Visualizzazione post con etichetta schneider. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta schneider. Mostra tutti i post

domenica 31 luglio 2011

Bayreuth 2011: un bilancio.

E’ un triste giubileo quello del Festival di Bayreuth che nel 2011 celebra la sua centesima stagione. Per mancanza d’idee, di capacità, finanze o tutto insieme, il giubileo non si festeggia.

L’unica novità è il Tannhäuser in salsa eurotrash-intelettualoide, come ormai è costume nel tempio wagneriano, che oltre ad una regia pseudo-originale infligge al pubblico locale e virtuale un cast improponibile. Se la Ortrud “cantata” da Evelyn Herlitzius l’anno scorso sembrava l’estremo limite possibile dell’indecenza, stavolta è stata la Venere dell’ignota Stephanie Friede ad avere oltraggiato orecchie e sensibilità non solo degli ascoltatori distanti, ma anche del pubblico presente in sala che ha salutato la cantante con una valanga di buu. Inascoltabile quale Elisabetta anche l’urlacchiante Camilla Nylund, voce terribilmente ridotta ed invecchiata in poco tempo. Molto problematico anche il cast maschile in cui l’unanime simpatia della critica e del pubblico va al Langravio Günther Groissböck, basso nominale, perché in realtà non lo è, forzato se non inesistente nel registro grave e, nel complesso, una prestazione modesta in un ruolo d’importanza modesta che certo non può salvare uno spettacolo, e ancora meno un festival. Più positivo dell’aspettato invece la direzione di Thomas Hengelbrock che, eccetto qualche momento di rilassamento, ha guidato l’orchestra del festival con mano sicuro, energia e grande trasparenza del suono. Una buona prova visto che si è trattato di un debutto in una sala la cui acustica è notoriamente difficile ad addomesticare per un direttore quanto è propizia per i cantanti.
Niente di nuovo neppure nei Maestri Cantori “di” Katharina Wagner. Malgrado i cinque anni di esperienza, Sebastian Weigle non sembra avesse appreso qualcosa nel gestire l’orchestra e lo spartito. Oltre alla ridicola regia dell’erede biologica, ma non certo artistica del Meister, questa produzione rimane stigmatizzata dalla greve e letargica direzione ed un cast senza nemmeno un raggio di luce. Triste, molto triste il Sachs di James Rutherford, cantante giovane, ma già possessore di una voce vecchia e ballante. Duro, con gli acuti indietro e privo del necessario lirismo il debutto di Burkhard Fritz nel ruolo di Walter. Insignificante il resto.
Il Lohengrin che in internet è giustamente stato battezzato quale Rattengrin ci presenta un Andris Nelsons in miglior forma rispetto all’anno passato, con un primo e secondo atto corretti ed un terzo abbastanza grigio. Il cast invece non cessa a suscitare perplessità. Petra Lang è sicuramente lontana dalla catastrofe che è stata Evelyn Herlitzius, ma non si sente una sostanziale differenza nel trattare lo strumento vocale. Se l’anno scorso Lohengrin era incarnato dall’ingolato, gemente e falsettante superstar Jonas Kaufmann, nell’edizione presente ci troviamo davanti ad un tenore lirico-leggero dotato di scarsa tecnica che incontra gravi difficoltà nel cruciale terzo atto. Eppure, qualche frase decente ci ha comunque fatto sentire, mentre è rimasta dalla prima fino all'ultima nota assolutamente improponibile - improponibile come mai prima - la Elsa di Annette Dasch. Si cerca di scusarla coll’argomento che sia una mozartiana ed inadatta al tonnellaggio wagneriano. Si dimentica però che con voce sistematicamente ballante, spoggiata ed urlante non si canta nemmeno Mozart. Si loda la prestazione di Georg Zeppenfeld sia quale Pogner nei Maestri Cantori che quale Re Enrico. Può darsi che, malgrado l’emissione stomacale, il giovane basso abbia una minima musicalità, ma, come nel caso del Langravio, non è certamente su una corretta esecuzione del ruolo del Re Enrico che si costruisce il successo di un festival internazionale, che è forse IL festival per eccellenza.
