mercoledì 15 settembre 2010

Ermione di Gioachino Rossini - Opera Rara

Ermione, oggi, è entrata di diritto nel novero dei più alti e affascinanti capolavori di Rossini, eppure essa fu l’unico, vero insuccesso del compositore. Rappresentata per la prima volta il 27 marzo del 1819 per il Teatro San Carlo di Napoli, scritta per il pubblico più musicalmente progredito d’Europa – già avvezzo alle tante sfide e innovazioni che Rossini gli sottoponeva – interpretata dai più grandi cantanti dell’epoca (Colbran, Nozzari, David, Pisaroni) e dalla migliore orchestra italiana, non piacque. Cinque repliche (a cui ne vanno aggiunte altre due, ma limitate al solo atto I) sono poche, anche per un mondo in cui l’opera era anche prodotto di consumo e il teatro era vivo e vissuto. Questa volta il genio pesarese non venne capito, proprio in quella Napoli ove ottenne (e dove ancora otterrà) i suoi più grandi trionfi.

Opera complessa, certamente, e ambigua: dalla severa linea neoclassica – fedele, soprattutto nello spirito, all’Andromaque di Racine, da cui il bel libretto di Tottola trae ispirazione – ma pure esuberante di invenzione musicale, di furore belcantista e di ricchezza orchestrale. Rossini riserva un’elaborazione strumentale di insolita difficoltà accompagnata ad una linea vocale che coniuga un virtuosismo trascendentale (nel senso più autentico, così come inteso da Liszt) ad un incedere tragico di purezza canoviana. In questa sua creazione, l’autore spinse lo scardinamento delle convenzioni, ben oltre le capacità e le possibilità del suo pubblico: anche quello più smaliziato. Infatti pur se, formalmente, l’opera mantiene la sua scansione in numeri chiusi, essi vengono rivoluzionati dall’interno e il rispetto per le forme viene forzato come mai prima d’ora (si pensi alla Sinfonia con il coro, il grande finale primo, la particolarissima scrittura della protagonista – la cui Gran Scena non chiude l’opera, come era convenzione – il finale tragico e non risolutivo, l’uso del recitativo drammatico). Si comprende, dunque, lo sconcerto del pubblico di fronte ad una tale messe di novità. Rossini era ben conscio di aver scritto musica difficile, tanto da pronosticarne il successo e la giusta comprensione solo dopo la propria morte (parole profetiche!), ma allo stesso tempo amò quella sua sfortunata creazione – la chiamava il suo piccolo Guillaume Tell italiano – tanto da riutilizzarne talune parti in altri suoi lavori: nel semi pastiche approntato per Venezia Eduardo e Cristina, nella revisione della Donna del Lago, nella versione veneziana del Maometto II, nella sua revisione francese Le Siége de Corinthe, nella versione parigina di Zelmira, nonché nel progettato Ugo, re d’Italia. Tuttavia l’opera sparì e si dovette aspettare il XX secolo per una sua compiuta riscoperta: precisamente nel 1987 a Pesaro, nell’ambito del ROF, venne presentata l’edizione critica della partitura, curata da Philip Gossett. Spettacolo storico, indimenticabile per lo splendore del canto della Horne e dei protagonisti maschili (allora ancora una vocalità semi sconosciuta, in un mondo musicale che da poco stava riscoprendo la correttezza dell’autentico stile musicale rossiniano), quei Merritt, Blake e Morino che oggi sono oggetto – in certi luoghi della critica più o meno ufficiale – di inconcepibili ridimensionamenti, ma funestata dal disinteresse della bacchetta di Khun e dalla vergognosa esibizione di una Caballè più svogliata del solito, impreparata e sfasciata vocalmente. Di pochi mesi precedente l’unica edizione discografica ufficiale dell’opera, almeno sino ad oggi: diretta da un abbastanza ispirato Scimone ed interpretata da Merritt (quale Oreste e non il più adatto Pirro: scelta che non ho mai compreso), Palacio (al limite delle sue capacità), Matteuzzi, la Zimmermann e la Gasdia. Ad esse seguirono altre rappresentazioni che non si fanno certo ricordare per la protagonista (dalla sfasciatissima Caballè nell’88 all’improbabile Antonacci, dalla sgradevole Pendatchanska alla Miricioiu, sino alla Ganassi del ROF 2008), mentre per i ruoli maschili si alternavano Merritt, Blake, Ford, Kunde. Da poco disponibile – almeno per il mercato anglosassone: da noi si dovrà attendere la fine di settembre – la nuova edizione discografica pubblicata da Opera Rara. Uscita più che gradita – inutile qui ribadire i tanti meriti della piccola etichetta inglese, nell’esplorazione di un repertorio per lo più dimenticato o sottovalutato – ma che non convince appieno. Per diversi motivi. Innanzitutto, un piccolo rilievo di carattere “commerciale”: Opera Rara abbandona la consueta eleganza dei suoi cofanetti, a favore di un più agile e leggero box (di quelli a tasca, con apertura su di un lato) ove si infilano libretto e cd. Immagino per motivi legati ai costi produttivi. Purtroppo il tutto avviene a prezzo invariato, sicché l’unico vantaggio si svolge a favore della casa discografica. Ma a parte il fastidio per questo nuovo formato (di costo uguale al precedente, ma di qualità molto più bassa), ben altri sono i problemi. Questa Ermione è compromessa da due fattori: la direzione d’orchestra e il tenore che interpreta Pirro. Ora, che David Parry fosse un direttore mediocre, non è scoperta di oggi, ma mai come in questa incisione è risultato piatto, pesante, chiassoso: pure qualche nostrano battisolfa potrebbe dargli lezioni di stile e sensibilità. E se questo tipo di direzione può essere tollerata con Pacini o Mercadante e già diventa poco sopportabile con Donizetti, è intollerabile per un’opera che ha nell’elaborazione orchestrale uno dei suoi aspetti più particolari. Parry compromette la densa scrittura rossiniana, le suggestioni beethoveniane, l’atmosfera drammatica: la Sinfonia, ad esempio, è un campionario di brutture, eseguita senza sfumature, con un coro sgangherato che strilla – ma dovrebbe udirsi fuori scena, come un lontano lamento di disperazione – in italiano ostrogoto, “Troja qual fosti un dì”; ma anche il finale I risolto in chiasso bandistico; o l’accompagnamento svogliato e rinunciatario delle arie. Insomma per dirigere Rossini – in particolare quello napoletano e francese – occorre un grande direttore, avvezzo alla musica sinfonica e profondo conoscitore dei compositori di area austro tedesca. Peccato che Abbado si sia dedicato alle sole opere buffe! Ma oltre a Parry, l’altro peccato mortale di questa incisione è il Pirro di tale Paul Nilon. Cresciuto nel vivaio del comprimariato di Opera Rara, è stato sconsideratamente promosso ad uno dei ruoli più difficili del Rossini serio (forse quello più impegnativo insiema all’Antenore di Zelmira). Nilon, semplicemente non ha la voce, la tecnica e il carisma per affrontare la parte. Manca di sicurezza, pasticcia la coloratura, fatica negli acuti (dispensati con parsimonia inusitata, persino il Kunde del 2008 al ROF era in questo più generoso) e i bassi risultano sgradevoli. Manca soprattutto di nobiltà e fierezza. “Balena in man del figlio” è un disastro: si dimentichi subito Merritt (paragone insostenibile per chiunque: soprattutto quello del recital The Heroic Bel Canto Tenor) e le sue spericolate salite al sovracuto (sino ad uno spettacolare Mi interpolato nella cadenza finale) o le bronzee discese baritonali; si dimentichi pure Kunde, Ford e persino Palacio! L’aria è un tour de force di 10 minuti, che mostra tutta la potenza del re, nella sua sfida orgogliosa alla Grecia: sontuosa come un’aria barocca, elaborata e complessa, più di qualsiasi altra aria rossiniana per baritenore. Nilon, invece, ne fa lo sfogo isterico di un sovrano debole ed effemminato, infastidito da richieste che non vuole, per mero capriccio, soddisfare. Dov’è l’orgoglio dell’eroe? La sua forza? La sua superbia? La sua rabbia? Non certo nela voce di Nilon: già la prima discesa al basso è avventurosa, la coloratura è imprecisa e pasticciata, i fiati corti (nella seconda sezione arranca non poco, grazie anche ai tempi assurdamente lenti imposti da Parry), gli acuti faticosi. Si aggiungano poi variazioni prudentissime e piane e cadenze che mai Rossini avrebbe potuto scrivere, talmente sono brutte e fuori stile. Pessimo, senza scampo. Ed è un peccato, visto che il resto non è affatto male: l’Oreste di Colin Lee – pur non facendo, ovviamente, dimenticare Blake – è efficace, abbastanza facile nell’acuto (anche se talvolta in odore di falsetto), evitando fastidiosi effetti zanzara, sicuro nella coloratura (sgranata e precisa) e nell'intonazione; discreto il Pilade di Bulent Bezduz; accettabile l'Andromaca di Patricia Bardon; dignitosi i comprimari, fatta salva la pronuncia (perfettibile per tutti). Una menzione particolare a Carmen Giannattasio che veste i difficili panni della protagonista: Ermione è parte atipica, ibrida, costruita sulla particolarissima vocalità di Isabella Colbran, oggi sfuggente. La scrittura si caratterizza sia per un uso spregiudicato dell’ornamentazione (tra le più complesse della storia dell’opera) sia per l’utilizzo del recitativo declamato e drammatico. Spesso – per un fraintendimento formale – i ruoli Colbran vengono affidati alla voce di mezzosoprano, eppure essi restano schiettamente sopranili: certo di un soprano dalla voce corposa e drammatica, sicura in acuto e dai centri solidi. La Giannattasio, tutto sommato, ne esce a testa alta (pare nettamente migliorata rispetto alla poco riuscita Parisina): certo non è la reincarnazione della Colbran e non tutto funziona alla perfezione, ma è, ad oggi, l’Ermione meglio cantata. Più sicura negli acuti e meno sguaiata della Ganassi e della Antonacci, più solida della Gasdia e infinitamente migliore della Caballè (la Giannattasio, a differenza della diva catalana, non farfuglia la coloratura, non spiana l’ornamentazione, non strilla gli acuti, né si rifugia in comodi ed inutili “filatini”, per non parlare del registro basso e centrale, sonoro e non traballente, al contrario della “roba” che usciva dalla bocca della Caballè). Emblematica la Gran Scena (anche se resta insuperata quella interpretata dalla Cuberli in un vecchio recital): anche se, purtroppo, viene accompagnata in modo semi dilettantesco da Parry (sentire la bandaccia fuori scena nella sezione centrale), la Giannattasio ben scolpisce il recitativo iniziale, mostra qualche difficoltà nel successivo arioso (soprattutto nella discesa ai bassi, molto sollecitati nel brano), ma la voce non perde mai di consistenza e di messa a fuoco; supera senza troppi problemi il diluvio di coloratura del cantabile, traccia con accento attendibile i continui sbalzi d'umore della principessa sino all'esplosione finale (dove tuttavia qualche affaticamento nell'estremo acuto è percepibile). Un ultimo accenno alla qualità dell'incisione, che è decisamente al di sotto degli standard Opera Rara (con evidenti problemi di bilanciamento e di equalizzazione: soprattutto nelle alte frequenze). Alla fine un'occasione sprecata: un'incisione che avrebbe potuto essere di qualche interesse (almeno per la protagonista) è stata compromessa da una direzione inadeguata e da scelte di cast incomprensibili (qualcuno migliore di Nilon, non penso fosse impossibile trovare: persino l'usurato Kunde, in studio e nella comodità della sala d'incisione, avrebbe potuto far meglio).



