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mercoledì 2 settembre 2009

Philippe Jaroussky: Opium - Mélodies françaises

Iniziamo con questa puntata un ciclo di recensioni di cd di fresco dati fuori. Alcuni affezionati lettori ed altrettanti assidui nostri detrattori ci rimproverano di essere poco informati sulle nuove tendenze e soprattutto sulle nuove star (e starlet) del mercato discografico, ed è per questo che, in questo mese di settembre, vogliamo dedicare un poco di spazio a quei cantanti cui major e critica dedicano tutto l'anno la loro incondizionata attenzione ed il costante, crescente plauso. Ovviamente a ogni recensione seguirà adeguato commento musicale.
Buona lettura.


L’ultima novità del pianeta baroccaro, è il nuovo album di Philippe Jaroussky: Opium. Il titolo, molto glamour (così come la patinatissima copertina che raffigura il divo con lo sguardo vago e distratto, la pelle levigata e diafana, e le labbra – più lucide e carnose del solito – semiaperte, sullo sfondo di un broccato da tappezzeria di albergo di lusso), ammicca a quell’ambiente di decadenza fin de siècle frammisto al gusto liberty e salottiero (seppur venato di inquietudini bohémienne) che caratterizza il repertorio a cui è dedicata l’incisione: mélodies e chansons di Debussy, Massenet, Saint-Saens, Chausson, Fauré, Caplet, Lekeu, Dukas, Chaminade, Hahn, D’Indy, Dupont, Franck. Confesso di aver avuto non poche difficoltà nell’ascolto di questo ennesimo esempio di come certe mode passino dalla curiosità sperimentale (per quanto discutibile) al mero grottesco.
Già, perché con questa grottesca raccolta, assurdamente affidata a una voce di controtenore in crisi d’identità (e che passa dagli eroi asessuati dell’Opera Seria, all’ambiguità di una scimmiottatura di Marlene Dietrich, Rita Hayworth, Theda Bara o di qualche altra femme fatale da cinéma noir – giacchè a questo rimanda, almeno nell’immaginario collettivo, questa selezione musicale), si è davvero varcato il segno. Inutile soffermarsi di nuovo sul fenomeno dei controtenori e dei falsettisti: già se n’è parlato abbondantemente e le considerazioni non potrebbero che essere le medesime, ossia che trattasi di fenomeno legato a certe mode (che hanno trovato in Francia l’humus ideale per imperversare in ogni ambito), a certa decadenza (di tecnica, stile, serietà), e a molta ignoranza (con la pretesa, però, di voler spacciare una discutibile e arbitraria scelta esecutiva – stigmatizzata e derisa dagli stessi autori delle musiche a cui viene affibbiata – come l’unica corretta e la più autentica nel ricreare le particolari atmosfere dell’Opera Seria e dei suoi divi). Il malcanto falsettista si sta diffondendo, in questi anni, in modo impressionante: come un cancro inguaribile diffonde le sue metastasi in ogni piega del repertorio lirico vocale. Partito come tentativo, assai malriuscito, di ricreare artificiosamente la voce di quegli evirati cantori che erano i protagonisti dell’opera barocca (e che, nonostante quel che ci raccontano i sedicenti filologi baroccari, venivano sostituiti, allorquando non fossero disponibili, da soprani e contralti donne dagli stessi compositori: noto è l’odio di Handel nei confronti dei falsettisti) agli esordi venivano impiegati nel solo repertorio secentesco/settecentesco – l’Opera Seria o la musica sacra – limitandone l’apporto a personaggi marginali; successivamente hanno conquistato i ruoli protagonisti (Giulio Cesare, Serse, Orlando, Rinaldo etc…) con gli esiti disastrosi che decine di