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venerdì 2 luglio 2010

Turandot all'Arena: 2a rappresentazione.

Nella Turandot areniana va in scena Giovanna Casolla e con lei ricompare il finale di Alfano, eliso per volontà del regista la sera dell’inaugurazione della stagione.
Rassicurante la pagoda zeffirelliana, in nuances di giallo e verde acqua, con la solita chincaglieria sparsa qua là, scene e controscene déjà-vue, pontili in legno ed altre cineserie sparse! Il povero melomane scaligero, ancora scosso dai ridicoli orrori del Walpurgys lituano, ritrova la serenità nel guardare per guardare, senza pensieri né spaventi. Ci si può anche abbandonare ad una serata da turisti, perchè semel in anno licet…., e ritrovare così un poco di quel sapore delle prime serate all’opera da ragazzini, nella conca dell’anfiteatro romano, a ricordare tutti quelli che si sono visti sbucare da quelle quinte nel corso degli anni…

Noi non siamo certo come un grazioso signore novantacinquenne, amico di un amico, che in occasione della prima della signora Guleghina, gli ha inventariato, quale preambolo all’elegante stroncatura della diva russa e a termine di paragone, le Turandot sentite dal vivo, da Bianca Scacciati a Gina Cigna, Gertrude Grob Prandl, la Callas, quindi la Nilsson e la Dimitrova, citando le maggiori. Gran curriculum per un utente dell’Arena, non c’è che dire!!
Lette le recensioni della prima, ce ne siamo andati un po’ per sport e un po’ per affezione a rivedere Giovanna Casolla, prefigurandoci lo sfracello scaligero che ci attende nella prossima stagione con altra protagonista. La signora arriva e canta, con tutto l’onere della sua età, che non è mica uno scherzo: canta onorevolmente, con acciacchi sensibili ed evidentissimi, ma onorevolmente. Il risultato è stato assai diverso dai naufragio del duo maschile del recente Faust, tanto per intenderci, perché ai momenti difficili si sono alternati ancora momenti assai validi, pure alcuni “numeri” da cantante di rango in forma ed il personaggio è uscito nella sua pienezza.
La cosa peggiore? Di certo l’entrata. Il legato non è mai stato sopraffino nemmeno negli anni d’oro, ma adesso le frasi escono spezzettate e soprattutto ghermite duramente negli attacchi, con suoni duri e chiocci. Poi, però, arrivano gli enigmi, e la signora cambia marcia. Alterna frasi aggressive a piani e pianissimi di grande effetto, che danno smalto al fraseggio e rendono la scena impressionante. La cantante esperta sa come si bara, e qui bara con classe e furbizia.
La cosa migliore? Il duetto finale. Sarà che dopo una certa età le signore impiegano parecchio a scaldarsi, sarà la scrittura del duetto….sta di fatto che lo ha proposto con una facilità cui il buon Berti poteva solo rispondere per il collo, mentre la signora gli stava di fronte fresca come un rosa! Eppoi, vera invenzione registica, i due si sono inventati un paio di gesti a distanza ravvicinata, fin tanto che la Principessa …si è seduta, perché alla sua età se lo può concedere.
E i do? Ci sono ancora…faticosi, non più grandi né facili come un tempo, ma tutto ancora funziona nel gran vuoto dell’arena quando arriva la signora Casolla, anche alla sua veneranda età, perché è sempre una “cantante” quando è in scena, in un mondo di gente che passa di lì per caso senz’arte né parte. Ecco, e di questi casi uno era proprio lì ier sera, ad agitarsi affannosamente, senza la capacità di dire un acca che avesse senso o che ci dicesse qualcosa. La signor Tamar Iveri, con tutte le sue velleità di soprano drammatico di agilità da Vespri Siciliani, ha cantato Liù con una voce al limite dell’udibile, pigolando acidamente e con ingenuità da apprendista del canto la prima aria; spinte con poco esito le frasi concitate “ Legatemi straziatemi…”, letteralmente compitata la morte di Liù. Nei tempi del simpatico novantaciquenne le Liù si chiamavamo Pampanini, Olivero, Carteri, Chiara, Scotto, Sighele......
