dopo una carriera che durava da 35, 18 dei quali dedicati al repertorio wagneriano, Kirsten Flagstad si presenta al pubblico con una maestria tecnica e una sontuosità vocale decisamente intatta. Nei primi due brani è possibile sentire maggiore prudenza rispetto a quanto facesse in passato, ma si rimane comunque impressionati da questa voce bellissima, sempre morbida e sicura in tutto lo snodarsi del gravoso programma scelto per questo concerto sudamericano, affrontato con la consueta impressionante facilità e perfezione vocale. Oggi più che mai l'ascolto di Kirsten Flagstad fa riflettere per la sicurezza tecnica e per una concezione del modo di eseguire Wagner partendo da un canto tecnicamente perfetto, che a nostro avviso facilita, e non sminuisce, l'interpretazione drammatica.


Gli ascolti

Kirsten Flagstad in Concert

La Havana, Cuba - 24 Ottobre 1948

Wagner - Der Fliegende Holländer

Atto II - Johohoe...Traft ihr das Schiff

Beethoven - Ah! Perfido

Wagner - Tristand und Isolde

Atto II - O sink hernieder (con Set Svanholm)

Atto III - Mild und leise

Wagner - Wesendonck Lieder

Der Engel
Stehe Still!
Im Treibhaus
Schmerzen
Träume

Havana Philarmonic Orchestra

Direttore d'orchestra: Clemens Krauss

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martedì 3 marzo 2009

Concerti di canto alla Scala: Nina Stemme


Nina Stemme, ormai in carriera da una ventina d'anni approda alla Scala. L'asseggio per lei e per gli spettatori è un concerto di canto, dedicato naturalmente a pagine cameristiche secondo i dettami della direzione artistica, che deve educare il pubblico a superare la pericolosa malattia della melomania. Poi ci domandiamo pericolosa per chi.
E' un assaggio in quanto la prossima stagione, stando ai rituali si dice, oggi consacrati nei siti internet degli artisti e dei loro procuratori, la signora Stemme, approdata ai ruoli di soprano drammatico da repertorio tedesco, vestirà niente meno che i panni di Brunilde in Walkiria.


La cantante ha scelto un programma dove occorrerebbe il fraseggio, il saper dire accompagnato da una voce di una certa pienezza e corposità soprattutto per i Wesendonck Lieder e Sibelius, eleganza e capacità di suggestione per un musicista come Rachmaninov. Dal primo istante la voce è parsa di medio tonnellaggio, non certo l’hoch-dramatisch da Brunilde e Salome, se mai da lirico spinto al più e per giunta di timbro piuttosto comune ed ordinario. Il volume non può, nonostante il repertorio cui è oggi applicata l’artista, competere con quello di una Maria Chiara o di una Freni post 1975.
Il timbro è ordinario e comune, perché l’emissione non è di scuola. La voce, infatti, non collocata nella maschera, suona piuttosto vuota in basso (la signora ricorre spesso particolarmente nei Lieder di Rachmaninov a suoni di petto); le cose vanno meglio sul mezzo forte in zona centra alta, salvo poi esibire suoni bianchi e stimbrati nei tentativi di cantare piano e di esibire l’irrinunciabile dinamica in quella stessa zona. Quanto agli acuti, di fatto non ne ha emessi, uno solo nel terzo Lied di Rachmaninov, tentato in piano ed è stato, a dir poco, avventuroso. L’esecuzione meno riuscita è stata quella dei Wesendonck Lieder, cantati con voce per nulla nobile ed amorosa e difficoltà costante appena la tessitura abbandona la scrittura più centrale; in particolare con “Im Treibhaus” ed in “Schmerzen”.
I suoni della prima ottava, spesso anche ovattati, ricordano quelli di Reneé Fleming e persino della Norman, ovvero quelli di chi non sappia eseguire il primo passaggio di registro, mentre nell’ottava superiore manca assolutamente per limiti tecnici la cavata (per far capire cosa intendiamo basta un Lied di Strauss della Caballè o della Jurinac). Se la voce non risuona in maschera, ma in gola o in posizione intermedia, viene manovrata con grande difficoltà: il canto appare macchinoso e manca della spontaneità che è la caratteristica prima dell’interprete di musica da camera. Ovviamente tali condizioni consigliano di tenersi alla larga dagli autori italiani, sia in passi operistici che cameristici. Infatti la cantante ha offerto un solo brano nella nostra lingua (fra l’altro con dizione tutt’altro che chiara) una ninna nanna di Castelnuovo-Tedesco in sede di bis.
Non si può dire che la signora Stemme manchi di personalità interpretativa, che sia una cantante priva di idee e di gusto, con difetti di musicalità. E’ l’approssimazione tecnica dell’organizzazione vocale, che dalla sua ha una naturale grandezza, ma non la penetrazione della voce immascherata, a condizionare il canto e per conseguenza a limitare il fascino dell’interprete.
Il programma di educazione, evoluzione ed ascesi del pubblico scaligero è stato completato con due bis, in lingua francese, tutt’altro che impeccabile, di Kurt Weill ed un Lied di Strauss, oltre al già citato Castelnuovo-Tedesco.
Talvolta i programmi educativi giovano più a chi li esegue che non a chi li ascolta!


