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venerdì 14 maggio 2010

Questo Maggio s'ha da fare: l'ombra luminosa della Frau fiorentina

Coccarde gialle e manifesti contro il nuovo decreto-legge del Ministro Bondi, davano il benvenuto al pubblico dell’ultima recita (la seconda di fatto, la quarta sulla carta), di “Die Frau ohne Schatten”, l’opera di Richard Strauss scelta per l’inaugurazione del 73° Maggio Musicale Fiorentino dedicato all’oriente. Già problematica si è rivelata la sua preparazione, con il forfait del regista previsto, Mario Martone, sostituito a tambur battente da Yannis Kokkos, a cui è seguito quello, durante le prove, della “Tintora” che avrebbe dovuto avere la voce ed il corpo di Jeanne-Michèle Charbonnet.

Il caso funesto ha inoltre complottato contro le quattro recite previste: negli stessi giorni l’approvazione del decreto-legge del Ministro Bondi sulle Fondazioni Lirico-Sinfoniche e lo spettacolo, ha avuto come conseguenza l’avvio di una serie di manifestazioni e scioperi in tutto il paese che hanno portato all’annullamento di due delle 4 recite di questa “Frosch” e delle due serate di danza indiana a cura di Alarmél Valli. Sulle questioni politiche e sulle posizioni del Blog in merito all’argomento, rimandiamo ad un futuro post più accurato in cui il tema verrà sviscerato. Per quanto mi riguarda, posso dire che è bello poter uscire da Teatro accompagnati da senso di soddisfazione e con le mani spellate per gli applausi.