La produzione del Parsifal è l’unica che comporta una regia efficace, salutata dal pubblico con reazioni molto positive sia alla prova generale sia alla ripresa. Si tratta infatti dell’unico esperimento stile “Regieoper” che abbia senso, coerenza e qualità visiva. Abbastanza peggiorata la direzione di Daniele Gatti, con pesantezza e monotonia difficilmente digeribile soprattutto nel terzo atto. Disastroso sia il debutto dell’ingolato-nasale Simon O’Neill, Parsifal con la voce di un Mime di terza scelta, che la ripresa del ruolo di Kundry da parte di Susan Maclean o l’Amfortas spinto ed abbaiato di Detlef Roh. E’ ancora una volta Kwangchul Youn nel ruolo di Gurnemanz a dimostrarsi di essere l’unico artista degno di questo nome presente nel festival di quest’anno. Anche se ritengo le sue prestazioni sia a Torino sia negli ultimi anni a Bayreuth molto superiori a quella che abbiamo sentito mercoledì, il signor Youn rimane uno dei migliori interpreti di questo ruolo fondamentale.
Accanto a Youn l'unico altro protagonista del festival che si trova su un livello da festival è il coro sotto la guida del grande, grandissimo Eberhard Friedrich. E' un complesso che non si smarrisce nemmeno con la bacchetta più incerta e canta sempre con uguale morbidezza, piennezza, omogeneità di suono ed una dinamica talvolta davvero incantevole. Non è per niente che in molti casi i più grandi applausi alla fine delle recite gli otteneva proprio il coro del festival ed il suo bravissimo Chormeister.
Per quanto riguarda il Tristano, la produzione va in scena senza importanti cambi di cast, con la direzione secca ed impersonale di Peter Schneider, un lirico Robert Dean Smith inadatto alla pesantissima vocalità del protagonista, una Irene Théorin che è la più urlante fra tutte le urlatrici wagneriani di tutti i tempi, un Marke stonato del veterano Robert Holl e l’insipida Michele Breedt nel ruolo di Brangäne. Tutto questo ambientato in una delle messinscene più pallide proposte a Bayreuth.
E’ questo il bilancio – tristissimo – per il centesimo anniversario del festival. Tristissimo perché Bayreuth sta girando il coltello nella piaga scritturando nella maggior parte dei casi i peggiori artisti possibili, benché non sia difficile nemmeno oggi trovare dei cast leggermente più decenti. Il livello vocale è tanto più scandaloso quanto la direzione del festival non scrittura i cantanti senza sceglierli attraverso audizioni le quali - in teoria - sono obbligatorie per tutti nonostante il grado della loro celebrità o preparazione. Un altro elemento sfortunato della politica della direzione artistica è l’investimento di tutte le risorse in esperimenti registiche che finiscono con terribili fiaschi, sperando che un bel dì il pubblico si abituerà e “capirà” la profondità delle “letture” dei registi – una “svolta” che guarda con fede verso il caso del leggendario Ring di Chereau del 1976 ed aspetta una virata nel giudizio del pubblico che non avviene perché queste produzioni non hanno nemmeno il quarto della chiarezza ed originalità del concetto di Chereau. Una volta per sempre i registi intellettualoidi che optano per una decostruzione dell’opera dovrebbero capire che le loro rivoluzioni non sono più rivoluzionarie né iconoclastiche almeno dall’Anno Domini 1976 quando il team francese ha per la prima volta decostruito la tetralogia. Quella è un “topos”, una fissazione che – evento unico e veramente nuovo in quell’epoca – rimane con evidenza un ideale di creatività e d’innovazione fino ad oggi. Eppure, è evidente anche il fatto che la direzione del fesitval dovrebbe profondamente rivisitare i suoi valori estetici, cambiare approccio. Magari cambiare anche mestiere. Non basta essere discendente di Richard Wagner per avere sia talento musicale e teatrale sia capacità di manager. Intanto cala catastroficamente la domanda - chi sà se solo a causa delle regie inguardabili o anche per la carenza di qualità musicale - per i bigletti soprattutto dei Maestri Cantori, Lohengrin e Tristan. Alla bigletteria del festival non si è mai trovata una tale quantità di bigletti restituiti. C'è qualcuno che, avendo lottato 10 anni per ottenere un bigletto, preferisce rimanere a casa, magari accendere la radio e convincersi con successo in pochi minuti che abbia fatto bene di essere rimasto a casa ed avere economizzato parecchie centinaia di euro per un evento in cui non c'è più quasi niente d'incantevole oltre al luogo stesso, alla magica geografia della collina ed il momento affascinante in cui nell'austera sala le luci vanno lentamente per spegnersi, dando risalto al bagliore giallastro che dal golfo mistico annebbia il bruno sipario. E' davvero magico, ma poi, su che - e su chi - si apre quel sipario?


