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sabato 24 gennaio 2009

Vec Makropulos alla Scala

Nonostante la fama di passatisti, cui, peraltro, teniamo molto, Giulia Grisi, Adolphe Nourrit e Domenico Donzelli si sono recati alla quarta rappresentazione (turno C) del Vec Makropulos.
L’opera prescelta per celebrare l’autore ceco fa parte di un dichiarato piano educativo progettato dalla dirigenza artistica del massimo teatro milanese. Peraltro insegnare agli ignoranti rientra fra le opere di misericordia spirituali. E allora questa dirigenza artistica dovrebbe applicare tale principio in primo luogo a sé medesima. Ben venga Janacek ma il compositore ceco non è, né mai lo fu, una punta isolata all’interno di quella cultura mitteleuropea cui la dirigenza scaligera vuole iniziarci. Il nostro autore appartiene alla medesima epoca, seguita alla stagione di Wagner e Verdi, autori come Puccini, Catalani, Mascagni e Zandonai. Quegli stessi autori che la dirigenza scaligera ostinatamente ignora, sul presupposto che si tratti di musica per melomani e vociomani. Consiglieremmo quindi, nella nostra suprema ignoranza, a chi deputato alle scelte artistiche di esaminare con attenzione partiture quali la Francesca da Rimini (assente da 50 anni in Scala), Iris o Isabeau, la cui assenza supera le nozze d’oro sempre sul palcoscenico milanese. Forse udita la compagnia di canto assemblata dalla Scala viene da pensare che sia assai più conveniente “educare” il pubblico a Janacek che non riproporre i titoli sopra citati o altri consimili. C’è poi un altro problema, che ci sembra assolutamente prioritario, ossia quello della lingua prescelta. In un lavoro musicale fondato su una sorta di recitato-declamato è essenziale che l’ascoltatore, che non è obbligato ad essere poliglotta, deve essere messo nella condizione di comprendere tutte le sfumature del dialogo drammatico. Ed è solo questa intellezione che consente di valutare la qualità dell’interprete chiamato a vestire i panni dei personaggi e crediamo, ma è opinione personale, che a questa esigenza possa essere anche sacrificata la lingua originale con la sua metrica e prosodia, che peraltro, ribadiamo, il pubblico che non sa la lingua ceca non può apprezzare. Talvolta i dogmi possono anche essere sacrificati in nome della prassi. Peraltro “l’incolto” pubblico scaligero ha premiato il teatro con 50 palchi vuoti ed una platea con larghi buchi, il tutto nonostante la svendita dei biglietti più costosi del teatro. Ricordiamo che nei maggiori teatri stranieri esistono diverse fasce di prezzo per gli stessi prezzi a seconda del tipo di spettacolo. E magari anche un diverso numero di rappresentazioni a seconda della “popolarità” del titolo proposto.
Quanto poi all’allestimento spiace per chi ci giudica vociomani ma, come sempre, in primo luogo debbono essere giudicate le prestazioni dei cantanti. Per comprendere quali siano le doti del grande cantante-attore invitiamo ad ascoltare non solo le solite Kabaivanska, Scotto ed Olivero ma complete cantanti attrici come Lotte Lehmann, Rose Pauly, Maria Jeritza o Eleanor Steber, le quali, senza inutili preziosismi, ed in ogni lingua in cui hanno cantato, hanno dato senso a ogni frase e ad ogni parola. Giovedì sera la signora Denoke, in natura dotata di una voce da Mimì, fissa e priva di proiezione del suono (caratteristica comune a molte mozartiane e wagneriane delle ultime generazioni) ha esibito la stessa voce, lo stesso accento e lo stesso colore, sia che maltrattasse la domestica che male l’acconciava, sia che deridesse il dolore di un padre per il suicidio del figlio, sia che accettasse l’ineluttabile fine e la normalità della morte. Il fatto che, poi, la signora sia dotata di uno splendido fisico non è sufficiente per rendere l’aspetto divistico del personaggio, che non si limita a scendere un praticabile o ad accavallare le gambe, ma che deve, fin dal suo primo apparire, far percepire al pubblico il fascino ambiguo ed inumano del personaggio che ha attraversato quattro secoli e il cui solo scopo di vita è quello. La tecnica precaria è confermata da una voce che progressivamente perde ampiezza e penetrazione nel corso della serata, sino ad essere poco udibile nella prima parte del terzo atto. Le cose vanno un po’ meglio nel finale, dove spende le residue energie. Miro Dvorsky è un altro degli inspiegabile abbonati delle stagioni scaligere in opere dalla vocalità novecentesca e spinta, più digeribile qui che nel Tabarro e in Jenufa. Abbiamo inoltre dubitato della qualifica di basse-bariton per la voce bianchiccia e spoggiata di Mark S. Doss, mentre ascoltando il Vitek di David Kuebler e il Janek di Eric Stoklossa abbiamo provato struggente rimpianto per la pletora di caratteristi che nelle operacce del Novecento italiano cantano le maschere di Turandot, Goro e Sonora. Rimane poi la direzione d’orchestra di Marko Letonja : l’orchestra suona bene, con suono nitido, pulitissima negli attacchi e brillante, una prova ben diversa da quella dell’ultimo Don Carlo.
Sempre bello ed efficace ma anche suggestivo il vecchio allestimento di Luca Ronconi, già visto a Torino con protagonista Raina Kabaivanska.