Programma

Edvard Grieg
Våren (La primavera) op. 33 n. 2
Fra Monte Pincio (Dal monte Pincio) op. 39 n. 1
En svane (Un cigno) op. 25 n. 2
Hører jeg sangen klinge (Quando sento quest’aria) op. 39 n. 6
Solveigs vuggesang (Ninnananna di Solveig) op. 23 n. 26
Med en vandlilje (Con una ninfea) op. 25 n. 4

Richard Wagner
Fünf Gedichte für eine Frauenstimme (Wesendonck-Lieder)
Der Engel (L’angelo)
Stehe still! (Fermati!)
Im Treibhaus (Nella serra)
Schmerzen (Dolori)
Träume (Sogni)

Jean Sibelius
Cinque Lieder op. 37
Den första kyssen (Il primo bacio)
Lasse liten (Piccolo Lasse)
Soluppgång (L’alba)
Var det en dröm? (Ho sognato?)
Flickan kom ifrån sin ålsklings möte (La fanciulla torna dalle braccia dell’amante)

Sergej Rachmaninov
Da sei canti op. 4
Non cantare, bella fanciulla, in mia presenza n. 4
Nel silenzio della notte misteriosa n. 3

Da dodici canti op. 21
Com’è bello qui n. 7

Aprile! Un giorno primaverile di festa
Il fiore appassì

Da dodici canti op. 14
Acque primaverili n. 11



Gli ascolti

Edvard Grieg

Kirsten Flagstad - Sir Malcolm Sargent

Våren op. 33 n. 2
Fra Monte Pincio op. 39 n. 1
En svane op. 25 n. 2

Richard Wagner

Fünf Gedichte für eine Frauenstimme (Wesendonck-Lieder)

Kirsten Flagstad - Oivin Fjeldstad

Der Engel
Stehe still!
Im Treibhaus
Schmerzen
Träume






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domenica 22 febbraio 2009

Grandi Isolde alla Scala di Milano

Tristano e Isotta approdò in Scala il 29 dicembre 1900, ultima opera di Wagner proposta nel massimo teatro milanese, se si esclude Parsifal, per il quale operava l'esclusiva a favore di Bayreuth.
Il mentore fu Arturo Toscanini. L'opera venne eseguita in italiano.

Il cast proposto era composto di autentiche stelle fra cui Giuseppe Borgatti, che in campo tenorile era, soprattutto con Toscanini sul podio, il tenore wagneriano per eccellenza nei paesi latini al pari di Francesco Vinas, Antonio Magini-Coletti Kurnevaldo e Mansueto Gaudio quale Re Marke. Protagonista femminile Amelia Pinto. Abbiamo già proposto l'anno passato la Pinto nella morte di Isotta. La riproponiamo e aggiungiamo la Pinto nell'ascolto dell'arie di Ero e Leandro di Mancinelli e nel "Suicidio" di Gioconda. Si tratta di registrazioni primordiali (1902) precedenti il ritiro dalle scene della Pinto per motivi matrimoniali. Amelia Pinto fu un tipico soprano di forza, derivato dalla Stolz o dalla Titjens e che la onerosa vocalità dei lavori del repertorio tardo ottocentesco aveva portato in auge. Nonostante la tecnica di registrazione, la risaputa difficoltà a captare voci voluminose e ricche di vibrazioni della Pinto non emerge soltanto un poderoso registro basso, comunque privo di qualsiasi sguaiataggine verista, ma anche una voce dolce e ben modulata con emissione soffice e controllata al centro e acuti facili e penetranti. Peculiarità che deve avere il soprano drammatico, alla cui categoria Isotta appartiene. Tanto è vero che sin tanto che venne eseguito Wagner in italiano tutti i soprani cosiddetti di forza la tennero in repertorio con Brunilde e, talune, pure Kundry. Ultimo esempio in tal senso proprio Maria Callas nella prima parte di carriera.

Amelia Pinto, ufficialmente ritirata e nel frattempo divenuta la signora Contini, tornò quale Isotta alla Scala nel 1914 sotto la guida di Tullio Serafin.
Nonostante il primo cinquantennio del Novecento fosse epoca di rigorosa categorizzazione delle voci nel 1907 sempre sotto la direzione di Toscanini Isotta fu Salomea Kruscenisky, ufficialmente come peso e volume un soprano lirico o poco più, tanto è che nella stessa stagione le opere da soprano drammatico (ossia Gioconda e Forza del destino) toccarono alla Burzio, mentre alla Kruscenisky venne affidata Salome, prototipo di ruolo riservato alle cosiddette cantanti attrici.
La Kruscenisky nel corso della carriera, piuttosto lunga, fu Isotta, ma anche Salome ed Elektra, Aida e Selika ed è ricordata sopratutto come la Butterfly della riscossa bresciana dopo il fiasco milanese.
Stando alle cronache del tempo i personaggi erano risolti con la finezza del fraseggio, la penetrazione della voce (non certa l'ampiezza e la potenza) e, soprattutto, la bellezza ed il fascino della donna. Fascino nella particolare declinazione del fascino slavo, cui in primis Toscanini non era insensibile.
E che l'Isotta, pur in assenza di testimonianze discografiche, e più ancora i personaggi straussiani potessero essere risolti principalmente per virtù d'accento e penetrazione del suono è evidenziato dalle registrazioni di brani come la Lecouvreur, dove è assente ogni ostentazione di volume e vibrazioni.

