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venerdì 18 marzo 2011

Stagioni 2011-12: la Quaresima perpetua. Prima stazione: Teatro Real di Madrid

È stata presentata in questi giorni la prossima stagione del teatro madrileno. La prima della quale il direttore artistico Gérard Mortier si sia assunto pubblicamente, e con orgoglio, la totale paternità.

Con l’annunciato cartellone la dirigenza del teatro si propone di attrarre nuove fasce di pubblico. Magari sbarazzandosi di una buona parte dei frequentatori storici, che in passato hanno regalato al teatro grandi trionfi e altrettanto clamorosi tonfi. Buon ultimo quello dello Chénier dello scorso anno, che costrinse la radio spagnola a sospendere la trasmissione in diretta dello spettacolo.
Di certo il repertorio, così come concepito dal melomane ottuso e passatista, à la Grisi insomma, esce da questa stagione polverizzato o quasi.
Scompare del tutto il Settecento, con la sola eccezione (non molto fantasiosa, a dire il vero, e quasi degna dei certo meno illuminati programmatori di stampo tradizionale) di Mozart, del quale vengono proposti due titoli, uno serio e uno comico (quest’ultimo in forma di concerto). Il serio è ovviamente La Clemenza di Tito: pretendere un Silla o un Mitridate, ma anche un Idomeneo, sarebbe certo follia pura. Quello che inquieta, come quasi sempre avviene in queste produzioni, è il cast, capitanato da Yann Beuron (che già offrì modesta prova delle proprie capacità quale Idamante in Aix) e Kate Aldrich, di ritorno alle scene dopo il lieto evento che la spinse al forfait quale Cenerentola a Pesaro la scorsa estate (ma che non le impedì di essere, a distanza di poche settimane, una Carmen alquanto discussa all’Arena di Verona). Il resto del cast, direttore compreso (Hengelbrock, reduce dalla Norma “della” Bartoli), sarà verosimilmente fonte di ulteriori perplessità. La regia è quella, collaudatissima, dei coniugi Herrmann, che si vide fra l’altro anche a Parigi durante il regno di Mortier. La Finta Giardiniera sarà invece affidata alle cure filologicamente corrette di René Jacobs e a un cast di cosiddetti specialisti, con la sola eccezione di Alexandrina Pendatchanska, che frequenta volentieri anche altri repertori. Sempre con i medesimi risultati.
Se grama è la sorte degli autori del XVIII secolo, quelli ottocenteschi, massime se italiani e quindi in odor di vociomania, non se la passano meglio. Eresia sarebbe, ancora una volta, attendersi Bellini o il Rossini tragico, ma qui mancano all’appello Donizetti e Verdi, per tacere dei veristi. Sola e notevole eccezione – Cultura con la C maiuscula – I Due Figaro di Mercadante, che Riccardo Muti proporrà anche a Salisburgo e Ravenna, con un cast di giovani cantanti, da sempre prediletti dal direttore italiano. Altrettanto poco generosa la selezione di titoli francesi e tedeschi: uno a testa, entrambi in versione concertante. Il Don Quichotte sarà affidato alle mature grazie di Anna Caterina Antonacci e all’usurato strumento di Ferruccio Furlanetto, mentre il Rienzi, che torna a Madrid dopo più di un secolo di assenza, beneficerà di un cast da profonda provincia tedesca, con il punto interrogativo (che rischia seriamente di mutarsi in esclamativo) di Anja Kampe quale Irene. Fa capolino anche Tchaikovsky, con la Iolanta affidata alla bacchetta di Currentzis e a un cast di talenti russi. L’opera è proposta in doppio con la Perséphone di Stravinsky, solo uno dei tanti titoli del XX secolo (frontiera estrema della Cultura operistica, almeno agli occhi del signor Mortier) che letteralmente affollano la stagione madrilena.
Si comincia infatti, non certo con un dispendio d'inventiva, con Elektra, spettacolo affidato alla bacchetta di Semyon Bychkov e alla regia di Grüber. Nel cast spiccano le due interpreti di Clitennestra, Jane Henschel e Rosalynd Plowright, che certamente pensano di poter emulare, in tutt’altro repertorio, gli ultimi exploit di una Devia o di una Gruberova. Contente loro. Altro veterano, anzi irriducibile dei palcoscenici, Chris Merritt, ormai evidentemente alla ricerca di parti che possano essere abbordate con minori rischi rispetto ad un Eleazaro. Il resto del cast rientra nell’ambito della cosiddetta scuola del declamato, apparato che appare oggi irrinunciabile in questo ambito operistico. Ricordiamo sommessamente come la prima autovedova di Agamennone fosse, a Dresda, Ernestine Schumann-Heink e la prima Crisotemide, Margarethe Siems.
Altro titolo imprescindibile, e anch’esso un poco usurato, il Pélleas, spettacolo di Bob Wilson proveniente anch’esso da Salisburgo e Parigi (come dire, da casa Mortier). Sul podio Sylvain Cambreling, nel cast spicca Camilla Tilling, rapidamente passata da ruoli di soprano leggero alla scrittura rigorosamente centrale di Mélisande.
E non poteva certo mancare la mitica Lady Macbeth di Mtsensk, da sempre titolo diletto al colto e all’inclito, che troverà una protagonista adeguatamente prosperosa nella vamp dell’opera Eva-Maria Westbroek. Poca fantasia e ancor minore estro nella riproposta dell’abbinamento Domingo-Radvanovsky nel Cyrano di Alfano, che un po’ a sorpresa non ripropone la regia vista un paio di stagioni fa in Scala, protagonista l’identica accoppiata di cantanti. Le restanti proposte novecentesche e/o moderne sono così raffinate che dispenseremo i nostri lettori dall’elenco, invitandoli, se interessati, a consultare la pagina web del teatro. Ma in tutta questa Cultura, un singolo Puccini non poteva davvero trovare posto?
Concluderemo osservando come all’opera barocca, da sempre uno dei must dei teatri à la page, sia riservato in Madrid un trattamento piuttosto gramo: un solo titolo, L’Incoronazione di Poppea (scelta tutt'altro che estrosa, ed è l'ennesima), nell’orchestrazione di Boesmans. Ma il cast è prestigiosissimo, come si addice alla nomea di uno dei primi teatri di Spagna. Protagonista sarà infatti Nadja Michael, che peraltro nella stagione ventura affronterà in altre piazze ben più aspri cimenti (ma non anticipiamo il soggetto di future stazioni). Con lei Charles Castronovo, Maria Riccarda Wesseling, Willard White e altre star, nascenti o già consolidate, del panorama lirico internazionale. Non potevamo non commentare siffatta scelta con uno storico adattamento del capolavoro monteverdiano, che vide nel ruolo del titolo un’altra cantante di notevoli doti fisiche, non disgiunte da quelle canore.