Giulia Grisi, Domenico Donzelli e Adolphe Nourrit



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venerdì 7 marzo 2008

Trittico di Puccini alla Scala: si vola sempre più basso.

Il titolo per l’opera pucciniana andata in scena ier sera alla Scala venne pensato, all’ultimo o quasi, da Giovacchino Forzano.
Poi l’industria farmaceutica se ne impossessò negli anni ‘80 (si era anche impossessata di opere di grande valore come l’Anabasi senofontiana) e lo affibbiò ad un tranquillante.
Ho il sospetto che la direzione musicale di ieri sera si sia ricordata di questa osmosi fra musica e farmacopea.
Una ripresa del Trittico dovrebbe esaltare esecutori ed ascoltatori non assopirli, come è accaduto ieri sera in Scala.
Dire che l’orchestra abbia suona o male e sia stata mal diretta sarebbe ingiusto e falso, ma in generale al Tabarro mancava il colore noir, alla Suora il contrasto fra le giulebbe delle suorine e l’ipocrisia conventuale della prima sezione ed il clima sospeso dell’incontro zia nipote e il turgore straussiano del finale e nello Schicchi la carica acetisalicilica di una vicenda toscana, per giunta, mutuata dal tosco per antonomasia Dante Alighieri.
Certo con il palcoscenico di cui disponeva il maestro Chailly una più completa realizzazione dell’opera sarebbe stata rischiosa perché avrebbe ancor più evidenziato i grandi vuoti sulla scena.
Diciamo che tutto è scorso via con un bel e buon suono senza nessun incidente in buca e coi tempi che corrono con un’orchestra che ha suonato male la Stuarda, bene Tristano e mediamente Wozzeck la media è più verso l’alto che verso il basso.
Però…..l’unico vero momento in cui direttore e orchestra hanno cantato è stato la descrizione della carrozza della Zia principessa e la sezione conclusiva dell’incontro zia-nipote. Loro hanno cantato, ma solo loro in scena la febbrile ed il nervosismo della diva verista mancava.
E quindi cominciano proprio dalla diva. Quanto fra nel 1959 e nel 1961 la Scala, direttore Gianandrea Gavazzeni propose il Trittico schierò tre autentiche primedonne (e non erano neppure le sole possibili ossia la Petrella Giorgetta, la Jurinac e la Stella suor Angelica e la giovane Scotto Lauretta. Oggi di diva la sola Frittoli.
Anche avvolta nei panni della suor penitente contro la propria volontà Puccini ha creato un personaggio per grande tragica verista. Quelle per intenderci alla Muzio alla Olivero alla Scotto. La signora Frittoli, pur sostenuta da molti ignari ammmiratori, ha esibito una voce che dal fa acuto è bianca e vibrata, sotto non esiste e gli acuti estremi (i famosi do previsti sia “nella grazia discende” che nel finale) sono state faticose urla, stonate e fisse. Per molto meno nel 1972 Katia Ricciarelli e nel 1983 Rosalind Plowrigt vennero pesantemente riprovate dal pubblico scaligero. Quanto al fraseggio passati come acqua fresca il “Senza mamma”, le frasette, che sono pesanti della scena conventuale e tutto il detto e non detto dell’incontro con la zia.
La quale zia è una stracotta Lipovsek (fu già una fissa Fricka con Muti nel 1994) che esibisce con puntigliosa precisione tutti i vizi e vezzi della scuola di canto tedesca (suoni fissi, intonazioni a scivolo) applicati alla tipica voce del mezzo soprano usurato con evidente buco o “scalino” fra le note basse ed il centro appena udibile.
