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mercoledì 16 luglio 2008

Bohème alla Scala: buone idee e molte velleità.

Ho assistito ieri sera ad una replica della Bohème scaligera, in un teatro assiepato prevalentemente da turisti, come è ormai la regola per un teatro che è riuscito nella straordinaria impresa di allontanare il suo antico ed attaccatissimo pubblico milanese.
Un successo pieno se misurato con l’applausometro, ma di ben altra misura sul piano dell’arte, artefici una compagnia di canto di livello medio basso ed una bacchetta giovane, piena di idee ma anche evidentemente inesperta nella gestione del canto e dello spettacolo in generale. Il risultato è stata una serata dal clima alterno e variabile, con tante buone cose ma in generale piuttosto fiacca e noiosa, che non ha certo soddisfatto i pochi loggionisti superstiti. Ma andiamo con ordine.

Diciamo subito che del glorioso allestimento di Zeffirelli, ancor oggi efficace e giusto, è mancata la regia. Svarioni e rivisitazioni sparse hanno tolto, in generale, passionalità e personalità ai personaggi, a volte messi lì a recitare qualcosa di diverso ed avulso dal libretto ( alludo ad esempio a momenti come quello dell’atto IV, ove all’arrivo trafelato di Musetta che introduce Mimì moribonda, il buon Rodolfo non le si lancia in soccorso per le scale ma la attende insulsamente al centro della scena stringendosi ridicolmente nelle spalle; oppure, dopo l’annuncio della morte di Mimì, Rodolfo canta straziato il suo nome rimanendo lontano dal letto senza correre al capezzale…come da buon senso; un duetto atto terzo dove i due protagonisti stavano in scena con chiara estraneità l’uno all’altra.. ). Ciò non ha collaborato certo all’esito di una serata che, ad onta di molte buone idee della bacchetta e di una evidente disponibilità degli interpreti nel realizzarle ( e ciò nonostante i loro oggettivi limiti vocali ), di fatto non è mai decollata, rimanendo “ in potenza ”, cioè…velleitaria.
Gustavo Dudamel, dotato e simpatico …Mago G della bacchetta, è senz’altro un ragazzo sensibile agli aspetti più poetici, lirici ed intimisti degli spartiti che dirige. Ha isolato la coppia Rodolfo Mimì rispetto al resto del cast, chiedendo loro di cantare spessissimo sfumato, piano e pianissimo ( si cercava il cosiddetto fior di labbra…), smorzando e attaccando piano i suoni, in modo da non perdere una sillaba della poesia, dell’amore travolgente e purissimo dei due protagonisti. Il tutto con tempi lenti, talora lentissimi, con gli strumenti solisti spesso in tutta evidenza e ben “sgranati”, se mi si consente l’espressione impropria, alla ricerca di un clima di passione tenerissima ed estatica. Cosa non nuova per Dudamel, che già aveva abbondantemente sperimentato la formula nel Don Giovanni ultimo scorso, in particolare con il personaggio di Don Ottavio. Peccato che gli interpreti non siano stati, come è norma oggi, tecnicamente in grado di realizzare effetti che più che ad Alexia Voulgaridou e a James Valenti si sarebbero adattati ad una Caballè, forse alla prima Freni, a Tito Schipa o Beniamino Gigli ( nemmeno a Pavarotti..). Il soprano in particolare, voce lirico leggero, decisamente più leggero che lirico ad onta del repertorio praticato non so come, è stata da subito in debito di fiato, sempre avanti alla buca nella prima aria, dove alcune frasi le si sono anche rotte prima della fine; poi decisamente e chiaramente avanti “ a tirare” la buca al terzo atto, allorquando questa ha anche esagerato nel volume di suono, insolitamente ed inutilmente forte, sia per il momento musicale in sé che per la cantante. La vocina piccola di questo soprano, un po' querula e scoperta nei centri, piuttosto stimbrata in alto, avrebbe meritato una maggiore velocità di tempi che, forse sacrificando qualcosa all’espressione, avrebbe tolto a questa Mimì il sapore della…. buona comprimaria. Quanto a Valenti, decisamente emozionato alla grande aria, con la voce poco appoggiata e tremante per la tensione, si è sforzato di cantare lirico, di smorzare ora bene ma qualche volta con la voce davvero indietro. Con lui le cose sono andate un po’ meglio: mi è parso il migliore del cast per compostezza, musicalità e gusto. La voce, né bella né brutta, ha il sapore della scuola postcorelliana americana, dei