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sabato 30 ottobre 2010

Le cronache di Carlotta Marchisio - Elisir d'amore in Scala: secondo cast.

Era lì, bastava così poco per accorgersene, eppure…
Si fa tanto parlare, spesso da parte di chi ha buone ragioni per farlo, che l’opera lirica, e in particolare il canto, versa in condizioni tutt’altro che allarmanti, che il teatro è sano e in continua evoluzione, ossia capace di assecondare le aspettative di un nuovo pubblico, che ha coltivato e alimentato altri stimoli fruitivi.

Va da sé che il “vociomane” (appellativo convertito di recente in misterioso insulto), da quelle parti, fa una magra figura. Nei casi migliori viene liquidato quale sfigato Bartleby, destinato a un’irreversibile misantropia, altre volte quale dead man walking incalzato all’ultima preghiera (si leggano, a riguardo, recenti “discussioni” in rete). Altri criteri, appunto. Eppure qualcosa continuava a sfuggirmi, l’altra sera, a teatro. A riguardo – perché voglio impegnarmi in prima persona come archeologa delle motivazioni perdute – mi è venuta in aiuto un’amica francese, che il 20 ottobre ha assistito con me alla recita del secondo cast di questa Elisir ambrosiana. Per le scale della galleria, alla mia domanda “Allora, che ne pensi?”, Isabelle, che nonostante il consueto aplomb parigino fatica a nascondere una certa insoddisfazione di fondo, mi risponde: “Ça n’a été qu’un bon cours d’italien! Merci aux sous-titres!”. I sottotitoli! Come non averci pensato prima! Mi son subito detta: “Ecco un’altra, nuova opportunità per lo spettatore moderno! Un “Italian Institute” prestigioso!” Sede dei corsi: Teatro alla Scala. Frequenza: quattro ore mensili (tollerata, già da qualche anno, la fuga al trillo della campanella dell’intervallo). E i docenti? Insegnanti madrelingua di prestigio: tra gli altri, Lorenzo Da Ponte, Felice Romani e Francesco Maria Piave.
Ironie a parte, rimane evidente che la boutade di Isabelle ha un suo valore di fondo, perché sottende, come stravagante ma reale conseguenza, una verità che col canto moderno – e in particolare con la serata cui ho presenziato – ha invece molto a che fare. L’assoluta afonia delle voci. Poche volte mi è capitato, infatti, di assistere a una rappresentazione in cui l’”effetto acquario” – effetto che tanto destabilizza lo spettatore medio televisivo e che invece pare non turbare più di quel tanto quello operistico – divenisse una costante, sia per frequenza che per continuità, tanto da far pensare più a un concerto per coro e orchestra, coadiuvato magari da movimenti scenici di tre o quattro mimi, che a una serata di canto lirico (censurabile, da questo punto di vista, il finale primo). E in questo senso non viene certo in aiuto la bella quanto “sacrificante” regia di Pelly, che ponendo i cantanti per buona parte del tempo nella profondità del palcoscenico manifesta una visione d’insieme senza dubbio coerente ma che va a discapito del canto. Con interpreti di questo peso vocale forse una regia che prevedesse uno sfruttamento più intenso del proscenio sarebbe stata un valido aiuto. In primo luogo per il pubblico.
Fa eccezione in questo contesto come dire… “ittico”, per il discreto volume, per altro esibito giusto nei momenti solistici, l’Adina di Irina Lungu, appena dignitosa Marguerite nel recente Faust della vergogna (e disastrosa Violetta al San Carlo), qui invece villanella dal timbro rauco e stridente, limitato di conseguenza nelle modulazioni e potenzialità espressive della voce. Fatica ad accentare con fantasia una parte che più di altre si presterebbe a essere colorata con pennellate personali, finendo per cavar fuori nient’altro che un personaggio esanime, indifferenziato e monocorde, almeno