Nel 1923, sempre sotto la bacchetta di Toscanini, ritorna alla Scala una Isotta "di tradizione". La prima di area nordica ed una delle più complete rappresentanti del canto wagneriano, fatto di saldezza vocale e tecnica, capacità di sostenere il suono delle orchestre, timbro sontuoso e impostazione regale del personaggio: Nanni Larsen Todsen, soprano che, esattamente come Frida Leider (Brunilde scaligera nel 1928), senza difficoltà affrontò il repertorio del soprano drammatico anche nell'opera italiana e francese.
L'idea interpretativa della Larsen Todsen, protagonista sia della prima registrazione discografica made in Bayreuth sia in tutti i grandi teatri del mondo è quella della regina, dapprima offesa ed assetata di vendetta, poi, vittima essa stessa delle proprie pozioni magiche, abortiti strumenti di vendetta. La vera eroina romantica. E come ogni eroina romantica che si rispetti dalle documentazioni fonografiche la Larsen Todsen pratica maniere ineccepibili sotto il profilo vocale con acuti facili e penetranti e, nonostante l'indiscutibile monumentalità della voce è molto varia e sfumata e ci ricorda (vedi ad esempio il primo incontro con Tristano o il cosiddetto racconto di Isotta) che anche i soprani drammatici wagneriani possono filare e smorzare le note. Acuti compresi. In questo senso la Larsen Todsen è modernissima e smentisce l'assunto, caro anche a certa critica nostrana dedita alla damnatio memoriae a favore delle veline da casa discografica, di esecuzioni gelide e matronali. Preciso e continuo: il tutto espresso con un timbro bellissimo e nobile, omogeneo in tutta la gamma, tale da essere adeguato ai colori ed orditi orchestrali. In difetto, ovvero, con il ricorso ad espressioni parlate, che attentino il legato la regina, l'eroina perdono il prescritto tasso di eroica regalità. Aggiungiamo anche un altro particolare il timbro spontaneamente bello e nobile agevola il canto d'amore, come avviene nella sezione centrale del duetto del secondo atto.
Le osservazioni vocali ed interpretative, dedicate alla Larsen Todsen calzano anche Kirsten Flagstad (1947) e Gertrud Grob-Prandl (1951), che furono, dopo la Cobelli (di cui diremo poi) , le Isotte di de Sabata, che subentrò, dopo i fatti del 1929, Toscanini alla guida del massimo teatro italiano e al culto wagneriano. Non dimentichiamo che, a differenza di Toscanini, de Sabata triestino di nascita conosceva benissimo il tedesco ed era uomo di autentica, profonda cultura middle-europea.
Possiamo anche rilevare talune differenze vocali fra le due Isotte di de Sabata. Entrambe avevano un timbro realmente, ampio e nobile, bello (straordinario quello della Flagstad) di cui non si può discutere; i loro detrattori giurano anche (credendo obbligatorio eseguire Wagner come Berg) che l'accento fosse inerte e generico. La Flagstad, sopratutto nel dopo guerra aveva il proprio tallone d'Achille negli acuti estremi, invece, straordinari in Gertrud Grob-Prandl, che domina con irrisoria facilità lo strumentale del direttore triestino, svettando nella gamma acuta e sopra un autentico magma orchestrale.
Nell'ira di Isotta al primo atto, dove alla protagonista non è risparmiato nulla sotto il profilo della difficoltà vocale, o nell'attesa di Tristano all'incipit del secondo l'orchestra tellurica di de Sabata è in sintomia con una protagonista (la Grob Prandl) che, vocalmente può tutto ed alla quale forse si può solo rimprovare qualche suono schiacciato sui primi acuti. Gli estremi, invece, sono impressionanti, devastanti, si potrebbe dire. E questo nonostante una registrazione radiofonica pessima.
Ma in queste Isotte (cui bisogna aggiungere anche la Nilsson, protagonista nel 1960 con Karajan e nel 1964 con il giovane Maazel) la strapotenza vocale non è fine a se stessa; è, invece, la manifestazione della natura di fatto soprannaturale del personaggio.
In fondo Birgit Nilsson, l'ultimo autentico soprano drammatico wagneriano esibitosi in Scala, nonostante nel raffronto con le precedenti la nella gamma centrale fosse piuttosto vuota e limitata di volume non cambia indirizzo interpretativo. Il timbro gelido della Nilsson evidenzia la regalità di Isotta.
Da un ascolto anche superficiale delle quattro Isotte è evidente che la più italiana sia paradossalmente la Larsen Todsen, grazie ad una voce dal timbro nobile e solenne, ma anche molto femminile, mentre la regalità e l'astrazione del personaggio (sovrannaturale in Isotta è anche l'amore, quanto meno per la sua induzione) compete alla Flagstad e, pur limite e non virtù timbrica alla Nilsson, mentre alla Grob-Prandl pertiene la sfera della potenza del personaggio e l'esplosione dello stesso vuoi dell'ira che dell'amore.
Sono tutte declinazioni del canto wagneriano dove il suono è al primo posto e mi domando (interrogativa retorica) come non possa esserlo attese le orchestre wagneriani
A parte l'esperienza di Giuseppina Cobelli, donna bellissima, interprete del verismo nobile, amata dal pubblico scaligero. Giacomo Lauri Volpi in voci parallele non si astiene dal mettere in rilievo il limite della gamma acuta della cantante. Molti mezzo soprani acutissimi o soprani Falcon hanno vestito i panni di Isotta , esibendo magari al duetto d'amore un do faticoso e una chiusa di primo atto all'insegna della fatica vocale e ciò nonostante sono state considerate grandissime nel ruolo. Inoltre la scrittura è spesso centrale; i vecchi loggionisti scaligeri raccontavano come, proprio de Sabata, avesse tanto reiteratamente quanto invano offerto la parte ad Ebe Stignani.
La testimonianza dell'Isotta della Cobelli, proprio quella scaligera con de Sabata del 1930, riporta ad una idea dell'Isotta cantante attrice, forse non dotata di una voce straordinaria (nel raffronto con fenomeni come la Larsen Todsen, però), ma vigorosa, penetrante ed espressiva. Sempre nel rispetto del canto. Rispetto che oggi, senza polemica e senza sottrarre ad altri il proprio mi sembra un poco perduto.

Queste mie riflessioni sono dedicate, pur nella loro incompletezza e secondo alcuni animate da una devianza psicologica e mentale che mi porta a ritenere irrinunciabile il canto anche in Wagner, a quei coraggiosi che pochi giorni or sono hanno affrontato la via (dolorosa?) del Tristano scaligero ove il ruolo di Isotta è stato affidato a una voce che per colore, peso e resistenza potrebbe, forse, affrontare il ruolo di Brangania. Sto parlando della voce, non dell'aspetto fisico.