Gli ascolti

Wagner


Lohengrin

Atto I

Einsam in trüben Tagen - Elisabeth Rethberg (1927)

Atto II

Euch Lüften - Lotte Lehmann (1930)

Entweihte Götter - Gertrude Grob-Prandl (1955)

Atto III

Mein lieber Schwan - Hermann Jadlowker (1914)


Die Meistersinger von Nürnberg

Atto I

Am stillen Herd - Leo Slezak (1905)

Atto III

Selig, wie die Sonne - Friedrich Schorr, Lauritz Melchior, Elisabeth Schumann, Gladys Parr & Ben Williams (1932)


Parsifal

Atto III

Preludio - Pierre Boulez (1966)

So ward es uns verhiessen - Alexander Kipnis & Fritz Wolff (1927)


Tannhäuser

Atto II

Dich teure Halle - Maria Müller (1930)

Blick' ich umher - Herbert Janssen (1930)

Atto III

Allmächt'ge Jungfrau - Kirsten Flagstad (1948)


Tristan und Isolde

Atto II

Hörst du sie noch? - Nanny Larsen-Todsen & Anny Helm (1928)

O sink hernieder - Georg Anthes, Lillian Nordica & Ernestine Schumann-Heink (Mapleson - 1903)

Tatest du's wirklich? - Emanuel List (1938)

Atto III

Mild und leise - Lilli Lehmann (1907)













Read More...

domenica 23 maggio 2010

73° Maggio Musicale Fiorentino: Il coccodrillo mangiò il “Ratto”

Confesso che dopo la bella produzione de “Die Frau ohne Schatten” erano alte le aspettative sulla qualità della seconda opera prevista in cartellone nell’ambito del Maggio Musicale Fiorentino: Mehta è sempre un musicista attento nella scelta delle opere e “Die Entführung aus dem Serail” è una partitura che il Direttore conosce a menadito, la cui frequentazione parte dagli anni ‘60.

Contavo molto sulle voci dei cinque ruoli principali, che almeno sulla carta potevano suscitare interesse.
Avrei voluto scrivere di un successo pari a quello della “Frau”; di quanto il cast assemblato fosse il meglio che la scena odierna possa offrire (non c’è riuscito recentemente nemmeno il Liceu di Barcellona); di quanto le voci suonassero belle e timbrate; di quanto ognuno brillasse nel rispettivo ruolo.
Così non è stato, purtroppo.
Davanti a voci quasi tutte dello stesso fragile spessore, con i medesimi diffusi problemi tecnici, con le stesse caratteristiche in materia di fraseggio e di interpretazione vien voglia scrivere un’unica recensione cumulativa, ma non sarebbe giusto; basti pensare che gli applausi maggiori, quelli più convinti, sono stati indirizzati verso Selim (ruolo recitante) ed il “Coccodrillo”!