sul coté interpretativo. Sul piano vocale riesce a risolvere bene le parti più espressamente centrali e facili della partitura, come l’aria di sortita, dove il soprano non deve far altro che seguire una semplice linea vocale vicina al parlante. Linea vocale che in altri momenti o perde di compattezza e finisce per “svirgolare” sulla chiusura della frase, oppure si assottiglia in qualche fissità di troppo, soprattutto nei portamenti discendenti. Anche l’intonazione, spesso crescente, non è proprio cristallina. E la stessa aria di commiato, ben attaccata in mezzo piano (do4 di «PRENdi»), è cantata con voce dura, legnosa, che diventa querula e acida già su un sol4. Potete solo immaginare, di conseguenza, cosa sia stato il do5 su «Io BRAmo»… Il confronto con un’Alda Noni o una Margherita Carosio, le tanto bistrattate subrettine di pochi lustri fa, risulterebbe a dir poco impietoso.
Impressionante, e non in termini elogiali, il Nemorino di Francesco Demuro, le cui doti naturali e tecniche non gli permettono nemmeno di sostenere una tessitura tutt’altro che ardua, come quella del villico innamorato. Il timbro è gradevole, così come pregevoli sono i tentativi di rispettare (a volte) i segni di espressione, traccia inequivocabile di onestà d’approccio alla professione. Si percepisce anche un gusto interessante per quanto riguarda l’accentazione della parola, in particolar modo nei recitativi, seppur in massima parte difettoso del giusto sostegno del fiato (gradevolissimo resta a suo modo il senso di stupore, suggerito in apertura del cantabile a due voci, in principio di primo atto, sui versi «E che m’importa?» e «Oh Adina! E perché mai?», oppure laddove, nel primo incontro con il navigato imbonitore, dà un’inflessione patetica originale ai versi «Avreste voi per caso / la bevanda amorosa / della regina Isotta?») Tutto però rimane fermo, bloccato tra i fumi dell’intenzione, perché anche la “cassetta degli strumenti” è misera misera. L’emissione è tremula, instabile in ogni zona del pentagramma, e di limitata proiezione, per deficit congeniti prima ancora che tecnici. La prima ottava, come le note iniziali del centro, è inesistente; spettrale anche nei passaggi di accompagnamento orchestrale leggero. Basti riascoltare l’aria d’entrata, autentico paradigma della resa vocale generale, per rendersi conto che solo in alcuni passaggi di tessitura medio-alta diventa, in qualche modo, percepibile. Perché gli acuti, “tirati via” con la sguaiataggine di chi non può fare altro che aprire e spingere, col risultato di traballare già appena oltre il passaggio, non rientrano tra i suoni di scuola (volgarissima la salita – se di salita si può parlare… – al fa4 in corrispondenza del secondo «perCHE’», poco più avanti, prima della ripresa dell’”aura lusinghiera” – «Chiedi al rio perché gemente» – in cui si coglie l’intenzione di qualche mezza voce – «UN poter» – non segnata in partitura e incautamente attaccata sul la4, che finisce per sbiancarsi, andare in dietro e pure calare un poco). E sto parlando di un pugno di sol4 e fa4, mica di otto do di fila! Poco bene anche nella famosa romanza, che scivola via senza l’intimo trasporto che un timbro malinconico e delicato dovrebbe suscitare. Il tenore sardo tenta pure un accenno di forcella, a riprova di quella correttezza d’approccio al canto di cui dicevo poco sopra, ma ciò non basta. Il fiato manca e la tenuta viene meno. Allora, se anche Nemorino ti va stretto, mi spiace per il signor Demuro, non resta che cambiare mestiere, per lui e per quei cantanti che basano, anche solo nelle intenzioni, la propria professionalità sul valore esecutivo del canto. Parrebbe scontato ma, in tempi di galoppante revisionismo, fa bene precisare.