Gli ascolti


Monteverdi - L'Incoronazione di Poppea


Atto I - Speranza, tu mi vai - Grace Bumbry (1967)


Mozart - La Clemenza di Tito

Atto II - Deh per questo istante solo - Teresa Berganza (1976)


Strauss - Elektra

Atto unico - Helft! Mörder!...Agamemnon hört dich!...Ob ich nicht höre? - Gertrude Grob-Prandl (con Dino Halpern & Gertraud Hopf - 1963)


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giovedì 2 settembre 2010

Stagioni 2010-11. Teatro Real di Madrid

I tempi in cui il pubblico madrileno divideva i propri favori per i grandi tenori come Roberto Stagno ed Angelo Masini sono tramontati irreparabilmente.
L'esame della stagione della capitale spagnola dà conferma, se mai ne avessimo avuto bisogno, dei due mali che affliggono il teatro d'opera e che, credo, ne stanno accelerando la fine, ossia la carenza di elementi, in qualsiasi corda, che possano dividere i favori del pubblico e la assoluta soggiacenza ai dettami delle grandi centrali del consenso, che paghe della propria insipiente opinione, pretendono di imporla al pubblico con ogni mezzo, buono o cattivo, lecito o meno.
Per loro l'importante è vendere e se il prodotto è avariato non si cerca una alternativa, bensì si continua ad infliggerlo al pubblico.