incisioni (ligie alla filologia olandese, francese e anglosassone) testimoniano impietosamente (nonostante i plausi di certa critica evidentemente in mala fede). Con il passare del tempo, parallelamente allo scadimento della scuola di canto “tradizionale” e con la sempre maggior diffusione dei dogmi baroccari in settori musicali che poco o nulla avrebbero di che spartire con l’universo propriamente barocco, hanno conquistato Gluck e Mozart, mentre si preparano, ora, all’assalto della musica di Rossini (già qualche tentativo s’è fatto con opere complete – Aureliano in Palmira ad esempio – e recital grotteschi e filologicamente inaccettabili, dove questi finti castrati azzardano Tancredi, Arsace, persino Rosina: tutti ruoli che, come chiunque sa bene, vennero scritti per soprani e contralti). Un ulteriore esempio di tale scorrettezza, arbitrio e ignoranza – sì, perché chi compie certi scempi è semplicemente un ignorante che dovrebbe cambiar mestiere – è la recente uscita del Faramondo di Handel sotto la direzione di Diego Fasolis, dove per i due ruoli en travesti principali (Adolfo e Gernando) scritti rispettivamente per Margherita Chimenti (soprano) e Antonia Maria Merighi (contralto), vengono inspiegabilmente utilizzati due controtenori: scelta incomprensibile se si considera che non sono stati scritti per castrati (al contrario del protagonista: pensato per Caffarelli e qui purtroppo affidato a Cencic)! Solo moda, verrebbe da dire: ma una moda che porta a conseguenze nefaste e incontrollabili. Oggi costoro pretendono di cantare di tutto – forse sognano pure di infilarsi la gonna di Carmen e cantare l’Habanera con tanto di ventagli e velette? – e il bello è che nessuno glielo impedisce! E’ il turno, questa volta, di alcune romanze da salotto a cavallo tra ‘800 e ‘900! Di fronte ad un tale prodotto discografico ci si possono porre diverse domande, ma non ci si illuda che i responsabili di tutto ciò si degnino di dare risposte (più o meno convincenti). Che c’entra, ad esempio, il ricorso ai pretesi simulacri degli evirati cantori con Fauré, Debussy o Massenet? Cosa c’entrano i falsettisti con la tradizione musicale francese, poi, che non ha mai tollerato i castrati (e che quindi non ha certo bisogno di evocarne la figura – per loro inesistente – dal momento che essi erano sostituiti dagli haute-contre)? Per quale motivo fingere di ignorare che quei brani, scritti sì senza indicare un registro preciso, erano però dedicati alle voci allora attuali (che sono, poi, quelle “normali”: soprani, tenori, mezosoprani, baritoni…)? E ancora, come ci si può rappresentare senza scoppiare in una fragorosa risata, un elegante salotto borghese del bel mondo parigino, tra i fumi del tabacco e gli aromi del cognac, tra le figlie di buona famiglia e i rampolli dell’alta società francese, tra nobili dame e uomini d’affari in frac, come ci si può rappresentare, dicevo, in un tale ambiente (che non è solo cornice o sfondo, ma simbolo di una cultura e di un preciso orizzonte estetico) in piedi accanto al pianoforte, invece di una giovinetta graziosa o una diva in disarmo (giacchè proprio a costoro quei brani erano dedicati) un signore dallo sguardo languido e dal fare effeminato che, in abiti virili (più o meno), canticchia in falsetto? Perché, poi, si dovrebbe ascoltare la scimmiottatura di un soprano, quando si può ascoltare un soprano “vero” – voce che oggi, al contrario dei castrati, non mi risulta essere sparita o in pericolo di estinzione (nonostante l’impegno profuso in