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domenica 8 maggio 2011

Trilogia (im)popolare al Regio di Torino e al Met

In epoca di mercato delle voci mal messo e magro per le bacchette le dirigenze dei teatri, con assoluto anacronismo, si attaccano al cosiddetto repertorio, animati dal sogno di così non perdere pubblico, anzi di conquistarne per il solo richiamo, che il repertorio esercita. In fondo è la soluzione più comoda e per certi versi la meno rischiosa. Ve lo immaginate oggi allestire titoli come Poliuto, Rosmonda d’Inghilterra, Loreley o Medea in Corinto?

Meglio la solida trilogia popolare verdiana o, almeno, alcuni dei titoli che la compongono. Garantiscono il tutto esaurito e abbassano il rischio contestazioni per la presenza, appunto, di quel pubblico, pago del solo presenziare ed ascoltare il brindisi della Traviata o la Pira.
L’idea è diffusa perché, a breve distanza di tempo, Traviata e Rigoletto sono stati proposti dal teatro Regio di Torino e Trovatore dal massimo teatro americano. Il più fantasioso si è dimostrato con Rigoletto il teatro torinese. Le tre produzioni sono state radiotrasmesse, copiosamente commentate in chat e, quindi, queste mie altro non sono che un riassunto delle opinioni del pubblico. Anzi, in chiusa aggiungo quanto uno dei nostri più affezionati lettori ha scritto dopo una pomeridiana di Traviata. Scelta questa fatta non per abiurare il compito, che ci siamo dati, ma per confortare i nostri detrattori che non siamo ancora pronti per la tutela del WWF.

Cast all stars il Trovatore, come avrebbe potuto essere nel 1913 quello Slezak, Gadsky, Amato, Homer o nel 1935 uno Martinelli, Rethberg, Borgioli perché quanto a fama internazionale Sondra Rodvanowsky, Marcelo Alvarez e Dimitri Hvorostovsky competono con i colleghi, ormai defunti, sopra citati. Peccato che alla fama internazionale si fermi la competizione, salvo che per l’Azucena di Dolora Zajic. Veterana, anni cinquantanove ed inspiegabilmente assente dalla prossima stagione del teatro la Zajic è un soprano Falcon e, quindi, più versata per Eboli ed Amneris. La sua Azucena, non levigatissima nella zona medio grave, brilla per vigore nel “Condotta ell’era in ceppi”, nel duetto seguente con Manrico, per lo splendore degli acuti in particolare il si bem conclusivo dell’opera ed il do del “tu la spremi”, stenta, invece, in “Stride la vampa” di tessitura più centrale e –stranamente- nel “Giorni poveri vivea”. Rimane, però, l’unica professionista schierata. Tali non sono gli altri tre ossia Sondra Radvanosky, Marcelo Alvarez e Dimitri Horovstovsky, ben rappresentanti, però, da accreditate agenzie. Al limite del grottesco e del caricaturale la prestazione del soprano, reduce da una lunga sindrome influenzale, che l’ha costretta a cancellare l’ardua parte della duchessa Elena dei Vespri torinesi. Una dilettante che imbrocca gli acuti estremi, timbro né bello né brutto, ma, prima ancora indecifrabile a cagione di un’emissione tubata ed ingolfata, che compromette l’intonazione, impedisce il legato (“D’amor sull’ali rosee”, in primis), rende fissa la voce a partire dalle note centrali, difficoltosa l’esecuzione dei pochi passi di agilità e, più ancora, compromette la possibilità di reggere la tessitura acuta principalmente alla scena in cui Leonora tenta di prendere i voti o le alate frasi in cui Leonora muore nel più puro stile donizettiano, ovvero secondo i desiderata di Rosina Penco.
Gli uomini. Hovrostovky gode, mi risulta, fama e stima presso alcune residue falangi cappuccilliane sopravvissute in Scala. Non ho dubbi: è becero, volgare e, come tutti i cantanti di imposto mentale prima che vocale verista ignora che sia la grandeur e la solennità, che toccano, per giunta in tessiture astrali, al Conte di Luna, innamorato respinto, rivale non solo in amore, ma anche in politica di un ardimentoso giovinetto. Qui con Marcelo Alvarez di ardimentoso giovane al primo amore, al primo scontro neppure l’ombra. Eppure, se avesse saputo dove collocare la risonanza della voce Marcelo Alvarez avrebbe potuto raffigurare con aderenza vocale e stilistica il protagonista. Invece la voce si è accorciata (pira abbassata e scorciata nelle frasi, che precedono la puntatura conclusiva) appesantita (nessuna smorzatura nell'"Ah si ben mio", nel finale dell’opera o nel precedente duetto con Azucena, insomma non gli importa della mamma e della amata!!) un “Deserto sulla terra” squadrato e metronomico, e frasi arroventate come “infami sgherri vibrano colpi mortali” o “l’infame amor perduto” che di rovente poco hanno, molto avendo di volgare e verista. Lo slancio ed il vigore dell’eroe romantico, perché tale è Manrico, mal sopportano emissione prossima al parlato.
Il migliore in campo è stato il direttore Marco Armilliato, che ha portato a termine una simile compagnia di canto. Non è un merito da poco perchè i limiti tecnici di tre dei protagonisti si risolvono in pesanti limiti di resa musicale ed interpretativa.
La tradizione di andar di passo spedito, che può essere censurabile nel Trovatore alla fine, ad onta di legittimi dubbi si rivela la scelta, che salva lo spettacolo.

Alla stessa conclusione e scelta, infatti, deve essere giunto in quel di Torino Patrick Fournillier che, secondato da un’orchestra, che sembra in questo momento suonare meglio di tutte le altre patrie, ha imbroccato la strada dei tempi veloci, cari al Verdi stigmatizzato dei figli di Toscanini, che senza scendere in polemica certamente elide molto dell’aspetto notturno o intimistico, ma evita figuracce a cantanti, spesso mal messi quanto a tecnica. Solo che anche queste scelte se possono aiutare per certo non possono propiziare il miracolo di far cantare professionalmente chi tale non sia. Alludo in principalità alla protagonista di Traviata: Alessandra Kurzak. Chi ha deciso di farne una star, tanta è la proterva presenza con cui la cantante polacca viene inflitta nei teatri italiani anche nella prossima stagione, ha preso un abbaglio... . e che abbaglio! La voce è chiara, bianca, anzi sbiancata, come quella delle colorature dei paesi un tempo dell’Est, aggravata da una assoluta incapacità di sostenere la voce (già dimostrata nel concerto scaligero), che rende la voce tremula in tutta la gamma, aperta nella zona medio grave, spinta in quella successiva costantemente stonata. Tralasciamo le urla del mi bem fuori ordinanza della stretta del “Sempre libera”, le stecche del do diesis (questo scritto di "giojr") o dei vari do della cabaletta, ma soffermiamoci sulla difficoltà del la bem dei “solinga nei tumulti” alle note gravi inesistenti del “Gran Dio morir si giovine”, all’impossibilità di cantare sul fiato le frasi del duetto con Germont dove la Violetta soprano leggero deve sublimare dolore e sofferenza (vedasi Hempel, Galli-Curci, Pagliughi e Devia) per arrivare a concludere che una siffatta cantante potrebbe al più essere proposta quale Annina e non già come protagonista. Un’autentica presa in giro per il pubblico pagante e per il contribuente. Davanti ad una siffatta scelta la Gilda di Irina Lungu, afflitta pure lei da problemi costanti di intonazione, derivati da un sostegno del suono peregrino, complice la scrittura elevata e ornata di staccati e picchettati,
è, comunque di ben altra qualità.
Quanto ai signori uomini, Stefano Secco rispecchia nella qualità vocale il cognome. Non comprendo la scelta di interpolare il do (un autentico urlo) alla chiusa della cabaletta di Alfredo, per altro eseguita senza il da capo. Per altro un simile acuto è il coronamento di una voce che, come si dice in gergo “non gira”. All’ascoltatore attento non sfugge che tutte le volte in cui Alfredo a chiamato a cantare in zona re3 –fa3, ossia quella, che coincide con il passaggio il suono perde colore e smalto perché il cantante non sa dove collocare la voce. E siccome Alfredo quasi tutta la serata canta in quella zone e più ancora in quella zona deve cantare affettuoso e dolce, come si compete al giovane innamorato che per amore da scandalo, il risulto è protagonista maschile che non seduce, che non sospira e che neppure sfoggia impeto e vigore alla scena della borsa, occasione che gli Alfredo di scadente scuola non si lasciano mai sfuggire per vociare.