La direzione di Zubin Mehta, prima di tutto, creava un contrasto sorprendente con quanto avveniva in scena: se la spumeggiante (ma anche un po’ statica nelle introduzioni alle arie) regia di Eike Gramss si concentrava sui toni comici e farseschi, sbilanciando, così, l’equilibrio drammatico del libretto, Mehta ribaltava la finzione scenica leggendo la partitura con un piglio serioso e meditativo, già presente nell’incisione ufficiale del ’65 e nel DVD del medesimo allestimento, che non vuol dire mancanza di tensione e lentezza agogica, poiché tutti i tempi sono rispettati, tranne nel quartetto finale del II atto, che si trascina stancamente, ed una certa velocità nel finale del III.
E’ una questione di interpretazione, che non sacrifica mai la compattezza del suono e la morbidezza frizzante dei momenti buffi e l’orchestra risponde con un bel gioco di fraseggi e bellezza timbrica.
Nella lettura di Mehta c’è, dunque, la giovinezza malinconica e soave di Belmonte e Konstanze, c’è quella più vitale di Pedrillo e Blondchen, c’è la superficialità di Belmonte e la monolitica e sospetta virtù di Konstanze, c’è l’idea di possesso, violenta e goffa, di Osmin e l’intelligenza amara e ironica di Selim. “Die Entführung aus dem Serail” in fondo è una elegante e avventurosa commedia, dolce-amara certo, in cui un mondo giovane e acerbo si contrappone all’ambiguità della dimensione adulta da cui riceve, però, una dura lezione di vita nel finale; ed è questo il coerente punto di partenza della regia di Gramss.
Le scene di Christoph Wagenknecht, nate in realtà per il palcoscenico del Teatro della Pergola di Firenze, si costituiscono di coloratissimi pannelli mobili e trasparenti, decorati alla maniera turca, in cui prevalgono toni sgargianti e sapientemente accostati che fusi all’abile e intenso gioco di luci ocra, rosate e azzurre di Jacques Battocletti, scompongono e ricompongono continuamente gli ambienti della vicenda creando un vortice scenografico irresistibile ed un po’ ingenuo.
I costumi di Catherine Voeffray possiedono un loro sfarzo ed una loro bellezza, ma anche un accenno “carnevalesco”, soprattutto nei riguardi di Osmin e Blondchen, che sa di posticcio.

Ora, Konstanze è un ruolo estremamente complicato: esige un registro centrale compatto e sonoro; deve scendere con facilità e fare udire note sotto al rigo; deve salire vocalizzando sul passaggio; deve emettere sovracuti; quindi occorre un soprano agile, duttile, con la voce da lirico spinto e dalla buona estensione. Ingrid Kaiserfeld è più un soprano lirico dai bei centri, dal timbro genericamente gradevole, ma dal retrogusto acidulo e dall’emissione molto ingolata. Possiede un buon controllo del fiato, che le permette di sostenere le note e variarle, ma gli attacchi sono fissi e poi vibrati, i gravi sono sbuffi di aria, gli acuti sono secchi, sfibrati, sgradevoli. Poi l’interprete purtroppo è inesistente, così a parte la compitazione delle note c’è ben poco, e cioè: un po’ di grinta nel “Martern aller Arten”, ma per il resto, I aria “Ach ich liebte”, la celebre “Traurigkeit”, i duetti con Belmonte, a parte una certa musicalità, il fraseggio è piatto, senza palpito con il sospetto che il soprano si canti addosso.

La Blondchen di Chen Reiss si distingue per la voce piccolina e aguzza da soubrette che con fatica supera l’orchestra. Negli acuti è affetta da vibrato stretto, mentre i sovracuti risultano fissi e mediamente calanti. Completamente inudibile, invece, nei gravi (la micidiale discesa al La nel duetto con Osmin), si disimpegna passabilmente nei vocalizzi delle due arie “Durch Zärtlichkeit und Schmeicheln” e “Welche Wonne, welche Lust”, però almeno riesce a giocare, al contrario della sua collega, con un fraseggio spigliato e volutamente caricaturale a cui si aggiunge una buona abilità di attrice.

Belmonte, come la sua innamorata, ha il pregio di essere un ruolo la cui scrittura dovrebbe spingere il cantante a essere ovunque malioso e soave; valori che soprattutto nel cantabile delle arie e dei duetti può mettere in luce l’abilità di fraseggiatore e la robustezza tecnica della voce; eppure possiede anche il difetto di far risultare il tenore eccessivamente riservato se non addirittura gelido nella caratterizzazione del personaggio se i colori non vengono gestiti con perizia. Jörg Schneider, già visto e sentito a Firenze come gustoso David nei “Meistersinger” di qualche anno fa, fa purtroppo parte del secondo gruppo: possiede oggi voce piccola, genericamente gradevole nel timbro, afflitta, però, da emissione tutta di gola, la quale non lascia scampo alcuno all’intonazione, soprattutto del registro acuto, delle agilità e dei vocalizzi tutti rigorosamente imprecisi se non proprio pasticciati. L’accento poi è circoscritto ad un’ altrettanta generica mestizia, dal colore uniforme e terribilmente noioso, così il suo Belmonte, che ha bisogno di un canto che esprima l’ansia per il destino dell’amata, l’innamoramento spontaneo e giovanile, l’esaltazione di morire con l’oggetto del proprio amore, ma anche quel filo sospeso tra superficialità ed eroismo, si tramuta in una figura solo ridanciana.