Il Maestro Zubin Mehta dimostra con quanta passione, con quanta premura, con quanta cura, abbia preparato il suo esordio nella direzione della magnifica partitura straussiana. Tempi ovunque rispettati, una narrazione serrata e discorsiva in cui il novecento straussiano diventa quasi romanticismo ottocentesco, con solo una certa pesantezza nella parte finale del I atto. Molte reminiscenze dal sinfonismo wagneriano, soprattutto quello del “Siegfried”, nei colori della sua lettura, ma anche un inedito piglio cinematografico donato ai stupendi interludi in cui può a piacimento aumentare il volume orchestrale, ricordando certi temi musicali hitchcockiani realizzati da Bernhard Herrmann. Di grande bellezza i monologhi dell’Imperatore in cui emergono tutti quei fraseggi che il tenore non farà percepire, cioè l’ambiguità psicologica, la tenerezza erotica, la gelosia. Grande il rilievo ottenuto in tutti gli episodi magici che hanno per protagonista la Nutrice, oppure nei duetti tra Barak e la sua Frau, filtrati da un accompagnamento che sostiene il canto di conversazione e ne scopre le tragiche nervature. Il culmine viene raggiunto da un III atto letteralmente al calor bianco in cui la tensione emotiva dell’Imperatrice e dell’orchestra aderiscono perfettamente. Unico appunto, certe asprezze e fissità sgradevoli da parte del settore dei fiati, ma ovunque l’imponente massa dell’orchestra è coinvolta e coinvolgente, rispondendo al gesto della bacchetta con un suono terso, netto, eppure mai secco. Un grande lavoro di squadra!
Il ruolo dell’Imperatore è relativamente breve, confinato, cioè, a due lunghi monologhi e agli interventi finali in duetto con l’Imperatrice e nell’elettrizzante quartetto che chiude il III atto; scrittura sadica e infernale quella pensata da Strauss, il quale costringe il tenore a cantare in una tessitura acutissima con intere frasi che insistono sul passaggio, dal Mi al Sol, per poi sfogarsi in La e Si acuti da tenere con forza su un’orchestra dal suono densissimo che non ostacola il passaggio del suono se robusto e ben sostenuto. Il tenore Torsten Kerl condivide con Johan Botha la palma di “Reiner Goldberg dei nostri giorni”, e non è un complimento; ovvero, voce dal timbro genericamente tenorile, non molto potente, ma capace di spandersi con facilità, dotata di emissione penalizzata da un percettibile vibrato che compromette l’estensione verso l’acuto perennemente rigido e in debito di intonazione, ma che sa trovare maggiore solidità quando la tessitura insiste nel registro centrale e sotto al rigo in cui il timbro diventa sonoro e dai contrasti baritonali. Voce cortissima, però, il cui limite naturale sarebbe il Sol, poiché dal La la linea di canto diventa afona e stonata. Il fraseggio è decisamente monocorde, nonostante riesca a trovare talune inflessioni di dolcezza soprattutto nel cantabile del II monologo, ma nel suo eloquio non troveremo né il cacciatore, né il caldo amante dell’Imperatrice.
Di solito il soprano Adrianne Pieczonka si distingue per la glacialità del fraseggio e per la precarietà dell’intonazione. Stavolta debuttando nel ruolo dell’Imperatrice ha positivamente sorpreso. Il suo presentarsi in scena avvolta nella sensuale mollezza in cui l’avvolge l’accompagnamento di Mehta è un momento che riempie la sala di magia. La voce è padroneggiata con cura, ben proiettata e timbrata soprattutto nella gamma centro-acuta, ovvero la zona in cui insiste maggiormente la tessitura del personaggio. I brevi frammenti di coloratura come il breve trillo ed il successivo vocalizzo delle frasi iniziali, le acciaccature nel ricordare la profezia del Falco sono sufficientemente padroneggiate, anche se qualche durezza in note come Si, Si bemolle, Do e Re acuti sono abbastanza evidenti, ma la buona tecnica le permette di sostenerne l’intonazione. La difficile scena del sogno in cui le lunghe frasi diventano sempre più ostiche ed il cantabile più frastagliato è molto cauta, al contrario tutto il terzo atto è giocato sui colori dell’accento caricando le frasi di risolutezza e di femminile sensualità, così la partecipazione dell’interprete diventa totale e la voce può vibrare nel suo robusto cristallo.
Fallimentare, e mi spiace, si rivela l’approccio del mezzosoprano Lioba Braun al ruolo della Nutrice. Anche in questo caso la scrittura straussiana è spigolosa, frastagliata e volutamente contorta oscillando tra colori contraltili (moltissime le note sotto al rigo con ricchezza di Sol e La gravi) e salti all’acuto (molti La ed un Si naturale), che sa però aprirsi a squarci di dolce canto spianato in cui si presentano molte frasi legate. La Braun ha tutte le note che la parte richiede, il suo problema è l’emissione completamente ingolata nelle frasi centrali e gutturale nella prima ottava, in cui perde completamente corpo. La voce poi è piccola, il timbro terribilmente querulo, poi, fatica ad attraversare l’orchestra nonostante Mehta cerchi ovunque di sostenere il suo canto alleggerendole il muro sonoro. Purtroppo una emissione che apre invano il registro acuto stonando, volentieri, la nota, che perde continuamente il controllo del legato, riduce a squittii le acciaccature previste e che circoscrive il fraseggio ad una sguaiataggine di maniera senza l’approfondimento che un personaggio di tali sfaccettature richiede, fanno rimpiangere il ricordo di prove migliori come la Brangaene di S.Cecilia, la Waltraute interpretata a Bayreuth e la Kundry di Napoli e Genova.