tenori alla Shicoff per intenderci, con un colore forzatamente scuro al centro e gli acuti troppo chiari per sembrare omogenei con i centri. La ricerca del suono largo e virile toglie alla voce la dovuta proiezione nella sala, rimanendo là sul palco e con la tendenza a risolvere il canto in alto mediante portamenti...postcorelleschi appunto. Ma i grandi modelli americani, e non parlo solo di Corelli ma anche dei Tucker, la voce la mettevano da un’altra parte, assai più alta e immascherata, e con bel altra proiezione. Valenti però è garbato, bello da vedere ( un po' Big Jim o Ridge di Beautiful più che un tenore ), espressivo per quanto i suoi mezzi gli consentano, e dunque ha una sua efficacia. Ha cantato decisamente meglio, con la gola più libera, il terzo atto, anche se da qui ad impressionare ce ne corre.
Al di fuori del microcosmo Mimì – Rodolfo tutto è parso più normale, meno ricercato e davvero alterno. Nulla di speciale Dudamel pare aver chiesto o ottenuto dagli altri interpreti, e forse anche da se stesso. E questo è stato il vero punto debole della serata. Al buon primo atto, vivace e dinamico, non è seguito nulla di altrettanto buono. Timidissimo il secondo, con una chiusa concertata con l’orchestra priva di volume e di carattere ( forse paura per lo svarione dell’altra sera ); un mediocre e noioso preludio al terzo atto, men che scolastico, cui ha reagito esagerando insensatamente l’orchestra sotto al Donde lieta uscì del soprano, come vi ho detto; un quarto atto fiacco e banale, tanto che avevamo davvero voglia di andare via prima. Non paragoniamo certo questa direzione allo scandalo della Traviata e della Stuarda né per la concertazione, né per le idee, né per gli esiti, voglio sottolinearlo. Però a questa giovane bacchetta mancano un po’ il senso della serata, ossia la capacità di reagire quando questa si infiacchisce progressivamente; il senso del canto, perché se i cantanti non hanno i mezzi per realizzare le idee è inutile e sterile, oltre che dannoso per lo spettacolo, continuare ad ignorarli lasciandoli fuori tempo a lunguire da soli o a chiedere loro prodezze vocali al di sopra delle loro possibilità. Meno autocompiacimento per le proprie convinzioni musicali, soprattutto se il tempo largo, virtuosismo direttoriale di cui oggi và di moda compiacersi, non è sostenuto da effettiva abilità, mestiere e sapienza, tanto da non addormentare un’opera da sempre coinvolgente, immediata, passionale e diretta.
La signora Ainhoa Arteta, Musetta, ha ottenuto un piccolo successo personale alle singole, a riprova che cantare forte, anche al di là del necessario, paga sempre, soprattutto con un pubblico neofita e distratto. Voce di soprano leggero, figlia della tradizione spagnola delle voci “puntute e proiettate”, la Arteta ci ha dispensato il leggendario valzer del secondo atto cantando sempre forte, con i centri scoperti e spingendo decisamente la voce, tanto da risultare frequentemente crescente di intonazione. Gli acuti, naturalmente, piccoli e striduli, perché tutto quel che precede è gonfiato a dismisura. E’ riuscita a sembrare la voce più grande, cantando senza infamia e senza lode, e soprattutto con poco fascino la sua scena. Complice il vuoto orchestrale del finale secondo, è stata nettamente sopra coro e cantanti. Peccato che mancasse un pizzico di ….eleganza.
Spagnoli, voce priva di armonici ma decisamente sonora, è stato un Marcello in linea con il resto: funziona il personaggio, anche perché è un cantante di mestiere e la parte non richiede molto; però si gradirebbe un canto morbido in frasi come quelle del duettino Oh Mimì tu più non torni con Rodolfo. Anche lui, come la sua collega, tende a cantare forte ma poc’altro. Normalissimo lo Schaunard di Natale De Carolis, un po’ usurato vocalmente, e tristissimo,invece, il Colline di Giovan Battista Parodi, vocalmente ottuagenario, per giunta accompagnato pesantemente e fiaccamente da Dudamel.
Bel successo per tutti alla fine, in particolare per il dorettore, ma…….pura ruotine, di quella che si sentiva in seconda provincia sino a venti anni fa.
Vedremo se nei prossimi giorni ci riuscirà di aggiornarvi sul primo cast, Vassilva Sartori, mentre certamente parleremo del volantinaggio pro Muti-Abbado che, come ben sapete, è avvenuto la sera della prima recita.