Quanto a vociare la coppia duca buffone proposta in Rigoletto è esemplare. Entrambi sarebbero anche dotati eccome, perché il colore di voce e il timbro di Franco Vassallo sarebbe quello di autentico baritono e Terranova, che canta solo con la dote naturale, anche lui, se correttamente impostato, reggerebbe senza sforzo non solo le tessiture del Duca, ma anche altre ancor più impegnative. Invece abbiamo un duca di Mantova che, crolla alle “sfere agli angioli” perché la frase che sta fra il re bem3 e il la bem3 non può essere cantata con la voce naturale, che è volgare e sudaticcio in tutto il quartetto ed arrivato al si bem di “pene consolar” non può che urlare, così come non è in grado di smorzare e colorire l’intera aria del secondo atto, dove la gamma dei sentimento del duca impone per essere interpreti, varietà di fraseggio. E la sequela delle lamentele è la medesima con riferimento al protagonista acuti indietro, nessun colore nei lunghi monologhi dal “pari siamo” a quello sul sacco contenente –tragica beffa del destino- il corpo di Gilda morente dove frasi come “un sacco il suo lenzuolo” devono essere dette non urlate, non buttate lì. Comprendo la logorante monotonia di queste osservazioni, comprendo che sono sempre le stesse, ma il canto di questi signori è sempre lo stesso di gola, duro forzato, senza colori, senza intenzioni interpretative perché in quella zona della voce per interpretare, per fraseggiare, per dire ci vuole una capacità tecnica oggi sconosciuta, e che sarà sempre più sconosciuta perché la giovane ragazza che cento anni or sono andava in teatro in cerca di un modello ascoltava Luisa Tetrazzini, ma anche solide professioniste come Ada Sari. oggi che ascolta? Alessandra Kurzak e che impara ? Nulla perché non può imparare alcunchè, neanche a declamare la lettera del terzo atto.
Cedo la parola alle opinioni di Pasquale, compagno di sventure:

Signora Grisi.
una mia impressione sulla recita di oggi pomeriggio 3 maggio ( naturalmente teatro esaurito )
Stesso allestimento dell'anno scorso con inizio con la scena dei funerali con del blocchi di dimensione e altezza diverse a simulare le lapidi, poi trasformate nell'arredamento della casa di Violetta insieme a un paio di pareti e dei gradini di una scalinata,stessi oggetti disposti diversamente per la casa di Flora, poi ricoperti con lenzuola ritornano a fare parte dell'arredamento della casa di Violetta morente con l'aggiunta di un letto.L'unica variante la seconda scena che simulava un po di campagna con un po di verde,e una specie di collinetta.
Sinceramente non ho mai assistito a una recita della Traviata noiosa e piatta come questa,con un cast non all'altezza di un teatro come il Regio di Torino.
Il soprano Kurzak inadeguata a un ruolo complesso come quello di Violetta se la prima parte poteva ancora dire qualcosa,ma parecchio calante nel strano e strano e ai limiti nel Sempre libera,ma completamente inadeguata nella seconda parte sia nel duetto con Alfredo sia e ancora e peggio prima nel duetto con Germont padre cantare questa parte richiede ben altra voce nel centro,e questo anche nel finale,insomma una Violetta insipida senza sale,noiosa.(al confronto la scorsa edizione ottobre 2009la Mosuc era tutto un altro livello,e anche la Lungu non mi è dispiaciuta nel secondo cast).
Per Secco un discorso tipo non è l'abito che fa il monaco,come non è un grande nome a cantare un buon Alfredo,dopo il brindisi in "Un dì felice, eterea" ha iniziato con una mezza stonatura e durante tutta la recita non è stato un Alfredo convincente leggerino poi spesso portato a forzare.
Capitanucci un baritono dalla voce chiara sinceramente sembrava piu il fratello di Alfredo che non il padre,"in Provenza... ha cominciato bene poi verso la fine ha forzato,forse per dare piu enfasi a quello che diceva,ma rovinando la linea di canto,meglio la successiva cabaletta,anche per lui un finale insignificante.
ll Regio di Torino (io sono un abbonato )ultimante ha fatto delle bellissime recite che si può dire che è diventato il primo teatro di Italia,ma spero che questa recita e questo cast sia solo un incidente di percorso
Il coro mi è piaciuto molto anche la direzione con Fournillier molto attento al palco,ma d'altronte se il materiale che ha a disposizione è questo non può fare miracoli.
Naturalmemte il pubblico ha molto applaudito, ma ormai qui è diventata la prassi,si applaude tutto e tutti.

Salve
Pasquale L.



Verdi - La Traviata

Atto I

E' strano - Lina Pagliughi (con Giacinto Prandelli - 1951)


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mercoledì 16 febbraio 2011

Tosca alla Scala

Dialogo tra regista e cantante, tra modernismo e passatismo:



Eravamo in coda per la ripresa, ripulita, del brutto Idomeneo del regista Luc Bondy più di un anno fa quando da New York giugeva l’eco del megaflop al Met della nuova produzione di Tosca, firmata dal medesimo regista e coprodotta anche dal nostro teatro milanese.

Un‘ondata “passatista” si riversò sul teatro americano a favore della trentennale produzione zeffirelliana e per la dismissione del nuovo prodotto d’avanguardia. Pare che la direzione del Met avesse pure indetto una conferenza stampa per spiegare al pubblico la novità dell’incompreso spettacolo, ma senza ottenere effetto. Grande polverone mediatico, con tanto di dichiarazioni di fuoco di Franco Zeffirelli…..insomma, uno degli spettacoli più discutibili e perciò criticati di cui si sia mai sentito parlare.
E noi ci domandammo se era proprio il caso di continuare nell’impresa facendo arrivare fino a qui una Tosca, che si diceva all’insegna della volgarità, a tratti anche del ridicolo, contraria alla poetica dell’opera pucciniana. Decisi a non farci mancare nulla, nessuna delle chicche registiche à la page che gravano pesantemente sui bilanci dei teatri d’opera, abbiamo compiuto anche ieri sera il rito modernista, in uno spettacolo pure questo “limato “ e “accomodato”, depurato dal sommo gesto registico della fellatio ad inizio del secondo atto e da altre “novità” affini, ma comunque sempre brutto, volgare, nel migliore dei casi insignificante. Anzi, anche insensato, come il cambio d’abito che Tosca compie dopo avere ammazzato Scarpia, presentandosi all’esecuzione di Castel Sant’Angelo diversamente vestita dal secondo atto. Ieri sera la gente ha riso nel momento della morte di Scarpia, come pure al terzo atto, quando il soprano viene costretta a mimare la morte di Cavaradossi sulle parole “ E cadi bene- Come la Tosca in teatro-così—così” perché a volte il riso è consolatorio. Una parola speciale, però, và anche spesa per lo “scenografo-muratore” (perdonatemi la battuta ma…) Richard Peduzzi, che da trent’anni “mura” ripetitivamente ogni produzione con i suoi fondali in mattoni: è dal Lucio Silla del 1984 che vediamo queste quinte, sempre la medesima variazione sul tema, fattesi un po’ troppo frequenti in questi anni di Tristano ed Isotta, Carmen, ed ora Tosca. Questa l’ha pure murata male, tra l’altro, dato che il soggetto dell’opera non si presta affatto ad essere trasferita in un non-luogo dal sapore industriale. Ieri, il primo atto, più che la chiesa di Sant’Andrea della Valle pareva un brutto scorcio, troppo buio, della metafisica Chandigart di L. Kahn e il secondo atto l’ufficio di un questurino di un paese dell’agro romano degli anni ’30, arredato modestamente con gusto vintage.
Roma è dappertutto nella Tosca, è nella musica, Puccini la crea e la pretende anche in scena, dato che questa è la poetica dell’opera, che non può e non deve essere annientata, perché sennò si annienta l’autore, che fino, a prova del contrario, è il protagonista, colui che detta la cifra del testo. E Tosca, da questo punto di vista, è opera determinatissima, che lascia assai poco spazio alla novità, che non sia registica. Zeffirelli, Ronconi, De Ana, Bolognini, loro si che han messo in scena “la Tosca”. Ieri sera abbiamo sopportato una bruttura gratuita ed incongrua.
Ha sopportato il pubblico, ma hanno sopportato anche i cantanti, che oggi più che mai hanno bisogno di essere aiutati, coadiuvati, corroborati in ciò che fanno, perché non sono in grado di andare lontano con le proprie gambe.

Alla produzione sciagurata si è unita la prova mediocre del maestro Wellber, che udivamo per la prima volta. Al signor Wellber è mancato semplicemente una minimale conoscenza ed aderenza al titolo, non alla sola tradizione, fondamentale per opere come questa, il suo colore romano, l’atmosfera grandiosa e perversa del Te Deum, come quella dell’agro romano ad inizio del terzo atto (ma che fracasso quelle campane fuori scena!). E’ mancata anche certa tensione drammatica al secondo ( alludo alla scena della tortura, ove l’orchestra non era in grado di suonare il ritmo incalzante dei “ Più forte - più forte…” di Scarpia e Tosca ), ma anche al duetto del terzo, dove assieme a lui sono mancati pure i cantanti, visibilmente stanchi. Insomma, una direzione che non ha mai preso il pubblico né creato la dovuta atmosfera, che sarebbe stata tanto necessaria al cast. Già, perché nel teatro accade anche che quando il cast canta poco, il direttore si faccia “ cantante”, e la Tosca a questo si presta moltissimo. Ma ieri sera non è stato proprio così.

Quanto ai protagonisti, non si commentano le rocambolesche avventure del “virus” scaligero, perché, lo abbiamo già osservato altre volte, i virus nell’opera paiono gli esseri viventi, che brillano per tempismo e coordinamento con gli eventi e le difficoltà organizzative degli enti lirici. Fatto sta che il teatro si è aggrappato alla signora Radvanovsky, causa defezioni varie, ed ha rimediato un tenore, quello sì, imprevisto, il signor Antonenko, spiazzando tutte le chiacchiere sul tototenore, che preconizzava rimpiazzi con alcuni . Ed il pubblico ha apprezzato la loro disponibilità nel soccorrere la serata, il loro non tirarsi indietro di fronte ad una produzione, che li esponeva a dei rischi.

Parliamo di canto, quello vero.
Il cast vocale, in realtà, non è piaciuto al pubblico, che ha avuto parole positive per la sola qualità vera apprezzabile in campo: una serie di intenzioni musicali, di fraseggio, fatte udire dalla signora Radvanovsky, che, ad onta di una voce sgradevole al centro soprattutto per limiti tecnici, ha però avuto saputo porsi da cantante di rango, che deve “dire”, cioè esprimere.
Ha costruito un personaggio plausibile anche sul piano scenico, mai volgare ( qualche notaccia di petto al secondo atto, al momento dell’assassinio di Scarpia, ma come di prammatica….), con bel fraseggio nell’aria, che le è valso il solo applauso della serata. Abbiamo apprezzato la sua preparazione musicale, meno quella tecnica. La voce è importante per volume, estesa in alto, non certo bella di natura. Sopratutto e versiamo nei limiti tecnici al centro è fortemente tubata, vibrata e “di fibra”, “chevrotante” come dice il gergo francese. Al centro i suoni sono spesso presi “da sotto” e corretti nell’intonazione, con difficoltà di legato, causa un uso del fiato non di scuola. In un‘opera come Tosca, di scrittura centrale nei cantabili e che guizza all’acuto prevalentemente nei momenti drammatici, il difetto ha grande rilevanza, soprattutto in una voce di grande volume, ed il pubblico ha faticato ad accettare questa voce, giunta anche molto affaticata al terzo atto. Ed in fondo è Tosca, non Aida o Ballo.