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lunedì 13 settembre 2010

Sonia Ganassi in concerto alla Scala

Il canale 416 di Sky, Casa Alice manda in onda quasi ogni sera alle 23 una trasmissione intitolata “Il club delle cuoche”, dove la simpatica signora Luisanna Messeri, di opulenta conformazione fisica, propone, in compagnia di qualche ospite, piatti semplici, di tradizione toscana popolare quando non ispirati dal mitico Pellegrino Artusi, nume tutelare della cucina italiana.
La signora Rosetta Cucchi, eclettica operatrice del teatro odierno, assomiglia, e parecchio, alla Messeri, tanto che è difficile non sentirsi nella cucina della Messeri nel vederla seduta al pianoforte. Il duo Ganassi-Cucchi ieri sera di cucina ce ne ha dispensata, purtroppo, solo di bassa, perlopiù piatti scongelati senza sapore, qualcuno pure andato a male. Programma - menù elegante, restituito al pubblico malissimo, oltre ogni peggiore aspettativa nutrita dai sottoscritti, certo completi disistimatori della tecnica canora del mezzo italiano oltre che dell’arte pianistica della Cucchi, ma convinti assertori della musicalità, del buon gusto e dell’intelligenza interpretativa della Ganassi.
E l’antipasto ci è stato servito ancor prima dell’inizio del concerto, con il bellissimo svarione che troneggiava nel cartellone in piazza, e rimbalzato poi nel programma di sala, ove si annunciava erroneamente Regata Veneziana di Rossini come serie di brani appartenente alle Soirées Musicales, anziché dai Péchés de Vieillesse.

La recensione potrebbe ridursi a qualche riga sintetica, perché l’eccesso di analisi nella recensione, brano per brano, sarebbe impietosa.
Mettiamo subito da parte il pianismo “economico” della signora Cucchi ( suonare in concerto è qualcosa di più che accompagnare un cantante che ripassa uno spartito), che in alcuni momenti ha sfiorato il grottesco, come nella meccanica Habanera o nella pasticciata scena della seduzione di Dalila: accompagna male, talora anche meccanicamente ripeto, senza tocco, senza creare atmosfera alcuna, ma e soprattutto senza rendere il senso dei brani, differenziare tra loro gli autori, restituendone la specificità. Non parliamo poi del coadiuvare il cantante, perché saremmo nell’empireo delle pretese….Davvero male, ma veniamo alla vera protagonista.
La signora Ganassi ha allestito un bellissimo programma, inadeguato in gran parte alle sue condizioni vocali. La tecnica è quella di sempre, ma il mezzo naturale è consunto. Il suo canto non conosce l’uso del fiato, i gravi sono inchiodati nella strozza e tubati, continuamente spinti a produrre note “chiuse”, gutturali, senza sonorità, impossibilitate a liberarsi nell’aria; un centro senza sostegno tra la gola e la bocca, ove si collocano tutti gli acuti ( i primi, beninteso, chè altri non ve ne erano da emettere…. ), falsettini senza peso e volume, slegati dal resto della voce. Gola –bocca; bocca –gola è la continua macchinazione che la signora Ganassi compie con una fatica palpabile a vederla oltre che a sentirla, a suon di contorsioni del corpo e del viso, ottenendo modulazioni del suono appena accennate o eseguite con vera fatica, incertezza ed esiti alterni, perché se il fiato non regge la voce, questa non ha “il giro”. Voce che, peraltro, ha avuto corpo ieri solo quando la cantante ha spinto con forza, esibendo la fibra ed indurendo la linea di canto, che non ha mai trovato un attimo di vera morbidezza, ma solo la ridicolaggine dei pianini in falsetto. Dizione incomprensibile o pasticciata in ogni lingua, perché in queste condizioni non si può articolare la parola.
Quasi irriconoscibile Rossini, da “no comment” per una rossiniana doc come questa cantante pretende di essere. Fissità e cali di intonazione sparsi, da Berlioz (catastrofiche le note tenute gravi immodulabili e monotone allo sfinimento, di brani che battono una tessitura troppo grave) a De Falla, dove ci sono stati momenti di canto anche sguaiato ed ordinario. Mi spiace usare questi termini, ma non ne conosco altri per una delle più grottesche esecuzioni mai udite di questi brani: si compri un disco di Teresa Berganza per capire come si canti De Falla con l’eleganza e lo stile appropriati, perché che Sonia Ganassi manchi anche nelle sue prerogative musicali e stilistiche mi pare fatto grave. Un filo meglio è andato forse Brahms, di tessitura meno bassa delle Nuits d’Eté, anche se non è normale che la voce solista in concerto sia coperta dagli strumenti... almeno credo.
Se poi mi addentro nell’analisi dei bis, i brani più applauditi, anche perché più noti e graditi, debbo rilevare la durezza della voce nell’Habanera, bisbigliata e con esecuzione maldestra dei melismi bizetiani; le continue fratture della linea di canto della seduzione di Dalila, prototipo di aria da cantare sul fiato, priva della necessaria armonizzazione tra i registri grave e centrale, della necessaria cavata oltre che….della voce, che fino a prova del contrario caratterizza Dalila. Meglio alle prese con i singhiozzetti della Perichole, recitata con ostentata confidenza con il pubblico, ma in realtà assai affettata.
Insomma, un concerto velleitario ove il mezzo italiano non si è dimostrata all’altezza del bel programma scelto ma nemmeno di se stessa. Una vera delusione, che ha fatto scappare al primo tempo qualche amico notoriamente tollerante, ricordatosi che la finale di Flushing Meadows in tv era imminente ed assai più interessante.



Gioachino Rossini: da Péchés de vieillesse, album n°1 italiano
9. La regata veneziana

Hector Berlioz
Les Nuits d’été op. 7
1. Villanelle
2. Le spectre de la rose
3. Sur les lagunes
4. Absence
5. Au cimetière, “clair de lune”
6. L’île inconnue

Johannes Brahms
Zwei Gesänge op. 91
per mezzosoprano, viola e pianoforte
1. Gestillte Sehnsucht
2. Geistliches Wiegenlied

Manuel de Falla
Siete canciones populares españolas
El paño moruno
Seguidilla murciana
Asturiana
Jota
Nana
Canción
Polo







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sabato 11 settembre 2010

Stagioni 2010-11. Berlino, Dresda, Monaco di Baviera

Scorrendo i programmi delle nuove stagioni dei teatri lirici di Berlino, Monaco di Baviera e Dresda, il melomane passatista si pone alcune questioni, il cui peso è direttamente proporzionale all'importanza e al valore del melomane stesso. Peso nullo, quindi, o almeno così ci sentiamo rammentare ogni giorno da svariati pulpiti.