Un po’ meglio l’accoppiata bricconcella del Dulcamara di Renato Girolami e del Belcore di Giorgio Caoduro.
Va subito detto che Girolami è lontano anni luce da un’autentica corda di basso, sia per pasta timbrica che per centraggio di tessitura, tanto da far pensare a un tenore non sfogato. I gravi e i centri vengono per buona parte coperti dall’orchestra, mentre arriva piuttosto sonoro in acuto. Però dal do3 in su comincia a “ballare” e ad aprirsi, mentre già dalla cavatina è orchesca la salita al mi3 di «Ah di patria il caldo affetto», insipido assaggio della sfilza di altri mi3, tutti slabbrati, che chiude l’assolo. Ma si tratta in definitiva di un ciarlatano ambulante che rimane entro i confini di una dignitosa correttezza per buona parte della rappresentazione, pur non reinventando per nulla il poliedrico ruolo, riciclato invece senza parsimonia nella logora prassi delle caccolette, del fraseggio calcato e degli accenti inseriti e omessi secondo arbitrio (misteriosa l’accentazione marcatissima su «ch’io vendo niente men di nove lire»), prassi divenuta oramai tangente allo stereotipo più trito. E anche se il pubblico pare divertirsi, sono convinta che certe libertà interpretative, magari sostenute da un bagaglio tecnico più solido, potrebbero esser giocate con intenzioni meno prevedibili.
Singolare invece la prova di Caoduro. Perché è qui che lo spettro dell’afonia si fa più minaccioso. Se dovessi giudicare la performance di un cantante sulla base del volume della voce, questo Belcore sarebbe di gran lunga il vincitore della palma del peggiore in campo, dal momento che di cantanti svociati in tal guisa pochi ne ho uditi. E però… Però a discapito di una proiezione davvero esigua, il cantante friulano esibisce il solito timbro invidiabile, per altro sostenuto da un’emissione rimasta stabile, seppur un po’ tubata, per tutto l’arco della serata, con addirittura un paio di momenti notevoli per autorità d’accento e baldanza da sergente. Mi riferisco all’irruenza di quel «Silenzio!» atto a quietare la “Barcarola” in apertura di secondo atto, ma prima di tutto al bel contrappunto con cui si inserisce nella distesa melodia di Nemorino “Adina credimi”, che già avvicina, pur soltanto nella partitura, i due giovani paesani. Non esemplare invece la cavatina, in cui il legato ascendente è ancora esponente di quella celebre scuola, pur con meno evidenza rispetto all’Enrico genovese (tutti indietro i mi3 in corrispondenza di «PORse il pomo» e di «FIN la madre», così come i re3 di «del mio DOno» e di «ne riPOrto»).
Non pervenuta anche la Giannetta di Barbara Bargnesi, sepolta senza remore nei meandri più profondi del coro.
Sulla direzione di Donato Renzetti, rimando i nostri lettori alla considerazioni del caro amico Donzelli in luogo della recensione sulla prima compagnia. Mi limito a due puntualizzazioni: con un cast di tale tonnellaggio vocale sarebbe stata buona cosa moderare certi impeti, in particolare durante i numeri d’insieme. E il Preludio, che avrebbe potuto sfruttare l’assenza dei solisti per venir fuori come effettivo momento personale per il direttore, rimane slavato e fiacco. L’orchestra, dal canto suo, ha suonato meglio rispetto alla prima, e al di là di un paio di brutti passaggi dei flauti, non proprio all’unisono, ha esibito buona compattezza. Peccato anche per qualche attacco poco preciso.
Insomma, abbiamo scoperto che di questi tempi anche un’Elisir non è così facile da realizzare, nemmeno alla Scala. Ma non disperiamo, mi vien da dire. Al Piermarini i corsi di italiano per stranieri sono appena iniziati! Ci sono ancora speranze per il teatro d’opera. Basta confidare nei display. A ciascuno il suo…