Quanto ai due protagonisti maschili nulla di speciale. Il tenore, signor Antonenko, ha una voce spessa e non a fuoco. Ha cantato con solidità ma anche con cali di intonazione sensibili, fraseggiando pochissimo e portando a termine la sua serata con una “solidità” poco elegante ed inespressiva, ma che lo ha messo al riparo dalle reazioni suscitate dai protagonisti del dittico verista. Il secondo, signor Lucic, è stato uno Scarpia greve, anche volgare a tratti, dalla voce insufficiente in volume e dagli acuti sistematicamente indietro, tanto da essere in difficoltà nel Te Deum, ove ha faticato a farsi udire. Complice la regia, il suo Scarpia di baronale aveva assai poco, e più che elegantemente laido e perverso, è parso assai triviale e truculento. Le "limature" di regia quasi che il pubblico milanese sia moralista e facile allo scandalo hanno aggravato la situazione. Anche per lui l’efficacia di chi esegue il proprio compito al riparo dai disastri, ma anche lontano dal cantare con arte.

Leggiamo or ora le dichiarazioni di stampa e direzione del teatro, che meritano qualche chiosa anche da parte nostra.
Che la produzione sarebbe stata fischiata lo si sapeva da mesi, ha ragione il signor Lissner. Ma questo non per un progetto di deliberato danno al teatro, ma semplicemente perché si trattava notoriamente di uno spettacolo brutto, sbagliato in partenza, e contestatissimo ab origo, per giunta trasmesso nelle recite di Monaco anche dalla televisione. Sono state tolte le escursioni nel pornografico gratuito ma l’essenza è rimasta invariata. Al pubblico non spetta entrare nel merito della gestione delle cose, dei costi, dell’acquisto fatto molti mesi addietro, ma solo l’espressione del proprio apprezzamento. E così è stato:abbiamo dovuto vederla per forza? L’opinione è stata quella espressa ieri sera, controversa.
In fatto di cantanti, non la penso però come la maggior parte del pubblico di ieri sera.
La Scala ha peccato di leggerezza al momento della dipartita della signora Serafin dalla produzione, per motivi personali, avventurandosi in una promozione al primo cast di una cantante che forse andava meglio soppesata nelle sue qualità. I milanesi ben sapevano del Trovatore comasco in cui era incappata la signora Dyka non molto tempo fa e gli audio disponibili in internet proprio di Tosca suggerivano una maggiore prudenza. Il teatro, però, è corso ai ripari, anche con fortuna, recuperando una protagonista, originariamente chiamata per supplire solo alcune recite, che è comunque la massima Tosca oggi presente sul mercato. O meglio, sul mercato dei “divi”, perché, ad onta di alcuni miei vecchi compagni di loggione, la signora Radvanovsky ha fior di carriera e curriculum professionale e non è, come alcuni han creduto, “un secondo cast” recuperato alla bell’è meglio. Il virus tempista ha fatto il resto, e il teatro ci ha comunque esibito la Tosca più blasonata di oggi, ed in questo ha fatto, almeno sulla carta, il suo dovere.
Mentre forse non l’ha fatto nella scelta della bacchetta e nel perseverare con una produzione che non può piacere a nessuno.
Il teatro ha anche subito il forfait di Jonas Kaufmann, peraltro previsto in cartellone a Monaco di Baviera sino al giorno 13 febbraio in Carmen, recita cancellata all’ultimo, in coincidenza della prova generale di Tosca a Milano. Ammalatosi il secondo tenore designato, signor Berti, si ammala anche Kaufmann, e la Scala resta senza tenori. Ed il pubblico rispetta la prova del signor Antonenko giunto all’ultimo, perché così funziona il teatro da che mondo è mondo. Certo, se poi la recita del 17 viene cancellata per assenza di tenori, come ha annunciato oggi su un quotidiano il signor Soprintendente, nessuno ne ha colpa, men che meno il pubblico, che ha applaudito l’uscita del cast vocale.
Certo, continuare ad organizzare scritture di cantanti che per calendario arrivano all’ultimissimo minuto, andando in scena senza prove, è esporsi a questi rischi, perché i cantanti di oggi non sono quelli di ieri. Non è più il tempo dei Domingo, delle Caballè, dei big “last minute”, in grado di cantare sempre e comunque. I cantanti di oggi non hanno più la stessa preparazione tecnica, quella che consentiva ad alcuni di loro, i big appunto di cantare ogni sera, e talora cancellano semplicemente perché….non ce la fanno. Nessuno è esente da questi problemi, salvo le vecchie signore nominate Gruberova, Devia, o signori nominati Nucci etcc, che possono andare in scena sempre.

Cosa è opportuno dire a questo punto?
Che assieme alle scelte imprudenti o errate, la Scala paga anche lo scotto dell’adeguamento inevitabile (davvero?) ad un sistema, il cosiddetto “star system”, che è arrivato al capolinea. I cantanti sono cambiati perché è cambiato il modo di cantare: il loro bagaglio tecnico si è impoverito oltre il limite consentito per reggere ritmi e repertori che sino agli anni ’80 erano ritenuti normali. Eppure a questo dato lampante, che tutti constatano ogni sera, il sistema non sa trovare il giusto rimedio. La Scala è in crisi? Assediata dai bu e dai fischi? La qualità che il teatro sta esprimendo vi pare davvero inferiore a quella espressa da un teatro come il Met ? Il problema è che un teatro esprima la propria opinione, sempre fondata tra l’altro, o che, a furia di storture, di un sistema di falsi valori extravocali, ci si sia ridotti a non poter allestire perfino la Tosca, che da che mondo è mondo si allestiva nei massimi teatri di tutto il mondo come in quelli di provincia? Parliamo di fischi o di qualità artistica intrinseca agli spettacoli?
Il problema và ben oltre la dualità passatisti –modernisti, ma sta nel modo in cui si operano le scelte artistiche ma sta anche nel rimettere a fuoco quali debbano essere le qualità tecniche di chi và in scena ed alza la bacchetta, e dove andare a recuperare quegli strumenti di lavoro perduti.
Ieri sera il pubblico è stato molto giusto, almeno a mio avviso, perché ha detto di no là dove si poteva far meglio, ed ha lasciato andare dove il teatro non poteva, lì per lì, metter rimedio.
Avremo comunque occasione di riparlare di questi temi al più presto.
E partiremo dalla considerazione di un'altra "sopravvissuta"della vecchia generazione Miss June Anderson, che ci ha ricordato come un tempo si fosse divi dello stars system per scelta e decreto del pubblico, mentre oggi i divi dello stars system sono quelli che per tali vengono propagandati ed imposti.
E questa la regola che MAI il pubblico italiano, scaligero in particolare, potrà accettare e condividere. Alla prossima!

Puccini - Tosca

Atto III


Io de' sospiri...Mario Cavaradossi?...E lucevan le stelle...Franchigia a Floria Tosca...O dolci mani...Trionfal di nova speme - Antonietta Stella & Richard Tucker - dir. Dimitri Mitropoulos - Met 1958

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venerdì 8 ottobre 2010

"Arrigo, ah, parli a un core"

Julian Budden definisce l’aria di Elena “Arrigo, ah parli un core” il “centro immobile” del duetto tra soprano e tenore all’atto quarto dei Vespri Siciliani. Centro immobile perché lo svolgersi dell’incontro tra i due, dapprima uno scontro poi il riavvicinarsi dei due amanti che comunque non avranno unione in terra, si arresta. In un momento di sospensione del dramma, la Duchessa perdona Arrigo, dichiara di amarlo comunque, ma oramai le loro origini diverse ne separano i destini, inevitabilmente. L’amore, il rimpianto, la tristezza nobilmente composta e distaccata della primadonna caratterizzano il brano, celeberrimo, passo chiave della protagonista del secondo grand-opéra di Verdi.


Brano che trova raramente esecuzione integrale della scrittura causa la monumentale cadenza finale, che comprende una scala cromatica discendente dal mi nat al fa sotto il rigo, perfettamente eseguita di fatto solo da Maria Callas ( che pure parte dal do: le altre ne fanno esecuzioni parziali della discesa in basso o alternative ).
La scena è stata cantata in tanti modi, unendo timbro e fraseggio in casi eccezionali ed indimenticabili, di solo timbro oppure di solo fraseggio ma molto bene, né di timbro né di fraseggio, ossia male…modernamente, come ben immaginerete.
Tre sono le esecutrici eccezionali di questa parata che vi proponiamo, la Callas ( negli anni in cui era davvero la grande Callas ), la Cerquetti e la Caballè. Fedelissima esecutrice di ogni segno di espressione scritto da Verdi la prima, non perde mezza forcella, un f, niente; una linea di canto bellissima, aristocratica, dolente ma comunque vigorosa, ad onta di qualche nasalità in certi momenti. Al suo fianco, e la preferenza mi pare questioni di gusto, Anita Cerquetti, dal timbro sontuoso, anche lei nobilissima, dalla dizione scandita e perfetta, italianissima nel porgere le frasi una dopo l’altra. Possiede un timbro superiore alla Callas, ma l’esecuzione musicale di questa mi pare resti superiore. Incarnano entrambe il gusto del Verdi d’annata, lontano da ogni effetto studiato poi da chi, in virtù della ricercatezza del fraseggio o di qualche fascinoso artificio, affrontò Verdi senza possedere vera voce verdiana. In questo non alludo, nel caso dei Vespri, a Montserrat Caballè, che di “manipolazioni” verdiane ne operò tante in seguito, quanto piuttosto alla Gencer ed alla Scotto. La Caballè, infatti, produsse nei Vespri uno dei suoi più importanti capi d’opera, che cantò libera da certi vizi riscontrabili in altre prove. Voce non certo da soprano drammatico d’agilità, quale è quella necessaria alla vocalità di Elena, la Caballè canta con assoluta pienezza del suo mezzo straordinario, emettendo suoni di bellezza soggiogante, ma mai abusati o compiaciuti. A meno delle note gravi sotto il rigo, eseguite di petto non troppo bene, canta anche lei con rara ( per lei! ) aderenza alla scrittura verdiana, timbro nobile e linea di canto compostissima e sfumata. Gli acuti, quelli attaccati scoperti delle scale discendenti della chiusa ( il si nat !!! ), sono suoni celestiali, inumani direi, che la collocano nettamente al di sopra di tutte le Elene a lei successive dell’era recente.