tal senso da parte di diversi esponenti, anche di lusso, di quel registro)? Ma si torni al disco che, dicevo, è un pout-pourri di brani che spazia in lungo e in largo nel repertorio delle romanze francesi a cavallo del secolo: dalla delicata “A Chloris” di Reynaldo Hahn, con il suo incedere lento e accattivante al misterioso “Lied Maritime” di D’Indy, passando per tutto il campionario del genere. L’esecuzione non è diversa dalla solita che ci si po’ aspettare da parte di qualsiasi falsettista, con l’aggravante del fastidio dovuto al fatto che la voce suona intrinsecamente estranea a quel particolare repertorio: certo si evitano i disastri dell’opera barocca (la coloratura raffazzonata, i fiati inesistenti, la mancanza assoluta di agilità “di forza”, la pronuncia ridicola dell’italiano), tuttavia permangono (e vengono amplificati) l’inerzia del fraseggio, l’assenza di colore e sfumature, la fortunosa aridità dei pochi acuti, l’impacciata resa interpretativa, la completa assenza di sensualità (elemento essenziale in questi brani che proprio nell’interpretazione e nella suggestione trovano la loro ragion d’essere, piuttosto che nel modesto contenuto musicale) e sostituita da un generico tono lamentoso e piagnucoloso, e ancora: la secchezza del timbro, l’acidità del tono, le assurde “messe di voce”, l’emissione fissa e stridente, la monotonia e la piattezza. Alla fine solo noia, noia e noia. Non vi è nulla di interessante nell’esecuzione di Jaroussky e davvero l’oppio suggerito dal titolo servirebbe a rendere più sopportabile un ascolto altrimenti faticoso e penalizzante per chiunque vi si accosti. Si confronti una qualsiasi delle romanze presenti nel disco con la stessa incisa da una Berganza, ad esempio, o da una Norman o anche da una Graham (i brani presentati, godono tutti di una certa fama e tradizione interpretativa): due mondi differenti. L’uno riesce a rendere piacevoli quei pezzi che null’altro sono che liriche d’occasione, senza alcuna pretesa artistica e senza grandi valori musicali (esattamente come i lieder, anche se oggi ci vengono propinati come cura d’élite alla nostra provincialissima ignoranza melomaniaca), valorizzandone ogni sfumatura senza nasconderne la sostanziale pochezza e rivelandone, anzi, la gradevole piacevolezza d’ascolto; l’altro, con il suo insistere serioso su presunti valori e dignità testuali – prendendosi sempre troppo sul serio – con un’esecuzione difficoltosa, imbarazzata, arida nel non riuscire a rendere le tante sfumature che i brani presentati consentirebbero (e che anche le pieghe della lingua suggerirebbero), ma che restano inevitabilmente inespressi: soffocati dall’artificiosità di una voce, una tecnica, un timbro che non permettono di per sé di indulgere in quei colori, quelle ambiguità, quella leggerezza che di questo tipo di repertorio sono la quint’essenza. Di leggerezza, nell’interpretazione di Jaroussky, non vi è neppure l’ombra: a meno che per leggerezza qualche sprovveduto non intenda un’emissione assottigliata e incolore, resa pallida e inerte dal falsetto. Persino la prosodia francese ne esce malconcia – non la pronuncia, ovviamente – a causa dell’innaturalezza di una voce artificiale e sforzata. Nulla di positivo, dunque, in questo ennesimo prodotto da hit-parade baroccara, dove l’etichetta vale più del contenuto. E il contenuto non si distacca dalla solita minestrina insipida che è la voce dei falsettisti. Voci che davvero oggi appaiono – per riprendere un vecchio slogan marxiano – l’oppio dei popoli.