Tanto per cominciare, i titoli allestiti sono sempre e invariabilmente gli stessi, con rare eccezioni. Senza pretendere chissà quali azzardi di programmazione (Weber o altre opere “esotiche”), per un Mitridate (naturalmente in salsa baroccara e contorno di controtenore, oltre che insaporito dall’Aspasia di Patricia Petibon) bisogna attendere il Münchner Opernfestspiele, dato che il resto della stagione bavarese non conosce altro Mozart che quello della trilogia italiana e dei Singspiel. Le cose vanno un poco meglio per il repertorio italiano, a condizione che si tratti di opere verdiane o pucciniane (sempre nell'ambito della "trilogia" Bohème/Tosca/Butterfly), perché a dir poco latitanti risultano Bellini (salvo i Capuleti, allestiti a Monaco con il tramontato Romeo di Vesselina Kasarova, e la Norma, proposta ancora alla Bayerische Staatsoper con l’immarcescibile Gruberova), il Donizetti serio extra Lucia (con l’eccezione della Borgia sempre a Monaco e sempre con Frau Edita, e della Bolena, stavolta a Dresda ma sempre con la Gruberova, forse l’ultima diva, per quanto acciaccata, a poter imporre questo autore nei teatri tedeschi) e più ancora Rossini, la cui sopravvivenza in cartellone è legata essenzialmente alla trilogia buffa e a qualche sporadico esperimento (Gazza ladra a Dresda, affidata alla pertinace bacchetta di Michele Mariotti e con il Giannetto di Michael Spyres, alle prese con un ruolo sulla carta a lui ben più adatto del Rodrigo di Donna del lago, pure presente a breve scadenza nel suo calendario, o ancora Turco in Italia a Berlino, peraltro affidato a una coppia di assai discutibile tenuta, Alexandrina Pendatchanska e Lorenzo Regazzo, e alla bacchetta non esattamente lieve di Antonello Allemandi) che comunque non intacca il serbatoio delle opere napoletane, vera e propria rara avis della programmazione moderna. E forse, anche in considerazione di quello che si è in tempi recenti uditi nell'adriatico penetral più sacro della musica rossiniana, la scelta non è poi priva di fondamento. Questa impressione si alimenta e sostenta, allorché si consideri il cast schierato per un’opera in potenza (e per cast) già pienamente rossiniana, quale la Medea in Corinto di Mayr, allestita appunto in Monaco con Iano Tamar (già periclitante Semiramide una ventina d’anni fa proprio in Pesaro) quale novella Colbran e il ruolo Nozzari consegnato alle cure di Ramón Vargas, antico tenore contraltino che, perso lo smalto degli acuti, ha ancora qualche carta da giocare al centro della voce, sia pure gestita con una fatica sempre più evidente (ricordiamo la Manon viennese di alcuni mesi fa).
Quanto poi al verismo, occorre che siano i Divi ad imporre il titolo, o meglio, che le case discografiche, che i suddetti Divi costruiscono, appoggiano e sostengono, sempre e comunque, impongano il titolo ai teatri. È con ogni verosimiglianza il caso dell’Adriana Lecouvreur allestita alla Deutsche Oper berlinese, che schiera nel cast, accanto alla Principessa di Anna Smirnova (che saprà approfittare dell’occasione e della scrittura decisamente contraltile della parte per offrirci l’ennesimo saggio di rigore stilistico e fraseggio ammaliatore, così come imperdibile appare fin d’ora la sua Lady Macbeth verdiana nello stesso teatro), i celebrati – da altre penne – Angela Gheorghiu e Jonas Kaufmann. Di quest’ultimo è peraltro in arrivo nei migliori negozi di dischi un album, dedicato ai grandi ruoli della Giovine Scuola. Album che, ne siamo certi, susciterà in certa critica e in certo pubblico rapimenti mistici paragonabili solo a quelli di Teresa di Lisieux. Chi avesse seguito la nostra chat nelle ultime settimane, avrà registrato, a proposito delle preview di questo bel disco, ben altre reazioni.
Kaufmann si produrrà, fra l’altro, anche in un nuovo Fidelio, allestito a Monaco dall’iconoclasta (o presunto tale) Calixto Bieito con la direzione di Daniele Gatti (la cui Leonore beethoveniana non suscitò certo entusiasmi, anni fa, in Bologna) e, per alcune repliche, Fabio Luisi. Non dubitiamo che il regista spagnolo, sempre attentissimo alla fisicità dei cantanti, saprà trarre conveniente partito dalla presenza del tenore bavarese (ultimamente un poco in disarmo sotto il profilo scenico, vedi la recente Tosca sempre da Monaco), ma ci domandiamo come il medesimo tenore potrà risolvere il ruolo, vista la recente e tutt'altro che brillante prova di Lucerna. È pur vero che Kaufmann sarà affiancato da Anja Kampe, ma una Leonora d’intonazione sistematicamente calante non giustifica di per sé un Florestano afonoide e fibroso, anzi. Assolutamente da non perdere, sempre a Monaco, la Carmen che vedrà l’incontro/scontro del Don José di Kaufmann (di cui ben ricordiamo la claudicante performance scaligera) e della Carmen di Kate Aldrich, che dopo avere cancellato la prevista Cenerentola pesarese è stata duramente riprovata in Arena (non proprio un teatro incline al fischio, almeno oggi) per l'appunto nei panni della fatale gitana. La Aldrich è poi attesa a Berlino quale Didone dei Troiani di Berlioz, opera in cui sarà affiancata da Ian Storey e, in alcune repliche, da Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Cassandra.
E l’opera contemporanea? Tramontato o quasi l’astro di Janácek (del resto le platee tedesche non necessitano certo delle campagne kulturali di cui è dedicatario così frequente il pubblico italiano), sorge quello di Poulenc, ovviamente nel suo titolo più complesso ed esigente in fatto di cast. I Dialoghi delle Carmelitane saranno allestiti alla Deutsche Oper con la bacchetta di Yves Abel e un cast in cui spiccano (si fa per dire) Rachel Harnisch, Julia Juon, Michaela Kaune e Ulrike Helzel, mentre a Monaco Kent Nagano dirigerà nei medesimi ruoli Susan Gritton, Felicity Palmer, Soile Isokoski e Kristine Jepson. Sempre Nagano dirigerà l’altro must novecentesco della stagione, il Saint François di Messiaen (c’è qualche anniversario incombente? lo chiediamo perché lo stesso titolo verrà proposto, come notato da Donzelli, a Madrid), con Paul Gay nel ruolo del titolo e Christine Schäfer in quello dell’Angelo. Il direttore sarà, ancora una volta, Nagano.
Per rimanere a Monaco, e sempre nell’ambito del prestigiosissimo teatro di regia, va segnalata la ripresa del Lohengrin “di” Richard Jones, che tanti consensi – e qualche dissenso – ha suscitato l’anno scorso e anche di recente, stante la pubblicazione di un dvd. Tale e tanta è stata la riuscita musicale di quella mitica produzione, che il cast risulta radicalmente mutato, a Kaufmann e Anja Harteros subentrando rispettivamente Ben Heppner (sic) e Peter Seiffert e Elza van den Heever (?) e Adrianne Pieczonka. Come Ortruda, in luogo di Michaela Schuster, il pubblico bavarese potrà applaudire, a scelta, Janine Baechle o la mai doma Waltraud Meier, mentre Telramondo sarà Evgeny Nikitin. Confermata in sostanza solo la bacchetta di Kent Nagano, ma va bene così: il pubblico che accorre a frotte per assaporare la sceltissima regia poco si cura, in fondo, dei cantanti. Quanto alle opere del repertorio italiano, dovremmo trovarci, salvo errori, in una fase di rinnovamento del parco voci in dotazione nei teatri tedeschi, visti l’alto numero di ruoli in condominio fra cantanti diversi nel medesimo teatro (caso limite la Deutsche Oper, che affida otto recite di Tosca a cinque soprani, cinque baritoni e ben sei tenori) e la comparsa in cartellone di nomi ignoti o quasi al melomane di provincia (ma siamo certi che basteranno un paio di stagioni per rendere tali nomi universalmente noti, accettati e necessari per qualunque programmazione operistica, a Berlino come a Milano). Se resiste Anja Harteros (Traviata a Dresda e Monaco e Mimì sempre a Monaco), se alquanto ridimensionate appaiono Marina Poplavskaja (Traviata alla Staatsoper di Berlino, in alternanza con Anna Samuil), Micaela Carosi (Aida a Monaco, in alternanza con Norma Fantini) e Krassimira Stoyanova (Luisa Miller a Monaco), se morde il freno l’emergente Oksana Dyka (Tosca a Dresda, prossimamente in Scala con ben due titoli, e non solo, visto che la biografia pubblicata sul sito della Semperoper cita un prossimo debutto meneghino quale Abigaille), se l’Abigaille bavarese di Alessandra Rezza fa pensare a un errore di stampa o a uno scherzo di cattivo gusto, così come la rinnovata Maddalena di Coigny di Maria Guleghina (Deutsche Oper), sono le Tosche a suscitare la maggiore perplessità, perché fatta salva (almeno in parte) Hui He, nessuna delle alternative schierata dalla Deutsche Oper, dall’evanescente Sunnegardh (già censurabile Salome a Bologna), alle scomposte Serjan (impegnata anche a Monaco nella ripresa dello spettacolo di Luc Bondy, con Marcello Giordani e Juha Uusitalo) e Urmana, alla fine dicitrice Pieczonka, sembra sulla carta in grado di risultare non dico plausibile, ma non interamente censurabile. E lo stesso dicasi per i Cavaradossi, che spaziano dal tenero Riccardo Massi (già cover di Kaufmann nella “primina” della Carmen scaligera), al futuro Siegmund ambrosiano Simon O’ Neill, al poker composto da Roberto Aronica, Thiago Arancam, Salvatore Licitra e Massimo Giordano, e lo stesso ribadiscasi per gli Scarpia, capitanati sempre alla Deutsche Oper da George Gagnidze, che si alternerà a Franz Grundheber (!), Carlos Almaguer, Greer Grimsley e nientemeno che Samuel Ramey. Quanto poi alla Staatsoper unter den Linden, sarà Amanda Echalaz a incarnare Tosca, accanto a Riccardo Massi e Andrzej Dobber, sotto la bacchetta di Omer Meir Wellber, pupillo di Daniel Barenboim, che dirigerà il medesimo titolo in Scala. La signora Echalaz sarà poi, sempre nella sala berlinese, Elisabetta di Valois (accanto a Sartori, Pape, Krasteva e Daza, direttore Zanetti). Da citare quindi per esteso il cast dell’Aida di Monaco, diretta da Paolo Carignani e Ascher Fisch: oltre alle già menzionate protagoniste, Amneris sarà Luciana d’Intino, come Radames si alterneranno Carlo Ventre e Walter Fraccaro, mentre le voci gravi saranno quelle di Anatoli Kotscherga (sic), Kwangchul Youn, Lado Ataneli e Michael Volle.
Ben più numerose sarebbero le osservazioni da fare su queste stagioni, assai più “in difesa” e caute, seppur sempre spregiudicatissime, rispetto a precedenti edizioni, ma il timore di annoiare, o peggio, ci induce a concludere qui. Naturalmente, con qualche ascolto.