Più vicino al modello Callas Cerquetti l’esecuzione di Antonietta Stella, figlia della medesima epoca. No sarà stata pari alle precedenti, ma la sua esecuzione è notevolissima per via del timbro, notoriamente bellissimo, la sua dizione chiara e scandita, la nobiltà innata dell’accento. In particolare, lei come le predette signore, è in grado di cantare sul passaggio superiore con assoluta facilità e solidità, emettendo sempre suoni pieni, nitidi e a fuoco, che da un certo punto in poi di questi audio, da Olivia Stapp in poi, di fatto non connotano più le voci, a riprova che in fatto di tecnica e di tradizione nel suo insegnamento abbiamo perduto alcuni fondamentali per la strada. La Stella non è certo cantante struggente, manca qua e là di magia ( penso alle scale discendenti ), ma canta ad un livello per noi oggi inimmaginabile.

Primedonne di razza, fino in fondo, Leyla Gencer e Renata Scotto, praticano l’arte del canto e quello del baro con la stessa dimestichezza, la prima assistita per me ( che la amo anche quando canta con la voce a pezzi ) da una intelligenza e da un senso delle cose rarissimi; la seconda mossa da una volontà irrefrenabile di essere sempre al di sopra della propria natura vocale e da una fantasia interpretativa senza limiti. Alla Gencer il gioco riesce benissimo laddove, mancando il timbro ed immagino anche lo spessore della voce in teatro, screzia il canto nobile con delle vene di passionalità: l’amante dice “ Io t’amo”, “Io muoio” con una intensità che fa rabbrividire; tocca l’ascoltatore con l’effetto del rallentamento compiaciuto della seconda strofa, e mette in chiusa al pezzo un fiatone da brivido dopo le scale discendenti amministrate con i suoi celebri acuti flautati presi scoperti. Insomma, un cervello ed un senso del teatro stupefacenti, senza…la voce adatta alla parte.
La Scotto canta benissimo, si affida al virtuosismo del tempo lento, lentissimo, come da arcaica tradizione documentata da Ester Mazzoleni. E sceglie anche la via dei portamenti, compiaciuti ed insistiti. Già su “Un ‘aura di contento” arriva il brivido che la grande primadonna vuole e sa provocare, ma con l’andare dell’aria la vicenda assume un po’ il tono della grande, ciclopica impresa. Il tempo si fa troppo largo per sostenere tutto il brano con senso di facilità, che è poi quello che lo spettatore deve avere, dunque il tutto alla fine oscilla tra la grande emozione e la grande fatica. Esecuzione mirabile ma esagerata nella ricercatezza.
Nell’era moderna solo Martina Arroyo sta al pari della Caballè per qualità timbrica: più della spagnola ha le note centro gravi, indubbiamente più rotonde e piene. Voce bellissima, acuti di una facilità eccezionale, ma interprete inerte, dal fraseggio lato, all’americana tanto per intenderci, non certo sulla parola o cesellato all’italiana, come il Verdi alla nostra maniera pretende. Tuttavia un canto di qualità altissima ed indimenticabile da chi ha potuto sentire questa grande cantante in teatro.
Più italiana nel fraseggio la Kabaivanska, non potendo certo avvalersi di un timbro di qualità eccelsa. La zona acuta della voce è, notoriamente, la parte migliore; nei gravi soffre pur eseguendo la cadenza pressoché integralmente, e si affida all’arte del piano, della sfumatura, e più in generale del fraseggio, che è stato suo terreno di carriera. Al di là di molti suoni non belli, la trovo assai emozionante e pregnante, anche se l’handicap timbrico non si riesce sempre a dimenticare nello scorrere del brano.

Da qui in poi le parole da spendere sono poche, per cantanti o dalla voce evidentemente inadatta ma pur capaci, come la Deutekom o la stessa Stapp, che canta assai peggio della prima ( legato scarso, i re e i mi bem centrali sulla e stretta e scoperta, duri i piani, brutto il si nat della scala discendente ); oppure voci di grande qualità timbrica ma male in arnese, come Carol Vaness ( che ogni tanto balla, apre sul passaggio, non è sfumata né fascinosa, grida il si nat alla seconda scala discendente su “Ah”, si riaggiusta la cadenza…etc ) o Daniela Dessì ( che balla sul passaggio ma riesce comunque ad eseguire i piani, molto belli, apre i suoni in basso e strilla il si nat della scala discendente, riarrangiandosi la cadenza che comunque non le riesce come dovrebbe…); oppure voci adatte alla parte ma malmesse, come una compromessa Guleghina, in grado di cantare bene solo piano, sebbene priva di legato, e con una chiusa dell’aria incommentabile; o la Radvanovsky, la cui esecuzione lentissima non costituisce affatto un prodigio quanto una scelta errata, che ci obbliga ad apprezzare appieno l’handicap timbrico e l’inespressività della cantante, fortemente limitata sul piano tecnico ( i mi sul passaggio come pure il sol acuto di “Io t’amo” sono note tremende..per non parlare del si nat come della cadenza, in cui gratta anche e si inceppa…).
Insomma , in era recente la sola Susan Dunn ha saputo dirci qualcosa di significativo nei panni di Elena, ma anche lei in virtù del timbro e non certo dell’”arte del dire”, come prova la sua esecuzione facilissima ( ad onta delle note sul passaggio superiore un po’ ballanti ) ma poco fraseggiata della scena.


Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Vespri siciliani


Atto IV

Arrigo, ah, parli a un core

1909 - Ester Mazzoleni
1951 - Maria Callas
1955 - Anita Cerquetti
1957 - Antonietta Stella
1964 - Leyla Gencer
1970 - Renata Scotto
1970 - Martina Arroyo
1973 - Raina Kabaivanska
1974 - Montserrat Caballè
1975 - Christine Deutekom
1985 - Olivia Stapp
1986 - Susan Dunn
1997 - Daniela Dessì
1998 - Carol Vaness
2003 - Nelly Miricioiu
2005 - Maria Guleghina
2007 - Sondra Radvanovsky



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martedì 29 giugno 2010

Stagioni 2010-11: Regio di Torino e Verdi Festival

Modello di efficienza teatrale italiana, il Teatro Regio di Torino ha già pubblicato la sua stagione 2010-11 in anticipo sugli altri teatri di pari livello. Il Regio di Parma, da parte sua, ha reso nota da qualche giorno, con una conferenza stampa romana, i titoli del Verdi festival autunnale. Commentiamo insieme le due stagioni perché quella sabauda contempla, di fatto, una sorta di mini festival Verdi al proprio interno, annoverando ben tre titoli del maestro di Busseto su sette produzioni in cartellone.

Come ben sapete, non siamo soliti indagare i perché alla base delle scelte dei titoli, ragioni artistiche e culturali ispirate da celebrazioni, progetti di scambio, disponibilità di cantanti etc. Fautori dell’antico principio che le scelte dei titoli debbano maturare attorno alle personalità dei cantanti disponibili ed alle loro caratteristiche vocali, riteniamo comunque degno qualunque principio muova una direzione artistica, a patto che dìa luogo a spettacoli in grado di funzionare.
Quello dell’allestimento di opere verdiane è problema senza soluzione, legato alla carenza di cantanti, di alcune corde in particolare, che ormai paiono estinte. Si va in scena consapevolmente zoppi nei cast, perché Verdi è un must del repertorio e non se ne potrebbe accettare la dismissione come accadde, tra la fine del XIX e gli inizi XX secolo, per certi autori o certi titoli fondamentali del repertorio belcantista e del Grand-Opéra.

Colpisce la presenza da entrambe le parti un titolo raro e difficilissimo da allestire, come i Vespri Siciliani, di fianco ai più comuni Rigoletto e Traviata Torino, Trovatore ed Attila a Parma.
Sempre di target popolare gli altri titoli torinesi, dal Boris inaugurale nella versione senza l’atto polacco, Butterfly, Parsifal e la Lucia di chiusura.
Nelle corde di basso osserviamo la dura realtà del mercato delle voci: o buoni cantanti delle generazioni recenti, come il bravo signor Adbrazakov, Procida torinese, ma di scarso peso ed ampiezza per forza di natura vocale, come pure il meno quotato signor Anastassov su Boris, oppure anziani cantanti blasonati ma senescenti, come Kurt Rydl Titurel/ Gurnemanz. Idem dicasi per i baritoni, dove forse la qualità media espressa è ulteriormente inferiore a quella dei bassi, con il senescente Nucci sul Monforte di Parma, oppure giovani di scarsa ampiezza vocale, come il signor Vassallo sul Rigoletto ed il Monforte torinesi, o il signor Capitanucci su Germont, se non addirittura inadeguati per ragioni stilistiche, come il signor Sgura sul Conte di Luna. Si canta in modo sempre più ingolato, ci si è adattati alle voci gravi maschili fibrose, spesse ed indietro, direi che si addirittura maturato un moderno gusto per questo tipo di canto e così, pian piano, si è arrivati a non avere più sul mercato cantanti dotati della necessaria ampiezza, oltre che morbidezza e capacità di sfumare, idonee al repertorio verdiano e non solo. Comunque si scelga, non si riesce più ad essere all’altezza dei requisiti della parte.

