Visualizzazione post con etichetta angeletti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta angeletti. Mostra tutti i post

sabato 30 maggio 2009

Assassinio nella Cattedrale alla Scala di Milano

Bel successo alla Scala per la produzione di Assassinio nella Cattedrale di Pizzetti, affidato al trio Renzetti-Kokkos-Furlanetto. Una produzione riuscita, di quelle ove tutto gira per il verso giusto, con vero professionismo e gusto, tanto da indurre il loggionista a tornare più volte.
Insomma, una produzione…consigliata, per dirla con le recensioni cinematografiche dei quotidiani!

Lo spettacolo di Kokkos è semplice, lineare, di fatto una grande prospettiva obliqua grigia nella quale si muovono i personaggi ed il coro. Il percorso obliquo, che dal fondo porta al proscenio, serve a Kokkos per dare rilievo drammaturgico all’entrata di Thomas come alla sfilata dei tentatori e dei cavalieri omicidi. Un bosco stilizzato sulla sinistra; l’apparizione al primo atto di due grandi statue a mezzo busto che rappresentano una il vescovo, l’altra il re; una immensa e colorata “grisaille” medioevale a tutta altezza nel momento della predica di Thomas ad inizio del secondo atto; un semplicissimo altare posto di lato nella seconda parte del secondo atto sono gli elementi scenici semplicissimi di questo allestimento che allude con semplicità e chiarezza ad un medioevo freddo e violento. Una modernità razionale, adatta al testo come al soggetto ed alla musica di Pizzetti, sostenuta da una regia semplice ma esatta. Bello e riuscito.

Quanto a Donato Renzetti ha concertato da par suo, più con mestiere che con genio, con senso della scena che con personalità. Tutto pare girare con sicurezza sotto la sua egida, palco e buca, che mai si scollano e mai sono parsi in contrasto. Certo, l’azione drammatica ha momenti concitati che forse potevano essere più sottolineati ed amplificati, come pure il commento orchestrale ai tormenti del protagonista. In complesso, però tutto ha girato bene, con il conseguente coinvolgimento del pubblico nel dramma, soprattutto nei grandi momenti corali.

Ha svettato su tutti il protagonista, che ha messo in campo esperienza e professionismo, pur non essendo un Thomas né ieratico né impressionante fraseggiatore. Furlanetto, infatti, è cantate di grande mestiere e lungo corso, sa come si sta in scena e cosa sia l’interpretazione, almeno quella del buon professionista. La voce è di vero basso, e non è poco in un mondo di bassini e bassetti senza volume e colore. Ma la realtà di questo cantante, la realtà di una volta, quella riferita ad un mondo ove si sapeva ancora cantare con i ferri del mestiere, resta quella di una voce tubata e di media ampiezza. Sicchè laddove al canto di Thomas occorre la cavata, ma quella delle grandi voci, come ad esempio nel monologo del finale primo “….l’amore nel giardino ed il cantare con gli strumenti, erano tutte cose per me ugualmente desiderabili…” oppure al finale dell’opera “Eccomi. Traditor del Re non sono! Io sono prete. Un cristiano sono, pronto a dare il suo sangue per il sangue” si percepisce chiaramente il limite vocale, ed il personaggio ne risente. L’età vocale condiziona la prova di Furlanetto in momenti anche rapidi, come nella battuta di ingresso “Pace” ( tremenda per l’emissione senescente..), o in certi passaggi acuti, ove la voce si sfuoca e talora anche stona. Si forza di accentare con gusto e personalità, ma gli manca il colpo d’ala del grande cantante attore capace di stregarti anche solo con la propria presenza scenica. E questo è indubbiamente un ruolo da gigante della scena. Il Thomas Beckett di Furlanetto, invece, fine risulta principalmente dolente, ma privo del lato monumentale e dell’autorevolezza scenica e vocale del personaggio, limitato nel fraseggio per la pochezza dei colori. Tuttavia funziona e regge la serata, perché l’esperto basso fa tutto ciò che è giusto e corretto.

La prima corifea di Raffaella Angeletti ha cantato con sicurezza e buona sonorità della voce, dominando con facilità la scomoda scrittura. Il personaggio è pertinente, ma resta il limite di un mezzo vocale aspro data l’usura di questa cantante, che pratica da lungo tempo un repertorio molto pesante per la sua voce.
Anita Raveli, seconda corifea, ha voce di certo importante, ma bassa di posizione e per questo di emissione non bella, anzi piuttosto plebea. Non ha problemi a passare l’orchestrale pizzettiano nella zona centrale, mentre in basso è davvero molto sfocata ed ovattata. Ritengo sia la voce più interessante, dal punto di vista della materia prima, che sia passata dall’Accademia scaligera, ma che la proiezione in una grande carriera, dati i ritmi alti e brucianti cui il management moderno tende a sottoporre le giovani stelline in ascesa, sia prematura e rischiosa, poiché la voce non è a posto ( e questo anche a valle dei concerti accademici cui ho recentemente assistito…).
Sempre sonoro Antonello Ceron e con lui Salvatore Cordella, dal timbro un po’ morchioso a dire il vero, mentre pessimo il tentatore di Petri Lindroos a causa della zona acuta della voce. Buoni i cavalieri.