Felice rivelazione della serata la debuttante nel ruolo della “Tintora” Elena Pankratova! La Tintora entra in scena e deve, a freddo, emettere Si naturali, un bel biglietto da visita, ma ciò che verrà dopo richiede al soprano uno sforzo totale quanto a gestione dei fiati, controllo dell’intonazione e della linea di canto, ed una estensione quasi proibitiva in quanto Strauss richiede alla cantante di toccare il Fa sotto al rigo e, nel finale, arrivare al Do acuto! Un ruolo micidiale quanto a lunghezza e complessità insomma,eppure la tessitura esalta quelle voci dai centri robusti, dagli acuti fulminanti e dai gravi possenti. Un vero tour de force che la Pankratova affronta con grande sicurezza dei propri mezzi. Il timbro è da soprano spinto, con accento drammatico, robusta, omogenea in tutta la gamma; la voce è potente e ben sostenuta, la respirazione aiuta il canto e l’emissione è solida. Alla fine del II atto gli acuti diventano un po’ metallici e calanti, anche causa della stanchezza, ma risultano sempre penetranti. L’interprete è concentrata nell’esaltare la componente bifronte della parte: da un lato la donna esacerbata, insoddisfatta del matrimonio, iraconda e persecutrice del marito, che nega ciò che possiede, dall’altra la moglie devota che nasconde l’amore che prova e che non riesce a tradire Barak pur avendo di fronte la vita luccicante e falsa che la Nutrice le propone. Una maggiore frequentazione del ruolo le potrà dare quella maggiore profondità che ora padroneggia solo in parte. Grande intesa con Albert Dohmen con il quale rende letteralmente travolgenti i duetti e magnifica nell’intervento finale quando si accorge di amare ciò che già possiede.
Discontinua, ma apprezzabile la performance di Albert Dohmen nel ruolo del tintore Barak. Il registro acuto è parecchio avventuroso, spezzato dal registro centrale, con il suo perenne andare indietro risuonando nel naso e perdendo l’intonazione. Se il legato è falloso a causa della ruvidezza vocale e dell’emissione traballante, almeno le indicazioni dinamiche di addolcire il suono in espressivi piani o di caricarlo di rabbia nel terribile confronto al termine del II atto lo trovano ben preparato. Almeno l’accento è quello giusto e accorato dell’uomo semplice che ama in maniera totale e sincera arrivando a giustificare la moglie perché conosce anche la parte migliore di lei. Anche se da un lato il fraseggio ha ancora un po’ troppe reminiscenze del Wotan bayreuthiano (certe inflessioni nei duetti ricordano da vicino più l’”Addio a Brunnhilde” che Strauss) dall’altro Dohmen riesce a trasmettere la semplicità genuina dei sentimenti di Barak, e la tenerezza quasi paterna che già il timbro da basso-baritono suggerisce.
Tra le parti di fianco emerge senza sforzo il poderoso Messaggero di Samuel Youn voce di basso-baritono volitiva e sicura, mentre il Falco di Chen Reiss, il Guardiano del Tempio di Daniela Schillaci, l’Apparizione del giovane di Emanuele d’Aguanno, la Voce dall’alto di Manuela Bress, i tre fratelli di Barak interpretati da Rolf Haunstein, Markus Hollop e Karl Michael Ebner, le voci di Sabrina Testa, Sonia Peruzzo, Silvia Colombini, Elena Borin, Raffaella Ambrosino, impegnate in parti minori, si comportano dignitosamente. Ottimo, coeso ed intonato il coro di voci bianche della Scuola di Musica di Fiesole a cura di Joan Yakkey.
Il regista Yannis Kokkos, ideatore di scene e costumi, che già conoscevo per il suo allestimento de “Il crepuscolo degli dei”, in cui nell’essenzialità delle scene e dei gesti voleva “imitare” le regie di Wieland Wagner, e per la raffinata “Ifigenia in Aulide”, entrambi al Teatro alla Scala, non propone un teatro di regia, non propone scelte stravaganti, non vuole dire nulla di scioccante e di ciò gli rendiamo grazie! Con una strizzata d’occhio allo spettacolo salisburghese di Götz Friedrich, la sua si dimostra una regia narrativa, fluida, di immediata comprensione, semplice ed ingenua nella sua essenzialità, ma che sa trovare il giusto approfondimento nei personaggi dell’Imperatrice, della Frau e di Barak. Diversi e speculari il mondo fantastico degli spiriti e quello degli umani: per il primo fantasiose sagome di foreste dai colori sgargianti, sinuose strade di luce, ombre deformi di palazzi che ricordano cattedrali del gotico francese, lune piccole o gigantesche in cui si riflettono strisce di luce (a cura di Gianni Mantovanini) o episodi dolorosi come l’ingresso dell’Imperatore nel Tempio dell’acqua della vita in cui verrà mutato nella gigantesca statua del “Pensatore” di Rodin; per il secondo abitazioni geometriche e spigolose dal vago sapore roccioso dalle tonalità spente e uniformi illuminate solo dai variopinti drappi di Barak e dalla Luna immensa e minacciosa. Interessanti le proiezioni di Eric Duranteau, molte delle quali acquatiche oppure formate da strie rosse che ricordano sia macchie di sangue, sia terminazioni nervose che intricati e contorti rami di alberi invisibili, ma trovo discutibile risolvere l’inondazione del II atto come se si trattasse della ripresa dell’interno di una lavatrice. La recitazione è un po’ lasciata all’estro dei singoli anche se molto misurata e naturale nel caso dei tre artisti sopra citati, mentre manierata se non proprio “bloccata” quella della Nutrice e dell’Imperatore. Bellissimi i costumi del mondo degli spiriti dal gusto persiano, e dal taglio più moderno e volutamente anonimo quello degli umani.
Al termine trionfo unanime per tutti, con punte di entusiasmo per la Pieczonka, la Pankratova, Dohmen e ovviamente Mehta, il quale ha voluto condividere il successo con tutta l’orchestra schierata al proscenio e tutti i tecnici ed i lavoratori che agiscono dietro le quinte. Ripeto: un grande lavoro di squadra.