Kevin Conners, Pedrillo, è un tenore caratterista dalla voce chiara, ovviamente piccola e ingolata come i suoi colleghi, con “a” ed “e” aperte in maniera sgradevole alla vana ricerca di maggior volume, dall’emissione fragile e vibrata, ma almeno possiede, più per sola virtù di attore che di cantante, il fraseggio e l’accento giusto per interpretare i momenti più frizzanti come l’aria “Frisch zum Kampfe! Frisch zum Streite!”, il bellissimo duetto con Osmin “Vivat Bacchus! Bacchus lebe!” e la canzone notturna del III atto.

Maurizio Muraro, Osmin, in questo contesto di vocine e vocette, può facilmente fare la parte del leone: voce scura da vero basso, ma dal timbro un po’ impastato, tuttavia che “corre” bene e si espande con facilità soprattutto nei centri. Il registro grave, molto sollecitato, è sonoro, ma il Re è una nota quasi inudibile; gli acuti sono a rischio di intonazione, a volte ruvidi, anche se timbrati ed emessi con cautela, e discorso non dissimile per le agilità previste, come i trilli ed i vocalizzi, omaggio mozartiano alle fenomenali doti di Karl Ludwig Fischer. L’interprete convince di più grazie al carisma naturale ed al fraseggio volutamente violento e caricaturale riuscendo tranquillamente a ritagliarsi uno spazio di spicco in tutti i momenti che lo vedono in scena, come nell’arietta che lo presenta al I atto “Wer ein Liebchen hat gefunden” che poi darà l’avvio al gustoso duetto con Belmonte, oppure la successiva “Erst geköpt” tutta cantata tra i denti ed il duetto del vino con Pedrillo. L’inserimento anche di brevi e divertenti battute in italiano, crea una immediata complicità con il teatro; il pubblico apprezza e ride di gusto!

Ottima prestazione quella dell’attore Karl-Heinz Macek nei panni del Pascià Selim; una recitazione vibrante e rabbiosa nei confronti di Konstanze, che sapeva aprirsi a inedite tenerezze paterne prosciugate da intellettualismi. Ironico e pacato nel III atto, riceve un meritato successo personale al termine della recita.

Trionfatore assoluto della serata, il Coccodrillo!
Figura creata dal regista con l’ausilio del bravissimo attore Tiziano Goli, ha la funzione di “cane da guardia” del serraglio del Pascià, ma anche di amico (in)fedele di Osmin il quale lo coccola con carne fresca e lo vezzeggia allo scopo di scatenarne fauci e artigli contro Belmonte e Pedrillo. Sarà il Coccodrillo stesso apparendo comicamente sulla barca dei quattro protagonisti ad impedirne la fuga, ma nel finale si unirà al coro nei saluti ritmati agli amorosi e a tessere le lodi di Selim.
Andranno a lui, a Macek, a Muraro e a Mehta con la sua orchestra schierata al proscenio gli applausi più fragorosi della serata… e questo la dice lunga!

(recita del 16 Maggio)


Gli ascolti

Mozart - Die Entführung aus dem Serail


Atto I

Hier soll ich dich denn sehen - Helge Rosvaenge (1937)

Wer ein Liebchen hat gefunden - Alexander Kipnis (1931)

Ach ich liebte, war so glücklich - Margherita Perras (1934)

Atto II

Durch Zärtlichkeit und Schmeicheln - Adele Kern (1929)

Martern aller Arten - Maria Ivogün (1919)

Welche Wonne, welche Lust - Elisabeth Schumann (1917)

Atto III

Ich baue ganz auf deine Stärke - Hermann Jadlowker (1909)

Im Mohrenland gefangen war - Peter Anders (1935)

Oh, wie will ich triumphieren - Wilhelm Hesch (1906)



Read More...