Una breve appendice.
In particolare a seguito di serate di tale portata, fallimentari perché mai veramente decollate, fa davvero impressione ripensare a quei personaggi che si aggirano ogni sera per le gallerie del teatro, orgogliosi della propria acriticità di giudizio, di cui fanno triste vanto come spettatori e addetti ai lavori. Una corte dei miracoli assimilabile unitamente alla solita, povera banda di restauratori dell’ordine, sempre vigili e all’erta, armati di malta e cazzuola per stuccare le crepe che spuntano, ogni volta più evidenti e frequenti, sulle mura del condominio della favola ufficiale.

Carlotta Marchisio



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domenica 3 ottobre 2010

Elisir d'amore alla Scala

Una bella serata di quelle dopo le quali tutti sono andati a casa felici e soddisfatti. Contentoni, si dice a Milano. Qualche ovvia eccezione al tripudio, e non solo di quelli del Corriere della Grisi. Almeno credo.


Sabato sera, recita fuori abbonamento, penso; un pubblico felice e plaudente per il solo fatto di essere alla Scala. Magari per la prima volta. Ancor più felici gli addetti ai lavori (direttori artistici, consulenti per le voci, agenti) che, salvo la riprovazione indirizzata alla protagonista, ha “sfangato” la serata, nata con molte incognite, prima fra tutte il protagonista maschile. Addirittura trionfanti per il bene fatto alla Scala, amata più della mamma, certe stagionate frange del pubblico, ormai difensori ad oltranza di qualsiasi spettacolo sul palcoscenico del Piermarini, dimentichi del proprio passato e di quello del teatro, che difendono con ardore, ignari, mi auguro per loro, di accelerarne la fine allontanandone, con il loro plaudente comportamento, la linfa vitale rappresentata vuoi dal pubblico under 30 vuoi dal dibattito e dal confronto. E’ questo il vero spunto di riflessione, l’unico, che meriti cenno e parola perché sui cantanti, sulla direzione, tutto è già stato detto e scritto, e se non lo fosse si potrebbe si potrebbe utilizzare passi di altre recensioni come nelle opere del Settecento con le arie, che transitavano, dall’uno all’altro titolo con egual significato drammatico.
E questo non perché, come apostrofati, con proterva maleducazione: “Non ci va mai bene niente”, ma perché nessuno dei quattro cantanti protagonisti (e pari ad essi la comprimaria Giannetta – Barbara Bargnesi) aveva la voce a fuoco e capace anche in parti propizie del palcoscenico, come il risonantissimo punto Callas, di farsi sentire anche se privi di volume stratosferico. Poi i quattro mostravano, variamente lo stato vocale ed interpretativo, cui conduce l’insipienza tecnica. Al massimo grado Rolando Villazon, piatto, incolore, timbro e volume da comprimario, sempre su un sordo e secco forte, cortissimo in alto, se di acuti si può parlare con riferimento a Nemorino. Che si agiti in scena, che trasformi Nemorino nel Richetto dello Zecchino d’oro Anni 60 (altro che Charlot!) non sono elementi che giustificano l’assoluzione finale da parte del pubblico ed il lauto, lautissimo compenso, che si dice frutti al tenore la partecipazione allo spettacolo.
In condizioni vocali assolutamente pari, nonostante al più giovane età Nino Machaidze, che, alla fine del ben poco impegnativo rondò (robetta si dice in loggione), il pubblico ha copiosamente buato. Alla breve: voce corta, acida, incapace di colori ed accenti, agilità da principiante. Possono anche evitarle l’onta delle uscite singole, ma la scelta né migliora la tecnica della cantante, né tantomeno ne allunga la carriera. Il compenso percepito, anch’esso mi si dice Top Fee, riservato all’ex studentessa dell’Accademia, può giustificarsi in forza di quattro mossette, ancheggiamenti e moine. Fra Elisir d’amore e l’avanspettacolo dove le reclute apostrofavano le subrettine, passano circa 100 anni. E l’osservazione valga anche per valutare l’allestimento strabordante di inutili gags che distolgono dalla musica e dalla perfetta drammaturgia donizettiana. Ancora indietro nel cammino della decozione vocale Ambrogio Maestri, ma solo perché canta da buffo e “caccia” un paio di voluminosi acuti. La voce presenta quello che in gergo si chiama “il buco”, più tipico delle voci di basso e di mezzo-soprano in zona medio-grave, che gli impedisce fluidità nei sillabati e quell’ampollosità che dell’inveterato cialtrone è caratteristica prima. Anche qui, che alla barcarola sibili la“esse”come il vecchio sdentato può far ridere solo chi creda Elisir d’amore titolo per il Teatro Smeraldo e non per la Scala. Il signor Viviani difetta della vanagloria, vocale in primis, che compete a Belcore, pasticcia pure le agilità della stretta del sortita e del duetto con Nemorino. E’, però, lontano dalla meta cui sono giunti i protagonisti.
Edizione integrale. Sempre più rimpiango le forbici ed i coltelli di Serafin, Votto e Gavazzeni. Per eseguire il duetto Adina-Dulcamara, che rifà il verso ai grandi duetti da opera seria senza inserimenti o senza variazioni di dinamica, tanto vale tagliare come è inutile la riapertura del taglio nel quartetto “Io già m’immagino” (che parafrasi nientemeno che Semiramide) con esecutori come quelli propinatici ieri sera, anche con un direttore diverso. Vero è che Donato Renzetti ha tenuto insieme l’orchestra, fragorosa, ed il palcoscenico, inutile dolersi poi di quel che in eleganza e languore non c’era ai passi topici come Adina credimi o Una furtiva lagrima, perché con quel protagonista…ma almeno il Preludietto, il coro dei contadini alla prima scena, e quello dell’ingresso di Dulcamara, non devono richiamare gli armigeri di Fausta o Parisina, ma l’iconografia ottocentesca della campagna lombarda, ben diversa dalla realtà del lavoro e della fatica. Ma Elisir d’amore con il suo trasognato protagonista nulla ha a che spartire con la realtà. Questo ovviamente lo ha ben dimenticato Laurent Pelly. Dimenticavo, ho la presunzione di credere che a casa insoddisfatto oltre a parecchi, ci sarebbe andato anche Gaetano Donizetti. Per sua fortuna è morto!