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giovedì 9 settembre 2010

Le cento primavere della signora Olivero. Quinta puntata: Puccini, seconda parte

E' la seconda puntata delle riflessioni sulla signora Olivero interprete pucciniana. Non ha nessuna pretesa di completezza perchè abbiamo tralasciato i brani delle opere del Trittico, che l'Olivero -nostro malgrado- non ha mai interpretato tutte insieme. Nessuna pretesa di completezza, ma una premessa. Qualcuno, tanto per dileggiarci senza atrgomentazione nei giorni scorsi ha affermato che quelli del corriere della Grisi sono come quelli che distruggono una persona o un rapporto per troppo amore. Allora rispondiamo more nostro dimostrando a quali storici risultati può portare il troppo amore di una cantante per un autore e per un'epoca, che in fondo è la propria.

Gli anni 1956 e 1957 sono significativi per la carriera pucciniana di Madga Olivero. Nell’agosto 1956 alle Terme di Caracalla si tengono le ultime recite di Liù di Madga Olivero, che nella stagione successiva aggiunge in repertorio due ruoli cosiddette pesanti della produzione pucciniana: Tosca e Minnie.
Pare, per racconto della stessa signora Olivero che proprio il Calaf di Caracalla, ovvero Giacomo Lauri Volpi, avesse suggerito alla cantate l’inserimento della protagonista dell’opera americana di Puccini. LA cantante è sempre la fonte del proprio differente atteggiamento della cantante verso i due ruoli. Verso per Minnie fu amore a prima vista per Tosca, invece, il rapporto, ovvero la comprensione del personaggio fu lenta e tormentata, anche se in scena Madga Olivero è una delle Tosche che fanno la storia del ruolo, come abbiamo detto e documentato nella puntata Madga pucciniana del maggio scorso.
Solo che mentre la tradizione di Tosca affidata ad un soprano lirico o poco più ha parecchie realizzazioni nel passato ed attuali, Minnie fu sempre parte per i cosiddetti “sopranoni”. Soprano drammatico la prima Emmy Destinn, paradigma e prototipo del soprano chiamato di forza la protagonista della prima edizione italiana Tina Poli-Randaccio e della stessa categoria appartenevano due reputate protagoniste ossia Gina Cigna e Maria Caniglia Ed a questa categoria appartiene Giovanna Casolla, la più pregnante raffigurazione del personaggio degli ultimi trent’anni.
La Minnie soprano lirico resta invenzione ed esclusiva della tecnica e del gusto di Madga Olivero. Infatti sia Renata Scotto che Raina Kabaiwaska hanno pensato al personaggio per, poi, rinunciarvi.
Il problema principale di Minnie consiste nell’alternanza di declamato con orchestra pesante, necessità di acuti svettanti sulla massa di orchestra e coro (vedi soprattutto il finale dell’opera), canto di conversazione ora tagliente, ora amoroso, ora lezioso e ricercato, ed inoltre chiama spesso in causa la zona medio grave della voce, soprattutto nel canto di conversazione. Un soprano che non manovri alla perfezione la zona del primo passaggio esce diroccata e distrutta dal ruolo.
E’ evidente che la scrittura vocale e le esigenze drammatiche non coincidano con le caratteristiche vocali dell’Olivero. La registrazione, che proponiamo - Trieste 1965 – è la migliore per qualità sonora, paga lo scotto di colleghi non al livello della protagonista (ma quali e quanti sarebbero?), che non è più freschissima vocalmente, ma se pensiamo alle condizioni nello stesso della Callas Tosca parigina…..siamo vocalmente davanti ad una adolescente. Quando Minnie entra la prima ottava appare un poco vuota, poi scatta una tipica reazione stile Olivero ossia comincia fraseggiare e fraseggia in maniera un poco leziosa come si conviene alla lezione di cultura biblica di base, che la maestra tiene ai rudi uomini del West. Qualcuno ha scritto che Minnie è nella prima scena un’insopportabile maestrina. Verissimo, ma la mestrina Olivero appena il testo musicale lo consente riesce, con la sua voce tutt’altro che bella in natura, ad essere dolcissima e femminile. E’ chiaro che la cantante ha già in mente e deve realizzare in scena la frase al finale dell’opera di Sonora che, a nome di tutti i minatori, afferma che Minnie li ha stregati tutti.
Nella scena con lo sceriffo, che contiene l’aria del Soledad l’Olivero è un po’ in difficoltà per mancanza di ampiezza e le frasi più spinte, si sente che richiederebbero voce più penetrante e potente e, forse, più fresca, ma quando arriva la romanza vera e propria siamo davanti ad uno dei capolavori dell’Olivero, che connota con suoni chiari ed accenti teneri il bozzetto di vita vissuta della prima sezione, poi, cambia colore di voce quando rievoca l’amore dei genitori ed una voce in natura modesta e scarsamente amorosa diventa persino, calda e dolce. Il do del s’amavan tanto è preso con qualche cautela. In compenso nell’arco della serata i si bemolli ed i si naturali hanno una proiezione ed una ampiezza fenomenale, tenuto conto del materiale vocale di partenza e dell’età della cantante.
Alla stessa idea interpretativa risponde il duetto d’amore alla fine del primo atto, dove l’Olivero ricorre, come le accade in altri titoli (Tosca al primo atto ovvero Iris) a suoni di limitato volume e marcatamente chiari, mai aperti però per connotare l’ingenuità della donna alle prese con il primo amore. Fanciulla nel senso esaustivo del termine, la sigla interpretiva di questa signora anagraficamente oltre i cinquanta.
Nel secondo atto, alla scena finale siamo innanzi ad una situazione ben differente. Minnie si autodefinisce “padrona di bettola e di bisca , vivo sul whisky e l’oro”, insomma altro che la ragazza al primo amore, ma una donna esperta di quei mercati, che un’altra eroina pucciniana, assai meno realista nel concluderli, definisce “orribil mercato” e che pure possono rendersi necessari per aver salva la vita dell’uomo amato. Basta sentire la prima frase con la giusta dose di enfasi verista alla proposizione della partita e alla amplificazione dell’indicazione dell’autore “rallentando” sul sol acuto di “ah è mio”. Quando Minnie definisce le modalità del mercanteggio “due partire sopra tre” abbiamo il terzo stato d’animo la falsa indifferenza. Su una frasetta “niente”, (due banali fa 3) che chiude la seconda mano della partita la voce e l’accento di Minnie rendono la delusione per l’esito negativo e l’ansia per la terza, decisiva, mano. Se un ascoltatore volesse capire cosa significa esprimere nell’opera del ‘900 ansia ed agitazione deve ascoltare come la divina Madga accenta altre frasi, vocalmente elementari, come “ho sempre pensato bene di voi”. Solo grazie a questa sottigliezza di accento e di intenzioni la chiusa d’atto allorchè nel grido “quest’uomo è mio” Minnie da sfogo alle tensioni l’ascoltatore può credere di trovarsi dinanzi ad una esplosione canora. In realtà per natura l’esplosione canora è, poi, la penetrazione dei si bem acuti piuttosto che dell’intera gamma vocale, ma questo fa parte dell’essere una sublime mistificatrice. Anzi la sublime mistificatrice per antonomasia.
Anche nel finale terzo l’Olivero gioca alla sottigliezza d’accento ed all’eleganza d’espressione. Non dispone della strapotenza e del registro acuto impertinente dell’altra Minnie lirica, ossia la Steber, ma supera il soprano americano per padronanza di accento quando deve rendere credibile la perorazione per l’amante e il libretto indulge a molta melassa dove la grande Madga ci si butta a capofitto con la deliberata scelta di amplificare le indicazioni da spartito come accade con la frase “la tua piccola Maud” o con l’attacco del “ed anche tu”. Insomma si può essere Minnie anche con la voce da Mimì o da Liù. A condizione di essere la signora Olivero.
Che Liù fosse parte dell’Olivero per scrittura vocale non ci sono dubbi, ma anche qui e giovanissima la cantante dimostra che di Olivero ce n’è una sola per idee, scelte interpretative fraseggio, da poter dire Olivero si nasce. Si potrebbe fare un excursus sulla tradizione interpretativa della giovane schiava, spesso incarnata da soprani di voce più ampia della protagonista come accadde ad esempio con Rosetta Pampanini, Liù di Claudia Muzio o con la discografica Mirella Freni in rapporto con la Caballè (grande Liù !). Una siffatta scelta crea una deformazione del personaggio cui le peculiarità sono fragilità e dolcezza, salvo poi, esibire la capacità di avere con il suicidio la tragicità che connota tutte le primedonne del teatro novecentesco. Insomma la fanciulla che si fa donna e che donna !
Della fanciulla l’Olivero, non ancora trentenne nella prima registrazione dell’ultimo titolo pucciniano, ha il colore chiarissimo del soprano di coloratura, della maestra incontrastata della tecnica la facilità nelle zone più scomode della voce (come quella medio grave dell’incipit della seconda aria) della diva tragica, ossia dell’OLIVERO possiede già l’esasperato gusto per il fraseggio, che procede per contrasti (ei perderà suo figlio, io l’ombra di un sorriso) e si esprime per iperboli come accade alla chiusa del “Signore Ascolta”, piuttosto che il fiato solo “prima di questa aurora” ed il continuo gioco di smorzando e rinforzando. Questa scelta interpretativa è stata oggetto degli strali di un noto, verboso critico. Questi “crucefige”, che hanno il solo scopo di privilegiare altre interpretazioni, atteso che a questo signore il diverso evidentemente non piace, mi evocano solo le trattazioni di certi tediosi grammatici come Levio Macrobio, che calcarono le scene del basso impero romano. Periodo per altro essenziale per la nostra civiltà.


