Visualizzazione post con etichetta carelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carelli. Mostra tutti i post

giovedì 16 giugno 2011

Seduzione al convento. Prologo

Al convento di San Sulpizio, dove un giovane e, si presume, avvenente ragazzo ha deciso, ben conscio di quel che abbandona pronunciando i voti, giunge una donna, anzi una ragazza di diciasette anni, considerata già una delle più affascinanti di Parigi e decisa più che mai a strappare l’abate des Grieux, suo ex amante alla vita consacrata. Quello che accade è facilmente intuibile perché dinnanzi alla rievocazione dell’amore la vocazione alla vita consacrata si dissolve ed il giovane ritorna alla sconsiderata vita con la giovane ben più scriteriata e sconsiderata di lui.

La scena di San Sulpizio è nel capolavoro di Massenet la più drammatica e pregnante. Prima di sentirla dal vivo mi è stata raccontata e da chi aveva avuto la fortuna -credo intorno al 1918, ossia all’età di Manon- ed il privilegio di vederla cantata e prima ancora recitata ed interpretata da Rosina Storchio.
Consideriamo quale significato di assoluto ed autentico peccato potesse assumera, allora più di oggi, la profferta amorosa di una donna giovane, ma non più rispettabile, in un parlatorio di un convento e rivolta ad un novizio.
La narratrice, non più giovane, ma molto compresa dello spirito di Manon non poteva che, con gli occhi luccicanti, soffermarsi e accennare con la voce rotta dall’emozione del ricordo le frasi salienti della seduzione “non ha per te più baci la mia bocca “non son più Manon”.
Anche nella traduzione gli intenti non lasciano spazio a nessuna fantasia tanto meno se la nostra pia dama precisava che la Manon era in ginocchio (anzi in ginougiouni, perchè la narrazione avveniva in milanese) e culminava con la frase “lu el tira via el coularin “ e canta “io vivo per te solo “ e “ el va via cun le” . Il peccato la perdizione il richiamo dell’amore nella forma più esplicita aveva trionfato in spregio della sacralità del luogo e dell’abito di des Grieux.
Il racconto rende l’esatta percezione che il pubblico italiano della prima metà del novecento della scena di san Sulpizio come una seduzione di intensità e peccaminosità pari a quelle di Carmen e Dalila. Possiamo anche aggiungere che talune interpreti molto in voga nella prima metà del novecento incrementassero il tasso di erotismo del personaggio trasformandola da scriteriata e sconsiderata ragazzina che non si ferma dinnanzi alla scelta dell’ex amante in esperta e navigata meretrice, magari non adolescenziale nell’aspetto e nella voce.
Questo serve quale spunto di riflessione perché dal giugno 2011 al giugno 2012 abbiamo deciso di proporre una cospicua serie di scene della seduzione, passando dal convento della Madonna degli Angeli, spagnolo paradigma del luogo di espiazione e conversione a quello di San Sulpizio, francese, dove espiazione e conversione vengono presto abbandonate.
La discografia è veramente ricca perché quello di San Sulpizio è, fra i quattro duetti degli innamorati, il più completo sotto il profilo musicale, drammatico e vocale, tanto che l’assolo di Manon “la mia non è la mano” è stato anche registrato ai primordi del fonografo quale brano a sé stante e come tale, vista la fama delle esecutrici viene, infatti, proposto. Come spesso accade nel repertorio francese valicare le Alpi ovvero attraversare la Manica significava traduzione ed applicazione degli stilemi e dei gusti dell’opera italiana e per opera italiana negli anni ’90 dell’ottocento poteva significare incontro con il Verismo. Utilizzo la formula dubitativa perché se da un lato l’eroina in terra italiana incontrò la patrone del Verismo ovvero Emma Carelli, dall’altro incontrò anche e soprattutto Rosina Storchio. Di entrambe mancano le registrazioni della scena di San Sulpizio. Emma Carelli ha, però, inciso l’aria del secondo atto il “picciol desco”.
Non è conservato alcunchè della Storchio. Possiamo, però, dalla autobiografia di Toti dal Monte, che “passò” la parte con il soprano mantovano avere una testimonianza dell’idea interpretativa della Manon italiana più famosa del primo ventennio del XIX secolo e poi, intendiamoci, fra le affermazioni di castigatezza di canto e la realizzazione pratica ne corre non poco, tenuto conto che eleganza, castigatezza possono avere realizzazioni differenti nel tempo. Certo Giuseppina Baldassarre Tedeschi, Licia Albanese e sopra tutte Mafalda Favero sono l’incarnazione della Manon carnale, verista assatanata di des Grieux, ma non sono la sola realizzazione del personaggio posta in essere in quel periodo. Lo insegnano le realizzazioni anche dell’età della pietra del fonografo perché basta sentire Sigrid Arnoldson per avere una Manon forse un poco compita, forse un po’ gran dama, ma che smentisce che la Manon sofferente e per sbaglio zoccola sia un’invenzione degli ultimi anni. E l’ascolto delle registrazioni antiche smentisce ancor più la faciloneria ed ignoranza oggi di prassi fra critica e pubblico; Carmen Melis esemplifica come una diva verista, con vizi e vezzi del verismo, adusa a titoli ben più onerosi della eroina massenetiana, possa essere dolce, raffinata e sensualissima al tempo stesso.
Buona perversione a san Sulpizio.