Gli ascolti

Massenet

Elegie - Emma Eames (1905), Elisabeth Rethberg (1924)

Fauré

Nell - Grace Bumbry (1984)

Chausson

Le colibri - Suzanne Cesbron-Viseur (1927)

Le temps de lilas - Nellie Melba (1913)

Hahn

Offrande - Reynaldo Hahn (1909)

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mercoledì 27 febbraio 2008

Jaroussky e il Cusanino: voce di castrato?

Scorrendo la storia dell’ opera seria (cioè quel particolare genere che tra XVII e XVIII secolo costruì, attraverso le meraviglie della vocalità, e con precise, collaudate e codificate strutture formali, il trionfo del teatro musicale barocco) accanto ai nomi dei grandi compositori, quali Handel, Bononcini, Porpora, Hasse, si leggono con pari o addirittura maggior frequenza e rilevanza, quelli del Broschi, del Carestini, dell’Annibali, del Salimbeni, del Bernardi. Gli evirati cantori: ossia gli strumenti e al tempo stesso i creatori (giacchè i grandi compositori per loro soltanto, per quelle voci e figure, scrivevano la loro musica) di quella irripetibile mirabilia che fu il canto barocco. I castrati, per cui il mondo civile impazziva, che da San Pietroburgo a Madrid, da Londra a Roma, diventavano gli idoli di teatri, corti, regge e palazzi nobiliari, contesi da re e imperatori, principi e cardinali (ma anche desiderati da aristocratiche dame, marchese e baronesse, per altre doti che non quelle canore). Semidei che suscitavano ovunque furori e svenimenti, per cui si formavano fazioni e partiti, ma anche oggetto di intrighi, invidie, rivalità, ricchezza, onori, drammi e tragedie.
Questo era il mondo dei castrati: un intreccio di musica meravigliosa, politica, eccessi, miserie, passione, scandalo, al ritmo avvincente di un romanzo storico. Come pensare di ritrovare anche qualche frammento di tutto questo variopinto e mutevole mondo nelle prosaiche, pallide, artificiose ed effemminate vocine degli odierni falsettisti? Quale mente bizzarra potrebbe accostare il nome di Francesco Bernardi, il Senesino (per cui Handel scrisse capolavori quali Rinaldo, Radamisto, Muzio, Floridante, Ottone, Flavio, Giulio Cesare, Tamerlano, Rodelinda, Scipione, Alessandro, Admeto, Riccardo Primo, Siroe, Tolomeo, Partenope, Poro, Ezio, Sosarme, Orlando) o quello di Carlo Broschi, il famoso Farinelli, ad un rubicondo giovanottone imberbe come David Daniels dallo sguardo languido e lamentoso? In cosa le voci del Domenichino, del Caffariello o del Giziello, riecheggerebbero in un Bowman dall’espressione babbea o in un Cencic con quell’aria da bamboccio allampanato? Solo la decadenza della nostra epoca ha potuto produrre un simile abominio, a spacciarlo per vero, a imporlo come corretto, autentico. Del resto i falsettisti sono la naturale conseguenza dei dogmi baroccari: in una perfetta equazione, agli strumenti finti antichi dei complessini filologici, corrispondono, giustamente, voci altrettanto finte.
Nessuno di noi, ovviamente, ha mai ascoltato un castrato cantare: ci resta però la musica scritta per loro dai grandi compositori (musica di enorme difficoltà che richiede dei veri fuoriclasse) e le testimonianze e i giudizi dei loro contemporanei. Su ciò che ci resta si deve ragionare e valutare. Necessariamente. E da tutto questo non si può che evincere come l’impiego di tali falsificazioni vocali sia assai scorretto, e per fattori fisici e per ragioni musicali. I primi sono dovuti chiaramente al fatto che gli effetti che l’evirazione comportava sulla crescita e lo sviluppo della persona (in particolare l’espansione della cassa toracica) non sono riproducibili artificialmente. I secondi dipendono dalle enormi differenze tra ciò che ci è tramandato come voce di castrato (“timbro chiaro e penetrante, molto distante dalla dolcezza giovanile pastosa delle voci di donna: ma brillanti, leggere, piene