Potrei anche piantarla qui perchè le doglianze, nello specifico, riferite alla programmazione madrilena sono le stesse riservate agli altri teatri, un tempo i GRANDI TEATRI.
Il primo errore è sempre quello di scegliere i titoli senza disporre dei cantanti idonei. Basta pensare alla follia di proporre Ugonotti, sia pure in forma di concerto, piuttosto che Montezuna di Graun. Denominati l'opera delle sette stelle gli Ugonotti nello schieramento della capitale spagnola di stelle non ne presentano punto, anzi certi nomi di comprovato declino (Massis) o di palese inadeguatezza (il protagonista, Eric Cutler) servono solo a provare la qualità dei soggetti deputati alle scelte, prima ancora che dei prescelti interpreti. Analogo discorso per Montezuma che come tutti i titoli d'occasione e di rapido consumo si regge solo se i protagonisti rendono facili le previste difficoltà vocali e ne aggiungono altre di propria iniziativa. Inutile richiamare il famoso disco di dame Joan.
Quanto poi alla motivazione della scelta ossia celebrazione della conquista mi permetto di "tirar fuori" un titolo ben più affascinante ossia Fernando Cortez e se si voleva scegliere soli titoli dedicati al colonialismo post scoperta dell'America forse non sarebbe bastata un'intera stagione. Basta leggere la Garzantina !!!!!
Ancora i nostri e gli stranieri programmatori credono di ammorbidire e secondare il pubblico servendo pietanze, rectius cantanti, ormai più che stagionati, decotti. Accade ad esempio con Placido Domingo nel ruolo di Oreste dell'Ifigenia in Tauride. Dimostrano, invece, la cupidigia e la mancanza di coraggio e la forza di accettare l'ineluttabile decorso del tempo per quanto riguarda i cantanti, la poca fantasia e l'assenza di pensieri alternativi alla communis opinio da parte degli organizzatori.
Altra zecca delle nostre attuali programmazioni è la foia di svecchiare e culturalizzare il pubblico e allora dosi massicce di '900 post Strauss e Puccini, così il pubblico sente titoli, che hanno giusto qualche anno in meno delle incriminate Turandot e Capriccio, ignora la maggior parte della produzione del '900 (di qualità o di routine che sia) ed i responsabili della programmazione superano il problema che non ci sono più cantanti per il repertorio. E il pubblico di quindici titoli si sorbetta Il giro di vite, la Ascesa e caduta di Mahagonny e il San Francesco d'Assisi di Messiaen. Tanto per capire che aspetta il pubblico madrileno ricordo che nel Giro di vite si produrranno Emma Bell, di recente salutata da fischi nel don Giovanni scaligero e una vecchia gloria come Marie McLaughlin, che il tributo di fischi, sempre in Scala, lo lucrò nell'anno di Dio 1987 quale Adina di Elisir d'Amore.
E per proseguire sulla strada della modernità abbiamo anche l'opera nuova e prodotta apposta per il teatro, ovvero La pagina en blanco. Mi domando se questo titolo al pari di quelli operistici di 150 anni or sono godrà della stessa durata sui palcoscenici, ovvero una stagione. Mi limito a segnalare il proficuo scambio di voci fra teatri di pari gestione rappresentato da Natascha Petrinsky che fischiante Flora all’ultima Traviata milanese lucra un ruolo in questa première.
Poi abbiamo la modernità nell’antico ovvero l’infliggere al pubblico le versioni baroccare di titoli, quali la Finta giardiniera, anche credendo che il sovvertire la tradizione musicale e, prima ancora vocale, sia la strada per far conoscere ed amare questi titoli, che , invece, ed alla faccia dei modaioli si reggono sull’ortodossia del canto e dell’esecuzione.
Quindi alla fine rimangono cinque titoli ossia Werther, Rosenkavalier, Eugenio Onegin, Nozze e Tosca. I cantanti prescelti sono quelli che abitano i vari cosiddetti grandi teatri, in alcuni dei quali applauditi ospiti in altri riprovati. Secondo una regola che è ben più antica dei singoli episodi per i quali solo oggi si cercano astruse scusanti e motivazioni.
Vorrei però rilevare, al di là dei nomi consunti come Violeta Urmana Tosca, Susan Graham protagonista di Ifigenia, Ramón Vargas di Werther ed in altro cast la Ganassi Charlotte o non altrove proponibili come il Cherubino di Alesandra Marianelli o la Sofia di Ofelia Sala, che due sono i motivi sui quali, chiudendo, invito a riflettere ovvero come l’idea di proporre titoli non dico sconosciuti (Chatterton di Leoncavallo, piuttosto che Maria di Scozia di Pacini), ma un minimo al di fuori di quei trenta abusati (ossia Iris o Maria di Rohan) sia assolutamente non recepita e contemplata e come grandi bacchette ormai rifiutino o evitino il grande repertorio o la grande tradizione. Basta guardare chi accompagna, dirige, concerta Tosca ed Ugonotti.
Non me la sento, in tutta onestà di augurare buon ascolto ai melomani madrileni che un tempo impazzivano per acuti e smorzature tenorili, quelli che Ugonotti e Werther, almeno, impongono!!!

Gli ascolti

Meyerbeer - Les Huguenots

Atto I

Plus blanche que la blanche hermine - Hipólito Lázaro (1924)

Piff! Paff! - José Mardones (1919)

Atto II

O beau pays de la Touraine - Josefina Huguet (1906)

Puccini - Tosca

Atto II

Vissi d'arte - Lotte Lehmann (1929)

Strauss - Der Rosenkavalier

Atto I

Da geht er hin - Montserrat Caballé (1965)

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venerdì 26 febbraio 2010

Fervidi pensieri 1 - Andrea Chénier a Madrid: Tal dei tempi è il costume!

Ieri sera è accaduto all’opera lirica di finire malamente svergognata in quel di Madrid, in diretta radio.
Svergognata al punto tale da indurre la sovrintendenza del teatro a sospendere la diretta radio dopo che la recita era stata interrotta al monologo del primo atto di Carlo Gerard. Interruzione causata dalle violente intemperanze del pubblico che, come si legge nei fori operistici spagnoli, ha reagito duramente di fronte alla maldestra amplificazione delle voci, che riverberavano in modo grottescamente innaturale in sala, in special modo nel loggione.
La recita è ripresa dopo la mediazione della signora Cedolins e del direttore artistico del Teatro Real, Antonio Moral, ed è stata condotta sino alla fine dai protagonisti, il cui stato vocale potrete ben apprezzare dal file audio di quanto trasmesso dalla radio. A dirla tutta, dopo il secondo atto Marcelo Alvarez, del quale vi proponiamo l'Improvviso, è stato messo in panchina a favore del tenore Jorge de León, che solo quattro giorni prima aveva provveduto a "tappare il buco" di una delle recite già affidate all'altro titolare del ruolo, Fabio Armiliato. All'annuncio della sostituzione, nuove proteste da parte del pubblico, ma grande successo del sostituto a fine serata.
La trasmissione radiofonica, impossibilitata a svolgersi come previsto - ha precisato lo speaker - per motivi indipendenti dalla volontà dell'emittente, si è conclusa con la messa in onda di un’edizione discografica ufficiale della stessa opera.
Siamo sempre più vicini al teatro d'opera in disco!!! Per parte nostra ci limitiamo a deprecare la scelta dell'edizione Pavarotti-Caballé, cui non possiamo fare a meno di preferire, nell'ordine, Gigli-Caniglia, Corelli-Stella, Del Monaco-Tebaldi, Domingo-Scotto.

