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mercoledì 2 settembre 2009

Philippe Jaroussky: Opium - Mélodies françaises

Iniziamo con questa puntata un ciclo di recensioni di cd di fresco dati fuori. Alcuni affezionati lettori ed altrettanti assidui nostri detrattori ci rimproverano di essere poco informati sulle nuove tendenze e soprattutto sulle nuove star (e starlet) del mercato discografico, ed è per questo che, in questo mese di settembre, vogliamo dedicare un poco di spazio a quei cantanti cui major e critica dedicano tutto l'anno la loro incondizionata attenzione ed il costante, crescente plauso. Ovviamente a ogni recensione seguirà adeguato commento musicale.
Buona lettura.


L’ultima novità del pianeta baroccaro, è il nuovo album di Philippe Jaroussky: Opium. Il titolo, molto glamour (così come la patinatissima copertina che raffigura il divo con lo sguardo vago e distratto, la pelle levigata e diafana, e le labbra – più lucide e carnose del solito – semiaperte, sullo sfondo di un broccato da tappezzeria di albergo di lusso), ammicca a quell’ambiente di decadenza fin de siècle frammisto al gusto liberty e salottiero (seppur venato di inquietudini bohémienne) che caratterizza il repertorio a cui è dedicata l’incisione: mélodies e chansons di Debussy, Massenet, Saint-Saens, Chausson, Fauré, Caplet, Lekeu, Dukas, Chaminade, Hahn, D’Indy, Dupont, Franck. Confesso di aver avuto non poche difficoltà nell’ascolto di questo ennesimo esempio di come certe mode passino dalla curiosità sperimentale (per quanto discutibile) al mero grottesco.
Già, perché con questa grottesca raccolta, assurdamente affidata a una voce di controtenore in crisi d’identità (e che passa dagli eroi asessuati dell’Opera Seria, all’ambiguità di una scimmiottatura di Marlene Dietrich, Rita Hayworth, Theda Bara o di qualche altra femme fatale da cinéma noir – giacchè a questo rimanda, almeno nell’immaginario collettivo, questa selezione musicale), si è davvero varcato il segno. Inutile soffermarsi di nuovo sul fenomeno dei controtenori e dei falsettisti: già se n’è parlato abbondantemente e le considerazioni non potrebbero che essere le medesime, ossia che trattasi di fenomeno legato a certe mode (che hanno trovato in Francia l’humus ideale per imperversare in ogni ambito), a certa decadenza (di tecnica, stile, serietà), e a molta ignoranza (con la pretesa, però, di voler spacciare una discutibile e arbitraria scelta esecutiva – stigmatizzata e derisa dagli stessi autori delle musiche a cui viene affibbiata – come l’unica corretta e la più autentica nel ricreare le particolari atmosfere dell’Opera Seria e dei suoi divi). Il malcanto falsettista si sta diffondendo, in questi anni, in modo impressionante: come un cancro inguaribile diffonde le sue metastasi in ogni piega del repertorio lirico vocale. Partito come tentativo, assai malriuscito, di ricreare artificiosamente la voce di quegli evirati cantori che erano i protagonisti dell’opera barocca (e che, nonostante quel che ci raccontano i sedicenti filologi baroccari, venivano sostituiti, allorquando non fossero disponibili, da soprani e contralti donne dagli stessi compositori: noto è l’odio di Handel nei confronti dei falsettisti) agli esordi venivano impiegati nel solo repertorio secentesco/settecentesco – l’Opera Seria o la musica sacra – limitandone l’apporto a personaggi marginali; successivamente hanno conquistato i ruoli protagonisti (Giulio Cesare, Serse, Orlando, Rinaldo etc…) con gli esiti disastrosi che decine di incisioni (ligie alla filologia olandese, francese e anglosassone) testimoniano impietosamente (nonostante i plausi di certa critica evidentemente in mala fede). Con il passare del tempo, parallelamente allo scadimento della scuola di canto “tradizionale” e con la sempre maggior diffusione dei dogmi baroccari in settori musicali che poco o nulla avrebbero di che spartire con l’universo propriamente barocco, hanno conquistato Gluck e Mozart, mentre si preparano, ora, all’assalto della musica di Rossini (già qualche tentativo s’è fatto con opere complete – Aureliano in Palmira ad esempio – e recital grotteschi e filologicamente inaccettabili, dove questi finti castrati azzardano Tancredi, Arsace, persino Rosina: tutti ruoli che, come chiunque sa bene, vennero scritti per soprani e contralti). Un ulteriore esempio di tale scorrettezza, arbitrio e ignoranza – sì, perché chi compie certi scempi è semplicemente un ignorante che dovrebbe cambiar mestiere – è la recente uscita del Faramondo di Handel sotto la direzione di Diego Fasolis, dove per i due ruoli en travesti principali (Adolfo e Gernando) scritti rispettivamente per Margherita Chimenti (soprano) e Antonia Maria Merighi (contralto), vengono inspiegabilmente utilizzati due controtenori: scelta incomprensibile se si considera che non sono stati scritti per castrati (al contrario del protagonista: pensato per Caffarelli e qui purtroppo affidato a Cencic)! Solo moda, verrebbe da dire: ma una moda che porta a conseguenze nefaste e incontrollabili. Oggi costoro pretendono di cantare di tutto – forse sognano pure di infilarsi la gonna di Carmen e cantare l’Habanera con tanto di ventagli e velette? – e il bello è che nessuno glielo impedisce! E’ il turno, questa volta, di alcune romanze