Gli ascolti

Magda Olivero / 5

Puccini


La fanciulla del West

Atto I

"Hallo", Minnie!...Dove eravamo?... Ruth... Ezechiel... No... (1965)

Laggiù nel Soledad (1965)

Mr. Johnson, siete rimasto indietro a farmi compagnia (con Gastone Limarilli - 1965)

Atto II

Una partita a poker! (con Lino Puglisi - 1965)

Atto III

E' Minnie!...Ah, no!... Chi l'oserà? (1965)

Il Trittico

Suor Angelica

Senza mamma (1949)

Turandot

Atto I

Signore, ascolta (1938)

Atto III

Tu che di gel sei cinta (1938)

Magda by user420653

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lunedì 6 settembre 2010

Rigoletto a Mantova

Se non fosse stato per rispetto a Marianne Brandt ed Antonio Tamburini, con i quali ci eravamo preventivamente accordati, avrei tagliato dal planning la recensione di questo Rigoletto, indegno anche di qualche riga sommaria.
Che sia stato un flop di ascolti non lo so, ma che sia stato un flop musicale è certo.
E' stata l'ulteriore dimostrazione di come l'opera in TV continui ad oscillare tra il teletrash di concorsi vocali improvvisati e lussuosi Luna Park senza alcuna qualità musicale.



Premetto che non amo molto l’opera in dvd, men che meno queste produzioni live “nei luoghi e nelle ore” delle opere. Anzi, trovo che confliggano intimamente con ciò che sia l’opera in teatro, ossia con il senso che ha il teatro d’opera, poiché ci restituiscono, anche nei casi migliori, prodotti che sanno di “cinema musicale” più che di “opera al cinema”.
Il cinema è altro dal recitar cantando sul palcoscenico, e non solo perché gli attori cinematografici hanno modi e forme di espressione diverse da quelle del cantate lirico, ma perché lo spazio dell’opera, i luoghi, fantastici o realmente esistenti che siano, non sono mai luoghi della realtà documentaria e cinematografica, anche quando si tratti di luoghi “storici”, come nel caso della Mantova di Rigoletto appunto.
Intendo dire che il Castel Sant’Angelo della Tosca non è il vero Castel Sant’Angelo che si visita Roma, con i muri scrostati, le macchie di umidità, architettura straordinaria, ma anche danneggiata ed “imperfetta” per i secoli, che le sono trascorsi sopra. Il Castel Sant’Angelo di Tosca è, comunque, un luogo sempre rivisitato, la rappresentazione di una architettura storica esistente e prima di tutto, il luogo ove si svolge un’azione scenica. Se così non fosse, se il teatro non funzionasse per rappresentazioni, ma per realtà oggettive e fisse, non potremmo e dovremmo ricostruire ad ogni produzione di Tosca un Castel Sant’Angelo sempre diverso, anche stilizzato al limite, ma sempre variamente collocato e diversamente riprodotto. E lo stesso può valere per le altre scene di Tosca, piuttosto che per la Ferrara di Lucrezia Borgia e Parisina o la Parigi degli Ugonotti.

Il cinema ha influenzato l’opera, ma a volte l’ha anche danneggiata. La commistione tra generi è inevitabile oggi come oggi e può contribuire ad arricchire forme d’arte tra loro diverse ( penso al rapporto fotografia - pittura ), ma questa produzione è stata un manifesto di invadenza del cinema sull’opera, tanto da danneggiarla, senza peraltro ottenere buon cinema.
Il Rigoletto di Bellocchio è stato posto nei luoghi ( esatti, poi? perchè Rigoletto non è un personaggio realmente esistito) dell’azione del libretto, nel senso che la troupe si è ivi installata, senza, però, sfruttarne la forza suggestiva ed evocativa. Con buona pace del genio di Storaro abbiamo visto assai poco della Mantova cinquecentesca perchè è stata adottata una regia tutta focalizzata sui primi piani dei cantanti che, già di per sè bruttini da vedere, causa i movimenti facciali che il canto impone loro, non ha giustificazione alcuna in mancanza di attori cinematografici, abituati ad esprimersi anche col volto. Placido Domingo non ha certo l’intensità espressiva di uno Sean Penn, anzi, gli capita pure di sputacchiare schifosamente mentre canta; né Ruggero Raimondi ha il ghigno ieratico di Al Pacino, anche se entrambi mi pare che abbiano denti installati di recente; né Grigolo mi pare avere il look di uno sciupafemmine padano del Cinquecento. A poco è valso il pittoricismo evidente cui Bellocchio è ricorso nel metter in posa da ritrattistica lombarda il Borsa di Leonardo Cortellazzi o il Marullo di Giorgio Caoduro, che parevano usciti delle mani di un Moroni o di un Lotto. Insomma, Bellocchio ha scelto la via che Chéreau percorse con la sua Reine Margot, senza però averne gli attori e depurando la storia dal suo crudo realismo. E tralasciamo la coerenza con l'idea di fondo Rigoletto nei luoghi di Rigoletto. A questo punto andava benissimo una via di Pavia o di Cremona ed un qualsiasi cortile cinquecentesco in buono stato.
In compenso certe architetture sensibili e rilevanti sono state messe a dura prova dal trambusto portato dalla produzione che avrebbe ben potuto essere realizzata in studio per tanto così.
Certi svarioni, poi, come l’orchestrina della festa del I atto, composta, incredibilmente, da violini e violoncelli oltre che munita di leggii “Aiazzone”; il “Pari siamo” cantato per intero davanti ad un pluviale in pvc; l’interno della casa di Rigoletto arbitrariamente collocato nella Groota degli Innamorati e nel giardino Segreto del Tè, con tanto di grottesche e stucchi; la taverna di Maddalena linda ed ordinata, potevano esserci risparmiati, a tutto vantaggio della plausibilità della ricostruzione storica. “Rigoletto nei luoghi e nelle ore” ? Direi che dell’obbiettivo dell’operazione si sono ben scordati ……sempre ammesso che l’obbiettivo fosse questo......e più genericamente che un obbiettivo diverso da quello di Figaro o don Basilio, tanto per restare nell'opera, vi fosse.

Tralasciamo, pietosamente, di addentrarci sul sospetto, più che fondato perché suscitato in molti, che la diretta fosse, invece, almeno in parte un playback in certi momenti, aria del tenore al II atto ad esempio, per giunta anche mal realizzato perché le bocche di protagonista e coristi non erano sincronizzate con la musica. Ma forse è stata colpa del nostro chattare furibondo in diretta, quello si!, a renderci poco attenti e un filo strabici….

Se poi mi addentrassi nella disamina delle prestazioni attoriali dei protagonisti, dovrei star qui un secolo a cercare perifrasi idonee ad una descrizione lieve e gentile di un disastro di varie proporzioni.
Gli interpreti più blasonati son usciti con le ossa rotte, per non dire ridicolizzati, dall’impietosa registrazione ed amplificazione che la macchina da presa, soprattutto se vicina, fa di loro, anziani signori travestiti come in una scherzosa sagra storica paesana. I giovani sono andati meglio, ma l’insieme, da un punto di vista meramente cinematografico, è risultato improbabile ed incredibile. Nessuna logica in questo modo di tagliare la produzione, ripeto. Era meglio affidarsi ai luoghi, collocare i cantanti lontano, fare regia vera, e non movimenti stereotipati e smaccatamente falsi di protagonisti, coro e comparse.

Scelte di fondo e svarioni assortiti ci hanno dato l’idea di una produzione improvvisata, poco pensata, montata con abbondanza di mezzi ma assenza di idee e buon gusto, un’opulenta iniziativa senza contenuti né registici, né, ahinoi, musicali, come vi diranno ora Marianne Brandt, Antonio Tamburini e Domenico Donzelli.