Gli ascolti

Donizetti - L'Elisir d'Amore


Atto II

Quanto amore!...Bella Adina...Una tenera occhiatina - Alda Noni & Sesto Bruscantini (1951)

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sabato 30 maggio 2009

Assassinio nella Cattedrale alla Scala di Milano

Bel successo alla Scala per la produzione di Assassinio nella Cattedrale di Pizzetti, affidato al trio Renzetti-Kokkos-Furlanetto. Una produzione riuscita, di quelle ove tutto gira per il verso giusto, con vero professionismo e gusto, tanto da indurre il loggionista a tornare più volte.
Insomma, una produzione…consigliata, per dirla con le recensioni cinematografiche dei quotidiani!

Lo spettacolo di Kokkos è semplice, lineare, di fatto una grande prospettiva obliqua grigia nella quale si muovono i personaggi ed il coro. Il percorso obliquo, che dal fondo porta al proscenio, serve a Kokkos per dare rilievo drammaturgico all’entrata di Thomas come alla sfilata dei tentatori e dei cavalieri omicidi. Un bosco stilizzato sulla sinistra; l’apparizione al primo atto di due grandi statue a mezzo busto che rappresentano una il vescovo, l’altra il re; una immensa e colorata “grisaille” medioevale a tutta altezza nel momento della predica di Thomas ad inizio del secondo atto; un semplicissimo altare posto di lato nella seconda parte del secondo atto sono gli elementi scenici semplicissimi di questo allestimento che allude con semplicità e chiarezza ad un medioevo freddo e violento. Una modernità razionale, adatta al testo come al soggetto ed alla musica di Pizzetti, sostenuta da una regia semplice ma esatta. Bello e riuscito.

Quanto a Donato Renzetti ha concertato da par suo, più con mestiere che con genio, con senso della scena che con personalità. Tutto pare girare con sicurezza sotto la sua egida, palco e buca, che mai si scollano e mai sono parsi in contrasto. Certo, l’azione drammatica ha momenti concitati che forse potevano essere più sottolineati ed amplificati, come pure il commento orchestrale ai tormenti del protagonista. In complesso, però tutto ha girato bene, con il conseguente coinvolgimento del pubblico nel dramma, soprattutto nei grandi momenti corali.

Ha svettato su tutti il protagonista, che ha messo in campo esperienza e professionismo, pur non essendo un Thomas né ieratico né impressionante fraseggiatore. Furlanetto, infatti, è cantate di grande mestiere e lungo corso, sa come si sta in scena e cosa sia l’interpretazione, almeno quella del buon professionista. La voce è di vero basso, e non è poco in un mondo di bassini e bassetti senza volume e colore. Ma la realtà di questo cantante, la realtà di una volta, quella riferita ad un mondo ove si sapeva ancora cantare con i ferri del mestiere, resta quella di una voce tubata e di media ampiezza. Sicchè laddove al canto di Thomas occorre la cavata, ma quella delle grandi voci, come ad esempio nel monologo del finale primo “….l’amore nel giardino ed il cantare con gli strumenti, erano tutte cose per me ugualmente desiderabili…” oppure al finale dell’opera “Eccomi. Traditor del Re non sono! Io sono prete. Un cristiano sono, pronto a dare il suo sangue per il sangue” si percepisce chiaramente il limite vocale, ed il personaggio ne risente. L’età vocale condiziona la prova di Furlanetto in momenti anche rapidi, come nella battuta di ingresso “Pace” ( tremenda per l’emissione senescente..), o in certi passaggi acuti, ove la voce si sfuoca e talora anche stona. Si forza di accentare con gusto e personalità, ma gli manca il colpo d’ala del grande cantante attore capace di stregarti anche solo con la propria presenza scenica. E questo è indubbiamente un ruolo da gigante della scena. Il Thomas Beckett di Furlanetto, invece, fine risulta principalmente dolente, ma privo del lato monumentale e dell’autorevolezza scenica e vocale del personaggio, limitato nel fraseggio per la pochezza dei colori. Tuttavia funziona e regge la serata, perché l’esperto basso fa tutto ciò che è giusto e corretto.

