Con l’annunciato cartellone la dirigenza del teatro si propone di attrarre nuove fasce di pubblico. Magari sbarazzandosi di una buona parte dei frequentatori storici, che in passato hanno regalato al teatro grandi trionfi e altrettanto clamorosi tonfi. Buon ultimo quello dello Chénier dello scorso anno, che costrinse la radio spagnola a sospendere la trasmissione in diretta dello spettacolo.
Di certo il repertorio, così come concepito dal melomane ottuso e passatista, à la Grisi insomma, esce da questa stagione polverizzato o quasi.
Scompare del tutto il Settecento, con la sola eccezione (non molto fantasiosa, a dire il vero, e quasi degna dei certo meno illuminati programmatori di stampo tradizionale) di Mozart, del quale vengono proposti due titoli, uno serio e uno comico (quest’ultimo in forma di concerto). Il serio è ovviamente La Clemenza di Tito: pretendere un Silla o un Mitridate, ma anche un Idomeneo, sarebbe certo follia pura. Quello che inquieta, come quasi sempre avviene in queste produzioni, è il cast, capitanato da Yann Beuron (che già offrì modesta prova delle proprie capacità quale Idamante in Aix) e Kate Aldrich, di ritorno alle scene dopo il lieto evento che la spinse al forfait quale Cenerentola a Pesaro la scorsa estate (ma che non le impedì di essere, a distanza di poche settimane, una Carmen alquanto discussa all’Arena di Verona). Il resto del cast, direttore compreso (Hengelbrock, reduce dalla Norma “della” Bartoli), sarà verosimilmente fonte di ulteriori perplessità. La regia è quella, collaudatissima, dei coniugi Herrmann, che si vide fra l’altro anche a Parigi durante il regno di Mortier. La Finta Giardiniera sarà invece affidata alle cure filologicamente corrette di René Jacobs e a un cast di cosiddetti specialisti, con la sola eccezione di Alexandrina Pendatchanska, che frequenta volentieri anche altri repertori. Sempre con i medesimi risultati.
Se grama è la sorte degli autori del XVIII secolo, quelli ottocenteschi, massime se italiani e quindi in odor di vociomania, non se la passano meglio. Eresia sarebbe, ancora una volta, attendersi Bellini o il Rossini tragico, ma qui mancano all’appello Donizetti e Verdi, per tacere dei veristi. Sola e notevole eccezione – Cultura con la C maiuscula – I Due Figaro di Mercadante, che Riccardo Muti proporrà anche a Salisburgo e Ravenna, con un cast di giovani cantanti, da sempre prediletti dal direttore italiano. Altrettanto poco generosa la selezione di titoli francesi e tedeschi: uno a testa, entrambi in versione concertante. Il Don Quichotte sarà affidato alle mature grazie di Anna Caterina Antonacci e all’usurato strumento di Ferruccio Furlanetto, mentre il Rienzi, che torna a Madrid dopo più di un secolo di assenza, beneficerà di un cast da profonda provincia tedesca, con il punto interrogativo (che rischia seriamente di mutarsi in esclamativo) di Anja Kampe quale Irene. Fa capolino anche Tchaikovsky, con la Iolanta affidata alla bacchetta di Currentzis e a un cast di talenti russi. L’opera è proposta in doppio con la Perséphone di Stravinsky, solo uno dei tanti titoli del XX secolo (frontiera estrema della Cultura operistica, almeno agli occhi del signor Mortier) che letteralmente affollano la stagione madrilena.
Si comincia infatti, non certo con un dispendio d'inventiva, con Elektra, spettacolo affidato alla bacchetta di Semyon Bychkov e alla regia di Grüber. Nel cast spiccano le due interpreti di Clitennestra, Jane Henschel e Rosalynd Plowright, che certamente pensano di poter emulare, in tutt’altro repertorio, gli ultimi exploit di una Devia o di una Gruberova. Contente loro. Altro veterano, anzi irriducibile dei palcoscenici, Chris Merritt, ormai evidentemente alla ricerca di parti che possano essere abbordate con minori rischi rispetto ad un Eleazaro. Il resto del cast rientra nell’ambito della cosiddetta scuola del declamato, apparato che appare oggi irrinunciabile in questo ambito operistico. Ricordiamo sommessamente come la prima autovedova di Agamennone fosse, a Dresda, Ernestine Schumann-Heink e la prima Crisotemide, Margarethe Siems.
Altro titolo imprescindibile, e anch’esso un poco usurato, il Pélleas, spettacolo di Bob Wilson proveniente anch’esso da Salisburgo e Parigi (come dire, da casa Mortier). Sul podio Sylvain Cambreling, nel cast spicca Camilla Tilling, rapidamente passata da ruoli di soprano leggero alla scrittura rigorosamente centrale di Mélisande.
E non poteva certo mancare la mitica Lady Macbeth di Mtsensk, da sempre titolo diletto al colto e all’inclito, che troverà una protagonista adeguatamente prosperosa nella vamp dell’opera Eva-Maria Westbroek. Poca fantasia e ancor minore estro nella riproposta dell’abbinamento Domingo-Radvanovsky nel Cyrano di Alfano, che un po’ a sorpresa non ripropone la regia vista un paio di stagioni fa in Scala, protagonista l’identica accoppiata di cantanti. Le restanti proposte novecentesche e/o moderne sono così raffinate che dispenseremo i nostri lettori dall’elenco, invitandoli, se interessati, a consultare la pagina web del teatro. Ma in tutta questa Cultura, un singolo Puccini non poteva davvero trovare posto?
Concluderemo osservando come all’opera barocca, da sempre uno dei must dei teatri à la page, sia riservato in Madrid un trattamento piuttosto gramo: un solo titolo, L’Incoronazione di Poppea (scelta tutt'altro che estrosa, ed è l'ennesima), nell’orchestrazione di Boesmans. Ma il cast è prestigiosissimo, come si addice alla nomea di uno dei primi teatri di Spagna. Protagonista sarà infatti Nadja Michael, che peraltro nella stagione ventura affronterà in altre piazze ben più aspri cimenti (ma non anticipiamo il soggetto di future stazioni). Con lei Charles Castronovo, Maria Riccarda Wesseling, Willard White e altre star, nascenti o già consolidate, del panorama lirico internazionale. Non potevamo non commentare siffatta scelta con uno storico adattamento del capolavoro monteverdiano, che vide nel ruolo del titolo un’altra cantante di notevoli doti fisiche, non disgiunte da quelle canore.
Gli ascolti
Monteverdi - L'Incoronazione di Poppea
Atto I - Speranza, tu mi vai - Grace Bumbry (1967)
Mozart - La Clemenza di Tito
Atto II - Deh per questo istante solo - Teresa Berganza (1976)
Strauss - Elektra
Atto unico - Helft! Mörder!...Agamemnon hört dich!...Ob ich nicht höre? - Gertrude Grob-Prandl (con Dino Halpern & Gertraud Hopf - 1963)

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