di splendore, assai forti ed estese” e ancora “Sono ugole e suoni di voci da usignoli; sono fiati che fanno mancare la terra sotto i piedi e che quasi tolgono il respiro” o anche “Non ci sono iperboli, non ci son eccessi di penna poetica che possano bastare a tessere le lodi di una simile virtù” – a tutto ciò si accompagna, poi, l’uso spregiudicato delle agilità, possedute con sicurezza spavalda, visto il trattamento vocale a loro serbato dai compositori, e gli strabiliati giudizi tramandati dai contemporanei), e la quotidiana miseria che ci è dato ascoltare nei prodotti dei baroccari: intonazione traballante, agilità pasticciate e aspirate, suoni fissi come sirene della polizia, assenza di colore e fraseggio, mancanza di emissione di forza (per tacere di innumeri difetti di pronuncia, accento e dizione, dipendenti dal fatto che questo repertorio viene per lo più affrontato da cantanti che non conoscono una parola di italiano, né lo sanno pronunciare almeno decentemente – e questo la dice lunga sulla filologia baroccara, che ha bellamente ignorato questo aspetto fondamentale, per concentrarsi su di una discutibilissima e dogmatica visione della prassi esecutiva).
Oggi poi, l’utilizzo dei falsettisti (sempre scorretto per i motivi sopra esposti) è addirittura abusato: vengono cioè impiegati in ruoli scritti espressamente per cantante donna o per autori che mai o quasi hanno scritto per castrati (penso a Rossini – che scrisse un solo ruolo per il Velluti: Arsace nell’Aureliano in Palmira – oggetto di sempre più frequente interesse da parte dei falsettisti: da Tancredi ad Arsace a Ciro, fino addirittura ad arrivare a Semiramide e Rosina). Si aggiunga poi che Handel stesso (le cui opere – almeno nelle esecuzioni più recenti – sono invase da contraltisti e sopranisti) detestava questo tipo di voci, e non risparmiava critiche o sagaci giudizi quando, in particolar modo negli Oratori, si trovava costretto a scritturarli.
Esponente di spicco, di questa odierna schiatta di falsettisti, che si arrabattano a scimmiottare quelle voci perdute, è Philippe Jaroussky: vera e propria star dei nostri tempi baroccari. La sua ultima uscita discografica ha un titolo ambizioso: Jaroussky – The story of a castrato: Carestini. E, a parte la strizzata d’occhio al marketing (che risente ancora dell’esotismo e della curiosità suscitata dal fenomeno del Farinelli cinematografico) è un tentativo tanto presuntuoso, quanto immotivato, di creare un collegamento ed una identificazione tra sé stesso e una delle più straordinarie personalità della vocalità barocca, Giovanni Carestini (1705-1760), detto il Cusanino (dal nome della famiglia Cusani, suoi primi protettori a Milano). Cantante tra i più celebrati del suo tempo, cantò in decine di opere, sui palcoscenici di tutta Europa, in ruoli che scrissero appositamente per lui Scarlatti, Fux, Albinoni, Vinci, Porta, Galuppi, Hasse, fino a che a Londra, nel 1733, fu ingaggiato da Handel per la sua compagnia di canto. Per lui il caro sassone compose brani di incredibile successo, che ancora oggi lasciano strabiliati, per lui creò ruoli in Ottone, Sosarme, Arianna in Creta, Ariodante ed Alcina. Ebbe uno straordinario successo, Hasse di lui scrisse: “Chi non ha ascoltato Carestini, non ha conosciuto il più perfetto stile di canto”. La sua voce è descritta dai suoi contemporanei come un’autentica meraviglia. Charles Burney, che lo conobbe all’apice del successo scrive: “Giovanni Carestini aveva una voce di soprano chiara e potente, che si trasforma più tardi in una bellissima voce di contralto, piena e profonda. Quando si esibì a Praga, la sua voce aveva un’estensione di sedici note, dal si basso al do alto; era dotato di una sorprendente facilità nell’eseguire di petto trilli difficili, con uno stile articolato e ammirevole, secondo la scuola di Farinelli e di Bernacchi, e abbellimenti e passaggi complicati riscuotendo di solito grande successo anche se risultava a volte arbitrario e troppo estroso. Si muoveva sulla scena in modo ammirevole, pieno di slancio e ardore, tanto come attore che come cantante; in seguito migliorò notevolmente nell’esecuzione degli adagi”.
