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giovedì 5 marzo 2009

Teatro Verdi di Trieste: Norma

Il viaggio a Trieste per assistere ad una nuova apparizione di June Anderson in Norma ci è parso doveroso data l’affezione del pubblico per questa grande protagonista della belcanto renaissance e personalmente motivato dalla curiosità di vederla riapprocciare un ruolo che, nell’ultima performance italiana a Parma, nel 2001, era stato molto criticato.
Il rientro sulle scene della Anderson qualche anno fa ci ha consegnato una cantante per alcuni aspetti diversa rispetto al passato, sia nei modi del canto che nell’interpretazione. Complice l’età che distilla decenni di esperienze maturate, di astuzie del mestiere e che, soprattutto, porta maggiore consapevolezza interpretativa, il grande cantante, in carriera avanzata, tende a conferire ai suoi personaggi una maggiore espressività e pienezza drammaturgica. Un esempio per tutti, la Semiramide di Joan Sutherland a Sydney, ricantata nel 1983 a 57 anni dopo una pausa di 12 anni, fu una piena realizzazione della vocalità tragica alla Colbran, dove un accento ed un fraseggio mai uditi in precedenza in quel ruolo da parte della Grande Australiana, ad onta di alcune mende vocali legate all’età, andavano a dar vita ad un personaggio profondamente diverso da quello origianario, meno suonato ma di potenza tragica impressionante.
Per questa ragione siamo andati sino a Trieste: per vedere miss Anderson alle prese con il must del belcantismo tragico alla bella età di 56 anni, a confrontare se stessa ed i normali acciacchi della sua età con un ruolo difficilissimo e da cui in passato aveva ottenuto anche qualche sofferenza.


Potrei sinteticamente dirvi che in un contesto fatto di niente, di cantanti al meglio inadeguati stilisticamente per non dire sprovveduti, con una bacchetta incapace di concertare e di non farci cascare le orecchie per il modo in cui ha fatto suonare l’orchestra triestina, miss Anderson ha retto l’opera da sola, cantando e portandosi per il palcoscenico come se venisse da un altro mondo e facesse altra e diversa professione rispetto ai suoi colleghi di avventura.
Il modo in cui ha reso il personaggio e la lucidità con cui ha amministrato risorse e difficoltà vocali della parte mi hanno impressionato e fanno di lei, a conti fatti e ad onta del silenzio che ha circondato questa sua apparizione italiana, la migliore Norma oggi in circolazione ( merito di miss Anderson ma anche grande demerito delle giovani che hanno la metà dei suoi anni e ciò nonostante non hanno capacità ed intelligenza per starle appresso…) . E sottolineo, la Norma migliore, e non una Norma perfetta.
Resta poi da domandarsi quanto la frustrazione derivata dagli ascolti correnti mediamente oggi nei nostri teatri non contribuisca a farci sentire anche qualcosa di più della realtà oggettiva allorquando ci compaiano davanti cantanti di altro livello professionale, altra esperienza, altra preparazione rispetto alla media corrente, perché già ascoltare qualcuno che mostra di avere idea di ciò che deve fare e di come lo si dovrebbe fare pare oramai una vera conquista. Questo è fatto che, però, inerisce la psicologia dell’ascolto, se mi si permette l’espressione, ed esula dalla presente recensione.