da salotto a cavallo tra ‘800 e ‘900! Di fronte ad un tale prodotto discografico ci si possono porre diverse domande, ma non ci si illuda che i responsabili di tutto ciò si degnino di dare risposte (più o meno convincenti). Che c’entra, ad esempio, il ricorso ai pretesi simulacri degli evirati cantori con Fauré, Debussy o Massenet? Cosa c’entrano i falsettisti con la tradizione musicale francese, poi, che non ha mai tollerato i castrati (e che quindi non ha certo bisogno di evocarne la figura – per loro inesistente – dal momento che essi erano sostituiti dagli haute-contre)? Per quale motivo fingere di ignorare che quei brani, scritti sì senza indicare un registro preciso, erano però dedicati alle voci allora attuali (che sono, poi, quelle “normali”: soprani, tenori, mezosoprani, baritoni…)? E ancora, come ci si può rappresentare senza scoppiare in una fragorosa risata, un elegante salotto borghese del bel mondo parigino, tra i fumi del tabacco e gli aromi del cognac, tra le figlie di buona famiglia e i rampolli dell’alta società francese, tra nobili dame e uomini d’affari in frac, come ci si può rappresentare, dicevo, in un tale ambiente (che non è solo cornice o sfondo, ma simbolo di una cultura e di un preciso orizzonte estetico) in piedi accanto al pianoforte, invece di una giovinetta graziosa o una diva in disarmo (giacchè proprio a costoro quei brani erano dedicati) un signore dallo sguardo languido e dal fare effeminato che, in abiti virili (più o meno), canticchia in falsetto? Perché, poi, si dovrebbe ascoltare la scimmiottatura di un soprano, quando si può ascoltare un soprano “vero” – voce che oggi, al contrario dei castrati, non mi risulta essere sparita o in pericolo di estinzione (nonostante l’impegno profuso in tal senso da parte di diversi esponenti, anche di lusso, di quel registro)? Ma si torni al disco che, dicevo, è un pout-pourri di brani che spazia in lungo e in largo nel repertorio delle romanze francesi a cavallo del secolo: dalla delicata “A Chloris” di Reynaldo Hahn, con il suo incedere lento e accattivante al misterioso “Lied Maritime” di D’Indy, passando per tutto il campionario del genere. L’esecuzione non è diversa dalla solita che ci si po’ aspettare da parte di qualsiasi falsettista, con l’aggravante del fastidio dovuto al fatto che la voce suona intrinsecamente estranea a quel particolare repertorio: certo si evitano i disastri dell’opera barocca (la coloratura raffazzonata, i fiati inesistenti, la mancanza assoluta di agilità “di forza”, la pronuncia ridicola dell’italiano), tuttavia permangono (e vengono amplificati) l’inerzia del fraseggio, l’assenza di colore e sfumature, la fortunosa aridità dei pochi acuti, l’impacciata resa interpretativa, la completa assenza di sensualità (elemento essenziale in questi brani che proprio nell’interpretazione e nella suggestione trovano la loro ragion d’essere, piuttosto che nel modesto contenuto musicale) e sostituita da un generico tono lamentoso e piagnucoloso, e ancora: la secchezza del timbro, l’acidità del tono, le assurde “messe di voce”, l’emissione fissa e stridente, la monotonia e la piattezza. Alla fine solo noia, noia e noia. Non vi è nulla di interessante nell’esecuzione di Jaroussky e davvero l’oppio suggerito dal titolo servirebbe a rendere più sopportabile un ascolto altrimenti faticoso e penalizzante per chiunque vi si accosti. Si confronti una qualsiasi delle romanze presenti nel disco con la stessa incisa da una Berganza, ad esempio, o da una Norman o anche da una Graham (i brani presentati, godono tutti di una certa fama e tradizione interpretativa): due mondi differenti. L’uno riesce a rendere piacevoli quei pezzi che null’altro sono che liriche d’occasione, senza alcuna pretesa artistica e senza grandi valori musicali (esattamente come i lieder, anche se oggi ci vengono propinati come cura d’élite alla nostra provincialissima ignoranza melomaniaca), valorizzandone ogni sfumatura senza nasconderne la sostanziale pochezza e rivelandone, anzi, la gradevole piacevolezza d’ascolto; l’altro, con il suo insistere serioso su presunti valori e dignità testuali – prendendosi sempre troppo sul serio – con un’esecuzione difficoltosa, imbarazzata, arida nel non riuscire a rendere le tante sfumature che i brani presentati consentirebbero (e che anche le pieghe della lingua suggerirebbero), ma che restano inevitabilmente inespressi: soffocati dall’artificiosità di una voce, una tecnica, un timbro che non permettono di per sé di indulgere in quei colori, quelle ambiguità, quella leggerezza che di questo tipo di repertorio sono la quint’essenza. Di leggerezza, nell’interpretazione di Jaroussky, non vi è neppure l’ombra: a meno che per leggerezza qualche sprovveduto non intenda un’emissione assottigliata e incolore, resa pallida e inerte dal falsetto. Persino la prosodia francese ne esce malconcia – non la pronuncia, ovviamente – a causa dell’innaturalezza di una voce artificiale e sforzata. Nulla di positivo, dunque, in questo ennesimo prodotto da hit-parade baroccara, dove l’etichetta vale più del contenuto. E il contenuto non si distacca dalla solita minestrina insipida che è la voce dei falsettisti. Voci che davvero oggi appaiono – per riprendere un vecchio slogan marxiano – l’oppio dei popoli.