Qui manca tutto per essere all’altezza dei propri impegni futuri, ma ciò che di più stupisce è il consenso intorno a questa cantante. Ma di quali Boccanegra, di quali Vespri stiamo parlando di fronte ad una voce che non ha né il peso né la punta né l’omogeneità di qual modello di correttezza di soprano lirico-leggero quale Alida Ferrarini?? Ma le sentiamo (anzi le sentono!) le voci prima di scritturarle o no??
Il signor Marco Berti è voce superdotata per volume e timbro, ma ahimè non per tecnica, si sa. Ogni tanto gli riesce di squillare anche (ha beccato il primo si bem della serata e gli è uscita una bomba dalla bocca! ), poi crolla miseramente sulla puntatura del “Ti voglio tutta ardente d’amor”: si capiva bene all’inizio della frase che non ci poteva arrivare nemmeno in sogno, attesi i suoni aperti con cui ha principiato la stessa. Ha cercato di “fraseggiare” nel primo atto, esibendo mezze voci, che sono falsetti purissimi ( pieni, però, perché la dote è notevole ..), poi da lì in poi ha innestato il forte e con quello è andato fino in fondo….alla sua maniera. Il personaggio esce piatto, l’eroe piuttosto loffio in assenza di squillo…ed è un peccato ma così è l’arte dei tenori spinti di oggi.
Il signor Carlo Cigni, mio assiduo ed affezionato lettore, ieri sera mi è piaciuto di più che non nella Lucia parmigiana. Il personaggio era giusto, sobrio e non caricaturale. La voce un po’ più sfogata, ma non è ancora là dove dovrebbe suonare. Ho sentito meno Ghiaurov, cioè meno stomaco. Credo che sia il centro da proiettare e sostenere di più, cercando di scurire meno la voce in modo artificioso, che non serve, perché tanto che sia un basso non c’è dubbio.
Pessime le tre maschere, e tra i pessimi il peggiore è stato il signor Bettoschi, che si sente pochissimo, ma quanto basta per capire che è tutto scombicchierato. Più sonori l’imperatore del signor Ceron e il mandarino del signor Ceriani.
Quanto al maestro Carella ha diretto con professionismo. L’orchestra è stata nella norma areniana, sicura ma non molto sonora rispetto al palco, con i fiati che arrivano più degli archi. I momenti migliori sono stati il finale II, e l’inizio del III, mentre e si è udita una certa fiacchezza nel primo atto, nella scena tra le maschere e Calaf, dove la buca deve tirare di più il palco che non gira. C’è però qualcosa nell’acustica che non mi pare più quella di un tempo, perché la buca si sente in maniera assai differente spostandosi dalle zone basse a quelle alte delle gradinate ed anche gli strumenti arrivano in maniera diversa.
Tutto secondo previsione, in una serata caldissima, e con i fan della Casolla che urlavano dalla platea “ Giovanna …Giovanna… Giovanna!!!!!! ” E come dar loro torto!

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domenica 21 giugno 2009

Aida alla Scala: l'altro lato di Barenboim

Il terzo titolo verdiano della stagione scaligera è stato, sotto il profilo qualitativo, peggiore di quello che ha inaugurato la stagione. Se il Don Carlo inaugurale prestava il fianco a critiche, l’Aida di ieri sera era della medesima qualità. Ed i peggiori torti vanno imputati, anche in questo caso, alla direzione d’orchestra. Del sempre più imperante ed imperversante, quale direttore, solista e chissà quando regista, Daniel Barenboim.