Il personaggio di Norma è coturnato e sempre inequivocabilmente nobile: e questo è stato reso con bella qualità di emissione ed un fraseggio scanditissimo, ricco di accenti e varietà di colori come raramente ho sentito da questa cantante. E con grande portamento scenico, complice il bell’aspetto, che davvero la metteva in risalto sul contorno. Nel pieno dei suoi mezzi vocali ( salvo gli acuti troppo spesso scroccati o indietro ) Laura Polverelli, che davvero preferisco per emissione alle varie Bacelli, Prina, Barcellona, Ganassi etc..., pareva una graziosa Lola piuttosto che la stilizzata vergine Adalgisa e del tutto estranea all’opera. In scena assieme, le due donne parevano appartenere a mondi diversi e cantare pure due opere diverse.
Si parlava del dosaggio dei mezzi vocali attuato dal soprano americano: la Anderson ha cantato un primo atto con minor volume di voce rispetto al secondo, tra l’altro pesantissimo anche per la lentezza dei tempi, risparmiandoci con ciò lo spettacolo straziante, già visto altre volte, di Norma che resta senza benzina alla fine del primo atto e grida malamente tutto il secondo. La “Casta diva” è andata via senza alcuna durezza o incrinatura, meglio dell’esecuzione del concerto di Aix cui avevamo assistito, eseguita in modo raccolto e con un legato ragguardevole, soprattutto dati gli anni di carriera.
Il registro basso, un tempo vuoto e fuor di maschera e che le impediva di essere un vero soprano drammatico, è oggi diverso, più coperto e sonoro, tanto che la Anderson può finalmente accentare in modo convincente anche in zona centro bassa. Alla recita cui ho assistito, il 28 di febbraio, il “Sediziose voci” come pure il “Dormono entrambi” e tutta l’introduzione al grande finale da “ Ei tornerà pentito..” sono stati quelli della tragédienne che per tutta la carriera la Anderson ha cercato di essere. Sono questi i momenti dell’opera che tagliano fuori tutti i soprani leggeri o lirico leggeri che cantano Norma in un presente in cui quella dell’adeguatezza della voce al ruolo è regola continuamente violata. Al tempo stesso il canto di agilità, che la parte ampiamente prevede, a meno di un “Ah bello a me ritorna” non fluido come mi sarei attesa, è stato gestito con una facilità ed una scioltezza ancora ragguardevoli e di altra qualità rispetto agli standard attuali delle Norme avvezze al repertorio verista etc..Quanto al settore acuto della voce, resta ancora il modo antico di eseguire il passaggio superiore, talora stonato, mentre alcuni acuti sono arrivati davvero tirati o calanti, in particolare al 2 atto. Tempi meno lenti e qualche patteggiamento in fatto di vigore drammatico credo che le avrebbero consentito ancora, ad esempio, di emettere dei do migliori rispetto a quello che ho udito nel “sangue roman scorreran torrenti” e frasi simili, anche perché in altri momenti della serata gli acuti sono arrivati facili e timbrati. Ciò nonostante tutto il finale è stato davvero efficace per accento e forza drammatica, senza scadimenti nell’effetto gratuito o verista. E credo che a 56 anni non sia davvero cosa da poco.
Non posso fare a meno di riconoscere a miss Anderson di avermi stupito, perché ad onta dell’età, del repertorio e dei ritmi di lavoro praticati in passato nonchè dell’usura vocale, ha compiuto un efficace “restyling” ad un ruolo tanto gravoso, riuscendo a farci assistere non ad un cimento vocale contro l’attacco del tempo, come altre sue colleghe coetanee o quasi, ma a… Norma. E questo mi ha fatto davvero piacere.

Quanto agli altri, che devo dire? Che la signora Polverelli, avendo la voce, poteva almeno darsi pena di dare all’ingresso di Adalgisa un qualche elemento di grazia, di virginale emozione….qualche sfumatura che ci potesse far pensare ai turbamenti del suo personaggio? E invece niente, o poco: superato l’impatto anche con il suo incedere così poco adatto alla giovane Adalgisa, abbiamo udito una bella facilità di canto al duetto con Pollione, ed una compitazione piuttosto deludente nei duetti con Norma, complice il confronto con la protagonista: il racconto della giovane nell’ ”Oh rimembranze” meriterebbe uno straccio di coinvolgimento emotivo, un qualche tentativo di cantare in modo evocativo…..giusto per onorare Bellini in uno dei suoi momenti più ispirati. Ed invece il suo “tirar via” interpretativo ha dominato sovrano la scena ed il suo personaggio. E’ un peccato non sfruttare a dovere il proprio mezzo vocale, soprattutto se di buona qualità.

Il Pollione di Jovanovich è il solito personaggio stentoreo vocalmente e scenicamente, impossibilitato ad emettere anche solo un primo acuto e che canta piattamente tutta sera senza alcun intento intepretativo. Che fosse una parte dei Donzelli, da variare almeno al da capo della cabaletta ( tagliato come negli anni ‘40)…beh, lasciamo perdere, perché sono concetti troppo astrusi per tenori e bacchette come queste.

Giacomo Prestia ha fatto di Oroveso una sorta di veggente fanatico, complice una regia da cui tutti avrebbero dovuto dissociarsi, non solo la diva Anderson. La voce è importante, ma di quelle belle basse comuni al giorno d’oggi, ballante e non poco, al primo atto in particolare.

Della bacchetta, Julian Kovatchev, posso solo dire, al di là dei tempi ora velocissimi ora lentissimi, che mi pareva assai in difficoltà a far le chiusure in accordo col canto. O in ritardo o in anticipo, senza il senso di quel che facevano i cantanti. Eppoi fracassone, con un “Guerra guerra” da antologia dell’orrore…..
A lui và la colpa di non aver saputo far girare la serata, sempre ferma e senza alcun pathos o magia. Direttori come questi riescono a compiere imprese straordinarie, perchè distruggere la Norma, che non mi pare nemmeno sia questa cosa mostruosa da concertare, è davvero impresa da record.

Quanto allo spettacolo, l’allestimento di Tiezzi lo conoscete già e non vale la pena parlarne. Oscilla tra buone invenzioni e paccottiglia, tra citazioni archeologiche della scultura classica e salottini ottocenteschi…… Mi ha colpito la gestualità, che non so qual finalità avesse, ma in conservatori passatisti come me, suscita solo il riso. E Bellini non credo lo gradirebbe.

http://www.youtube.com/watch?v=deBNu5mTP6o

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