Gli ascolti

Richard Strauss

Die Frau ohne Schatten


Atto I

Bleib' und wache, bis sie dich ruft

Atto III

Wenn das Herz aus Kristall zerbricht in einem Schrei

Sind das die Cherubim? Das sind die nicht Geborenen

Der Kaiser: Franz Völker
Die Kaiserin: Viorica Ursuleac
Die Amme: Gertrude Rünger

Direttore: Clemens Krauss

Wiener Staatsoper, 1933

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sabato 30 maggio 2009

Assassinio nella Cattedrale alla Scala di Milano

Bel successo alla Scala per la produzione di Assassinio nella Cattedrale di Pizzetti, affidato al trio Renzetti-Kokkos-Furlanetto. Una produzione riuscita, di quelle ove tutto gira per il verso giusto, con vero professionismo e gusto, tanto da indurre il loggionista a tornare più volte.
Insomma, una produzione…consigliata, per dirla con le recensioni cinematografiche dei quotidiani!

Lo spettacolo di Kokkos è semplice, lineare, di fatto una grande prospettiva obliqua grigia nella quale si muovono i personaggi ed il coro. Il percorso obliquo, che dal fondo porta al proscenio, serve a Kokkos per dare rilievo drammaturgico all’entrata di Thomas come alla sfilata dei tentatori e dei cavalieri omicidi. Un bosco stilizzato sulla sinistra; l’apparizione al primo atto di due grandi statue a mezzo busto che rappresentano una il vescovo, l’altra il re; una immensa e colorata “grisaille” medioevale a tutta altezza nel momento della predica di Thomas ad inizio del secondo atto; un semplicissimo altare posto di lato nella seconda parte del secondo atto sono gli elementi scenici semplicissimi di questo allestimento che allude con semplicità e chiarezza ad un medioevo freddo e violento. Una modernità razionale, adatta al testo come al soggetto ed alla musica di Pizzetti, sostenuta da una regia semplice ma esatta. Bello e riuscito.

Quanto a Donato Renzetti ha concertato da par suo, più con mestiere che con genio, con senso della scena che con personalità. Tutto pare girare con sicurezza sotto la sua egida, palco e buca, che mai si scollano e mai sono parsi in contrasto. Certo, l’azione drammatica ha momenti concitati che forse potevano essere più sottolineati ed amplificati, come pure il commento orchestrale ai tormenti del protagonista. In complesso, però tutto ha girato bene, con il conseguente coinvolgimento del pubblico nel dramma, soprattutto nei grandi momenti corali.

Ha svettato su tutti il protagonista, che ha messo in campo esperienza e professionismo, pur non essendo un Thomas né ieratico né impressionante fraseggiatore. Furlanetto, infatti, è cantate di grande mestiere e lungo corso, sa come si sta in scena e cosa sia l’interpretazione, almeno quella del buon professionista. La voce è di vero basso, e non è poco in un mondo di bassini e bassetti senza volume e colore. Ma la realtà di questo cantante, la realtà di una volta, quella riferita ad un mondo ove si sapeva ancora cantare con i ferri del mestiere, resta quella di una voce tubata e di media ampiezza. Sicchè laddove al canto di Thomas occorre la cavata, ma quella delle grandi voci, come ad esempio nel monologo del finale primo “….l’amore nel giardino ed il cantare con gli strumenti, erano tutte cose per me ugualmente desiderabili…” oppure al finale dell’opera “Eccomi. Traditor del Re non sono! Io sono prete. Un cristiano sono, pronto a dare il suo sangue per il sangue” si percepisce chiaramente il limite vocale, ed il personaggio ne risente. L’età vocale condiziona la prova di Furlanetto in momenti anche rapidi, come nella battuta di ingresso “Pace” ( tremenda per l’emissione senescente..), o in certi passaggi acuti, ove la voce si sfuoca e talora anche stona. Si forza di accentare con gusto e personalità, ma gli manca il colpo d’ala del grande cantante attore capace di stregarti anche solo con la propria presenza scenica. E questo è indubbiamente un ruolo da gigante della scena. Il Thomas Beckett di Furlanetto, invece, fine risulta principalmente dolente, ma privo del lato monumentale e dell’autorevolezza scenica e vocale del personaggio, limitato nel fraseggio per la pochezza dei colori. Tuttavia funziona e regge la serata, perché l’esperto basso fa tutto ciò che è giusto e corretto.

La prima corifea di Raffaella Angeletti ha cantato con sicurezza e buona sonorità della voce, dominando con facilità la scomoda scrittura. Il personaggio è pertinente, ma resta il limite di un mezzo vocale aspro data l’usura di questa cantante, che pratica da lungo tempo un repertorio molto pesante per la sua voce.
Anita Raveli, seconda corifea, ha voce di certo importante, ma bassa di posizione e per questo di emissione non bella, anzi piuttosto plebea. Non ha problemi a passare l’orchestrale pizzettiano nella zona centrale, mentre in basso è davvero molto sfocata ed ovattata. Ritengo sia la voce più interessante, dal punto di vista della materia prima, che sia passata dall’Accademia scaligera, ma che la proiezione in una grande carriera, dati i ritmi alti e brucianti cui il management moderno tende a sottoporre le giovani stelline in ascesa, sia prematura e rischiosa, poiché la voce non è a posto ( e questo anche a valle dei concerti accademici cui ho recentemente assistito…).
Sempre sonoro Antonello Ceron e con lui Salvatore Cordella, dal timbro un po’ morchioso a dire il vero, mentre pessimo il tentatore di Petri Lindroos a causa della zona acuta della voce. Buoni i cavalieri.

Recita del 26 maggio 2009

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