La performance di ieri sera si riassume con la definizione di “un’Aida da teatraccio tedesco”.
Si può sempre discutere, ed all’infinito, sulle scelte di tempi, ma non si può accettare un'incostante incoerenza non solo fra i singoli pezzi, ma all’interno degli stessi. A solo titolo di esempio: abbiamo avuto un terzetto iniziale rallentato, una sezione iniziale della marcia trionfale con trombe dai vari colori opéra-comique, per avere poi un primo quadro del secondo atto (il boudoir di Amneris) dai suoni rozzi e volgari, non certo consoni al clima salottiero che Verdi dedica alla corte. Potrebbe trattarsi di un suk di Algeri o Tunisi. Per contro la sezione conclusiva del trionfo è stata rumorosa e fragorosa, come pure piatto, senza colori, tutto il terzo atto e la scena della morte degli infelici amanti all’interno della tomba. Ma le incoerenze della direzione, raffazzonata e affrettata, tragicamente priva del “mestiere” dei Serafin, dei Votto, dei Panizza e dei Bellezza, si sono manifestate anche all’interno dei singoli numeri, per cui, sempre a titolo esemplificativo, avevamo un pesante e sonoro accompagnamento di tromba, nel passo di “Nel fiero anelito”, pergiunta non a tempo con il tenore. Peraltro i fiati e i legni, sia in scena che fuori, per tutta la serata se ne sono andati “per conto loro” e non è che gli archi iniziali fossero per certo una meraviglia. Peraltro va anche aggiunto che con la compagnia di canto raccogliticcia di cui la Scala disponeva neppure i sopra citati “praticoni” avrebbero fatto miracoli. Una cosa è evidente, però, il maestro Barenboim crede che per questi titoli valgano i principi di quelli wagneriani. Come pure è altrettanto evidente che da parte del direttore non vi sia alcuna considerazione, stima e amore per il melodramma italiano, e che la scelta di questa direzione nasca più da necessità commerciali e di difesa, che posizioni acquisite o acquisende. Il teatro ha silenziosamente ascoltato la rappresentazione, riservando al direttore e concertatore una cospiscua riprovazione allorquando lo stesso si è presentato da solo al proscenio al termine dello spettacolo. E ci domandiamo, girando il quesito a chi legge, se lo abbia fatto per riconoscere la propria esclusiva responsabilità o viceversa per raccogliere quello che credeva il suo “presunto” trionfo.
La circostanza che per l’intera serata non vi fossero stati dissensi (salvo qualche buu all’indirizzo di Anna Smirnova al termine della scena del giudizio, peraltro passata sotto il più assolto silenzio, platea e palchi ghiacciati dalla sua prova ), ci fa propendere per la seconda ipotesi.
Quanto allo spettacolo di Zeffirelli, rimane una colorata parodia dello stile del regista toscano, in quest’occasione un po’ ripulita da certi tocchi di kitch parossisitico (o di involontario comico), come quella coppia di giganteschi “arcangeli” che andavano su e giù un paio di volte nella serata et consimilia.. Non la summa del suo gusto e della sua estetica, bensì la parodia. Visto una volta, questo allestimento è più che sufficiente: anche noi a Milano avremmo gradito poter dare un’occhiata alla ripresa dell’allestimento della De Nobili (1963) che andrà in tourneè. Ed invece no, anche in questo i milanesi debbono fare penitenza, forse perché infliggendogli uno degli allestimenti più brutti della storia è più facile convincerli che la modernità intellettuale, di importazione franco tedesca, che la dirigenza del teatro ci impone è preferibile della nostra italiana tradizione.
Ritornando alle parodie, vi dicevo, ne abbiamo viste e sentite molte anche in scena.
La prima e più evidente, quella di Anna Smirnova-Amneris. Voce di mezzosoprano acutissimo o forse di soprano, assolutamente insipiente di qualunque cognizione tecnica, a partire dalla respirazione, esibisce suoni bassi uterini e grotteschi, centri vuoti e bianchi, spesso sussurrati, acuti gridati e ghermiti. Non è una cantante che canta “male” come Elena Obraztsova, è una principiante che rifà malamente il verso alla stessa, senza averne lo splendore dello strumento. Ha trasformato Amneris in una protagonista di casta assai inferiore a quella della figlia del faraone, non disponendo nemmeno di grande presenza scenica. Ha cantato a squarciagola i difficili attacchi di “Ah vieni, vieni amor mio” dell’atto II, aggredendo con fastidiosa sguaiataggine Aida ( per nulla convincenti poi sibili sussurrati su “Radames ..vive!, nel contesto di un fraseggio plebeo, pieno di notacce di petto ….), e completando l’opera in un IV atto davvero incredibile per la volgarità del gusto. Le bacchette, quelle grandi, che amano il canto, sanno bene che è loro compito arginare il cantante quando eccede o non ha i riferimenti esecutivi di ciò che canta. Toccava a Barenboim suggerire una maggior compostezza e sobrietà interpretativa, e questo non è per nulla avvenuto. Incredibile! Forse a questi direttori di oggi basta che la voce ( perché solo per la “voce” paiono essere considerati da loro i cantanti ) stia nei loro tempi e sopporti, come la povera Smirnova, il fracasso e l’assenza di prese di fiato nelle terribili frasi finali di“Anatema su voi…”; che poi le stesse voce non si compongano di un solo suono correttamente emesso è affar che le riguarda solo le orecchie del pubblico. E comunque ci spiace vedere ragazzi giovanissimi, dotati di mezzi ragguardevoli, immessi nei ritmi delle grandi carriere in queste condizioni, senza che nessuno suggerisca loro i parametri e le cognizioni necessarie per costruire una carriera duratura, ma goveranti solo dalla legge dell'usa e getta.