Postilla: con una nota sul proprio sito ufficiale (teatro-real.com/Noticias/Detalle?posicion1=3875), il Teatro Real si scusa per il "problema tecnico" che ha fatto sì che "per alcuni minuti del primo atto si ascoltasse nella zona del loggione il suono normalmente destinato al foyer del teatro durante le rappresentazioni. Questo fatto ha causato una percezione acustica distorta, che ha suscitato la protesta di alcuni spettatori, il che ha obbligato a interrompere la recita, che è stata ripresa non appena è stato risolto il suddetto problema. Il Teatro Real è dispiaciuto per la difficile situazione che hanno dovuto vivere gli artisti che prendevano parte a questa recita e assicura che in nessun caso, come è d'uso in questo teatro, è stato utilizzato alcun mezzo che non fosse lo strumento naturale della voce. Inoltre, il Teatro Real si scusa per essersi visto costretto a sospendere, per i motivi già menzionati, la trasmissione in diretta che stava realizzando Radio Clásica de RNE".

Ma se i problemi erano stati risolti dopo i primi minuti e le prime proteste, perché sospendere la trasmissione della recita?

In un'altra nota (teatro-real.com/Noticias/Detalle?posicion1=3653), il Teatro informa che l'ultima recita di Chénier, domenica 28 febbraio, sarà affidata a Jorge de León in sostituzione di Marcelo Alvarez.



POSTILLA - Nella nostra chat il Maestro Armiliato, che ringraziamo per il suo intervento, ha chiarito che J. de Leon lo ha sostituito in una delle "sue" recite di Chénier solo ed esclusivamente in ragione di una rappresentazione di gala svoltasi in Giappone, impegno che si sovrapponeva con la suddetta recita di Chénier. A maggior ragione ci pare biasimevole il comportamento del Teatro, che prima ha annunciato e poi ha dovuto smentire la partecipazione del tenore Armiliato alla recita in questione.



Gli ascolti

Giordano - Andrea Chénier


Teatro Real de Madrid, 25 febbraio 2010
Direttore: Víctor Pablo Pérez

Tramissione in diretta di Radio Clásica/RNE


Atto I

Quest'azzurro sofà...Compiacente a' colloqui...Il giorno intorno - Marco Vratogna & Fiorenza Cedolins

Un dì all'azzurro spazio - Marcelo Alvarez


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mercoledì 29 luglio 2009

Nozze di Figaro da Madrid alla radio

Gli ultimi scampoli di stagione ci portano in dono, via la radio spagnola, una diretta delle Nozze di Figaro dal Teatro Real di Madrid. Diretta che appare emblematica dello stato in cui versa il canto mozartiano, che certa vulgata digitale asserisce essere non solo al riparo da ogni decadenza, ma addirittura capace, per magica virtù, di rimettere in sesto la voce a quei cantanti che l’abbiano dissestata per incongrue scelte di repertorio o lacunose cognizioni tecniche.