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mercoledì 30 gennaio 2008

Cyrano de Bergerac alla Scala


Domanda ingenua e come tutte le ingenue perfida: “Ma era proprio necessario riproporre il Cyrano de Bergerac alla Scala?”
In una stagione dove la poca inventiva e gli scarsi mezzi si coniugano in maniera impietosa, la ripresa di un titolo desueto e non forse per caso dubito abbia significato e rilevanza.
E qui mi fermo perché mezzo secolo or sono la domanda era destinata, grosso modo con gli stessi argomenti, a riproposte come la Bolena di Maria Callas o la Semiramide e la Beatrice di Tenda con Joan Sutherland.
E quindi la sospensione del giudizio è doverosa in merito all'opportunità della ripresa dell’opera di Alfano.

Però ci sono osservazioni doverose come la sospensione del giudizio circa l’opportunità della riproposizione.
Siamo al solito uso strumentale di spartiti ed edizioni di un titolo.
Cyrano de Bergerac venne rappresentato il 26 gennaio 1936 all’Opera - allora Teatro Reale dell’Opera - di Roma con Maria Caniglia e José Luccioni. Solo nel maggio successivo all’Opera Comique venne rappresenta in lingua francese. Credo in omaggio all’originale romanzo di Rostand, uno dei capisaldi della letteratura francese.
La limitata circolazione dell’opera però avvenne sempre in lingua italiana.E non vedo validi motivi per non rappresentare la versione originale, a maggior ragione in un teatro italiano.
Oggi una Carmen in italiano, versione che pure ebbe l’onore della Galli Marie protagonista al suo apparire in Italia, verrebbe bollata per uno scempio e tacciamo delle reazioni per un Wagner in italico idioma.
Ma sul Cyrano, siccome qualcuno l’ha imparato in francese, silenzio. Attendo ansioso che qualche rappresentante della critica togata affronti l’argomento.
Perché se tutti tacciono aspetto ancor più ansioso una bella Semiramide in francese coi balli ed arie aggiunte. Ammesso e non concesso che chi ha istituzionalmente l’incarico di programmazione sappia dell’esistenza di questa versione, pure approvata da Rossini.
Come pure anche senza lo spartito è chiarissimo che il title role sia stato ampiamente rimaneggiato ed opportunamente ridotto nella gamma di estensione per essere alla portata dell’attuale titolare.
Attuale titolare è il signor Domingo, che ulteriormente accorciato, inadeguato scenicamente perché salti e mobilità alla sua età (quale che sia ufficiale o ufficiosa) costano fatica, ha sfoggiato la stessa voce dura e fibrosa di ogni sua apparizione, al primo atto, nella scena del teatro, anche malferma, con qualche sol o la acuto durissimo e di gola e nessuna dinamica di canto che faccia pensare ad un innamorato poeta. Tanto eloquente quanto fisicamente sgraziato. Basta sentire la scena del balcone quanto Cyrano si maschera da Christian dove il ricorso al parlato è assai frequente.
Non sono mai stato un estimatore di Domingo, ma il signor Domingo che cosa ha che spartire con una parte che, senza ascendere ad acuti stratosferici, richiede capacità di espandersi in zona medio alta e di sospirare melodie d’amore, anch’esse in zona centrale, ma con obbligo di piani e languore?