Amanti protagonisti Walter Fraccaro e Maria José Siri.
Il primo dalla voce grossa, spessa e non squillante, di bassa sonorità. Nessuna smorzatura, nessuna dinamica, nessuno squillo nei luoghi deputati. In compenso una cospicua serie di portamenti, anzi…portamentoni!, suoni fibrosi e opachi ed una sensazione di fatica suprema a portare a termine la parte. Ha cantato l’aria, peraltro passata sotto silenzio, sempre avanti alla buca, sperando in un tempo a lui congeniale che, ovviamente, non gli è stata concesso. Inudibile nella scena del tempio, dove non può per forza di cose e posizione scenica, “forare” sul coro. Si è barcamenato nel secondo atto, ed ha letteralmente rincorso la tromba di Barenboim in “Nel fiero anelito”, cantato senza mezza presa di fiato e spazio per salire, con le difficoltà del suo canto, all’acuto. L’ “Oh terra addio” è stato ultimato con sovrumana fatica, con la voce a tratti afonoide, perché la benzina era finita.

La signora Maria José Siri, che sostituiva M. Feubel, che sostituiva la misteriosamente disparita Norma Fantini, porta il nome di quella che fu l’ultima regina d’Italia, meglio nota come la Regina di Maggio, avendo regnato il solo mese di maggio 1946. A suon di Aide e titoli consimili (Trovatore, Ballo e Forza) non potrà certo avere carriera molto più lunga del regno dell’eponima regina. In sostanza, e per farla breve, è una voce da Mimì o da Suzel (dell’Amico Fritz) applicata al pesante strumentale verdiano e dall’inumana lunghezza del title role, il terzo atto soprattutto.
Non posso dire che abbia cantato male, perché a parte i do dell’atto secondo e quello dei “Cieli azzurri”, preso un po’ alla sperainDio, ci ha dispensato da suonacci, effettacci e altre chincaglierie disgustose. E si è sforzata, pur dovendo usare il FF della sua voce, di non gridare. E di questo molto la ringraziamo e ci complimentiamo. E’stata garbata, ma non è voce per Aida. Perciò il personaggio è risultato una miniatura cortese, ma di peso tragico inesistente. Momenti topici, quelli ove l’opera davvero svolta e piega le voci, il terzo atto, in particolare tutti i passaggi gravi e/o tragici del duetto con Amonasro ( come già prima nell’aria le frasi del tipo “….del Nilo i cupi vortici”, con l’orchestrale che si amplia enormemente..) , o la stretta del duetto con Radames “ Si fuggiam….” dove la voce si è fatta piccola e stridula per la fatica. Mai un applauso dopo le arie. Una graziosa A(i)dina, ecco!