Oggi ci si picca di fare della filologia riaprendo i tagli (arie di Marcellina e Basilio) e integrando il clavicembalo nei recitativi obbligati. Poi ovviamente si tollera una direzione slentata e soporifera, che peraltro mette in grande difficoltà i cantanti, e un’esecuzione in cui cadenze, variazioni e inserimenti brillano per assenza. E sì che molti degli esecutori hanno o hanno avuto consuetudine con il repertorio barocco.
Barbara Frittoli, reduce dal debutto annunciato e poi cancellato in Aida, è l’ombra della cantante che è stata. Il colore della voce è ancora bello nelle note centrali, che però sono tenute con fatica e udibile sforzo (insomma come si dice, la voce “balla”). La cavatina evidenza gravi problemi nella gestione dei fiati, al di sopra del fa centrale compaiono suoni duri, a volte anche d’intonazione incerta, nonostante la cantante si sforzi di mascherare la difficoltà ricorrendo a piani e pianissimi regolarmente privi di appoggio. Nel terzetto che precede il finale secondo la salita ai do, che da edizione critica spettano alla Contessa (mentre nello spartito Ricordi passavano a Susanna, in omaggio a una tradizione che voleva la soubrette più brillante in acuto rispetto alla padrona), è coronata da due strilli che lasciano basiti. Le cose vanno meglio nell’aria del terzo atto, anche per la scrittura marcatamente centrale (il che incoraggia la cantante a tentare un paio di variazioni nella ripresa, le uniche in tutta la serata), ma ancora una volta quando compaiono i la naturali, ritornano diffusi stridori. Nel complesso una prova molto deludente, soprattutto perché viene da una cantante, che proprio nella Contessa aveva trovato uno dei propri personaggi d'elezione.
La Susannetta, Isabel Rey, oltre a essere difficilmente distinguibile dalla padrona per timbro e accento (e non solo al finale quarto, ove la confusione è anzi auspicabile), pur con voce agra regge discretamente al centro, ma è vuota nei gravi, specie nell’aria delle rose, in cui peraltro i cali d’intonazione in alto (in fascia tutt’altro che estrema: l'estremo acuto è un la naturale) danno luogo a “svirgole” semplicemente imbarazzanti.
Quanto al nominale mezzosoprano Marina Comparato, che sappiamo nostra affezionata lettrice, vorremmo sommessamente raccomandarle l’ascolto di Conchita Supervía, che pur disponendo di uno strumento tutt’altro che privilegiato tratteggiava un Cherubino d’irresistibile fascino. Una voce magari più attraente, ma imprigionata fra naso e gola e con evidenti problemi di respirazione, dà luogo a un canto opaco, stridulo, senescente.
Meglio le voci maschili, se si è disposti a sopportare le solite emissioni forzate e assai poco nobili e gli accenti sistematicamente veementi, che richiamano di volta in volta compare Alfio, Gianciotto Malatesta e Malatestino di lui fratello. Luca Pisaroni, che ricorda nel nome (e solo in quello) una grande cantante del passato, stenta in acuto, mentre Ludovic Tézier ha problemi nella gestione del legato soprattutto nella grande aria. Pur nella decadenza del mezzo e con abbondanza di suoni non a fuoco, il più appropriato, anche per la natura schiettamente comica del personaggio, è apparso Raúl Giménez come Basilio, ruolo che segnò l’addio alle scene scaligere del compianto Mirto Picchi.
Male gli altri.
Supponiamo imputabile al regista Emilio Sagi la scelta di condire i recitativi e talvolta anche le arie con risolini, strilletti, caccole varie che si speravano bandite dal repertorio. O forse anche di questi orpelli dobbiamo essere grati alla cosiddetta filologia?

Recita del 23 luglio 2009
trasmessa in diretta da RNE - Radio Clásica


Direttore - Jesús López Cobos
Maestro del coro - Peter Burian

Il Conte d'Almaviva - Ludovic Tézier
La Contessa Rosina - Barbara Frittoli
Susanna - Isabel Rey
Figaro - Luca Pisaroni
Cherubino - Marina Comparato
Marcellina - Jeannette Fischer
Bartolo - Carlos Chausson
Don Basilio - Raúl Giménez
Don Curzio - Enrique Viana
Barbarina - Soledad Cardoso
Antonio - Miguel Sola


Gli ascolti

Mozart - Le Nozze di Figaro


Atto I

Non so più cosa son, cosa faccio - Conchita Supervía (1927)

Non più andrai farfallone amoroso - Italo Tajo (1951)

Atto II

Porgi Amor - Gabriella Gatti (1951), Faye Robinson (1984)

Voi che sapete - Jolanda Gardino (1951)

Atto III

Crudel! perché finora - Emilio de Gogorza & Emma Eames (1908)

Hai già vinta la causa!...Vedrò mentr'io sospiro - Ernst Blanc (1961)

E Susanna non vien...Dove sono i bei momenti - Mirella Freni (1974)

Atto IV

Giunse alfine il momento...Deh vieni, non tardar, o gioia bella - Lucrezia Bori (1937), Lina Pagliughi (1934)

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sabato 2 agosto 2008

JDF e il Duca di Mantova: cronaca di un forfait annuciato!

Correva il novembre 2006 quando GG e DD, su un foro italiano, osarono per primi alzare le loro teste, o forse sarebbe meglio dire, le loro orecchie, tra gli adoratori del vitello d’oro, per infrangere il dogma, già serpeggiante, che voleva Florez prossimo e grande Duca di Mantova.
Osarono, i due cellettiani melomani, ricordare ai giovani, diseducati da vent’anni di malastampa, che mai nessun tenore di quel peso si era permesso di indossare i panni dell’arrogante e sensuale Duca; osarono ricordare che il signor Kraus godeva di caratteristiche vocali, in primis tecniche, estranee al giovane peruviano; osarono sottolineare il pericolo di uscirne con le ossa rotte, o con una prova gridata, che avrebbe potuto anche costar cara al tenorino di grazia.
Oggi persino il Corriere della Sera riporta, in un breve articolo, la notizia della rinuncia di Florez, peraltro già ampiamente intuita dopo la mediocre prova di Dresda, a cantare il già annunciato Rigoletto in quel di Madrid nella stagione prossima .
Riteniamo doveroso, soprattutto verso i nostri detrattori, riproporvi qui di seguito la selezione delle nostre opinioni di allora. Chi volesse confrontarle con quelle altrui, sa bene ove può trovarle. E questo non tanto per vanteria, quanto come ulteriore riprova del fatto che " il canto non è l'arte della cabala " ( R. Celletti ), anche per il signor Florez.