Giulia Grisi

Alla fine del primo atto in realtà si esclama: “che spreco!”
Spreco assoluto di denaro pubblico l’ingaggio del regista Marco Bellocchio e del direttore della fotografia Vittorio Storaro!
Peccato venale grave, perché per mettere in scena questo film d’opera sarebbe bastato un bravo montatore in sala di regia che coadiuvasse le 30 telecamere, le 4 regie digitali, i 7 chilometri di cavi in fibra ottica ed una lampadina gialla perennemente accesa ad illuminare gli ambienti.
Bellocchio apprezzato, abile, talentuoso regista cinematografico di film celebrati come “I pugni in tasca”, “La Cina è vicina”, “Nel nome del padre”, “Addio del passato”, “Buongiorno, notte”, “L’ora di religione”, “Vincere” etc. già nel Marzo 2004 fu chiamato a dirigere la medesima opera al Teatro Municipale di Piacenza ambientandolo in una Italia anni ’50 carnevalesca e felliniana che viveva di citazioni pittoriche (le collezioni farnesiane, la pala d’altare della Madonna Sistina) e suggestioni cinematografiche del neorealismo di quegli anni, che però lasciò perplessi pubblico e critica e poco soddisfatto lo stesso regista a causa della “rigidità della dimensione scenica”.
Magari avesse approfondito e raffinato tali idee invece di perdersi in una ingenua, statica, provinciale dimensione registica di maniera che sarebbe stata giudicata “vecchia” anche 30 anni fa.
Inutile trasformare l’orgia del primo atto in una pacchiana balera in cui manca solo la presenza della gloriosa Titti Bianchi; inutili le vogliose Duca-Girls presenti al solo scopo di sottolineare quanto focoso sia il tenore; inutili i costumi che vorrebbero ispirarsi ad una presunta filologia ed ai quadri di Caravaggio, La Tour, El Greco, ma che evocano feste paesane e sagre della porchetta; inutile il comico tira e molla durante l’addio tra il Duca e Gilda; inutile e micidiale la presenza dei rapitori ad un metro da Gilda al termine del “Caro nome”; inutile la totale mancanza di azione o di tensione cinematografica che annulla ogni tentativo di coinvolgimento.
Così come completamente smidollata si presenta la lettura di Mehta il quale dirige dal Teatro Bibiena l’Orchestra Sinfonica della RAI. Ammiro molto Zubin Mehta, apprezzo la volontà di creare un suono ovunque morbido e omogeneo, di cercare la bellezza delle note e di avvolgere i cantanti nella melodia verdiana come se fosse una dolce protezione, ma mai che il direttore voglia esprimere qualcosa, mai che l’orchestra ed il suo gesto scatenino la tensione emotiva e strumentale. Tutto è rigorosamente annacquato, assurdamente dilatato fino alla paralisi e espressivamente gelido fino alla banalità. L’orgia del I atto è semplicemente tirata via alla buona, ancora peggio vanno le cose con l’insipido duetto con Sparafucile o il narcolettico dialogo con Gilda. Praticamente inesistente la presenza dell’orchestra nel duetto d’amore tra Duca e Gilda o nel finale, quanto micidiale l’interminabile “Caro nome”. In tutto questo i cantanti si arrangiano come possono per riuscire ad andare a tempo con una agogica tanto molle e inespressiva.
Dopo il “trionfale” esordio come Simon Boccanegra, il “giovane baritono” Plácido Domingo aggiunge al suo repertorio, avendolo sperimentato in forma di concerto, il ruolo di Rigoletto.
Scherzi a parte, Domingo anche qui non è un baritono e dovrebbe mettersi l’anima in pace su questo punto: lo rivelano il colore chiaro e schiettamente tenorile del timbro, il tipo di canto nella tessitura centrale, l’emissione degli acuti e la carriera anche recente che sta li per testimoniarlo.
Il tremore e l’usura naturale della voce lo fanno partire male nel I atto e si nota anche un non ottimale studio delle prime frasi; manca l’ironia sadica nella prima scena e l’accento è molto vecchio stile anteguerra inficiato da un birignao maldestro e invadente. Il duetto con Sparafucile è generico e manca di mistero, ma qualche zampata soprattutto nel fraseggio riesce a regalarcelo nel monologo “Pari siamo” trasformato nella versione anziana di “Forse la soglia attinse e posa alfin” dal “Ballo in maschera”; stesso dicasi per il duetto con Gilda praticamente identico negli accenti alla scena d’amore nell’orrido campo con Amelia: sembra di assistere infatti al corteggiamento tra un vegliardo attempato, ma non domo ed una fanciulla poco più che adolescente; orrido e ridicolo il “gildare” alla fine dell’atto. Si apprezza il carisma innato, l’artista, la robustezza dello strumento pieno di crepe, ma ancora intatto nella timbratura e nel suo sostegno, eppure tutto è finto, costruito, volutamente strappa applauso, molto vecchio e risaputo. Domingo monumento di se stesso; Domingo che a fine carriera (quando?) si toglie gli sfizi inventandosi baritono; Domingo onore e rispetto alla carriera; Domingo lezione di canto e di carisma; Domingo, basta così!

Con Julia Novikova, vincitrice del primo premio all’ “Operalia 2009 Plácido Domingo The World Opera Competition” a Budapest, il personaggio di Gilda passa un brutto quarto d’ora; si, perché il soprano ha il dono di portarci indietro nel tempo di oltre 100 anni.
Vocetta bianca, bianca, esile, esile quella della Novikova, poggiata praticamente sul niente, o meglio, sostenuta da un falsetto etereo, vetroso soprattutto nel registro acuto e da un accento interpretativo talmente vecchio, zuccheroso, generico da mutare Gilda nella solita insignificante oca con gli occhi a cuore e la boccuccia paralizzata in un eterno fastidioso sorrisetto compiaciuto.
Quindi sia il duetto con il padre, sia il duetto con il Duca, in cui semplicemente sparisce, sia il “Caro nome”, sono momenti che oltre ad essere annegati in un mare di melassa, dimostrano come una voce miagolante e con problemi di intonazione uccida anzitempo il personaggio.

Su un livello simile il Duca di Vittorio Grigolo, super-tenore in ascesa.
Grigolo fa parte di quella schiera di cantanti belli da guardare, meno da ascoltare e non per mende timbriche, quanto per mende puramente tecniche e vocali.
Per quale motivo Grigolo deve fingere di essere un tenore spinto scurendo artificiosamente il timbro in “Questa o quella” per poi cantare il resto dell’atto con la sua vera voce? Forse per mascherare una voce piccola ed evanescente, dotata in natura di una certa gradevolezza, ma lanciata allo sbaraglio, perché priva di appoggio ed una adeguata respirazione.
Perché contorcersi o mettersi sulle punte dei piedi per l’emissione degli acuti? Forse perché l’unico modo per raggiungere le note sopra al rigo in tali condizioni è ghermirli forzando e spingendo usando non il diaframma, non la maschera, ma le sole corde vocali e gli innaturali movimenti del corpo. Perché emettere suoni sbadiglianti e facilmente confondibili con i falsetti della Novikova? Forse, perché non si hanno i pianissimi, e forse per mascherare il vibrato del registro centro-acuto come dimostra il duetto con Gilda. Insomma, Grigolo avrebbe la voce giusta, sempre se aggiustasse l’emissione, per Broadway, per la grande tradizione della commedia musicale italiana, ma per un’opera come “Rigoletto” c’è bisogno di altro oltre al fisico.

Terribile l’amichevole presenza di Ruggero Raimondi nei panni di Sparafucile.
Il duetto con Domingo sembra uscito direttamente da “La notte dei morti viventi” di Romero; la voce usurata è al limite della decenza e si sfilaccia di continuo cercando di prendere corpo attraverso inflessioni bieche ed emissioni gutturali; inesistente poi il registro grave ridotto ad un inudibile sbuffo d’aria. Quando parla della “sorella” si ha paura che al terzo atto spuntino a sedurre il Duca la Cossotto o la Obraztsova odierne nei panni di Maddalena vista l’età anagrafica del signore, poiché la povera Surguladze potrebbe al limite impersonare la nipote del buon Raimondi. Va bene il rispetto per la grande carriera e per il grande basso, ma anche il rispetto per le orecchie del pubblico (pagante!) ha la sua importanza!

Discreti tutto sommato sia il coro sia i comprimari, con una menzione speciale per il tonante Monterone di Gianfranco Montresor e la Giovanna con il quadruplo della voce della Novikova di Caterina di Tonno.