Quanto ai gravi maschili, siamo sempre male in arnese.
Che Juan Pons canti ancora e per giunta opere ove la morbidezza del fraseggio è requisito primario è la cartina di tornasole del nostro magro presente. La sua voce dura, rozza, talora anche …buca, è a malapena tollerabile nel Tabarro, e qui è uno spavento. Certo, era la voce più grande del cast, ma…………!!!!!! Le leggendarie frasi che separano i beceri dai nobles seigneurs del canto, tipo “ Dei faraoni tu sei la schiava..!”, sono state un'apoteosi dell’orrore, ancora una volta non arginato da Barenboim. E’ anche andato fuori tempo nel 3 atto,, nelle frasi “ Vien oltre il Nil ne attendono….etc..”
Il Re del nostro affezionato lettore Carlo Cigni, che ha sofferto un tempo bello ma per lui troppo lento nella scena d’ingresso, ed il Ramfis di G. Giuseppini, anche lui poco udibile alla scena del Tempio del primo atto, cantano in modo simile, cioè ingolato. E perciò non hanno l’ampiezza necessaria ai ruoli, perché le voci restano laggiù sul palco. Che i personaggi perdano di maestà e ieraticità è chiaro. Pergiunta Giuseppini ha un timbro ormai senescente.

Pochi applausi alle due striminzite collettive del cast vocale e dure riprovazioni alla bacchetta, che ha fatto l’unica singola della serata.
Attendiamo come al solito che il pubblico scaligero venga riprovato per il suo moto d’orgoglio e dignità sulla stampa collaborazionista, che di certo magnificherà l’evento stigmatizzando l’ignoranza dei contestatori.

PS
A riprova del fatto che il teatro non muore per colpa delle contestazioni ma anche dell’insipienza di chi decide oltre che per la penuria di cantanti, vi mettiamo in parallelo nello stesso brano verdiano, il Liber scriptus del Requiem di Verdi (il solo brano disponibile per entrambe le cantanti) l’Amneris di ieri sera e quella, originariamente prevista in primo cast, poi degradata al secondo nella produzione del 2006.
La prima canta in tutto il mondo, nei principali teatri e con le principali bacchette, la seconda non gode di alcuna considerazione e si esibisce solo in Russia, paese da cui entrambe provengono. Giudicate voi.

Anna Smirnova - Liber scriptus

Irina Makarova - Liber scriptus

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mercoledì 16 luglio 2008

Bohème alla Scala: buone idee e molte velleità.

Ho assistito ieri sera ad una replica della Bohème scaligera, in un teatro assiepato prevalentemente da turisti, come è ormai la regola per un teatro che è riuscito nella straordinaria impresa di allontanare il suo antico ed attaccatissimo pubblico milanese.
Un successo pieno se misurato con l’applausometro, ma di ben altra misura sul piano dell’arte, artefici una compagnia di canto di livello medio basso ed una bacchetta giovane, piena di idee ma anche evidentemente inesperta nella gestione del canto e dello spettacolo in generale. Il risultato è stata una serata dal clima alterno e variabile, con tante buone cose ma in generale piuttosto fiacca e noiosa, che non ha certo soddisfatto i pochi loggionisti superstiti. Ma andiamo con ordine.