Gli ascolti

Bottesini - Ero e Leandro


Atto III - Splendi, splendi! erma facella - Amelia Pinto (1902)

Ponchielli - La Gioconda

Atto IV - Suicidio! - Amelia Pinto (1902)


Wagner - Tristan und Isolde

Atto I

Westwärts schweift der Blick...Wer wagt mich zu höhnen? - Birgit Nilsson (con Hilde Rössl-Majdan, Anton Dermota - 1959)

Wie lachend sie mir Lieder singen - Nanny Larsen-Todsen (con Anny Helm - 1928), Gertrude Grob-Prandl (con Elsa Cavelti - 1951)

War Morold dir so wert - Nanny Larsen-Todsen & Gunnar Graarud (1928), Kirsten Flagstad & Max Lorenz (1948)

Atto II

Horst du sie noch? - Nanny Larsen-Todsen & Anny Helm (1928), Kirsten Flagstad & Rosette Anday (1948)

Atto III

Mild und leise - Giuseppina Cobelli (1930)


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sabato 6 dicembre 2008

Tristan und Isolde: riflessioni, parte II



In attesa del 7 di dicembre, quando (sindacati permettendo naturalmente) la coraggiosa bacchetta di Barenboim si alzerà, per condurre l’orchestra del Teatro alla Scala sugli impervi sentieri di una partitura di gran lunga superiore alle sue odierne capacità (è la stessa orchestra, infatti, che mostrò palesi difficoltà già con il Candide, figurarsi con le complesse ed estenuanti trame musicali del Tristan), può essere utile una riflessione sull’opera.
Tristan und Isolde viene composto da Wagner dall’autunno del 1857 all’estate del 1859, ma dovrà attendere il 10 giugno del 1865 per la prima rappresentazione, avvenuta a Monaco con la direzione di Hans von Bulow, il tenore Ludwig Schnorr von Carosfeld nel ruolo di Tristano, il soprano Malvina Schnorr von Carosfeld nel ruolo di Isotta e il mezzosoprano Anna Deinet in quello di Brangane. L’opera ottenne un successo di stima, lasciando freddo e perplesso un pubblico (tra cui un diffidente Bruckner – mentre Liszt, pure invitato, se ne resterà a Roma) non abituato a quella che la critica contemporanea salutava (o denigrava, a seconda delle posizioni ideali e degli intenti polemici) come “musica dell’avvenire”. Durante questa lunga e faticosa gestazione, Wagner venne influenzato da svariati elementi, che concorreranno tutti a definire l’aspetto finale del Tristan e che vanno considerati e approfonditi per comprenderne la portata rivoluzionaria ed individuarne il carattere e la corretta cifra ideale e interpretativa. Da una parte la lettura di Schopenauer, dall’altra l’amore passionale e clandestino per Mathilde Wesendonck (per la quale scriverà negli stessi anni il famoso ciclo di lieder che tanto ha in comune con il Tristan e che è essenziale per la piena comprensione dell’opera). Non appare opportuno in questa sede (per ovvi motivi di brevità) soffermarsi in modo analitico su ogni aspetto della partitura e della sua composizione. Meglio dunque, procedere per cenni e sfiorare soltanto le problematiche più rilevanti. Innanzitutto, dove si colloca il Tristan nell’opera di Wagner? Esso è allo stesso tempo un punto di svolta ed un unicum. Infatti, da una parte, con esso, Wagner abbandona definitivamente la distinzione aria/recitativo e la struttura essenzialmente strofica che ancora sopravviveva – seppure in modo sempre meno evidente – nei sui titoli precedenti (Lohengrin, Tannhauser, Der fliegende Hollander, e naturalmente Die Feen e Rienzi), ancora riconducibili all’opera romantica post weberiana: la musica fluisce ora senza soluzione di continuità, una sorta di melodia infinita che scorre libera e senza argine nelle continue modulazioni musicali e ritmiche. Dall’altra però, questa continuità, questo discorso ininterrotto si pone con caratteristiche uniche ed autonome rispetto a tutto il resto della musica di Wagner, precedente e successiva: vi è infatti, una prevalenza assoluta dell’aspetto melodico-vocale sugli altri elementi musicali. E’ ancora la fase “italiana” di Wagner, dove ancora si sentiva debitore della nostra tradizione vocale (del resto i cantanti per i quali scriveva allora, da questa scuola venivano formati), prima delle successive (e a dire il vero un pò triviali) prese di posizione e di distanza (si pensi allo sgradevole – e di pessimo gusto – attacco alla tradizione italiana e a Rossini in particolare, nell’atto II dei Meistersinger, dove viene citato, a scopo di derisione, “Di tanti palpiti”). Qui Wagner è ancora debitore di Bellini (di cui fu grande ammiratore: “Di tutte le creazioni belliniane – scrive Wagner – Norma è quella che, accanto alla più ricca pienezza delle melodie, unisce l’ardore più intimo con la verità più profonda” - opera, la Norma, per la quale lui stesso compose un’aria alternativa per Oroveso) e dell’astrattezza del belcanto. E proprio questa astrattezza si ritrova nel Tristan. E se ben si osserva – senza preconcetti o posizioni ideologicamente cieche – l’atmosfera notturna, il mistero, la malinconia di certe pagine, gli aspetti “lunari” sembrano trovare un palese e manifesto richiamo proprio in Norma. Così pure lo stesso trattamento delle linee vocali richiama apertamente il belcanto belliniano. Se poi si analizza il tessuto armonico orchestrale e strumentale, si noterà come anch’esso viene ricondotto al canto vocale: al contrario della Tetralogia (dove emerge il predominio dell’orchestra e dove le stesse voci vengono trattate alla stregua di strumenti musicali nell’intento di ricondurre il tutto ad un'unica grande costruzione sinfonica), nel Tristan, i temi musicali sono essenzialmente vocali (a differenza del sistema dei leimotive, sviluppato nei lavori successivi) e anche quando vengono affidati all’orchestra essi appaiono nati per la voce e solo successivamente trasferiti agli strumenti. Si può dire che mentre altrove in Wagner le voci “suonano”, qui l’orchestra “canta”. In questo senso Tristan und Isolde è opera che, più di qualsiasi altra del suo catalogo, va “cantata” e non declamata! E in ciò ovviamente risiede la sua difficoltà, la sua ambiguità, il suo fascino e anche il motivo dei molti fallimenti interpretativi, laddove invece, non se ne colga la natura.