Recita del 26 maggio 2009

Read More...

sabato 31 gennaio 2009

I Racconti di Hoffmann in diretta radiofonica da Torino

I Contes d'Hoffmann: una delle più straordinarie opere mai scritte, una gemma del repertorio francese che grandi, immensi artisti hanno contribuito a eternare nel ricordo del pubblico. Mai questo capolavoro ci era parso lungo, prolisso, in una parola... pesante. Fino a ieri sera.

Emmanuel Villaume si è confermato bacchetta poco elegante e assai greve, poco o nulla adatta ad accompagnare un canto, che, mai come ieri sera, avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto, guidato, corretto e confortato dalla buca. Tempi bislacchi, nessuna ricerca di colori foschi o misteriosi, chiasso scambiato per brillantezza, sonorità sovente bandistiche.
Il tenore Arturo Chacón-Cruz, inizialmente previsto nel secondo cast, promosso al primo per rimpiazzare l'annunciato e, poi, svanito Roberto Aronica, ha mostrato una voce naturalmente bella e molto sonora, ma anche una scarsa cognizione dei rudimenti tecnici dell'arte, cantando in modo stentoreo, tutto sul forte-mezzoforte e di gola. Il registro centrale è suonato sovente stonato, gli acuti assai tirati, pur senza arrivare ai disastri recenti di un Filianoti o di un Villazón. Ma la strada, ahimè, è quella, e speriamo che il signor Chacón-Cruz, che sappiamo essere giovane (classe '77) e che sicuramente ha una bella dote di natura, possa evitare il destino cui sono andati incontri i summenzionati colleghi. La speranza è l'ultima a morire, anche perché il timbro è realmente bello e di qualità. Da segnalare il taglio della seconda strofa sia nell'aria dell'atto di Olympia sia nel brindisi dell'atto di Giulietta.
Non nutrivamo alcuna speranza e illusione nei riguardi di Desirée Rancatore, voce ormai slabbrata e stinta, un pigolio che dall'afonia dei gravi si arrampica su per i tornanti di un sovracuto divenuto ormai precario e aleatorio quanto il resto della gamma. Rileviamo che la signora, priva della flessibilità e lucentezza tipiche del soprano leggero, ha un rapporto sempre più conflittuale con l'intonazione, tanto che la gag della bambola, cui si scaricano le pile risulta colma di umorismo involontario.
Vera sorpresa della serata è l'Antonia di Raffaella Angeletti, che con vocina vetrosa, tiratissima e, spesso, gridata in acuto, affronta una grande parte di soprano lirico senza possederne l'ampiezza e soprattutto sfoggiando una proprietà di accento, che apparenta da subito la cantatrice cardiopatica a una piccola Nedda. Prudentemente evitata, nel terzetto, la salita al do diesis scritto, appena toccato e, strillato, il re nat. in vocalizzo.
Monica Bacelli non ha nulla di Giulietta, né il mezzo importante, richiesto dalla natura drammatica del personaggio come da quella dello strumentale su cui si trova a cantare (barcarola a parte), né il fascino fatale della cortigiana domiciliata sul Canal Grande. La voce è povera e opaca, priva di spessore in basso (dove spesso sconfina nel parlato) e stridula in acuto.
Quarta in mezzo a cotanto muliebre senno la Musa/Nicklausse di Nino Surguladze, stilisticamente ben poco plausibile a causa dei gravi gonfiati a dismisura, in una sorta di penosa imitazione della Barbieri, senza il sontuoso timbro della Fedora nazionale.
Simone Alberghini, anche lui inizialmente reclutato per il secondo cast, ha sostituito "last minute" Alfonso Antoniozzi nelle parti dei quattro Diavoli, cantando con voce artificiosamente scurita e non molto sonora, ma risultando se non altro corretto e sufficientemente vario nel fraseggio. A riprova del fatto che Simone Alberghini dovrebbe seriamente e costantemente cantare in corda di baritono sta l'esecuzione di "Scintille, diamant" in tonalità di baritono con acuti facili e sonori. Queste virtù, che in altri tempi non sarebbero state sufficienti a concludere una recita di provincia senza "incidenti" di percorso, lo hanno reso il miglior elemento del cast.

Avvertenza: gli ascolti, che non sono quelli paradigmatici per i Contes riteniamo bastino e avanzino, per commentare una serata... così!


Gli ascolti

Offenbach - Les Contes d'Hoffmann


Atto I

Les oiseaux dans la charmille - Alda Noni (1951)

Atto II

Ah! je le savais bien
- Catherine Malfitano & Neil Shicoff (1980)

Atto III

Amis, l'amour tendre et rêveur - Alain Vanzo (1985)


Read More...