Marianne Brandt

Un tempo si riteneva l’aria del Duca all’inizio del secondo atto, e segnatamente il cantabile “Parmi veder le lagrime”, il brano ideale per saggiare un tenore in sede di concorso ovvero di audizione. L’attacco (un sol bemolle) permette di valutare se, e come, il tenore sappia risolvere il passaggio di registro superiore. Un’esecuzione come quella proposta in mondovisione avrebbe suscitato reazioni perplesse, per non dire di peggio, in una qualsiasi commissione esaminatrice d’antan. Fin dal recitativo “Ella mi fu rapita” Grigolo gonfia le gote e spinge, onde conferire alla voce (una voce adatta in natura al più a Camillo de Rossillon) un supposto spessore drammatico, con il brillante risultato di gridacchiare malamente in acuto (“Ma ne avrò vendetta”), di “grattare” in basso (“e la magion deserta”) e di falsettare nei punti in cui lodevolmente si sforza di rispettare le indicazioni “dolce” e “cantabile” (“quell’angiol caro”). L’aria è affrontata con numerose e abusive riprese di fiato, che però non bastano a mascherare un canto che è fibra purissima, ignaro di qualsiasi nuance o smorzatura. Il che è torto capitale per un Duca che non ha certo nella protervia dello squillo o nel fascino timbrico le proprie doti peculiari. Molto provato dalle frasi di scrittura centrale della cabaletta “Possente amor mi chiama”, il tenore opta per il tradizionale taglio del da capo. Vista anche la dimensione molto tradizionale (e pesantemente provinciale) dell’allestimento e della direzione d’orchestra (da mal di mare le sbandature del coretto, musicalmente elementare, dei cortigiani), oltre che del canto, non sarebbe stato fuori luogo prendere in considerazione la possibilità di cassare del tutto la seconda parte dell’aria.
La grande scena del baritono mostra un Domingo vocalmente allo stremo, di voce dura e legnosa anche e soprattutto in acuto, zona che per natura dovrebbe essergli propizia, ma che in effetti sottolinea impietosamente l’età avanzata del tenore, specie nelle note tenute, fra cui il sol su “dei figli l’onor” che il cantante ben pensa d’inserire in luogo del mi bemolle scritto. Concitazione tutta esteriore, da Canio in età pensionabile, e urla scomposte caratterizzano l’invettiva, mentre la disperata perorazione mette in evidenza la mancanza di un autentico legato, sostituito da suoni tutti e invariabilmente nella bocca e nel naso. Nessuna vibrazione, nessuno scavo d’interprete, anzi, a tratto nemmeno le parole, per tacere delle note, spesso d’incerta intonazione. Vergogna, signor Domingo.
Julia Novikova, timbricamente indistinguibile dal paggio della Duchessa (dolente di contraddire la collega Brandt, ma un secolo fa, e per limitarci all’area esteuropea, Gilda poteva avere la voce di una Boronat o di una Nezhdanova, senza contare che né la scrittura della parte né l’orchestrale del terzo atto saprebbero tollerare un sopranino), dimostra nell’arioso “Tutte le feste al tempio” una preparazione e una musicalità superiore a quelle dei signori uomini, ma non sufficienti a conferire carattere e polso a una Gilda a dir poco inerte, scolastica nel fraseggio, di voce larvale e bianca, stridula e sempre al limite dell’intonazione nei parchi acuti dispensati, mi bemolle della vendetta incluso. Se non altro il soprano, a differenza del neobaritono, non ha dovuto cassare buona parte delle battute precedenti per concedersi la puntatura di tradizione.
La regia e la direzione proseguono, nel secondo atto, sulla strada tracciata nel primo.
Per la serie “il bello della diretta” va segnalato il microfono incautamente rimasto aperto dopo l’uscita di scena di Rigoletto e Gilda, grazie al quale sentiamo l’orchestra… applaudirsi da sola! O era un tentativo di infondersi coraggio in vista del terzo atto?

Antonio Tamburini

E siamo al terzo atto. Si svolge in una locanda che aspira alle stelle Michelin, pulita, ordinata posta in una struttura antica, anzi anticata. Un bel falso cinquecento il cui più pregante simbolo è il lampione pendente all'ingresso.
Rigoletto, i cui compensi presupponiamo, vista anche la casa in cui ha "sequestrato" la figlia per difenderne, invano l'onore, sono da star di Hollywood vi giunge in barca.
Che l'esercizio commerciale renda bene è manifesto dal magnifico impianto dentario nuovo di pacca del titolare il Signor Sparafucile, i cui capelli unticci, invece, confermano la diceria del rapporto conflittuale fra i francesi e l'acqua corrente. Il successivo conflitto è con l'apparizione della sorella Maddalena, che fa presuppore in capo al padre dei due più matrimoni e potenza sessuale in tardissima età. Ma è un conflitto apparente perchè allorquando l'adescatrice apre bocca rivela età vocale assai prossima a quella del fratello e, quindi, siamo in un episodio della "Morte ti fa bella" e la Maddalena è chiaramente un capolavoro di chirurgia estetica stile Nip e Tuck.
Non ritorno sulla prestazione indecorosa dei cantanti che si erano già prodotti negli atti precedenti salvo precisare che Vittorio Grigolo è stato, come è giusto per un principiante del canto, in difficoltà nelle frasi che al quartetto chiamano in causa la zona del passaggio, che Julia Novikova ignora per la serie di suonini flautati che emette dal do centrale in che consistano appoggio e sostegno che Ruggero Raimondi non abbia cantato una sola nota, parlando con la dizione artefatta da diva dei telefoni biaaaaaanchi. Non posso però tacere dei suoni gutturali, aperti e sgraziati che emette costantemente la Maddalena di Nino Surgulazde. Non me la sento neppure di tirar fuori la difesa d'ufficio che Maddalena è un contralto e la Surgulazde un soprano, bastando a smentire una siffatta difesa una lunga serie di Maddalena di fatto soprani o mezzi acuti, tipo Fiorenza Cossotto e a livelli più normali Adriana Lazzarini, Franca Mattiucci e tante oneste professioniste.
Le oneste professioniste mi consentono di ricordare che il terzo atto ha confermato la carenza di tale dote in capo a Palcido Domingo ed a Zubin Mehta. Quanto a quest'ultimo sempre presente agli eventi, sempre preparato da eventi basta ricordare un quartetto slentato ed incoerente, una bandaccia orrenda al tragico terzetto, che precede l'ingresso di Gilda in quella che diviene la sua ara sacrificale. E tanto per infierire una canzone del duca a tempo di romanzetta da salotto o canzonetta.
Ma il peggio è venuto sempre dal protagonista, che sfida leggi del tempo, regole della tecnica, decoro professionale e pazienza del pubblico.
Le frasi del Rigoletto giustiziere davanti il sacco che conterrebbe il Duca, il trapasso fra la gioja del raggiunto scopo e la macabra scoperta, che darebbero al cantante, anche vocalmente limitato o sconnesso o declinante la possibilità di essere personaggio sono state l'apoteosi del generico di cui Domingo, sono certo passerà alla storia per essere stato il più completo rappresentante.
Tutto questo offende e ferisce. Autore, tradizione interpretativa, colleghi e pubblico, giovane precipuamente.
Un buon Galeffi o un buon Tagliabue riconciliano e restaurano orecchie ed umore.

Domenico Donzelli

Cesare Siepi & Giuseppe Valdengo - La Stitichezza







Vignetta tratta da http://comingsoonvignettaio.splinder.com/

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sabato 4 settembre 2010

Placido Domingo, da tenore a baritono

Questa sera avrà luogo il debutto di Placido Domingo in Rigoletto.
Che quello del Boccanegra non fosse soltanto un esperimento ma un assaggio di preludio ad una futura carriera da baritono, lo sapevamo bene in tanti, non solo noi del Corriere. Il pensiero alla corda mediana per Don Placido risale almeno all’epoca dell’incisione del Figaro rossiniano, ciambella senza buco per l’immaturità dei tempi e lo scoglio dato dalla tessitura non acutissima e dal canto di agilità che la parte prevede.

Ma era solo questione di tempo perché il grande “Re del generico”, per dirla con Rodolfo Celletti, cambiasse registro vocale, senza peraltro mutare i modi del proprio canto, dell’accento, come il suo rapporto privilegiato col business.
Intelligente, poliglotta nel dialogo come nel canto, musicale, dotato di bel timbro, vocalmente robustissimo, esperto conoscitore di se stesso come dei colleghi, polivalente e flessibile, di bell’aspetto e fascino latino, intuitivo e sempre primo nell’interpretare il mutare dello star system, uomo di teatro come di business…..non credo di aver dimenticato nulla per indicare sinteticamente le qualità su cui il signor Domingo ha fondato una delle più grandi carriere che il mondo dell’opera conosca. Qualità che lo star system ha poi ricercato in altri dopo di lui, epigoni sempre mediocri e sempre peggiori, perché cotante qualità in uomo solo sono difficili da ritrovare.
I giovani colleghi sono affascinati da lui, lo chiamano confidenzialmente “Placido”, quasi a voler diminuire la distanza siderale che separa le loro carriere dalla sua, quasi a sperare che un po’ della sua fortuna e della sua polvere di stelle li tocchi.
E’ un modello, non c’è che dire, per ogni giovane che sogni una carriera, una grande carriera, di quelle pluridecennali, con tanto di dischi e fama popolare oltre le mura dei teatri, insomma una carriera di quelle che oggi……non si fanno più.
Copie bruttine e sbiadite gli Alagna, i Villazón, gli Alvarez, i Kaufmann, che, lo possiamo dire e provare con facilità, con lui hanno in comune i difetti ma solo qualche raro pregio.
Già perché Domingo, rispetto a costoro, aveva una robustezza fisica ed una capacità di non fallire i risultati, nemmeno quelli più improbabili, che questi signori si scordano. Recite interrotte, ricoveri per problemi alle corde vocali, debutti”bucati”, stecche……la carriera di Domingo è pressoché immacolata dalle mende che affliggono i divi di oggi, soprattutto a fronte del ritmo di lavoro impressionante.
Dunque, perché mai dovremmo dire “no!” al tenore che si fa baritono? Perché non concedergli anche questo, visto che ai suoi epigoni concediamo assai di più in proporzione, dato che nella Golden Era di don Placido non sarebbe mai stato possibile un comportamento come quello di Alagna nell’Aida scaligera, o cantare nelle ganasce alla Kaufmann, o cancellare recite e performances sbraitanti alla Villazón? In fondo a Domingo venne consentita solo una certa amplificazione artificiale, maestro tra i primi anche in questo, in tempi non ancora maturi come i nostri, quando finalmente discutiamo, ed in certi casi già ammettiamo, l’amplificazione delle voci nel canto lirico.