Gli ascolti

Massenet

Elegie - Emma Eames (1905), Elisabeth Rethberg (1924)

Fauré

Nell - Grace Bumbry (1984)

Chausson

Le colibri - Suzanne Cesbron-Viseur (1927)

Le temps de lilas - Nellie Melba (1913)

Hahn

Offrande - Reynaldo Hahn (1909)

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lunedì 7 luglio 2008

Max Emanuel Cencic canta Rossini: atro evento prodigio funesto...

Per proseguire la riflessione sulla progressiva espansione del Rossini "baroccaro" (caro e diletto al cuore dei dirigenti di molti dei nostri teatri, se dobbiamo credere al gossip che circola circa le prossime stagioni) non possiamo trascurare un disco edito alcuni mesi fa da Virgin Classics: un recital del controtenore Max Emanuel Cencic a base di pagine tratte da Aureliano in Palmira, Tancredi, La donna del lago e Semiramide. Il gotha della vocalità contraltile en travesti rossiniana. Era fatale che prima o poi i fisicamente integri eredi dei "musici" giungessero al Rossini serio: in teatro abbiamo già avuto Roggieri o Coldumieri virili d'aspetto (ma non di voce) e l'approdo al "primo Arsace" rossiniano è in fondo coerente con la discutibilissima pretesa di rimpiazzare il castrato con una voce di falsetto modesta di volume e maldestra nella coloratura. Altro paio di maniche, come suol dirsi, la scelta di cantare parti pensate e scritte per voci femminili: Tancredi ideato per Adelaide Malanotte Montresor, Malcolm destinato a Rosmunda Pisaroni, Arsace/Ninia scritto per Rosa Mariani.