Non credo che Florez debba cantare il Duca perchè la parte non gli sta.
Se cerco di immaginarmelo, a valle degli ultimi ascolti, Barbiere di New York in primis, mi domando alcune cose:

1) come farà a dare un pochino più di corpo alla sua voce ( perchè la voce ora è veramente di fibra e molto smilza ) senza vibrare vistosamente più di quanto già non vibri ( nel Barbiere il fatto è evidente anche senza la spinta verso l'alto di scritture come Otello )

2) dove troverà le grandi arcate di canto legato che il duca, elegante e seduttore deve avere: perchè le donne dicono di sì ad un amoroso galante e sensuale che le abbraccia e seduce con la voce rotonda....
La proiezione all'acuto lui la possiede certo, ma la progressiva espansione della voce nel salire gli è estranea ( ".....le mie pene consolaaaaar" tanto per esemplificare...): se allarga, si squaderna tutto.

3) se la voce non è di qualità, perchè la dote non è certo quella di un Alvarez, occorrono i colori per riuscire a creare qualche effetto: ma ora come ora le difficoltà nella dinamica sono chiare. Il Barbiere è veramente monocorde, ed è in una tessitura più agevole.
Quali risorse interpretative avrà?

L'altra cosa che mi lascia perplessa è la possibilità del passaggio da un'eleganza femminea e un po' manierata, peculiare a Florez e gradevole nel belcanto contraltino, a quella seduttrice, baldanzosa ma immediata del Duca.

Il salto dentro Verdi è una brutta bestia: sei un colosso nel belcanto e lì diventi improbabile. Ne sanno qulcosa altri belcantisti dalla voce più robusta della sua.

...

Mi ripeto: è a LUI che non conviene. Verdi ha la capacità di risucchiare le voci abituate al belcanto e farle sparire nel nulla.

Al pubblico piacerà di certo.

...

Il buon Diego farà il Rigoletto e sarà fuori parte nella migliore delle ipotesi, in difficoltà vocali nella realtà.

Ve la ricordate la Horne nella Amneris e nella Eboli?
O il Filippo II di Ramey?
O la Traviata della Sutherland?
O la Luisa Miller della Anderson?
La Eboli in disco della Terrani o la sua Azucena annunciata al Covent Garden e mai cantata?
Ed ho esemplificato con voci di belcantisti di tonnellaggio ben diverso da quello del nostro Florez.

...

Tenori leggerissimi dici?
Beh, il nostro ha un peso che sta tra Matteuzzi e Blake.
Il primo mai ci pensò, ed il secondo lo cantò in giovinezza e lo lasciò stare da celebre.
Chi sono gli altri leggerissimi?Perchè Kraus non era mica quel "roubin" lì.
Chi sarebbero quelli che erano leggeri come lui? Nè Alva nè Benelli ci hanno provato col Duca.
Nessuno con vocina cosi esile lo ha cantato.

Quali disatri vuoi che profetizzi? Oggi tutto passa, e lui è il re dei tenori, vuoi che non passi lui?
Ma io sto parlando in assoluto, non relativamente a questi tempi.
Per lui è questione di colori, di una dinamica che con una voce di quel tipo messa così non possono esserci, perchè a cantare da amoroso lì... sembrerà Gilda!

Per me anche i suoi Puritani sono una ciambella senza buco, e mica per partito preso, nonostante quello che mi scrivi.
Il senso dello sforzo che traspare da quel canto, il debito di ossigeno di chi non ha l'ampiezza per stare là in alto con quelle arcate di suono legato, soprattutto all'atto III, sono evidenti nel nastro come lo erano in teatro.
E siccome non lo si considera un hobbista di tecnica, come invece lo sono gli Alvarez, i Villanzon, gli Alagna, non possiamo fare a meno di ricordarci che i limiti ci sono: lui vuole stare nell'Olimpo dei cantanti di gran tecnica ( e mi piace la sua ambizione! )? allora ecco i confronti spietati, quelli con il canto di vera qualità, non con la robaccia.
Blake e Merritt, che i Puritani ce li hanno fatti sentire di recente, stavano lassù senza fatica: e Blake ebbe la saggezza di riconoscere la bruttezza del suo timbro, la mancanza di grazia, nelle opere di Bellini e di lasciarle lì.

definisci disastri, ruoli mal riusciti, tentativi, ...usa il termine che vuoi per gli esempi di belcantisti che ho citato sù ( ed ho citato i migliori, perchè come sai ve ne sarebbero ben altri e di peggiori..!), ed erano voci tutte più importanti delle sua, anche la Horne.