Questa natura inafferrabile e ambigua è realizzata anche attraverso un trattamento orchestrale assolutamente rivoluzionario, fatto di cromatismo semitonale, armonico e melodico, di modulazioni tonali, di strumentazione complessa e ostica (si pensi al ruolo inusitatamente ampio delle viole, che all’epoca erano suonate da violinisti di terza scelta e che mai avevano avuto un ruolo di così ampio rilievo). Wagner anche nell’orchestrazione, coerentemente all’impianto “belcantista” del Tristan, opera in maniera opposta rispetto alle successive composizioni (appaiono molto lontane le compagini mastodontiche del Gotterdammerung, con le sue 6 arpe, 8 corni, 4 tube etc..), attraverso cioè un progressivo “svuotamento”, un alleggerimento del contorno per evidenziare l’essenzialità delle linee melodiche. Alleggerimento funzionale all’emergere della dimensione intima e individuale, sino ad ora assente dalle ampie costruzioni wagneriane: non ci sono imperscrutabili eroi, e il mito – seppur presente, anche se più come spunto narrativo che simbolico – lascia spazio al dramma tutto interiore dell’anima umana, contesa tra luce e buio, vita e morte, ragione e passione. Probabilmente influenzato da certe suggestioni di Novalis (si pensi agli Inni alla Notte: “fedele il mio cuore segreto rimane alla notte, e a suo figlio, l’amore che crea...”), Wagner contrappone la notte che diviene mistero e magia, luogo dell’anima ove la passione non ha freni e diviene lussuria (Tristan non parla di amore, ma di passione e di carnalità), ove la morale è sommersa dal piacere, alla prosaicità del giorno (che è razionalità, convenzioni, ruoli). Tutto scompare nella notte, tutto si mescola, tutto è lecito, i confini spariscono, la vista si annebbia, i sensi si risvegliano. E la morte alla fine altro non è che un’eterna notte, ove finalmente sfogare i desideri: un buio perpetuo in cui la passione, liberata dalla schiavitù della luce vive questi suoi desideri. La morte di Isolde non è che un atto sessuale in cui essa si perde nei propri sensi. Opera quindi del desiderio irrazionale e nascosto, opera dell’incomunicabilità, più vicina a Debussy che alla Tetralogia, e priva di ogni cedimento a certa retorica e manierismo esteriore. Attraverso questo complesso disegno di passioni non appagate, il direttore (e l’orchestra) è chiamato ad un compito difficilissimo. Sia a livello tecnico che interpretativo. Diversi quindi, sono stati gli approcci alla partitura, e diversi, di conseguenza gli esiti. Furtwaengler, ad esempio, attraverso tempi morbidi e meditati, e la ricerca di un suono rotondo e definito, tratteggia il suo Tristan come una sacra rappresentazione, senza però fraintenderne l’intimismo. Accentua il dramma della rassegnazione e dell’impotenza di fronte ad un destino che si figura avverso e nemico. Il finale è una alta trasfigurazione di tutti i sensi verso un ideale superiore fatto sì di sensualità, ma anche di pace e bellezza.
Solti (che non sembra molto a suo agio col mondo ideale evocato dall’opera) al contrario, ne evidenzia gli elementi più esteriori, i contrasti dinamici, il vitalismo di certe pagine. Risulta alla fine un pò manierato nella ricerca del mito a tutti i costi. Fa del Tristan una scultura di marmo, invece di un dipinto sfumato.
Kleiber ha della partitura, una visione che pare ispirata al Nietszche della “Nascita della Tragedia”, come un contrasto tra apollineo e dionisiaco. Un mare infinito che appare placido e uniforme, ma che in realtà è, sotto la superficie, agitato da correnti e vortici, e solcato da venti gelidi, pronto a sommergere e a scatenarsi con la potenza delle sue onde. E così la sua lettura: una apparente perfezione formale, una cura meticolosa di ogni dettaglio, di ogni sfumatura, di ogni pausa, che però sottintende l’agitarsi di passioni sopite, e che talvolta emergono con forza.
Barenboim, infine, ispirandosi sicuramente alla lezione di Boulez, riduce al minimo le dimensioni, ne accentua il nervosismo, la problematicità, il senso di sconfitta, il pessimismo, si pone agli antipodi di Furtwaengler: quanto quello è sacrale e metafisico, questo appare laico, umano, materialista. Ogni dettaglio è sviscerato con diligenza maniacale, spogliato da ogni trascendenza. Una visione quasi “cameristica” della partitura. Ma oltre all’approccio direttoriale (e naturalmente, fortemente influenzato dallo stesso) vero centro della partitura, vero snodo, è la morte di Isolde, “Mild und Leise”: momento in cui tutto viene ricondotto all’unico esito possibile, ove tutto si scioglie e si libera. Ove la visione e l’interpretazione del direttore è chiamata al banco di prova. Luogo in cui si evidenziano i differenti atteggiamenti ideali: morte o nuova vita? Fine o inizio? La morte di Isotta è un lungo abbraccio che porta al trionfo del buio sulla luce: attraverso la morte, la passione si libera da ogni costrizione. E diviene splendente: la notte che risplende infuocata dai sensi. Ma solo lei lo vede questo fuoco, solo lei lo sente. Ancora l’individualità che emerge su tutto il resto. Queste sono le parole di Isolde, nella traduzione di Manacorda:

"Lieve, sommesso
come sorride,
come l’occhio
dolce egli apre…
lo vedete amici?
Non lo vedete?
Sempre più limpido
come esso brilla
e raggiante d’una luce stellare
si leva verso l’alto?
Non lo vedete?
Come il cuore a lui
baldanzosamente si gonfia,
e pieno e maestoso
nel petto gli sgorga?
Come alle labbra,
voluttuosamente miti,
un dolce respiro
lievemente sfugge…
Amici! Vedete!
Non lo sentite, non lo vedete?
Odo io soltanto
questa melodia
che così meravigliosa
e sommessa,
voluttà lamentosa
tutto esprimente,
dolce conciliante,
da lui risuonando penetra in me,
e verso l’alto si libra
e dolce echeggiando
intorno a me risuona?
Queste armonie più chiare
che mi circondano,
sono forse onde
di miti aure?
Sono forse vortici
di voluttuosi sapori?
Come esse si gonfiano
e mi circondano del loro sussurro,
debbo io respirarle,
prestar loro ascolto?
A sorsi beverle,
sommergermici?
Dolcemente in vapori
dissiparmi?
Nell’ondeggiante oceano
nell’armonia sonora,
del respiro del mondo
nell’alitante Tutto…
naufragare,
affondare…
inconsapevolmente…
suprema letizia!”