Stando al booklet, Rossini sarebbe stato "costretto" a scrivere per voci femminili en travesti a seguito della decisione di Napoleone di chiudere i conservatori in cui si formavano i castrati. A parte il fatto che i conservatori italiani continuarono a sfornare virtuosi e virtuose di canto anche in epoca napoleonica (anzi, proprio sotto il vicerè Eugenio Beauharnais fu creato il Conservatorio di Milano, che più tardi assunse il nome di Giuseppe Verdi), la fantasiosa spiegazione trascura un dettaglio, vale a dire che ben prima dell'avvento dei Francesi (al cui teatro musicale era, per certo, estraneo il castrato, rimpiazzato dall'haute-contre) i compositori avevano fatto ricorso al travesti, e questo non solo in casi di emergenza, ma deliberatamente ricercando le voci più adatte alla loro musica (e viceversa). Per tutti valga l'esempio di Haendel, che per la diva Margherita Durastanti compose la parte di Sesto nel Giulio Cesare, peraltro in perfetta convivenza con il Senesino e il Baerenstadt, evirati cantori rispettivamente nelle vesti di Cesare e Tolomeo. Questa "perla" del booklet (che si somma ad altre disseminate nel testo, fra le quali la più notevole è certo la seguente: "Tancredi è tratto dall'opera di Torquato Tasso", con buona pace di Voltaire) non spiega comunque per quale ragione un controtenore (quindi una voce di falsetto) le mille miglia distante dalla vocalità tanto dei castrati quanto dei contralti en travesti possa costituire una scelta "filologica" (o anche solo una plausibile alternativa) rispetto agli standard correnti. E' vero che il canto rossiniano non gode ultimamente di ottima salute, ma certi rimedi possono essere peggiori del male. Vediamo come.
Premessa: ogni pezzo meriterebbe una recensione a sè, tanti sono gli spropositi disseminati nell'album, ma prenderemo in considerazione solo i peggiori (o i migliori, a seconda del punto di vista).

Il disco si apre con il Recitativo e Cavatina di Tancredi dal primo atto dell'opera. L'introduzione orchestrale è corretta, pulita, ma totalmente priva di nerbo: l'Orchestra da Camera di Ginevra (specializzata, ovviamente, nel repertorio barocco e forte, sia fa per dire, della mescolanza di strumenti originali e moderni) distilla un suono tenue, smunto, incipriato, più adatto a commentare l'entrata in scena di una zitella inglese in viaggio di piacere in Sicilia che il ritorno in patria di un eroe innamorato. Lo slavato colore orchestrale prelude ad identico colore vocale del protagonista. Dopo un fallito tentativo di messa di voce, Cencic mette in mostra ornamentazioni sfarfallanti ("respirarmi in seno") e, alle parole "celeste oggetto", la debolezza del proprio registro medio-grave (croce di tutti i controtenori). Ma il meglio arriva a "sfidando il mio destino", in cui il nostro si lancia in una scala ascendente seguita da volatine discendenti che si risolvono in uno sfoggio di suoni gallinacei, assai poco adatti alla situazione drammatica e francamente orrendi all'ascolto. All'attacco, invero declamato, del cantabile "Tu che accendi" l'intonazione si fa opinabile e le agilità permangono precarie. La voce cerca vanamente imperiosità sulle parole "cada un empio traditore" e si lancia quindi in agilità finalmente a tempo ma non meno aspirate delle precedenti. La sublime cabaletta, attaccata a mezza voce, vede le agilità farsi precarie anche nella scansione ritmica, prima di un "deliri, sospiri" eseguito a voce svuotata e come ulteriormente dissanguata, mentre la ripresa vede un "ti rivedrò" coronato da una puntatura: un suono debole, sporco e indietro, alla Christofellis. Ulteriori contorcimenti sulle ultime agilità e grida diffuse sulla coda, coronata da un acuto che sarebbe stato meglio evitare.

Segue l'Aria dal secondo atto dell'Aureliano, sfrondata nell'introduzione orchestrale e priva (per ovvie ragioni filologiche) del susseguente Rondò. La voce nel recitativo suona cupa, ovattata, e il salto d'ottava ("lontano") evidenzia la frattura insanabile fra primi acuti e centri. Un impeto di veemenza ("ma più possente") accentua il carattere querulo del timbro, prima di un "imperio ha sola" tutto suoni bianchicci e incerti. Difficile credere che Velluti ottenesse, in questo punto, il medesimo effetto d'isteria impubere. La cantilena "Perché mai le luci aprimmo" vede le solite agilità appena accennate, acuti puntualmente flautati e i gravi al solito deficitari. Il da capo, non avaro di tentativi di smorzature e prudenti fioriture, presenta al "se ci toglie la fortuna" ulteriori traballementi d'intonazione e chiude, dopo un'avventurosa sortita all'acuto, con un pianissimo in odore di afonia.