Passando dalla lettura di queste testimonianze e dall’immaginata meraviglia di una voce siffatta, alla realtà dell’esecuzione del suo preteso epigono, lo stacco avvertito è drammatico, sconsolante, mortificante: come scendere dal cielo all’inferno. Nelle arie contenute nel cd, infatti non v’è traccia alcuna di questa straordinarietà, di questa facilità negli acuti, di queste agilità sicure ed eseguite di petto, di questa forza e luminosità, di questo fascino vocale che pare abbia stregato tutti i suoi ascoltatori. Tralascio l’imbarazzante copertina (che presenta, in un’elegante foto in bianco e nero, il divo in completo scuro, col volto coperto da una ridicola maschera di pizzo nero a forma di farfalla che tutt’al più richiama alla mente certi filmati porno amatoriali, piuttosto che la gloria del belcanto) per concentrarmi sul programma, che appare particolarmente difficile e complesso. Abbraccia, infatti, i ruoli più significativi interpretati dal Cusanino, dal Siface di Porpora a I fratelli riconosciuti di Capelli, dai grandi ruoli handeliani (Alcina, Ariodante, Arianna in Creta) al Farnace di Leonardo Leo, passando per La clemenza di Tito di Hasse e il Demofoonte di Gluck, fino all’Orfeo di Graun. E si caratterizza per la grande varietà tra i diversi brani che richiedono sfacciato virtuosismo, straordinaria tenuta di fiati, versatilità di carattere e di tono, ora “di furore” ora più elegiaco. L’interprete è dunque chiamato ad un oneroso compito. Compito del tutto disatteso dal buon Jaroussky (che ad essere sinceri non è certo il peggiore del suo genere, anzi, se paragonato ad altri colleghi, presenti e passati, risulta addirittura quasi convincente – il problema è però alla radice, alla legittimità stessa dei falsettisti). Non passerò in rassegna ciascun brano presentato, ma (esclusivamente per preferenze personali – lo ammetto – e per il fatto che le considerazioni riservate ad esse bene si attagliano a tutti gli altri) dedicherò la mia attenzione alle due arie tratte dall’Alcina di Handel, in particolare ad uno dei miei brani preferiti in assoluto: l’aria di Ruggiero, “Sta nell’Ircana” (e la memoria non può che correre alle esecuzione della Berganza, vertice assoluto, nemmeno lontanamente sfiorato dalla pallente voce di questo, e di qualsiasi altro, sopranista). Dopo la breve introduzione strumentale (meccanica, piatta, monocroma, come è solita la Haim e la sua grigia e noiosa compagine), Jaroussky inizia molto male, con un attacco sporco ed incerto, la voce fin da subito appare sbiancata e fissa come la sirena di un allarme; il primo salto di quarta (RE-SOL) è lanciato alla “viva il parroco”, con un SOL preso malissimo e di intonazione traballante. Quando scende, poi (e l’aria in oggetto e piena di salite e discese vertiginose) la voce sparisce e il timbro già povero, diventa ancora più misero e debole. Il peggio deve però venire: la prima serie di agilità è pietosa, tutta aspirata, slabbrata e pasticciata (altro che i gorgheggi di petto di cui parla ammirato il Burney), alcuni trilli vengono omessi (o forse sono eseguiti così male da non essere percepibili) e il termine della cadenza è raggiunto a stento e con estrema difficoltà, con un fastidioso effetto apnea (ovviamente i fiati non reggono all’artificio del falsetto) tanto che Jaroussky è costretto ad accelerare (con sgradevole scollamento ritmico dall’orchestra) perché il fiato non è in grado