Con le voci acute maschili và forse un fio meglio, ma la razionalità non pare governare tutte le scelte, in Verdi soprattutto. Il signor Alvarez torna a Parma per la terza volta nel volgere di pochi anni come Manrico. Ha sempre mancato di squillo e di vera eleganza nel fraseggio, ma, sebbene un po’usurato dalle scelte di repertorio degli ultimi anni, non sarà certo di molto al di sotto delle sue performances passate. Diversi, invece, i casi del signor Kunde e del signor Armiliato sull’Arrigo dei Vespri, il primo perché in debito di smalto, di intonazione in zona di passaggio, oltre che di vero accento verdiano ( ma se la ricorda la figuraccia di Chris Merritt a Milano??); il secondo perché manifestamente usurato nelle prove recenti di Genova ( la facile Tosca ) e di Wien ( la centrale ma pesante Forza ). Follia dei cantanti o disperazione delle direzioni artistiche? Scelte confortate più dall’esito del pubblico che da vera idoneità ai ruoli o vera qualità artistica, invece, quelle di tenori come il signor Secco o il signor Terranova in Verdi, piuttosto che del sign. Meli quale Edgardo: assenza di fantasia e di capacità propositiva, piuttosto una tendenza a fare della ruotine che garantisca il teatro da incidenti.

Ci son però corde, come quella dei soprani, ove sarebbe ancora possibile, al contrario, maturare scelte oculate ed appropriate, e non errori marchiani.
La sig Radvanovsky, con buona pace del suo nome d’agenzia, sta sulla Elena torinese in virtù dell’ormai antica performance parigina e non per le sue attuali virtù vocali, delle quali peraltro ha dato prova ( stonata e fissa )in quel di Genova un paio di stagioni or sono. Si alterna poi con una improbabile signora Iveri, dalla voce piccola, priva dei gravi come degli acuti, di capacità acrobatiche ignote e che al massimo potrà sfarfalleggiare leggiadra per lo spartito. In quel di Parma, peraltro, si aggirerà per la scena, quale Elena, l’ombra di una grande cantante al capolinea ( non me ne voglia la signora Dessì, che molto stimo ma…), dalla voce ormai compromessa oltre misura, pergiunta in una parte che richiede estensione, capacità di fraseggio e virtuosismo. Questo è caso assai diverso dal precedente, perché di diversa caratura è la cantante in questione, ma l’età vocale è qualcosa che non si può vincere o nascondere in eterno. E quello di mettere il pubblico davanti a grandi cantanti del passato, chiedendo l’applauso di stima e di affetto, e non per merito artistico ( vero Leitmotiv del cast del Vespri parmigiani ), non è ricetta poi così onesta... verso Verdi in primis.
La suggestione del nome come della fama mediatica influenza evidentemente le direzioni artistiche in misura palpabile. La signora Fantini, oggi senza dubbio la migliore Aida, Leonora di Vargas ed Elisabetta di Valois in circolazione ( e metto nel conto pure le star di agenzia signore Urmana e Stemme ) viene con poca avvedutezza collocata sulla Leonora del Trovatore, parte di vocalità assai diversa da quelle che la signora è solita praticare, tutta incentrata sul canto aereo e strumentale in acuto e fiorettature ostiche in punta di forchetta ( e che la signora, dal canto suo, ha accettato per rientrare su un mercato in cui le spetterebbe un suo spazio dati i soprani "spinti", soprattutto quelli che non ho nominato, che lo animano.. ), perché sulle future Forza e Aida invernali pare proprio già stiano la medesime e meno qualificate signore Dessì e Carosi. Scelte che non si possono certo mettere all’insegna dell’aver opzionato il meglio disponibile in commercio, ma solo della mancanza di riflessione sulle effettive performances vocali delle cantanti in questione. Per giunta su ruoli verdiani, in quel di Parma, laddove tutto è incentrato sulla conservazione della tradizione del canto verdiano e la valorizzazione degli artisti più capaci e specializzati in questo repertorio.
Della stessa suggestione del nome, in questo caso di quelli cosiddetti “d’agenzia”, soffre anche la stagione torinese. Oltre alla suddetta sign. Iveri, si propone la Violetta della sig Kurzak, soprano leggero di nessuna speciale attrattiva tecnica, timbrica e dpersonalità. Si esibisce nei più grandi teatri del mondo, certo, ma non è che nell’universo dei soprano leggeri sia cantante tale da dispensare l’impeccabile e gelida arte di una Devia o la straordinaria emotività ed espressività di una Sills…Idem dicasi per la signora Hui He, che della sua grande voce di qualche anno fa non ha poi saputo farsene gran chè, alla luce del tempo che passa, e per la quale forse non valeva la pena allestire questo titolo che della protagonista vive. Alla solida routìne che potranno offrire in coppia la signora Mosuc ed il signor Meli inLucia, tale da garantire il certo successo della produzione al pari della Traviata u.s., non mi pare che i due cast di Rigoletto e Traviata annoverino nomi in grado di assumere su di sé l’onere della serata e traghettarla in porto felicemente. Il signor Armiliato è bacchetta brava e saggia, ma, si sa, la bacchetta da sola non può nulla in quei titoli. La sola piccola curiosità sarà vedere cosa combinerà la signora Lungu alle prese con i graziosi picchettati e staccati di Gilda.
Quanto al Parsifal ed al Boris, la cui versione monca ci ha francamente un po’ stancato per i motivi che vi abbiamo altrove illustrato, osserviamo la presenza della signora Marianelli, nel piccolo ruolo di Ksenjia, dopo i dimenticati “fasti” delle Fiorille di qualche anno fa: le carriere da “gambero” non ci piacciono, nonostante noi si passi per cattivi. Noi lo scrivemmo ma…nessuno ci ascoltò.
Tra le bacchette, incuriosiscono il signor De Billy alle prese con Parsifal, il signor Noseda alle prese, oltre che con il suo amato Boris, con la gestione dei problemi vocali e drammaturgici del cast del Vespri; il signor Temirkanov nel Trovatore parmigiano…se apparirà in teatro.
Circa gli allestimenti, non dirò nulla. Come sapete, poco ci interessano, e non parlarne sarà la nostra forma di rimostranza contro lo strapotere degli allestitori ed i loro insostenibili costi.

http://www.teatroregio.torino.it/stagione/2010-2011

http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html?id=75435&pagename=129





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lunedì 22 marzo 2010

Autodafè all’Opéra Bastille di Parigi: Don Carlo

Il Corriere della Grisi è lieto e orgoglioso di presentare le "carissime germane" Barbara e Carlotta Marchisio, che a distanza di un secolo e mezzo tornano al teatro in cui colsero alcuni dei loro maggiori trionfi... solo che, questa volta, prendono posto fra il pubblico! Sì, perché le sorelle hanno assistito al Don Carlo rappresentato all'Opéra Bastille con la direzione di Carlo Rizzi e la regia di Graham Vick, protagonisti Stefano Secco e Sondra Radvanovsky. Allacciate le cinture, perché... ne sentirete delle belle! E non saranno le ultime: le pupille del caro Gioachino ci intratterranno ben presto con nuove corrispondenze teatrali.