Massenet - Manon

Atto II


Allons, il le faut...Adieu, notre petite table - Emma Carelli (1904)


Read More...

giovedì 12 febbraio 2009

200.000 contatti: e allora festeggiamo con un po' di Verismo!!

Ringrazio nuovamente per l’assiduità con cui venite a leggere il nostro blog.
Vi illustro brevemente la vostra progressione che, ad onta del nostro counter che ogni tanto si prende le ferie da noi, marcia con questi ritmi: 50.000 contatti per i primi 8 mesi, altrettanti nei 4 mesi successivi. Dopodiché altri 100.000 contatti in meno di 5 mesi.
Nel manifestarvi il nostro sincero stupore per cotanti numeri, andiamo ad un nuovo “festino”, ma senza Borgie o affini, bensì in compagnia di alcuni grandi artisti del Verismo.

Abbiamo deciso di festeggiare l’evento proprio con alcuni dei Grandi esponenti dei questo “Ismo” poiché non vi abbiamo dato spazio pari al belcanto, con l’eccezione forse della divina Olivero. Ed anche perché i nostri detrattori, che ci vogliono far passare per cellettiani ottusi, vengano smentiti: il grande critico, passato per antiverista doc, se la prendeva, in realtà, non tanto col Verismo, quanto con la sua degenerazione in fato di gusto e di tecnica vocale.

VERISMO, etichetta eterogenea per una moltitudine di soggetti variegati, dal rusticano allo storico, dall’esotico al fantastico, ove si rimasticano e manipolano soggetti letterari e teatrali di ogni genere.
VERISMO, termine che implica comunemente un genere ove il canto è generoso, appassionato ed immediato, talora accompagnato da effetti ed effettacci realistici.
VERISMO, parola usata e fin troppo abusata in senso dispregiativo ( pure da noi ), per indicare il luogo idoneo a cantanti sgangherati, volgari e plebei nel gusto, specie se applicato a repertori differenti.

Quello verista è in realtà un mondo ove le prodezze della voce ( e per prodezze si intende quello che offrono esecuzioni come quelle di Pertile, della Muzio, di Eugenia Burzio o di Madga Olivero) si accompagnano all’espressione libera delle singole personalità degli artisti. Non v’è grande cantante, nel Verismo, che non abbia fatto coincidere una precisa immagine di sé, di recitare e cantare, talora anche di vivere la propria reale esistenza, con i personaggi cui dava vita (famosa la frase di Gilda dalla Rizza “in casa mia non c’è nulla di proibito”). E’ con il Verismo che il cantante si fa obbligatoriamente attore (attore secondo il canone di una Duse, cui spesso la Bellincioni fu paragonata): la diffusione del nuovo genere coincide con l’era del disco, e ad esse si accompagna, come mai prima di allora, l’arte fotografica, come aveva insegnato l’indiscusso maestro del Verismo Giovanni Verga. Immagine e suono, scena e canto sono continuamente contaminati da prosa e cinema muto, ed il gusto li accomuna in un universale sentire al di sopra delle righe, nell’esasperazione dei toni, ora languidi ora drammatici, ora isterici, ora lirici. E ciò coinvolge uomini e donne. Le pose della diva stigmatizzata da FloriaTosca (pensate una cantante che fa la parte della cantante) hanno il loro parallelo in Paolo il bello o in Loris Ipanoff.Non v’è alcun meandro o remoto sentimento o stato d’animo della natura umana che l’opera verista non metta in scena, sempre alla ricerca di ogni sconosciuto non-detto ( qualora ancora ve ne fossero rimasti ), di ogni moto inespresso, di ogni sentimento, anche il più truce, esibito e pure amplificato, perché nulla sfugga a chi siede in platea.