di reggere i tempi già veloci della metronomica Haim. E così via per tutta la prima parte del brano: alternando suoni fissi e sbavature, voce stridula e sbiancata in alto, gutturale e sospirosa in basso. La seconda sezione dell’aria, poi, è eseguita senza alcun cambiamento ritmico o d’accento rispetto alla prima, contraddicendo con ciò il senso stesso dell’aria tripartita barocca (che prevede due distinti episodi musicali caratterizzati da dinamiche, tonalità e carattere contrastanti, ed un terzo episodio, “da capo”, che è la ripetizione del primo, ma variato e ornato di abbellimenti e colorature che erano i “cavalli di battaglia” dei grandi virtuosi, il luogo dove si realizzava pienamente la meraviglia del canto barocco). Il “da capo” di Jaroussky, presenta sì delle variazioni e degli abbellimenti, ma non sempre efficaci e coerenti con la linea di canto, con i soliti salti e acuti difficoltosi, stirati e fissi, e poi scale e acciaccature di gusto spesso discutibile (con costante debito di fiato e di intonazione).
Del medesimo livello la splendida “Mi lusinga il dolce affetto”, una delle pagine di più struggente bellezza scritte da Handel, dove sono messi a dura prova i fiati e la loro tenuta. Jaroussky la risolve in modo analogo a prima, con gli stessi difetti e con la stessa inadeguatezza che la voce del falsettista comporta (a prescindere dalla capacità tecnica dell’interprete). Ancora i fiati risultano assai problematici (e i respiri vengono presi dove capita), i bassi sono sfocati (laddove occorrerebbero smaglianti e corposi, caldi e rotondi), e gli acuti striduli. Di nuovo non si percepisce alcuna differenza con la seconda sezione dell’aria (evidentemente Jaroussky e la Haim ignorano i fondamentali del canto barocco e dell’opera seria italiana). E ancora il “da capo” delude: Jaroussky esagera in variazioni e abbellimenti, soffocando la morbidezza della linea di canto handeliana, fraintendendo il carattere elegiaco e trasognato dell’aria. Lascio il resto del cd all’ascolto dei più volenterosi, ma le stesse considerazioni potrebbero ripetersi identiche.
A conclusione di queste riflessioni (che si potrebbero tranquillamente estendere a tante altre “delizie” dell’universo baroccaro, strumentale e vocale, sacro e profano) cito un brano di Parini (riguardante la sua insofferenza per i castrati – ma ricordando che egli scrive in epoca già post barocca, in ambiente lombardo-veneto di cultura austriaca – e allora a Vienna Gluck aveva già “ucciso” il belcanto, con la sua riforma – quando ormai gli evirati cantori, altro non erano che residui di un’era perduta, travolta dalla trionfante epoca dei lumi) che bene può essere dedicata ai nostri odierni falsettisti:
Aborro in su la scena
un canoro elefante
che si strascina a pena
su le adipose piante,
e manda per gran foce
di bocca un fil di voce


JAROUSSKY – The story of a castrato: Carestini

1. Tu che d’ardir m’accendiSiface di Nicola Antonio Porpora
2. Ciel nemico, avverse stelleI fratelli riconosciuti di Giovanni Maria Capelli
3. Qui ti sfido, o mostro infameArianna in Creta di George Frideric Handel
4. E vivo ancora? …Scherza, infidaAriodante di George Frideric Handel
5. Sta nell’Ircana Alcina di George Frideric Handel
6. Chi scopre al mio pensiero …Mi lusinga il dolce affettoAlcina di George Frideric Handel
7. Se mi dai morteFarnace di Leonardo Leo
8. Se mai sentiLa clemenza di Tito di Johann Adolf Hasse
9. Vo disperato a morteLa clemenza di Tito di Johann Adolf Hasse
10. Sperai vicino il lidoDemofoonte di Christoph Willibald von Gluck
11. Ecco all’aure superne …Mio bel nume, ah! Dove sei?Orfeo di Carl Heinrich Graun
12. In mirar la mia sventuraOrfeo di Carl Heinrich Graun
Les Concert d’Astrée – Emmanuelle Haim









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