Parigi invidiosa di Madrid. A quanto pare la competizione tra capitali esiste. E si alimenta anche nei teatri d’opera, con l’emulazione di “geniali” trovate acustiche. Non saprei, infatti, come altro spiegare la proposizione all’Opéra Bastille di un Don Carlo stereofonico, e amplificato a tal punto, da esser pronto per sbarcare sul palco di un qualunque festival di musica hardcore. L’avrei bollata come grottesca, la penultima rappresentazione cui ho assistito, se non fosse, in fin dei conti, davvero desolante rendersi conto che per rabberciare i problemi di acustica di una sala davvero mal progettata e che per (mal)celare gli evidentissimi limiti vocali del cast precettato sul palco, si opti per la soluzione peggiore possibile: una filodiffusione degna della sala d’attesa di un qualunque dentista. E, tuttavia, con una piccola distinzione. Se nello Chénier madrileno, la “magagna” era stata sbugiardata già nel primo quarto d’ora dalla animosa mediterraneità delle orecchie spagnole, sulla rive droite, invece, tutto è proceduto liscio (e microfonato) fino alla fine, con uno scontato e deprimente happy end che è stato tributato a tutto il cast (senza distinzioni) da un pubblico, non solo ineducato musicalmente, ma a questo punto, pure mezzo orbo (difficile non notare le due sinistre e spregiudicate casse che comprimevano il palco!).
Del resto, va anche detto che, a parte assicurare pure al paggio Tebaldo una potenza vocale degna della più tonante matrona wagneriana, la percezione (falsata) di voci amplificate non ha impedito, in ogni caso, di snidare le dilaganti mende vocali distribuite equa(lizzata)mente tra tutti gli interpreti della serata.
A cominciare da Stefano Secco che ha fronteggiato, ancora una volta, un ruolo ai limiti delle sue potenzialità vocali e che, ancora una volta (ricordo il suo Edgardo fiorentino di un anno fa), non è riuscito a concludere la recita senza palesare un evidente logoramento della voce. Personalmente trovo indiscutibilmente affascinante la grana limpida e squillante della voce di Secco nonché la spiccata musicalità che consente al tenore milanese di modulare un fraseggio quasi sempre di buon livello. Resta il fatto che la sua voce, troppo chiara, è certamente non congeniale all’intensità drammatica richiesta al ruolo dell’Infante e che l’andamento della serata ha smascherato poco a poco i limiti tecnici dell’interprete. A cominciare dagli acuti: Secco è stabile e squillante dal mi4 al si4, ma l’emissione è fortemente contratta, e il suono più che sostenuto “di petto” è sostenuto con evidenti (e sonore) contrazioni della gola. Le buone impressioni sugli iniziali La4 di “Ahimè io l’ho perduta!” si sono vanificate col procedere della serata, a partire dal terzetto di chiosa della prima scena tra Rodrigo, Don Carlo e il Frate. Gli attacchi strangolati e contratti sul la 4 di “Ah! Gran Dio!” e sul successivo si4 di “Io l’ho perduta” evidenziano questa tendenza ad attaccare le note con colpi di glottide; tendenza, per altro, evidente anche in zona centrale (ricordo l’inquietante attacco sul si3 di “Qual pallor!”) dove la voce di Secco tende tra l’altro ad assottigliarsi e a sbiancarsi. Senza accanirsi nel rendicontare tutte le note sempre più portate e fibrose, che Secco ha emesso nel prosieguo della serata (e in particolar modo nel duetto con Elisabetta al quarto atto), valga su tutto l’impressione agghiacciante del “Dio che nell’alma infondere”, duettato con il Rodrigo di Ludovic Tézier. Del duetto c’è poco da salvare: grossi problemi di sincronia, brutti legati, madornali problemi di intonazione (Quell’ “Ah!” [mi3 fa3 fa 3 la3 sol3] prima della ripresa, un vero scempio!); di Ludovic Tézier, invece, ce ne sarebbero da dire, fin troppe. Allarma sapere che questo neo-idolo nazionale, in assoluto il peggiore della serata, sia stato ingaggiato per altri 2 titoli nel corso della stagione operistica parigina 2010/2011. Il ricordo che avevo del suo Marcello pucciniano, nel novembre scorso (sempre con Secco, sempre a Parigi) non era così disastroso, come la prova che ha dato di sé in questo Don Carlo. Ma si sa. Un conto è cantare Marcello, altro discorso è approcciarsi al Marchese di Posa.
Tèzier ha cantato tutta la recita “indietro” e ingolato, incapace di immascherare il suono e palesando costantemente macroscopici, per non dire quasi fantozziani, problemi di intonazione. Se a partire dal do3 l’emissione diventa fortemente instabile e si approssima più all’ululato di kauffmaniana memoria che a un suono proiettato correttamente (già profetico il re3 di “Un lampo di dolor sul ciglio tuo balena”), in zona centrale le sbavature e le perdite di controllo sull’intonazione non si contano. Gli esempi potrebbero non aver fine: sbavature e imprecisioni tanto nel legato (pessimi il mi 3 e il fa3 di “dividi il tuo pianto, il tuo dolor”), che nello staccato (spaventose le svirgole incatenate nella salita dal fa2 al sol3 di “già per me l’universo dispar”). Se Tézier si è rivelato cavernoso e ballante nei duetti (rovinose davvero le terzine di Posa, nella chiosa della prima scena: “sarà un grido, un grido, Libertà!”), è tuttavia nelle arie da solista che il baritono francese ha dato prova delle proprie mende tecniche. La prima romanza, seguita all’ingolfato terzettino dialogato con Eboli ed Elisabetta, è stata lo sfoggio virtuoso del più pesante dei fraseggi possibili. Non solo: note spinte e ingolate (ricordo il fa3 e mi3 di “dato gli sia che vi riveda”) si sono alternate sitematicamente a calate costanti e ininterrotte (intere frasi!). Calante quasi sempre tra il do2 e il la2, Tézier è stato fautore, sino al terz’atto compreso, di un canto sempre più approssimativo quanto a intonazione, al punto da sollecitare, dopo lo scempio del terzetto in apertura del secondo atto, e dopo l’ingolfato e quasi canino canto di “Per me giunto è il dì supremo”, un’isolata contestazione da parte di uno spettatore. Contestazione che ha sortito, quanto meno, il risveglio del baritono francese dal tracollo canoro della serata, pungolandolo a interpretare “Io morrò ma lieto in core” in maniera meno disastrosa e traumatica (per le orecchie) rispetto a quanto preceduto.
Luciana D’Intino è stata l’altra grande pietra dello scandalo della serata. Certo la base tecnica di partenza non è minimamente paragonabile a quella di Tézier o degli altri comprimari. Ma la sua prova, anche solo paragonata alle registrazioni del ’93 in Scala o del ’98 a Bologna, certifica un declino vocale che la signora non cerca minimamente di arginare. Sono bastate le prime frasi d’ingresso (i fa3 ribattutti: imprecisi, disomogenei, quasi declamati; o la pasticciata “già che le stelle spuntate ancor non son”) per tratteggiare un quadro vocale piuttosto compromesso. La signora D’Intino, se gode di una buona potenza di emissione fino al la3, tende tuttavia a produrre suoni imbottigliati e fissi (l’effetto orchessa è dietro l’angolo!); in zona centrale e fino al re 4, poi, l’intonazione diventa vistosamente traballante, e l’emissione si indebolisce. Dal mi4 il suono recupera di intensità, ma l’emissione diviene rozza e spinta. Facile intuire, allora, che il mezzosoprano abbia dato vita ad una Eboli fortemente discontinua (davvero obbrobrioso il canto nel terzetto del secondo atto), zavorrata da un fraseggio pachidermico, incapace minimamente di restituire la varietà di indicazioni espressive previste per il suo personaggio (ricordo un “Tessete veli…” pesante come un transatlantico). Le imprecisioni in zona centrale non si contano: dal momento che la D’Intino spinge ogni nota per aumentarne il volume, ne deriva che ogni nota sia costantemente fuori fuoco e fortemente alterata nell’intonazione. Impressionanti poi le grida piazzate in acuto: il fa4 di “Allah! la Regina!” un vero bercio, così come gridati i fa4 e la4 staccati sul vocalizzo, o ancora, nel “Don fatale”, i si4 di “Ah solo in un chiostro” o di “Lo salverò”, veri urli munchiani.
Il Filippo di Giacomo Prestia, pur con tutti i vizi dovuti all’amplificazione della voce (lui e la Radvanovsky sembrano averne beneficiato massimamente), si è rivelato il migliore (ma sarebbe il caso di dire, il meno peggio) della serata. Certo, la voce, indietro nei gravi, comincia a ballare vistosamente oltre il si2, i declamati nei recitativi non si contano, le sbavature nell’intonazione sono disseminate qua e là come le briciole di Pollicino, ma quantomeno il basso fiorentino è stato l’unico a cercare di imprimere al proprio canto una screziatura espressiva che non limitasse il proprio personaggio alla stentorea esternazione di un’autorità regale, unica chiave espressiva, invece, di tanti e troppi Filippi. Valga su tutto, ovviamente l’ “Ella giammai m’amò” cantato e modulato seguendo davvero il percorso emotivo previsto da Verdi. Certo, per rendere l’addolorato trasognamento dell’incipit, Prestia ha completamente azzoppato l’andamento ternario che struttura l’aria, e sicuramente senza amplificazioni, gli sforzi e la resa sarebbero stati altri, ma nel deserto espressivo e vocale della serata, non sento di poter livellare la sua prestazione a quella dei colleghi.
Che dire della Radvanovsky? Che presenta nel canto i vizi di tante presunte soprano lirico-drammatiche. Eccessivo vibrato (sicuramente esasperato anche dalla amplificazione), voce schiacciata in acuto, e incapacità di modulare la voce attenendosi ai segni dinamici e di espressione previsti in partitura. Per altro, se la voce si schiaccia e arriva quasi a “cigolare” oltre il do4 (!!), nella prima ottava evapora completamente producendo un vibrantissimo pigolato (emblematica al riguardo la frase del duetto con Don Carlo al primo atto “Il dover come un raggio al guardo mio brillò”). Molti i momenti bui della performance della Signora Radvanovsky: dal “Tu che le vanità”, privato della sontuosa grandiosità che le prime ampie campate vocali sollecitano già dal rigo in cui sono scritte, e invece ridotto a discontinuo (nell’intensità dell’emissione) e schiacciato compitino da conservatorio, allo scempio della scena con Filippo prima ed Eboli poi, nel terzo atto, divenuta un’accozzaglia disomogenea di suoni schiacciati e lamentosi (valga su tutto l’incespicante“Ah! sola, straniera in questo suol!” con l’impreciso salto d’ottava sull’ “Ah! più sulla terra speme non ho”).
Complice principale di una serata, in cui l’obiettivo primo e condiviso sembrava quello di sfangarla nel modo più indolore e rabberciato possibile, è stata la direzione di Carlo Rizzi. Più che una bacchetta direi una cesoia, tanto ne è uscita tronca e depauperata la musica di Verdi. Nessuna nuance, nessuna sfumatura, nessuna corona. Una direzione piatta, assertiva sempre, che senza lesinare sulla resa fracassona delle parti corali (la scena dell’autodafè in primis), ha impresso alla serata un andamento o marziale, o smorto e allappante. Taccio degli altri ruoli (a cominciare dalla gutturale e quasi “rospesca” interpretazione dell’Inquisitore “offerta” da Victor Von Halem), perché sarebbe, a questo punto, un inutile accanimento, ma non posso quantomeno non menzionare i grossi problemi di coesione, e del coro (davvero grottesco il comparto sopranile nella Canzone del Velo), e dell’orchestra, che, direzione a parte, ha vacillato in più riprese quanto a intonazione (ricordo ancora coi brividi le calate dei corni nel preludio).
Della collaudata e sostanzialmente neutra messa in scena di Graham Vick, con consueti pannelli basculanti e lucernari-ferit(oi)e a forma di croce, nulla da segnalare.