Diciamo subito che del glorioso allestimento di Zeffirelli, ancor oggi efficace e giusto, è mancata la regia. Svarioni e rivisitazioni sparse hanno tolto, in generale, passionalità e personalità ai personaggi, a volte messi lì a recitare qualcosa di diverso ed avulso dal libretto ( alludo ad esempio a momenti come quello dell’atto IV, ove all’arrivo trafelato di Musetta che introduce Mimì moribonda, il buon Rodolfo non le si lancia in soccorso per le scale ma la attende insulsamente al centro della scena stringendosi ridicolmente nelle spalle; oppure, dopo l’annuncio della morte di Mimì, Rodolfo canta straziato il suo nome rimanendo lontano dal letto senza correre al capezzale…come da buon senso; un duetto atto terzo dove i due protagonisti stavano in scena con chiara estraneità l’uno all’altra.. ). Ciò non ha collaborato certo all’esito di una serata che, ad onta di molte buone idee della bacchetta e di una evidente disponibilità degli interpreti nel realizzarle ( e ciò nonostante i loro oggettivi limiti vocali ), di fatto non è mai decollata, rimanendo “ in potenza ”, cioè…velleitaria.
Gustavo Dudamel, dotato e simpatico …Mago G della bacchetta, è senz’altro un ragazzo sensibile agli aspetti più poetici, lirici ed intimisti degli spartiti che dirige. Ha isolato la coppia Rodolfo Mimì rispetto al resto del cast, chiedendo loro di cantare spessissimo sfumato, piano e pianissimo ( si cercava il cosiddetto fior di labbra…), smorzando e attaccando piano i suoni, in modo da non perdere una sillaba della poesia, dell’amore travolgente e purissimo dei due protagonisti. Il tutto con tempi lenti, talora lentissimi, con gli strumenti solisti spesso in tutta evidenza e ben “sgranati”, se mi si consente l’espressione impropria, alla ricerca di un clima di passione tenerissima ed estatica. Cosa non nuova per Dudamel, che già aveva abbondantemente sperimentato la formula nel Don Giovanni ultimo scorso, in particolare con il personaggio di Don Ottavio. Peccato che gli interpreti non siano stati, come è norma oggi, tecnicamente in grado di realizzare effetti che più che ad Alexia Voulgaridou e a James Valenti si sarebbero adattati ad una Caballè, forse alla prima Freni, a Tito Schipa o Beniamino Gigli ( nemmeno a Pavarotti..). Il soprano in particolare, voce lirico leggero, decisamente più leggero che lirico ad onta del repertorio praticato non so come, è stata da subito in debito di fiato, sempre avanti alla buca nella prima aria, dove alcune frasi le si sono anche rotte prima della fine; poi decisamente e chiaramente avanti “ a tirare” la buca al terzo atto, allorquando questa ha anche esagerato nel volume di suono, insolitamente ed inutilmente forte, sia per il momento musicale in sé che per la cantante. La vocina piccola di questo soprano, un po' querula e scoperta nei centri, piuttosto stimbrata in alto, avrebbe meritato una maggiore velocità di tempi che, forse sacrificando qualcosa all’espressione, avrebbe tolto a questa Mimì il sapore della…. buona comprimaria. Quanto a Valenti, decisamente emozionato alla grande aria, con la voce poco appoggiata e tremante per la tensione, si è sforzato di cantare lirico, di smorzare ora bene ma qualche volta con la voce davvero indietro. Con lui le cose sono andate un po’ meglio: mi è parso il migliore del cast per compostezza, musicalità e gusto. La voce, né bella né brutta, ha il sapore della scuola postcorelliana americana, dei tenori alla Shicoff per intenderci, con un colore forzatamente scuro al centro e gli acuti troppo chiari per sembrare omogenei con i centri. La ricerca del suono largo e virile toglie alla voce la dovuta proiezione nella sala, rimanendo là sul palco e con la tendenza a risolvere il canto in alto mediante portamenti...postcorelleschi appunto. Ma i grandi modelli americani, e non parlo solo di Corelli ma anche dei Tucker, la voce la mettevano da un’altra parte, assai più alta e immascherata, e con bel altra proiezione. Valenti però è garbato, bello da vedere ( un po' Big Jim o Ridge di Beautiful più che un tenore ), espressivo per quanto i suoi mezzi gli consentano, e dunque ha una sua efficacia. Ha cantato decisamente meglio, con la gola più libera, il terzo atto, anche se da qui ad impressionare ce ne corre.