Come affronta Wagner questi versi? Innanzitutto il tempo: molto moderato, che firma l’intero brano, a volte accellerando e sostenendo il ritmo, a volte ritornando alla placida calma iniziale. Tempo di ampio respiro quindi, largo, comodo, mai affrettato. Si inizia in pp, con una frase legata, da tenere con un unico fiato: un sospiro, un sussurro, accompagnato dal tremolo dei violoncelli con sordina e dal clarinetto basso che raddoppia la frase, donandole una sfumatura di malinconica dolcezza. E’ poi la volta delle viole (sempre con sordina) e del clarinetto ad accompagnare il canto. Questo procede, attraverso un cromatismo che dona al brano instabilità e ambiguità tonale, e su di esso si innestano i corni e i violini (divisi in quattro parti) con sordina, a riecheggiare la frase iniziale (come se si ripetesse all’infinito nella mente di Isolde) in un crescendo che accompagna il crescere del canto fino al culmine, per poi spegnersi morendo, con dolcezza, sfumando nel cambio di tonalità. Qui la linea vocale si intreccia con le viole, i violini e i legni, con frasi ampie e trasognate. Tutto è pp, dolce, con molte forcelle, a movimentare la dinamica. E’ poi la volta di un lungo crescendo accompagnato dal tremolo degli archi, e che è un susseguirsi di amplissime frasi legate, dove dosare sapientemente i fiati per non spezzare la continuità del discorso musicale. Il tutto va eseguito dolcemente e con calma. Sul canto, modulato e sfumato, si innestano talvolta delle screziature, come degli scheletri di agilità belcantiste che ricordano l’astrattezza delle prime frasi di “Casta diva” (e qui emerge ancora tutto il debito di Wagner nei confronti dell’opera di Bellini). Gradualmente tutta l’orchestra viene coinvolta in queste ondate di crescendo e diminuendo, quasi a rappresentare il respiro affannato e stanco di Isotta, che procede rallentando, spegnendosi, al ritmo del suo cuore che anch’esso, lentamente, si spegne. E con il cuore il canto: le pause si fanno più ampie, le note di legni e ottoni vengono tenute lunghe, come un letto su cui appoggiare la voce, sostenuta appena dal tremolo degli archi e dal dolce sussurro dell’arpa, mentre clarinetto, oboe e corno inglese si scambiano frammenti di frasi. Si va verso la fine, “hochste lust”, “suprema letizia”: un ultimo e difficile salto di ottava verso l’acuto, pianissimo, dolce, un ultimo Fa da sostenere e smorzare, sino a spegnersi negli accordi finale, ancora un breve crescendo e un diminuendo, un ultimo brivido e, sul pizzicato dei contrabbassi l’immensa partitura sfuma nel buio notturno della fine, come la sua protagonista. Così scrive Wagner. Ma naturalmente ogni cantante l’ha reso con la propria sensibilità, è quindi opportuno un breve excursus tra le interpretazioni, vecchie e nuove. E parlando di Isolde non si può che cominciare con la Flagstad. Voglio considerare due incisioni: 1948 diretta da Issay Dobrowen e 1952 diretta da Wilhelm Furtwangler. In entrambe le versioni (la prima mostra una maggiore freschezza, mentre la seconda – con una voce appena più brunita – comunica una certa maggiore sensualità) la Flagstad fa mostra della purezza adamantina della sua linea vocale, della morbidezza dell’emissione, della sicurezza regale degli acuti, della perfezione del legato, del fraseggio sfumato, ricco e continuo. Un’Isolde “cantata” dalla prima all’ultima nota: una interpretazione che sottolinea soprattutto la musica e la sua nobiltà. L’Isotta della Flagstad è una dea celeste che si trasfigura verso un’idealità superiore: la morte non è che una metamorfosi. A questa visione altamente tragica (nel senso classico del termine), si può contrapporre l’Isolde “elegiaca” della Nilsson (diretta nel 1960 da Solti), risolta quasi esclusivamente nella bellezza del canto, qui sgargiante e perfetto – anche se talvolta appare un po’ troppo compiaciuto della propria perfezione. Qui la regina diviene l’eroina bellissima e seducente che non ha bisogno di filtri o magie (che sembrano quasi dei pretesti) per far scaturire la passione di Tristan. Unico appunto che si può muovere è l’orchestra a volte soverchiante, dovuta più che altro alla lettura di Solti che accentua in modo spesso invadente l’aspetto strumentale. E’ poi la volta di Margaret Price, che incide nel 1982 con Carlos Kleiber: la voce è angelica, rotonda, levigata, perfetta nel seguire ogni dettaglio della complessa costruzione wagneriana. Splendido il legato e il fraseggio, l’acuto è sempre sicuro e tagliante, senza perdere mai la morbidezza. Un’Isolde giocata sulle mezze voci e il canto rifinito, nell’ottica dell’alleggerimento per evidenziare l’assoluta bellezza del canto. Una visione fortemente lirica, malinconica e romantica. Un’eroina non più tragica o divina o sovrannaturale, ma fragile e terrena, aristocratica e decadente, quasi trasparente nella sua semplicità. L’Isolde della Price appare fin da subito consapevole della propria morte d’amore, e comunica – in questa accettazione schopenaueriana e buddhista – un senso di pace e rassegnazione, solo talvolta screziato dalla sofferenza e dal dolore: il dramma è intimo e divora da dentro. Diametralmente opposta la lettura della Meier, con Barenboim nel 1994 (entrambi saranno i protagonisti della prossima apertura scaligera, 13 anni dopo quest’incisione, ed entrambi con grossi problemi da affrontare: lei un’usura vocale ed un innegabile decadimento, già messo impietosamente in evidenza nell’ultimo Lohengrin scaligero; lui un’orchestra assai decaduta e priva di disciplina e professionalità che da almeno 3 anni non manca di mostrare ad ogni sua esibizione, evidenti problemi di tenuta e affidabilità). L’Isolde della Meier, che sembra rifarsi alla discutibile lezione della Modl, è una potenza infernale: la voce è più scura, ambrata, nervosa. Gli elementi drammatici vengono accentuati. Il senso di dolore, rabbia e morte lascia poco spazio al compiacimento estetico dell’assaporare la bellezza musicale. Il canto appare sforzato – e questo, purtroppo, non solo per scelte interpretative – l’acuto è meno brillante, più faticoso. Già allora la Meier correva pericolosamente su di un filo, temo che oggi faticherà a portare a termine il ruolo “cantando” (ecco perché credo che assisteremo ad un’Isolde “declamata” – strana e consueta via di fuga quando l’usura comincia a farsi evidente e la tecnica inizia a scemare – in barba al carattere essenzialmente vocalista dell’opera). Chi è dunque Isolde? Dea tragica, eroina bellissima, angelo, femmina sensuale, strega infernale? Vittima o artefice del suo destino? Creatura malinconica e decadente o demonio egoista guidato solo dalle sue passioni? Venere o Elisabetta? Redenzione o condanna? Forse è tutto questo. Forse tutti questi caratteri coesistono nello stesso personaggio. Forse è proprio l’ambiguità e l’inafferrabilità a rendere possibili tutte queste sfaccettature interpretative. Interpretazioni tutte legittime, certo, a patto di non tradirne l’essenza vocalista, direi addirittura belcantista. Ecco il punto: il Tristan und Isolde va cantato. E cantato per davvero (pensando a Bellini e a Norma), senza le facili vie di fuga di un declamato che sfocia nel parlare, o di una teatralità soverchiante, finalizzata solo a mascherare le mancanze vocali. Non ci possono essere scappatoie, se al canto si sostituisce la parola, non si regge, nessuno regge: né il cantante né il pubblico!