Barbara

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“Paris, Madrid”, per dirla con Wenders. O “Madrid, Paris”, per onorare la cronologia. Certo, poco conta il ripristino di una successione temporale. Come poco importano ormai i mea culpa del teatro che regolarmente non sono arrivati. Ciò che rimane è invece la puntuale spudoratezza, declinata nella fattispecie come “il pasticciaccio dell’amplificazione” che, a distanza di poche settimane, si è riproposto Oltralpe, nella stessa dinamica ma con un pubblico (da musical, abituato magari agli archetti…) che con ogni probabilità nemmeno s’è accorto dell’”aiuto da casa”. L’occasione, che ha fatto ladro un cast complice, è stato l’allestimento di Don Carlo, nella versione in quattro atti con traduzione italiana di Achille De Cauzière e Angelo Zanardini su libretto originale francese di Joseph Méry e Camille Du Locle. Un “Don Carlito”, come lo si definisce tra appassionati per richiamare la partitura autografa di Verdi che, snellita del primo atto a Fontainebleau e del balletto della “Pellegrina”, sancisce l’avvenuta metamorfosi del sontuoso grand-opéra francese in un tipico melodramma all’italiana. Peccato che la ripresa parigina renda il simpatico epiteto adeguabile, per svariate suggestioni, a una compagnia di cantanti e a una bacchetta che per gentilezza definirei “brigantesche” (Carlito brigante, appunto!) e, più in generale, alla sintesi di un giudizio di valore. Insomma, un Don Carlo… “al diminutivo”!
Il comparto maschile.
Partiamo dall’Infante, uno Stefano Secco a cui non manca certo il phisique du rôle per tratteggiare un Carlo nevrotico, fragile, quasi isterico nel tentativo di conciliare l’amore per Elisabetta, il disprezzo per il padre e l’ideale politico. La dizione limpida gli permette di fraseggiare con credibilità ed è forse l’unico in scena a (cercare di) dare peso ai segni di espressione in partitura. Ma proprio quando tenta di colorire e imprimere dolcezza al canto la linea vocale si fa per lo più strascicata, e a nulla valgono i centri nitidi che comunque possiede. Ad onta di un’intonazione non sempre impeccabile, l’attacco in acuto del verso di sortita è sicuro e squillante, così come il si su «m’hai rubato», però si strozza sul sol di «sogni» che la forcella gli chiede di smorzare. Arriva sfiatato al duetto in chiosa all’opera, laddove i problemi del passaggio contribuiscono alla condanna finale (del cantante e del personaggio). Mi chiedo se forse il signor Secco debba riconsiderare in toto il suo repertorio, che a suon di Edgardi, Cavaradossi e Infanti non riesce mai, e dico mai, a portare a casa una serata senza strascicarla in suoni affannosi, figli del logorio vocale che parti così pesanti infliggono a voci piuttosto leggere come la sua (esemplare l’affanno da soffocamento nel «Tombe degli avi miei» fiorentino dello scorso anno). Eventualità che si è riproposta puntuale anche a Parigi. Va detto, per onor di cronaca(e qui dissento da ciò che dirà la mia cara Barbara!), che il cantante è stato forse il maggior beneficiario dell’amplificazione in sala. Si vede che i furbetti del microfono ben conoscono (e ricordano: Rodolfo lo scorso novembre) la voce di limitato volume di Secco. Certo, avrebbero potuto prestare maggior attenzione alla schizofrenica elargizione di decibel che gli hanno riservato (parsimoniosa talvolta, avara talaltra), magari evitando di metter benzina sui resti ancora brucianti di una serata davvero all’LSD…
Il marchese di Posa di Ludovic Tézier è stato il peggiore il campo. Nessuna idea interpretativa, nessuno slancio nella definizione del personaggio, nessuna volontà di dare al carattere di Rodrigo la rilevanza narrativa che meriterebbe. I suggerimenti espressivi di Verdi affogano nell’indifferenziato, mentre la rotondità melodica che caratterizza la tessitura del fido del Re si atrofizza in acuti fibrosi e in un passaggio superiore da conservatorio (croce condivisa con l’amico Carlo). Tutti limiti che si son fatti ben sentire in particolare nel secondo assolo del terzo atto «Per me giunto è il dì supremo» e quindi nell’aria successiva «O Carlo, ascolta». Inutile e noioso sarebbe dettagliare…
Giacomo Prestia invece ha dalla sua il pregio di tentare una lettura personale di Filippo II, cercando di scrostare la sontuosità dell’aura regale attraverso un autentico procedimento sottrattivo in chiave intimista. Abbiamo quindi un Re che prova a enfatizzare l’impotenza del privato più che l’autorità temporale della scena pubblica. Dotato di buon volume ma dall’emissione un piuttosto intubata, Prestia finisce spesso per sbiancare in suoni, quasi a sfiorare il parlato nella scena dell’autodafé del secondo atto, tanto che la sensazione in platea era quella di assistere a una sorta di prova d’insieme in cui i suoni, per motivi di mantenimento vocale (delirio moderno!) vengono giusto “marcati”. Nel grande assolo in apertura di terzo atto fa un po’ quel che gli pare della partitura, rallentando e accelerando a propria descrizione, in particolare sul primo verso e nella ripresa dello stesso, mentre la salita al do diesis acuto di «già spunta il dì» è tutta “indietro”, così come il re acuto su «o Dio», subito dopo.
Il Grande Inquisitore di Victor Von Halem ha un’incredibile, quanto potente, timbro gracidante che rende grottesco il preteso dogmatismo di cui sarebbe portatore. Scivola via liscio senza particolari brutture, eccezion fatta per la vuota discesa su «Sire» durante il duetto con Filippo.
Il comparto femminile.
Sandra Radvanovsky ha per natura un timbro che in alto risuona pesantemente stridulo e sgraziato. Ma la salita su «seguirà il mio cuor» in “Non pianger, mia compagna” non ha attenuanti del caso e si staglia come grido a tutti gli effetti, anche se la tessitura per lo più centrale della romanza (e della parte tout court) permette al soprano di venirne fuori piuttosto bene. Poco cambia nell’aria del quarto atto “Tu che le vanità”, a parte un certo affaticamento e l’esasperazione (anche degli spettatori) di un fastidiosissimo vibrato.
Luciana D’Intino definisce un’Eboli talvolta stabile e sonora al centro ma strillante in alto, mentre in basso delle due l’una: o cade vittima di notacce tutte di petto (è il caso delle discese nell’aria «O Don fatale»), o si prodiga in un declamato paraverista di dubbio gusto. Esemplare in questo senso il fa diesis su «Allah» nella canzone del velo, tale da trasfigurare il racconto di una sensuale infatuazione nella fredda cronaca di una mattanza. Stessa solfa nel terzetto del secondo atto con Carlo e Rodrigo (incredibile l’urlo sul si bemolle4 di «Oh gioia suprema!» dopo un intervallo di ottava) quasi la signora volesse imprimere una certa efficacia interpretativa consona al tono minaccioso del momento. Tremenda poi nel quartetto del terzo atto. Mai un suono a fuoco e spesso spaventosamente calante: complici le stimbrature di Tézier, la sequenza più deprimente della serata. Per farla breve, la signora D’Intino ha preso l’interpretazione del personaggio franco ed estroverso della principessa d’Eboli come l’anticamera (le prove?) alla Santa “malapasqua” ambrosiana della prossima stagione, sempre che non le tocchi l’agognata suocera. In fondo, da Luciana a Lucia, via Francofonte, la strada è breve.
Mi rendo conto che sia poco educato prendersela con il comprimariato considerati i tempi di vacche magre per i ruoli protagonisti, ma sul Tebaldo di Elisa Cenni posso dire che in alto lancia acuti alla “viva il parroco” che se dovessi definire acidi passerei per buonista, mentre la “voce dal cielo” di Olivia Doray non ha davvero nulla a che fare con il canto.
La direzione di Carlo Rizzi è stata all’insegna della durezza, in particolare in apertura. Nessuna sfumatura, solo suoni secchi. Si riprende per l’accompagnamento alla canzone del velo, in cui riesce ad imprimere al momento una giusta leggerezza esotica. “Soavità” che purtroppo trascina fino all’autodafè, laddove invece ci sarebbe poco da star tranquilli...

Una nota di colore. Durante il primo dei due intervalli, un signorotto piuttosto saccente ha sbottato: “Ciò che determina la riuscita dello spettacolo non sono tanto le voci, ma la scenografia, i costumi…!” Forse un nostalgico del grand-opéra deluso dalla versione italiana? Vox populi, vox Dei, si diceva una volta! I bei tempi in cui onoravo i palcoscenici rossiniani con la mia cara sorella Barbara! Dico “una volta” perché oggi, almeno per una signora un po’ in là con l’età, mi sembra che l’esperienza e la logica popolare abbiano abdicato a quel ruolo regolatore di verità a cui la locuzione rimanda. E va da sé che quel che rimane è il solito precipitato di vocazione onnivora ed esaltazione mariana. L’ho detto ora, una volta per tutte, perché da buona piemontese vorrei fugare certe scomode e logore (anche per me!) dicerie sulle mie origini geografiche. Questo per dire che potrei peccare di deficit di cortesia ma, come sarebbe capace di replicare il mio compagno di leva Benoit, falsa, proprio falsa, no e poi no!