Perché dovremmo dire “no” al fatto che un tenore, nel mondo della carestia delle voci di baritono inauguri per se stesso un prassi, amplificata e sdoganata dai mass media come dalla stampa e che perciò farà certamente scuola, ossia che un tenore possa cantare in una corda della quale non possiede né il timbro, né il legato né l’ampiezza né il tipo di accento che quella corda medesima richiede? Perché dovremmo rifiutarci di apprezzare e lodare la sua vitalità di artista che non conosce barriere proprio adesso, dopo tutti gli anni in cui è stato applaudito quando cantava ruoli da fraseggiatore senza possedere un grande fraseggio analitico, dopo che ha cantato ruoli da tenore epico senza squillo, dopo che ha cantato Wagner senza avere il grande centro del tenore wagneriano, dopo aver cantato ruoli belcantistici senza averne l’aplomb vocale, dopo essere stato sempre soccombente a fianco di primedonne nomate Olivero, Caballé, Sills, Sutherland, Price, Freni, Kabaivanska, Scotto, Bumbry, Cossotto, Verrett, Berganza?
Negheremmo la nostra approvazione ad un fenomeno dell’opera, certo, e saremmo moralisti a ricordarvi che nell’opera ogni caso eccezionale ed ogni deroga fatta per un artista di grande nome ha finito per istituire una regola ( basta vedere la questione di Norma o di Donna Anna amministrate dai soprani leggeri… ), e che dopo di lui a fare come lui saranno i suoi epigoni di cui sopra, e dopo di loro qualunque nn che aprirà la bocca con voce maschile in qualunque corda, tanto sarà d’ora e per sempre “tutti per tutto e tutto per tutti”.
Saremmo ancor più moralisti a ricordare gli aspetti sensibilmente commerciali di queste faccende, che regolarmente arricchiscono qualcuno ( ma ne ha ancora bisogno?) e qualcun altro con lui, lasciando all’opera anche un patrimonio di danni arrecati al canto, alla tradizione del canto, insomma, un cattivo esempio ai giovani, perché se non si possiede la voce da baritono non si canta da baritono, laddove l’autore, in questo caso un certo Giuseppe Verdi, ha espressamente chiesto e scritto capolavori per corda di baritono.
Non siamo moralisti, dunque, non ci importa della questione monetaria, o di quelle di principio o astratte. Però Rigoletto, come già Boccanegra, è scritto per baritono e va cantato in un certo modo. Continueremo dunque ad aspettarci che la voce sia di un certo tipo, che il fraseggio sia come ha da essere, e chiunque canti, non importa quanto sia famoso, leggendario, abbia una voce imprestata o sia star, canti il Rigoletto come ha da essere cantato da che mondo è mondo, con il mezzo e le qualità espressive che servono per la parte.
Solo ed esclusivamente in base a questo potremo apprezzare o dissentire da ciò che andrà in TV e poi in teatro.

A commento dell’avventura di Placido Domingo in Rigoletto, vi alleghiamo un paio di casi di tenori che cominciarono da baritono, con la gioventù dalla loro, e poi divennero tenori.
A voi il confronto con l’esperienza del signor Domingo!

Gli ascolti

Verdi

Rigoletto

Atto I

Pari siamo - Renato Zanelli Morales (1919)

La traviata

Atto II

Di Provenza il mar, il suol - Lauritz Melchior (1913)

Otello

Atto II

Ora e per sempre addio - Renato Zanelli Morales (1929)

Atto III

Dio! mi potevi scagliar - Lauritz Melchior (1930)

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giovedì 2 settembre 2010

Stagioni 2010-11. Teatro Real di Madrid

I tempi in cui il pubblico madrileno divideva i propri favori per i grandi tenori come Roberto Stagno ed Angelo Masini sono tramontati irreparabilmente.
L'esame della stagione della capitale spagnola dà conferma, se mai ne avessimo avuto bisogno, dei due mali che affliggono il teatro d'opera e che, credo, ne stanno accelerando la fine, ossia la carenza di elementi, in qualsiasi corda, che possano dividere i favori del pubblico e la assoluta soggiacenza ai dettami delle grandi centrali del consenso, che paghe della propria insipiente opinione, pretendono di imporla al pubblico con ogni mezzo, buono o cattivo, lecito o meno.
Per loro l'importante è vendere e se il prodotto è avariato non si cerca una alternativa, bensì si continua ad infliggerlo al pubblico.

Potrei anche piantarla qui perchè le doglianze, nello specifico, riferite alla programmazione madrilena sono le stesse riservate agli altri teatri, un tempo i GRANDI TEATRI.
Il primo errore è sempre quello di scegliere i titoli senza disporre dei cantanti idonei. Basta pensare alla follia di proporre Ugonotti, sia pure in forma di concerto, piuttosto che Montezuna di Graun. Denominati l'opera delle sette stelle gli Ugonotti nello schieramento della capitale spagnola di stelle non ne presentano punto, anzi certi nomi di comprovato declino (Massis) o di palese inadeguatezza (il protagonista, Eric Cutler) servono solo a provare la qualità dei soggetti deputati alle scelte, prima ancora che dei prescelti interpreti. Analogo discorso per Montezuma che come tutti i titoli d'occasione e di rapido consumo si regge solo se i protagonisti rendono facili le previste difficoltà vocali e ne aggiungono altre di propria iniziativa. Inutile richiamare il famoso disco di dame Joan.
Quanto poi alla motivazione della scelta ossia celebrazione della conquista mi permetto di "tirar fuori" un titolo ben più affascinante ossia Fernando Cortez e se si voleva scegliere soli titoli dedicati al colonialismo post scoperta dell'America forse non sarebbe bastata un'intera stagione. Basta leggere la Garzantina !!!!!
Ancora i nostri e gli stranieri programmatori credono di ammorbidire e secondare il pubblico servendo pietanze, rectius cantanti, ormai più che stagionati, decotti. Accade ad esempio con Placido Domingo nel ruolo di Oreste dell'Ifigenia in Tauride. Dimostrano, invece, la cupidigia e la mancanza di coraggio e la forza di accettare l'ineluttabile decorso del tempo per quanto riguarda i cantanti, la poca fantasia e l'assenza di pensieri alternativi alla communis opinio da parte degli organizzatori.
Altra zecca delle nostre attuali programmazioni è la foia di svecchiare e culturalizzare il pubblico e allora dosi massicce di '900 post Strauss e Puccini, così il pubblico sente titoli, che hanno giusto qualche anno in meno delle incriminate Turandot e Capriccio, ignora la maggior parte della produzione del '900 (di qualità o di routine che sia) ed i responsabili della programmazione superano il problema che non ci sono più cantanti per il repertorio. E il pubblico di quindici titoli si sorbetta Il giro di vite, la Ascesa e caduta di Mahagonny e il San Francesco d'Assisi di Messiaen. Tanto per capire che aspetta il pubblico madrileno ricordo che nel Giro di vite si produrranno Emma Bell, di recente salutata da fischi nel don Giovanni scaligero e una vecchia gloria come Marie McLaughlin, che il tributo di fischi, sempre in Scala, lo lucrò nell'anno di Dio 1987 quale Adina di Elisir d'Amore.
E per proseguire sulla strada della modernità abbiamo anche l'opera nuova e prodotta apposta per il teatro, ovvero La pagina en blanco. Mi domando se questo titolo al pari di quelli operistici di 150 anni or sono godrà della stessa durata sui palcoscenici, ovvero una stagione. Mi limito a segnalare il proficuo scambio di voci fra teatri di pari gestione rappresentato da Natascha Petrinsky che fischiante Flora all’ultima Traviata milanese lucra un ruolo in questa première.
Poi abbiamo la modernità nell’antico ovvero l’infliggere al pubblico le versioni baroccare di titoli, quali la Finta giardiniera, anche credendo che il sovvertire la tradizione musicale e, prima ancora vocale, sia la strada per far conoscere ed amare questi titoli, che , invece, ed alla faccia dei modaioli si reggono sull’ortodossia del canto e dell’esecuzione.
Quindi alla fine rimangono cinque titoli ossia Werther, Rosenkavalier, Eugenio Onegin, Nozze e Tosca. I cantanti prescelti sono quelli che abitano i vari cosiddetti grandi teatri, in alcuni dei quali applauditi ospiti in altri riprovati. Secondo una regola che è ben più antica dei singoli episodi per i quali solo oggi si cercano astruse scusanti e motivazioni.
Vorrei però rilevare, al di là dei nomi consunti come Violeta Urmana Tosca, Susan Graham protagonista di Ifigenia, Ramón Vargas di Werther ed in altro cast la Ganassi Charlotte o non altrove proponibili come il Cherubino di Alesandra Marianelli o la Sofia di Ofelia Sala, che due sono i motivi sui quali, chiudendo, invito a riflettere ovvero come l’idea di proporre titoli non dico sconosciuti (Chatterton di Leoncavallo, piuttosto che Maria di Scozia di Pacini), ma un minimo al di fuori di quei trenta abusati (ossia Iris o Maria di Rohan) sia assolutamente non recepita e contemplata e come grandi bacchette ormai rifiutino o evitino il grande repertorio o la grande tradizione. Basta guardare chi accompagna, dirige, concerta Tosca ed Ugonotti.
Non me la sento, in tutta onestà di augurare buon ascolto ai melomani madrileni che un tempo impazzivano per acuti e smorzature tenorili, quelli che Ugonotti e Werther, almeno, impongono!!!

Gli ascolti

Meyerbeer - Les Huguenots

Atto I

Plus blanche que la blanche hermine - Hipólito Lázaro (1924)

Piff! Paff! - José Mardones (1919)

Atto II

O beau pays de la Touraine - Josefina Huguet (1906)

Puccini - Tosca

Atto II

Vissi d'arte - Lotte Lehmann (1929)

Strauss - Der Rosenkavalier

Atto I

Da geht er hin - Montserrat Caballé (1965)

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