La prima corifea di Raffaella Angeletti ha cantato con sicurezza e buona sonorità della voce, dominando con facilità la scomoda scrittura. Il personaggio è pertinente, ma resta il limite di un mezzo vocale aspro data l’usura di questa cantante, che pratica da lungo tempo un repertorio molto pesante per la sua voce.
Anita Raveli, seconda corifea, ha voce di certo importante, ma bassa di posizione e per questo di emissione non bella, anzi piuttosto plebea. Non ha problemi a passare l’orchestrale pizzettiano nella zona centrale, mentre in basso è davvero molto sfocata ed ovattata. Ritengo sia la voce più interessante, dal punto di vista della materia prima, che sia passata dall’Accademia scaligera, ma che la proiezione in una grande carriera, dati i ritmi alti e brucianti cui il management moderno tende a sottoporre le giovani stelline in ascesa, sia prematura e rischiosa, poiché la voce non è a posto ( e questo anche a valle dei concerti accademici cui ho recentemente assistito…).
Sempre sonoro Antonello Ceron e con lui Salvatore Cordella, dal timbro un po’ morchioso a dire il vero, mentre pessimo il tentatore di Petri Lindroos a causa della zona acuta della voce. Buoni i cavalieri.

Recita del 26 maggio 2009

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venerdì 24 ottobre 2008

Impressioni sull'ascolto radiofonico dei Capuleti genovesi

Vanno presi, secondo alcuni (spesso amici ed agenti dei cantanti) con le pinze le trasmissioni radiofoniche. Potrebbe anche essere, però se possono ingannare sul reale volume ed ampiezza di una voce, sono fidedegne dell'accento della qualità del suono, perchè - siamo onesti e sinceri - un suono duro e fibroso non diventa, via etere, dolce e galleggiante sul fiato.
Un'orchestra pesante non può ambire a simulare i Berliner.
In estrema sintesi l'inaugurazione del Carlo Felice.

Atto primo
Aria Tebaldo
Un baritono il preposto tenore, con la voce ben chiusa nella testa appena arrivano i primi acuti (quasi acuti ) e senza proiezione. Sarò forse ancora condizionato da quella penosa Stuarda scaligera.
Cabaletta lenta e soporifera, con una modestissima variazione (strozzata) nel da capo.
Una esecuzione pesante e priva di baldanza. Qualche variazione, puntatura aiuterebbero a delineare il personaggio. In compenso Renzetti non gli taglia la coda, prolissa ed inutile eseguita in questo modo. L’accompagnamento alla cabaletta va ricordato come esempio di vera “bandaccia”.

Entrata Romeo
Recitativo con voce indietro, ingolata e di petto.
Nessuna sfumatura in zona ala o balla o emette falsetti. Tempo bello veloce, sennò non regge.
Non fa la puntatura di tradizione alla ripetizione di “troverai nel mio signor”. Un bel e “tal sarà “ da sopranaccio verista. Gusto da Obraztsova e ne avesse la voce. Al centro il famoso”scalino”. La velleità delle varianti di Rossini è patetica. Meglio evitare.

Cavatina di Giulietta
La voce della Devia dimostra i suoi anni. La cantante però, è misurata e non cade in alcun eccesso di gusto verista, è sorvegliatissima, anche troppo. L’abbandono era poco nel 1989, figurarsi adesso.