Non trovo censurabile in astratto il rappezzo, l’accomodo (anche se talvolta è evidentissimo e poco musicale), molto invece una raffigurazione inadeguata del personaggio.
Quanto agli altri, se si volesse esemplificare che cosa si intenda per urla belluine (termine molto usato nelle recensioni teatrali) o per slancio inconsulto (termine caro ai soprani veristi) basta sentire l’ingresso della Radvanovksy nella scena del campo. La voce di considerevole volume in zona medio alta suona sistematicamente fissa e stonata. Legato, dinamica, colori, essenziali in una parte pensata per Claudia Muzio (Maria Caniglia fu una scelta dettata dalle condizioni di salute della divina Claudia) e che richiederebbe la cantante attrice di stampo verista. Nulla di tutto questo piani e pianissimi suonano indietro in alto urla scomposte e sconsiderate.
Accomuno nella recensione i signori Alberghini e Spagnoli, rispettivamente Carbon e De Guiche. Motivo semplice: ufficialmente sono bassi. In natura la voce di basso è rara e difficile a trovarsi, come quella del contralto. Entrambi con adeguata e ripensata cognizione tecnica canterebbero e credo esibendo voci ben più sonore e squillanti in registro di baritono.
Basta pensare all’esempio di Bruscantini, partito come basso ed approdato persino a Rigoletto o Renato del Ballo.
Poi deve essere segnalato il miracolo dell’orchestra scaligera. Suona bene nel Tristano, in maniera indegna nella ben più facile Stuarda e poi ritorna ad esibire un suono morbido ed ampio precisione in tutti i settori in occasione del Cyrano.
Le conclusioni mi paiono scontate.
Quanto alla messa in scena per chi è amante della tradizione, del descrittivismo si tratti di una via , di un teatro o di una boulangerie di Parigi, piuttosto che delle mura dell’assediata Arras lo spettacolo proposto da Francesca Zambello è splendido.
Sarà bieca tradizione, sarà il retaggio delle scenografie alla Benois (che tanto infiammarono proprio il pubblico scaligero), ma dopo il magazzino industriale propinato nel Tristano o il catalogo della Breda Tubi portato in scena nella Stuarda, un po’ di scontata tradizione riconcilia con l’opera. Almeno gli occhi. Per le orecchie possiamo dire “ riprova sarai più fortunato”.

Franco Alfano
Cyrano de Bergerac
Libretto di Henri Cain
Nuovo allestimento

Direttore - Patrick Fournillier
Regia - Francesca Zambello
Scene - Peter J. Davison
Costumi - Anita Yavich
Luci - Mark McCullough
Coreografia - Duncan MacFarland

Personaggi e Interpreti
Cyrano - Plácido Domingo
Roxane - Sondra Radvanovsky
La Duègne - Annamaria Popescu
Lise - Carla Di Censo
Soeur Marthe - Monica Tagliasacchi
Une Soeur - Anna Zoroberto
De Guiche - Pietro Spagnoli
Carbon - Simone Alberghini
Christian - German Villar
Ragueneau - Carmelo Corrado Caruso
Le Bret - Claudio Sgura
De Valvert - Guido Loconsolo
L'Officier espagnol - Nikoloz Lagvilava
Le Cuisinier - Davide Pelissero
Lignière - Alessandro Paliaga
Le Mousquetaire - Daniel Golossov
Montfleury - Pierpaolo Nizzola
Prima sentinella - Giuseppe Bellanca
Seconda sentinella - Lorenzo Decaro

Teatro alla Scala, Milano
29 gennaio 2008

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