Credo che lui stia facendo una di quelle operazioni, nè rare nè nuove, simili a quelle che da anni le due velone fanno nei repetori da drammatico.
Però.....eh si, il però c'è.........e tu sai bene dove sta.

Ma te lo vedi a cantare il quartetto con una bella Maddalena tipo Mariana Pentcheva, sgangherata fin che vuoi ma con una gran voce??
Cosa fa il signor tenore? pretende un Rigoletto zanzara, una Gilda moscerino, ed una Maddalena vespa?

Perchè, vorrei ricordare, a Genova una Luciana Serra prepensione fu sufficiente a farlo sembrare una vocina nell'Ory, anno domini 1999.

Quanto al mio presunto muro di gomma nei suoi confronti, osservo la sua propensione a volere esserci sempre solo lui nei cast, come Angelica Catalani, il cui marito diceva sempre: " Mia moglie e quattro burattini!"
Questo è il solo aspetto di Florez che veramente non mi piace.

...

se nessuno sa cantare il più grande tenore del mondo deve confrontarsi con il niente del presente o confrontarsi con i grandi Duchi che lo hanno preceduto?

Questo argomento ha poco senso, perchè.... sarebbe come trovare una giustificazione a pessimi comportamenti perchè ci si trova in compagnia di persone che male si comportano!

Migliorare le cose quando vanno male comincia da noi stessi e chi aspira ad essere il re dei tenori deve esserlo sempre, anche nelle scelte artistiche.

Forse avete ragione voi favorevoli, forse abbiamo ragione noi.....abbiamo espresso il nostro pensiero, ma a questo punto possiamo solo stare a vedere.


E abbiamo visto. Ma soprattutto sentito!

Verdi: Un Ballo in Maschera, Atto III - Saper vorreste - Luisa Tetrazzini

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giovedì 24 luglio 2008

Stagioni prossime venture: La Spagna


Ormai da tempo nota la composizione della stagione 2008-2009 nei maggiori teatri spagnoli (Real di Madrid, Liceu di Barcelona, Opera di Bilbao, Campoamor di Oviedo, Pérez Galdós di Las Palmas), il panorama iberico si prospetta, al pari di quello francese e londinese analizzato da Duprez, a dir poco desolante. Non certo per la quantità di proposte, sempre e comunque superiore a quella di teatri italiani dalle risorse altrettanto (se non più) importanti, bensì per la qualità di un'offerta che assai di rado coniuga arditezza di proposte e lungimiranza di distribuzione vocale, per tacere di quella artistica in senso lato.

Basta uno sguardo ai titoli per accorgersi della poca fantasia dei curatori dei cartelloni: se fra gli autori premozartiani fanno timidamente capolino solo Monteverdi, Purcell (la solita Dido & Aeneas) e Haendel (con schiere di baroccari, sul palco e in buca), di Mozart impera la trilogia dapontiana (nessuna traccia non dico dei capolavori seri, ma ben più banalmente dei Singspiel), Rossini è limitato al canonico Barbiere (a Oviedo, con un Almaviva che è squittente caricatura di un tenore di grazia) e Donizetti alle opere comiche (Don Pasquale, affidato per giunta ai partecipanti di un workshop del Teatro Real istruiti da Ernesto Palacio [sic], e Figlia del Reggimento). Se Verdi è maggiormente presente e risponde all'appello il solito Janacek (ormai il vero autore à la page di questi anni), Bellini e Gluck mancano del tutto (assenti non dico Norma o Pirata, bensì i più abbordabili Capuleti), Wagner e Strauss sono ridotti ai soliti titoli (soprattutto il secondo, con l'ennesima Arianna a Nasso dal cast ben poco attraente) e di Puccini, malgrado le celebrazioni, si vedranno Turandot e Bohème (titoli non proprio bisognosi di riscoperta). Persino l'opera francese, a eccezione della "sivigliana" Carmen (peraltro incautamente affidata a una Ganassi che non ha certo lo charme richiesto dal ruolo, per tacere del resto), latita. Importante, come usa dirsi, la presenza di titoli novecenteschi e/o inediti, specie in teatri come il Real e il Liceu, ma ci sono forti dubbi sulla qualità del canto che simili titoli possano richiedere e conseguentemente proporre al pubblico.

Non che negli altri repertori le cose vadano splendidamente, per inciso, attestato che i più quotati interpreti di un ruolo da vertigine come Riccardo nel Ballo in maschera sono rispettivamente un tenore dalla voce un tempo magnifica e ormai appannata e dal forfait facile e un microbico cantante assai più adatto a Paisiello che non agli eroi verdiani, frequentati con stolida assiduità anche sulle scene dei nostri teatri. Per non parlare del Duca di Mantova, altro ruolo a forte rischio di rinunce last minute, schiacciato com'è fra tenori di brillante ascendenza contraltina che poco o punto sanno di vocalità e accento verdiani (e che per giunta faticano assai sul passaggio e oltre) e voci deliberatamente bloccate allo stato brado, malgrado un'agenda che porrebbe seri problemi anche a cantanti tecnicamente ben più ferrati.
Non si creda però che la corda tenorile sia l'unica a conoscere serie difficoltà nel repertorio verdiano: in campo femminile assistiamo a un'altalena di orchi e passerotti, voci liriche un tempo dignitose, quando non sontuose, ormai svuotate e rinsecchite, precocemente senili nel timbro e nel vibrato, quando non svociate e ululanti senz'altro.