Duetto
Siccome è acuto la Ganassi gira un po’ meglio e sembra un po’ meno la Barbieri sfasciata. Ma se sale “ ah noi luogo amor terra “ o sono falsetti o sono i cosiddetti pianini. Nessuna vocalizzazione di forza.
La Devia emette suoni brutti nel primo passaggio e in alto a piena voce balla. Peccati veniali rispetto alla Ganassi.
Nella sezione centrale la Ganassi appena arriva un acuto o lo ghermisce o lo falsetta, quando replica la Devia sarà anche alla frutta, ma che frutta. La cadenza che introduce la sezione a due voci vede una Ganassi più verista che mai.
La sezione conclusiva la Ganassi attacca con voce esausta, scomposta e bercia gli acuti e dopo il bercio di “ritornerà”, il falsettino.
Il tempo poi è da marcia funebre salvo ravvivarsi un poco alla fine. Caro maestro i tempi lenti come insegnavano la Sutherland e la Horne alla fine sono un suicidio!!!! E sì che Lei con una ha ripetutamente lavorato.

Finale primo
Il famoso finale in cui le due voci femminili cantano all’unisono.
Il buco della voce della Ganassi è sempre più evidente in un passo che impone l’esibizione di un saldo registro basso.Qui Romeo è un contralto rossiniano psicologicamente e localmente.
Quando arriva il la di “giurata fè” siamo allo strillo più puro.
Le cose migliorano nell’andante dove Mariella Devia canta con eleganza e timbro ancora saldissimo, poi chiederle di essere romantica e poetica, beh insomma non lo era nel 1994. Non possiamo pretenderlo ora.

Atto secondo
Aria di Giulietta
Al recitativo la difficoltà a legare della Devia è evidente. Il timbro sarà anche provato e qualche volta non usciranno suoni immacolati, ma nell’andante è ancora notevole per virtù tecnica. E sul “dubbio crudel” esegue un passaggio di registro inferiore da manuale. Ulivieri è becero appena sale o si stimbra o ulula. Quando entra Capellio nelle battute di conducimento l’orchestra è pesantissima. Nella sezione conclusiva la Devia è ancora all’altezza della propria meritatissima fama anche se non tutti i suoni sono torniti e perfetti come un tempo. Ma nella zona alta fa ancora impressione per la saldezza e sicurezza. La Devia è una grande cantante d’opera, gli altri sono principianti. Da andare sino a Genova solo per tributarle l’omaggio al professionismo.
Renzetti chiude il finale con un’orchestra che sembra la famosa banda “rumpe e streppa” di Finale Ligure, tanto per rimanere in zona.

Duetto Romeo – Tebaldo
La Ganassi entra facendosi raggiustini agli acuti del recitativo e si sforza di essere eloquente, ma il “m’abbandona a me solo” la costringe a forzare.
Accento verista per simulare la foga della sfida. E quando scende il solito immascherabile scalino.
E vai con il verismo alla invocazione di Romeo sulla morta Giulietta. La Ganassi declama malamente il dolore di Romeo. E’ l’emissione poco immascherata al centro che rende plebeo, da sempre, il canto della Ganassi, privandolo dell’astrazione tipica del canto di scuola. L’acuto finale è il grido del cappone sgozzato.

Finale
Il coro e l’orchestra non hanno il colore della disperazione di Romeo e la voce poco stilizzata di Romeo non evoca il dolore quintessenziato dell’eroe romantico. In alto sono falsettini, al centro suoni vuoti ed in basso cavernosi e di petto. Esemplare il recitativo di entrata dello sventurato Romeo. Il gridolino di Romeo allo scoprimento del cadavere non evoca dolore, ma l’urlo di chi abbia paura e terrore nel vedere un cadavere.
Suoni aciduli sul do e mi centrali ossia dove Romeo canta sono la negazione del Belcanto stesso. Poi si può anche dire che esegue piani e pianissimi.
Nel recitativo del risveglio la Ganassi indulge a sospiri e suoni di petto. Meglio la Devia anche se la scrittura non è acuta e, quindi, non è suo agio.
Nelle ultime battute la Ganassi sembra per peso specifico e volume un soprano leggero, sembra più voluminosa la voce della Devia.

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