Mettendo fra parentesi le due ouverture dell'Aureliano e del Tancredi, in cui il direttore Michael Hofstetter sembra volersi rifare delle sonorità da biscuit cesellate accompagnando Cencic e pompa l'orchestra fino a cavarne clangori di fragorosa comicità (in evidente omaggio alle opere buffe che condividono le suddette sinfonie, rispettivamente Barbiere di Siviglia e Pietra del paragone), passiamo alle due grandi scene di Malcolm dalla Donna del lago. La parte, squisitamente contraltile, vede Cencic anche in maggiore affanno rispetto a prima, segnatamente nel recitativo della sortita. Il cantabile "Elena! O tu ch'io chiamo" si segnala per le agilità assai poco fluide (anzi, decisamente ingorgate) e per la difficoltà a legare acuti maldestramente accennati e gravi prossimi all'inesistente (timidi quanto brutti i suoni di petto su "se l'idol mio"), compromettendo così ulteriormente la tenuta dell'intonazione. La cabaletta, staccata dal direttore a tempo garibaldino, sorte un effetto quasi comico: "tutto detesto", che ancora una volta insiste sul registro grave, seguito dai soliti melismi striduli fa pensare al lupo travestito da nonna di Cappuccetto Rosso. Dopo ulteriori gorgoglii di gola spacciati per agilità, suoni faticosi e tirati conducono il pezzo a conclusione (e sommessamente ringraziamo per la schivata puntatura finale). Quanto all'aria del secondo atto, decurtata della cabaletta, è l'occasione per nuove fioriture "scivolose" e per la riproposizione di quel tono ostentatamente bamboleggiante e querulo che è cifra caratteristica del disco.

Dopo la sinfonia di Semiramide, condita da ottoni spernacchianti, il disco giunge a conclusione con le due arie dell'erede al trono di Babilonia. Solito accento sospiroso nel recitativo, solita voce maldestramente ingrossata e spaventosamente goffa alle parole "ora si desta del Nume formidabile", solita imperizia in acuto (imperizia peraltro sottolineata dall'aggiunta di una volatina al sol diesis). Degna di nota, nel cantabile, la faticosa risoluzione dei trilli su "contento" e "palpitar" e indescrivibilmente grottesca la cadenza che prepara il ponte con la cabaletta, condita da suoni assai gallinacei soprattutto sui mi ribattuti di "no, scordarmi". Nessuna traccia di variazioni nel da capo, se si eccettua l'ultima frase trasportata all'acuto, con tanto di nota conclusiva tenuta allo spasimo. L'aria del secondo atto, eseguita senza recitativo, si apre all'insegna della più assoluta indifferenza nei confronti dei segni di espressione, di cui Rossini certo non è avaro in questa pagina, a meno che non si vogliano scambiare suoni larvali e indietro per forcelle e smorzature. Nel tempo di mezzo interviene anche l'Ensemble vocale "Le Motet" di Ginevra, evidentemente convinto di stare cantando un coretto dell'Arcadia in Brenta, non certo un coro di sacerdoti che incitano al matricidio. E Cencic risponde perfettamente al mood generale, accennando le agilità come una Grande Duchesse de Gérolstein che passa in rivista le truppe. Non cerca nemmeno più di fare la voce grossa, e alla dolcissima frase "E' mia madre... al mio pianto forse il padre perdonarle ancor vorrà" si rifugia nell'afonia. Un delicato crescendo (nemmeno lontano parente di quelli gagliardi sfoggiati negli intermezzi strumentali del disco) prepara la cabaletta, la cui ripetizione non ispira a Cencic che nuove "prodigiose" scorribande in acuto, mentre nella coda l'esecuzione assai incerta delle scale discendenti e delle note ribattute è pietosamente sovrastata dalle voci del coro.

Per riassumere il contributo offerto da un celebre e celebrato esponente della new wave controtenorile al Belcanto rossiniano: una voce malferma, a disagio nel canto di agilità e senza la cavata necessaria ai passi declamati, stridula in acuto e inesistente nel grave, un interprete indifferente alle indicazioni espressive, estremamente cauto - per non dire latitante - quanto a variazioni e di conseguenza inesistente sotto il profilo interpretativo. Che dire? Avanti così!!!

.............odioso funesto
è il disco omai..........


Gli ascolti

G. Rossini

Tancredi

Atto I: Oh patria! Dolce e ingrata patria - Anna Reynolds

Aureliano in Palmira
Atto II: Perché mai le luci aprimmo - Helga Müller-Molinari

La donna del lago
Atto I: Mura felici - Jane Henschel

Semiramide
Atto I: Eccomi alfine in Babilonia - Lauris Elms
Atto II: Sì, vendetta - Monica Sinclair

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