Gli ascolti

Mild und leise

Félia Litvinne - 1902
Lilli Lehmann - 1907
Lillian Nordica - 1911 - Cilindri Mapleson 01/1903 & 02/1903
Melanie Kurt - 1911
Olive Fremstad - 1913
Amelia Pinto - 1914
Nanny Larsen-Todsen - 1928
Meta Seinemeyer - 1928
Germaine Lubin - 1930
Giuseppina Cobelli - 1930
Frieda Leider - 1931
Kirsten Flagstad - 1936
Marta Fuchs - 1938
Gertrud Grob-Prandl - 1953
Birgit Nilsson - 1959

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Tristan und Isolde: riflessioni, parte I


Parlare di Wagner non è facile. Lo è ancora di meno per l’ascoltatore o l’appassionato del melodramma italiano o, almeno, di ispirazione italiana.
Tristano ed Isotta è opera sia da grandi cantanti che da grande direttore. E se è per quello anche da grande orchestra. Caratteristica questa non solo di Wagner, ma di tutto il melodramma almeno dal 1870 in poi. In repertori assolutamente diversi dal wagneriano incontri fra grande cantante e grande direttore hanno dato risultati di levatura storica.
Con riferimento a Wagner basta pensare a Furtwaengler con la Leider o la Flagstad.
L’assenza di grandi cantanti, ove per grandi si intenda professionisti dotati di grande tecnica in primo luogo è la condicio sine qua non comune al Tristano ed alla Traviata. Non può essere liquidato l’assunto come opinione di vociomane. Troppo facile ed antistorico, soprattutto.
La credenza che Wagner possa essere eseguito senza il rispetto della quadratura tecnica, che proviene dalla scuola di canto italiana ottocentesca e la sua aberrante derivazione che Wagner (e tutto l’operismo tedesco successivo) si canti con una tecnica differenze ed il corollario che i grandi cantanti di scuola italiana sarebbero negati al canto wagneriano sono malintesi nella migliore delle ipotesi antistorici e nella peggiore forzatamente interessati.
Bastano cento anni di registrazioni, in quanto sono di fatto documentati i primi cantanti che affrontarono il repertorio wagneriano.
Bastano le uniche registrazioni di Marianne Brandt (1842-1921) prima Kundry, in alternanza con Amelia Materna (1844-1918), che canta il brindisi della Borgia e l’aria ! Ah mon fils” di Fides del Profeta con gusto e tecnica sono quelli del canto ottocentesco se non addirittura del bel canto.
A seguire il filone del pensiero “tecnica diversa” si arriverebbero a due egualmente abberranti conclusioni o che la Brandt quando cantava Wagner cantava con una tecnica diversa (quale poi?) o che Wagner, che la scelse personalmente, non capiva nulla di canto wagneriano.
La più concludente prova che Wagner debba essere cantato è la documentazione lasciata da Lilli Lehmann (1848-1929) celebre tanto quanto Isotta e Brunilde quanto come Norma o addirittura Philine di Mignon. La carriera quarantennale, la freschezza vocale documentata sono un altro colpo alle opinioni della differente tecnica o della non necessità dell’uso del canto di scuola.
Gli esempi continuano in tempi all’epoca contemporanea sino a Birgit Nilsson, l’ultimo vero soprano drammatico wagneriano, che abbia praticato il repertorio italiano. Si può discutere l’interprete, la qualità vocale, ma non certo il dominio dei cosiddetti “ferri del mestiere”. Persino nei passi virtuosistici. D’altra parte chi sentisse Lillian Nordica (1857-1914) e Lilli Lehmann, due fra le più famose Isotte della storia, ascolterebbe in altro repertorio un’impeccabile esecuzione dei passi di agilità.
E le risultanze non cambierebbero neppure ascoltando Melanie Kurt (1880-1941), che passava per una Isotta veemente ed interprete e, però, fronteggiava e superava l’impervia scrittura di Berthe del Profeta. Mi piacerebbe sentire le Stemme e le Polansky alle prese con i duetti Berta-Fides.
Per altro il malinteso del canto wagneriano come negazione del canto o superamento della tecnica italiana è un parto degli ultimi cinquant’anni coevo alla decadenza rapida e sembra irreversibile della scuola di canto tedesca.
Olive Fremstad (1871-1951), documentata nella morte di Isotta, e passata alla storia come cantante attrice (l’anti Nordica?) e assai vicina al gusto di Bayreuth, fatte le debite tare dovute ai primordiali metodi di registrazioni, che penalizzano Wagner più di ogni altro autore esegue il brano con una castigatezza di accento un’attenzione al legato ed una levigatezza non molto diffuse nell’ultimo mezzo secolo. L’allusione alle Modl e Varnay è ovvia, scontata e soprattutto dovuta.
Il canto non sostenuto da una tecnica adeguata compromette il legato, elemento indispensabile per dare vita ai due amanti wagneriani.
Basta guardare le indicazioni di cui lo spartito è costellato.
Il problema delle Isotte furenti, stimbrate, spacciato per sacro furore interpretativo è il problema dei protagonisti maschili degli ultimi cinquant’anni. Si chiamino Vickers, Kollo, Hoffmann, Heppner, che arrancano miseramente nel duetto d’amore con timbri per nulla amorosi e neanche eroici) e che rendono grati all’ascoltatore i tagli del terzo atto, che, di fatto, si regge sul protagonista maschile.
Adesso è di grande moda denigrare il più documentato e qualificato Tristano della storia dell’opera Lauritz Melchior. E figuriamoci se ci fossero le registrazioni di Jean De Reszke (1850-1925), che accadrebbe. Qualcuno dai microfoni RAI ci direbbe che cantava come Maurice Chevalier o Luciano Tajoli.
E pensare che il maggior elogio documentato all’arte di Melchior viene proprio da una intervista di Astrid Varnay, la quale in un’intervista televisiva parla della straordinaria proiezione ed ampiezza del suono del tenore danese. Strano che la presunta profetessa del Wagner senza tecnica classica canti le lodi del più tecnico cantante wagneriano !!!!
Anche qui delle due o la Varnay non capisce nulla di canto ed è priva di autostima o, più probabilmente, i cultori del canto parlato in Wagner sono smentiti dalla loro medesima profetessa.
In linea di principio la scrittura vocale marcatamente centrale (salvo qualche impennata all’acuto, do compreso per Isotta), in certi punti prossima all’omofonia richiede voci che abbiamo la loro miglior ampiezza e penetrazione in quella zona, tenuto anche conto della necessità di svettare sul magma orchestrale.
Al centro, è noto, tutti o quasi cantano anche per virtù naturale con la sostanziale differenza che la voce impostata in quella zona assicura a differenza della naturale la proiezione idonea a fronteggiare senza sforzo la massa orchestrale. Quel suono che in Verdi come in Wagner riempie il teatro
Sotto questo profilo sono esemplari le ricchezze degli strumenti della Flagstad e della Grob Prandl (la cantante wagneriana vocalmente più dotata, che i dischi documentino) nella scena di Isotta che apre il secondo atto, ma sono ancor più sorprendenti i risultati di due voci estesissime in alto come la Nilsson e più ancora Nanny Larsen-Todsen(1884-1982). Quest’ultima soprano wagneriano ufficiale a Bayreuth fra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 protagonista della prima registrazione in studio dell’opera.
E’ evidente che sia il cosiddetto racconto di Isotta al primo atto che l’attesa della protagonista al secondo vengono eseguiti con grande rispetto del legato (il segno di espressione più speso nell’intera partitura), con una dinamica spesso più varia di quella prevista dall’autore e, naturalmente dominando con irrisoria facilità il pesante orchestrale.
Ancora nella sezione centrale del duetto d’amore gli amanti se dilettanti del canto aiutati dalla tessitura centrale reggono, ma il suono non ha né la penetrazione né la lucentezza di voci come Melchior e la Leider o la Flagstad. Melchior ha lasciato le incisioni del duetto con entrambe le partners.
E quanto ad ampiezza e proiezione di suono colpiscono, più di ogni altro per le registrazioni assolutamente primordiali Lillian Nordica e Georges Anthes (1863-1923) negli stralci dei cilindri Mapleson. Impressionante quando i due amanti cominciano a “dare volume” alle voci per l’idea di un canto, che si espande e riempie il teatro. Poi si potrà anche discutere che sin dai primi acuti si percepiscono suoni un poco fissi nella Nordica, ma l’idea dello stile grandioso che a Wagner derivava dal grand-operà è reso a meraviglia.
All’ascoltatore attento non sfuggirà, almeno sotto il profilo vocale che Wagner non è affatto un unicum nella storia del canto, che, al contrario, si inserisce nella tradizione e secondo la tradizione deve essere eseguito.L’impressione circa l’effetto della voce “live” di Lillian Nordica, al di là della frammentarietà e difficoltà dell’ascolto si rinnova nel delirio finale di Isotta sul cadavere di Tristan. Le doti vocali e tecniche sono anche nel finale il discrimen fra le Isotte di tradizione “belcantistica” e quelle dello sprachgesag. Ed anche qui si devono superare i malintesi. Certo che l’esecuzione della Flagstad è tale da far dire a Joan Sutherland che il soprano norvegese è una belcantista e privilegia la qualità del suono, la perfezione dell’emissione tutti attributi e manifestazioni prima di tutto delle regalità; però le esecuzioni della Gadski (1872-1932) o della Fremstad, che sarebbero ispirate ad altra di estetica sono, comunque, rispettose del testo musicale e della tecnica. Le altre, spiace dirlo, latitano come interpreti ed anche come esecutrici.

Atto I
- Entrata di Isolde - Kirsten Flagstad, Gertrud Grob-Prandl
- Wie lachend sie mir Lieder singen - Nanny Larsen-Todsen, Kirsten Flagstad, Birgit Nilsson

Atto II
- Attesa di Isolde - Kirsten Flagstad, Gertrud Grob-Prandl, Birgit Nilsson
- Duetto d'amore - Nordica & Anthes (Mapleson 1 e 2), Leider & Melchior, Larsen-Todsen & Graarud, Flagstad & Melchior, Grob-Prandl & Windgassen, Nilsson & Windgassen
- Canto di Brangaene - Ebe Stignani

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