Perciò che il Verismo sia il luogo della varietà, dell’espressività eretta a sistema, dell’eterogeneità dei colori, delle possibilità espressive spinte ai limiti, è certamente ……vero! Non si può essere artisti veristi senza scavare ed anatomizzare, in modo anche maniacale, un personaggio, un brano, un passo e spesso la parola, come le “disperate veriste” Carelli e Bellincioni hanno insegnato, magari rimettendoci un decennio di tranquilla carriera. In modo maniacale, e magari anche manierato, perché vi è sempre maniera laddove ci spinge all’eccesso.

Ecco perché il Verismo ci consegna interpreti straordinari, e molto spesso anche cantanti straordinari, spesso bollati più per ragioni insite nel gusto, ossia per la parte transeunte del canto, che per reali motivi vocali, anche perché persino la Carelli se decideva di cantare secondo le regole lo faceva e come lo faceva (vedasi la registrazione del “vissi d’arte”). Tanta parte del Verismo, infatti, in particolare quella dei suoi primi interpreti, molti dei quali cresciuti, per motivi anagrafici, alla scuola del canto romantico italiano, è fatta di cantanti, che hanno sull’ara dell’espressione volutamente trascurato le antiche regole dell’emissione stilizzata e del canto nella maschera, nell’estrema ricerca di effetti che loro ritenevano “espressivi”. Il mezzo spesso si flette o deroga dalle sue regole d’uso in nome del gusto imperante, dell’amplificazione dell’effetto drammaturgico, al punto tale da essere poi allo steso modo usato,impropriamente, in altri repertori. Altre volte il sacrificio è stato più contenuto come insegnano le Farneti, le Muzio e le Olivero, o Pertile e de Luca, ma questo non ha intaccato di un centimetro il dire ed il dire in modo eloquente. Anzi in qualche caso lo ha esaltato e trascinato fuori dagli schemi del gusto imperante al tempo.



Gli ascolti


Bizet - Carmen

Atto I - L'amour est un oiseau rebelle - Emma Calvè
Atto IV - C'est toi? C'est moi - Gabriella Besanzoni & Piero Pauli

Catalani - Loreley

Atto I - Amor, celeste ebrezza - Magda Olivero

Cilea - Adriana Lecouvreur

Atto I - Ecco: respiro appena...Io son l'umile ancella - Angelica Pandolfini

Giordano - Andrea Chénier

Atto I - Colpito qui m'avete...Un dì all'azzurro spazio - Aureliano Pertile

Giordano - Fedora

Atto I - Rigida è assai la sera - Gilda Dalla Rizza

Leoncavallo - La bohème

Atto II - Mimì Pinson - Rosina Storchio

Mascagni - Iris

Atto II - Un dì, ero piccina - Maria Farneti

Mascagni - Isabeau

Atto II - E passerà la viva creatura - Bernardo De Muro
Atto III - Ch'io fugga - Tina Poli-Randaccio & Attilio Barbieri

Ponchielli - La Gioconda

Atto I - Voce di donna o d'angelo - Elvira Casazza
Atto II - Cielo e mar - Giovanni Zenatello
Atto II - E un anatema! - Gina Cigna & Cloe Elmo
Atto IV - Così mantieni il patto? - Eugenia Burzio & Giuseppe De Luca

Puccini - Tosca

Atto II - Quanto? Il prezzo! - Emma Carelli & Mario Sammarco

Puccini - Madama Butterfly

Atto I - Viene la sera - Rosetta Pampanini & Alessandro Granda

Read More...