Al di fuori del microcosmo Mimì – Rodolfo tutto è parso più normale, meno ricercato e davvero alterno. Nulla di speciale Dudamel pare aver chiesto o ottenuto dagli altri interpreti, e forse anche da se stesso. E questo è stato il vero punto debole della serata. Al buon primo atto, vivace e dinamico, non è seguito nulla di altrettanto buono. Timidissimo il secondo, con una chiusa concertata con l’orchestra priva di volume e di carattere ( forse paura per lo svarione dell’altra sera ); un mediocre e noioso preludio al terzo atto, men che scolastico, cui ha reagito esagerando insensatamente l’orchestra sotto al Donde lieta uscì del soprano, come vi ho detto; un quarto atto fiacco e banale, tanto che avevamo davvero voglia di andare via prima. Non paragoniamo certo questa direzione allo scandalo della Traviata e della Stuarda né per la concertazione, né per le idee, né per gli esiti, voglio sottolinearlo. Però a questa giovane bacchetta mancano un po’ il senso della serata, ossia la capacità di reagire quando questa si infiacchisce progressivamente; il senso del canto, perché se i cantanti non hanno i mezzi per realizzare le idee è inutile e sterile, oltre che dannoso per lo spettacolo, continuare ad ignorarli lasciandoli fuori tempo a lunguire da soli o a chiedere loro prodezze vocali al di sopra delle loro possibilità. Meno autocompiacimento per le proprie convinzioni musicali, soprattutto se il tempo largo, virtuosismo direttoriale di cui oggi và di moda compiacersi, non è sostenuto da effettiva abilità, mestiere e sapienza, tanto da non addormentare un’opera da sempre coinvolgente, immediata, passionale e diretta.
La signora Ainhoa Arteta, Musetta, ha ottenuto un piccolo successo personale alle singole, a riprova che cantare forte, anche al di là del necessario, paga sempre, soprattutto con un pubblico neofita e distratto. Voce di soprano leggero, figlia della tradizione spagnola delle voci “puntute e proiettate”, la Arteta ci ha dispensato il leggendario valzer del secondo atto cantando sempre forte, con i centri scoperti e spingendo decisamente la voce, tanto da risultare frequentemente crescente di intonazione. Gli acuti, naturalmente, piccoli e striduli, perché tutto quel che precede è gonfiato a dismisura. E’ riuscita a sembrare la voce più grande, cantando senza infamia e senza lode, e soprattutto con poco fascino la sua scena. Complice il vuoto orchestrale del finale secondo, è stata nettamente sopra coro e cantanti. Peccato che mancasse un pizzico di ….eleganza.
Spagnoli, voce priva di armonici ma decisamente sonora, è stato un Marcello in linea con il resto: funziona il personaggio, anche perché è un cantante di mestiere e la parte non richiede molto; però si gradirebbe un canto morbido in frasi come quelle del duettino Oh Mimì tu più non torni con Rodolfo. Anche lui, come la sua collega, tende a cantare forte ma poc’altro. Normalissimo lo Schaunard di Natale De Carolis, un po’ usurato vocalmente, e tristissimo,invece, il Colline di Giovan Battista Parodi, vocalmente ottuagenario, per giunta accompagnato pesantemente e fiaccamente da Dudamel.
Bel successo per tutti alla fine, in particolare per il dorettore, ma…….pura ruotine, di quella che si sentiva in seconda provincia sino a venti anni fa.
Vedremo se nei prossimi giorni ci riuscirà di aggiornarvi sul primo cast, Vassilva Sartori, mentre certamente parleremo del volantinaggio pro Muti-Abbado che, come ben sapete, è avvenuto la sera della prima recita.

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