Della compagine delle suore e suorine il premio spetta a Cinzia de Mola, che ha rammentato la grande Tina Pica. Peccato che non andasse in scena Filumena Marturano.
Quanto al trio protagonistico del Tabarro la signora Marroccu è stata piatta ed inespressiva e il solo acuto della propria aria un vero urlo. Il disinganno, l’amaro in bocca che sono del personaggio le note caratteriali, indispensabile contrasto con i momenti d’amore con Luigi assolutamente dimenticati. Togliamo a Giorgetta il fraseggio e che resta?
Come non resta nulla a Luigi ad opera del signor Dvorsky, l’anno passato impegnato a declamare Janacek e quest’anno messo impietosamente alla corda dalle frasi tese e roventi del duetto d’amore. La carica ormonale di questo Luigi che in alto si sbianca e si stimbra è pari a zero.
In fondo meglio tenuto conto dell’età e dell’insipienza tecnica Juan Pons.
Una notarella e una osservazione nel ruolo dell’innamorato si è esibito un giovane cantante della scuola di perfezionamento della Scala (Leonardo Cortellezzi), la voce è quella del tenorino da opera del primo ‘800, ma siccome sa dove la si mette anche se cantava in fondo al palcoscenico era perfettamente udibile. Miracoli dell’acustica scaligera o accorto uso dei ferri del mestiere?
Lo spettacolo più applaudito è stato il Gianni Schicchi. In mezzo ad un gruppo di eredi di Buoso Donati pretermessi che se maschi erano ingolati ed ingolfati vocalmente e se femmine stridule, petulanti e parlanti, Leo Nucci, baritono da Verdi pesante e con gusto post tittarufesco, ha come il personaggio del buon padre Dante nei confronti dei Donati, vinto a mani basse. Non significa che sia lo Schicchi ideale (parte che pertiene al fine dicitore alla de Luca o Bruscantini ed oggi Corbelli), però è stato l’unico personaggio. La coppia di innamorati entrambi in difficoltà appena arriva un miserello la bem brillava per distrazione da parte della stridula Nino Machaidze, assolutamente assente e per inutile agitazione ed estroversione in Vittorio Grigolo.
Il pubblico ha poi sfogato la propria insoddisfazione verso l’allestimento e la regia.
Quanto a regia va detto che non c’era nessun segno tangibile della presenza di un grande regista; non un gesto peculiare e significativo che sottolineasse il momento scenico e che lo servisse ed esaltasse. Insomma se la regia fosse stata dei grandi mestieranti e praticoni che sino agli anni ’90 imperavano nei teatri italiani tutti non avremmo potuto verificare la differenza.
Quanto alle scene, assolutamente anonima, ovvia e scontata la chiatta parigina, di pessimo gusto la prona Madonna della Suora, dal volto e dai colori di una statuetta da presepe di seconda scelta di una bancarella di San Gregorio Armeno, scontata l’ambientazione anni ’50 dello Schicchi con la solita scena sghemba, tutta ricoperta di teli rossi, più adatti ad un postribolo da dolce vita, che alla casa del parsimonioso e celibatario Buoso Donati con visioni infernali e fiorentine da recita di Carnevale in un teatrino parrocchiale.
Giustamente riprovate dal pubblico, delle cui orecchie posso dubitare, ma della vista ottima proprio no.

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