Carlotta



Gli ascolti

Verdi - Don Carlo


Atto III

Sei tu, bella adorata - Dino Borgioli, Ebe Stignani & Richard Bonelli (1938)

Atto IV

Ove son?...Dormirò sol nel manto mio regal - Pol Plançon (1907)

Per me giunto è il dì supremo - Sesto Bruscantini (1967)

Atto V

Tu che le vanità - Sena Jurinac (1960)

E' dessa - Bruno Prevedi & Rita Orlandi-Malaspina (1968)



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martedì 28 ottobre 2008

I Vespri Siciliani in Genova

Decisamente plumbei i Vespri Siciliani che hanno aperto la stagione genovese (serata inaugurale trasmessa in diretta dal terzo canale di Radio Rai e in differita ieri sera dalla radio norvegese). Opera di non facile allestimento, il primo cimento verdiano (se si esclude il rifacimento Jérusalem) nella magniloquenza di gusto francese rischia, se affidato a interpreti inadeguati, il naufragio tra la noia e lo sconforto del pubblico. Il che è per l'appunto avvenuto.
Una partitura come quella dei Vespri non può essere affrontata con la monocorde "brillantezza" (più adatta a un Don Pasquale che a un grand-opéra) adottata fin dalla Sinfonia da un Renato Palumbo persino più pasticcione di quanto udito in Pesaro l'estate passata: colori smunti, tempi inutilmente pimpanti (la comica rivolta finale) e quel che è peggio attacchi sbavati e frequenti scollature buca-palco. Si vede che la grande direzione d'orchestra percepita dai critici dei quotidiani, per radio, non passa! Ugualmente misteriosa resta la scelta di tagliare un po' ovunque la partitura verdiana (con l'omissione totale della siciliana del tenore al quinto atto), segnatamente in epoca in cui il rispetto dell'integralità del testo musicale pare totemica necessità (vedi maratone barocche, con la significativa eccezione proprio del Carlo Felice, teatro in cui la Cleopatra haendeliana può perdere la sua grande aria finale senza che gli astanti facciano una piega... viva il buon cuore del pubblico genovese). Ma è sul palco che si sono manifestati i veri problemi, a partire dal tenore Casanova, che la perizia critica di Andrea Merli ci ha additato come novello Bergonzi, tutto un urlo e un impiccamento fin dal recitativo d'entrata, miagolante quando vorrebbe farsi morbido, tragicamente indietro, privo di squillo e d'incisività nel fraseggio. Degno padre di tanto figliolo un Franco Vassallo più intonato e meno fibroso del solito, ma tendenzialmente muggente e col fiato corto specie nella celeberrima pagina In braccio alle dovizie. Il timbro cavernoso, l'accento esageratamente torvo, la dizione improbabile di Orlin Anastassov ne fanno un Procida senescente ai confini del comico, mentre la Duchessa Elena della Radvanovsky, dall'acuto agro e gutturale al grave, affronta i primi due atti in modo non più che discreto (ma la voce, più che alla nobildonna austriaca, fa pensare a un'allegra comare di Windsor in trasferta sicula), per crollare al terzo e offrire nel quarto un Arrigo ah! parli a un core strillacchiante e a tratti ululato. Problemi che si ripetono al quinto atto, con un Bolero a tempo di requiem e nondimeno affannoso (mercè diletto Palumbo) chiuso da un acutino al di là del bene e del male. Insomma la cantante americana non manca totalmente di musicalità e il vibrato caprino (vedi Borgia di Las Palmas) appare meglio sorvegliato del solito, ma il ruolo verdiano è per lei troppo arduo cimento, ché la signora, a onta della voce sicuramente importante, non può dirsi soprano drammatico. Ma che importa, del resto? Il pubblico sembra aver gradito. Clap... clap... clap!

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mercoledì 30 gennaio 2008

Cyrano de Bergerac alla Scala


Domanda ingenua e come tutte le ingenue perfida: “Ma era proprio necessario riproporre il Cyrano de Bergerac alla Scala?”
In una stagione dove la poca inventiva e gli scarsi mezzi si coniugano in maniera impietosa, la ripresa di un titolo desueto e non forse per caso dubito abbia significato e rilevanza.
E qui mi fermo perché mezzo secolo or sono la domanda era destinata, grosso modo con gli stessi argomenti, a riproposte come la Bolena di Maria Callas o la Semiramide e la Beatrice di Tenda con Joan Sutherland.
E quindi la sospensione del giudizio è doverosa in merito all'opportunità della ripresa dell’opera di Alfano.

Però ci sono osservazioni doverose come la sospensione del giudizio circa l’opportunità della riproposizione.
Siamo al solito uso strumentale di spartiti ed edizioni di un titolo.
Cyrano de Bergerac venne rappresentato il 26 gennaio 1936 all’Opera - allora Teatro Reale dell’Opera - di Roma con Maria Caniglia e José Luccioni. Solo nel maggio successivo all’Opera Comique venne rappresenta in lingua francese. Credo in omaggio all’originale romanzo di Rostand, uno dei capisaldi della letteratura francese.
La limitata circolazione dell’opera però avvenne sempre in lingua italiana.E non vedo validi motivi per non rappresentare la versione originale, a maggior ragione in un teatro italiano.
Oggi una Carmen in italiano, versione che pure ebbe l’onore della Galli Marie protagonista al suo apparire in Italia, verrebbe bollata per uno scempio e tacciamo delle reazioni per un Wagner in italico idioma.
Ma sul Cyrano, siccome qualcuno l’ha imparato in francese, silenzio. Attendo ansioso che qualche rappresentante della critica togata affronti l’argomento.
Perché se tutti tacciono aspetto ancor più ansioso una bella Semiramide in francese coi balli ed arie aggiunte. Ammesso e non concesso che chi ha istituzionalmente l’incarico di programmazione sappia dell’esistenza di questa versione, pure approvata da Rossini.
Come pure anche senza lo spartito è chiarissimo che il title role sia stato ampiamente rimaneggiato ed opportunamente ridotto nella gamma di estensione per essere alla portata dell’attuale titolare.
Attuale titolare è il signor Domingo, che ulteriormente accorciato, inadeguato scenicamente perché salti e mobilità alla sua età (quale che sia ufficiale o ufficiosa) costano fatica, ha sfoggiato la stessa voce dura e fibrosa di ogni sua apparizione, al primo atto, nella scena del teatro, anche malferma, con qualche sol o la acuto durissimo e di gola e nessuna dinamica di canto che faccia pensare ad un innamorato poeta. Tanto eloquente quanto fisicamente sgraziato. Basta sentire la scena del balcone quanto Cyrano si maschera da Christian dove il ricorso al parlato è assai frequente.
Non sono mai stato un estimatore di Domingo, ma il signor Domingo che cosa ha che spartire con una parte che, senza ascendere ad acuti stratosferici, richiede capacità di espandersi in zona medio alta e di sospirare melodie d’amore, anch’esse in zona centrale, ma con obbligo di piani e languore?
Non trovo censurabile in astratto il rappezzo, l’accomodo (anche se talvolta è evidentissimo e poco musicale), molto invece una raffigurazione inadeguata del personaggio.
Quanto agli altri, se si volesse esemplificare che cosa si intenda per urla belluine (termine molto usato nelle recensioni teatrali) o per slancio inconsulto (termine caro ai soprani veristi) basta sentire l’ingresso della Radvanovksy nella scena del campo. La voce di considerevole volume in zona medio alta suona sistematicamente fissa e stonata. Legato, dinamica, colori, essenziali in una parte pensata per Claudia Muzio (Maria Caniglia fu una scelta dettata dalle condizioni di salute della divina Claudia) e che richiederebbe la cantante attrice di stampo verista. Nulla di tutto questo piani e pianissimi suonano indietro in alto urla scomposte e sconsiderate.
Accomuno nella recensione i signori Alberghini e Spagnoli, rispettivamente Carbon e De Guiche. Motivo semplice: ufficialmente sono bassi. In natura la voce di basso è rara e difficile a trovarsi, come quella del contralto. Entrambi con adeguata e ripensata cognizione tecnica canterebbero e credo esibendo voci ben più sonore e squillanti in registro di baritono.
Basta pensare all’esempio di Bruscantini, partito come basso ed approdato persino a Rigoletto o Renato del Ballo.
Poi deve essere segnalato il miracolo dell’orchestra scaligera. Suona bene nel Tristano, in maniera indegna nella ben più facile Stuarda e poi ritorna ad esibire un suono morbido ed ampio precisione in tutti i settori in occasione del Cyrano.
Le conclusioni mi paiono scontate.
Quanto alla messa in scena per chi è amante della tradizione, del descrittivismo si tratti di una via , di un teatro o di una boulangerie di Parigi, piuttosto che delle mura dell’assediata Arras lo spettacolo proposto da Francesca Zambello è splendido.
Sarà bieca tradizione, sarà il retaggio delle scenografie alla Benois (che tanto infiammarono proprio il pubblico scaligero), ma dopo il magazzino industriale propinato nel Tristano o il catalogo della Breda Tubi portato in scena nella Stuarda, un po’ di scontata tradizione riconcilia con l’opera. Almeno gli occhi. Per le orecchie possiamo dire “ riprova sarai più fortunato”.

Franco Alfano
Cyrano de Bergerac
Libretto di Henri Cain
Nuovo allestimento

Direttore - Patrick Fournillier
Regia - Francesca Zambello
Scene - Peter J. Davison
Costumi - Anita Yavich
Luci - Mark McCullough
Coreografia - Duncan MacFarland

Personaggi e Interpreti
Cyrano - Plácido Domingo
Roxane - Sondra Radvanovsky
La Duègne - Annamaria Popescu
Lise - Carla Di Censo
Soeur Marthe - Monica Tagliasacchi
Une Soeur - Anna Zoroberto
De Guiche - Pietro Spagnoli
Carbon - Simone Alberghini
Christian - German Villar
Ragueneau - Carmelo Corrado Caruso
Le Bret - Claudio Sgura
De Valvert - Guido Loconsolo
L'Officier espagnol - Nikoloz Lagvilava
Le Cuisinier - Davide Pelissero
Lignière - Alessandro Paliaga
Le Mousquetaire - Daniel Golossov
Montfleury - Pierpaolo Nizzola
Prima sentinella - Giuseppe Bellanca
Seconda sentinella - Lorenzo Decaro

Teatro alla Scala, Milano
29 gennaio 2008

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