A proposito di difficoltà. Non sfugge certo che il teatro di Bilbao, saggiamente, ha scritturato per opere di grande richiamo come Figlia del reggimento e Carmen due cast, il primo "all star" e il secondo di giovani di belle speranze: è bello avere fiducia nelle nuove leve, ma, alla luce di recenti prove (e mancate prove) delle massime star mondiali, abbiamo ragione di credere che non sia tanto la fiducia ad animare i responsabili dell'iniziativa, quanto il timore di non avere un rimpiazzo pronto in caso di abdicazione in extremis.

Un dettaglio curioso, nella follia generale, è il debutto di una baroquiste di lungo corso e provata fede come Véronique Gens nei Maestri cantori di Norimberga (Liceu di Barcellona). Come possa una voce delicata (per usare un termine neutro) e avvezza agli striminziti complessi "su strumenti originali" pensare di oltrepassare le bordate dell'orchestra wagneriana, è cosa difficile da comprendere. Peccato che a dirigere l'opera non siano stati convocati filologi del calibro di Herreweghe o Spinosi, essendo il tutto affidato a un più tradizionale - ma assai meno chic - Sebastian Weigle, cui spetterà l'arduo compito di non ridurre la Gens a una mima. Il percorso inverso percorre invece, nel medesimo teatro, Vesselina Kasarova, dai troppo onerosi eroi en travesti del melodramma rossiniano e belliniano al più abbordabile Nerone di Monteverdi. Spericolata invece Patrizia Ciofi, quasi afona nei recenti Capuleti parigini: le stagioni spagnole la vedranno impegnata come Gilda, nel debutto come Cleopatra nel Giulio Cesare haendeliano (una parte sontuosa e virtuosistica che le sarebbe stata forse dieci anni fa, e nemmeno allora perfettamente) e in un concerto-omaggio a Puccini, al fianco di colleghi del calibro di Paoletta Marrocu, Maria Guleghina e Roberto Aronica (è il caso di dire: povero Puccini).

E a proposito di concerto, gli amanti del "nuovo che avanza" non si faranno certo sfuggire le rinnovate esibizione di pezzi di storia del canto come Jaime Aragall e Juan Pons (quest'ultimo ormai assurto al rango di reperto archeologico). E infine, ça va sans dire, Edita Gruberova, impegnata al Liceu in due concerti solistici, uno con orchestra, dedicato alle arie di bravura di Mozart, e l'altro liederistico, con accompagnamento di pianoforte. Ma quella della signora Gruberova è una lezione di tecnica ferrea e conseguente longevità vocale che molte colleghe (e colleghi) paiono prendere in scarsa considerazione.


Gli ascolti

Beethoven - Fidelio
Atto II: Gott! Welch Dunkel hier - Wolfgang Windgassen

Donizetti - La fille du régiment
Atto I: Pour mon âme - Chris Merritt

Monteverdi - Il ritorno d'Ulisse in patria
Atto I: Di misera Regina - Gabriella Gatti

Rossini - Il barbiere di Siviglia
Atto I:
Largo al factotum - Armand Crabbé
Dunque io son - Ewa Podles & Mikael Melbye

Verdi - Rigoletto
Atto II: Parmi veder le lagrime - Rockwell Blake

Verdi - Un ballo in maschera
Atto I: Di' tu se fedele - Tino Pattiera

Wagner - Tannhäuser
Atto III: O du, mein holder Abendstern - Herbert Janssen

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domenica 1 giugno 2008

A Madrid Orfeo non bissa


Il cast:

Orfeo - Juan Diego Flórez
Euridice - Ainhoa Garmendia
Amore - Alessandra Marianelli

Coro y Orquesta Sinfónica de Madrid

Direttore - Jesús López Cobos
Maestro del coro - Peter Burian

Recita del 30 maggio 2008 (trasmessa in diretta da Radio Clásica)

L'atteso ritorno in Europa di Juan Diego Flórez, dopo il debutto come Duca di Mantova a Lima e la trionfale Fille del Met, avviene con il suo primo Orfeo gluckiano: tre recite al Teatro Real di Madrid da cui la Decca ricaverà un disco.
Mesi fa, ascoltando Flórez alle prese con l'aria acrobatica e il lamento di Orfeo nel suo concerto scaligero, avevamo espresso dubbi circostanziati circa l'idoneità del tenore peruviano rispetto ad un ruolo che Gluck riscrisse per il tenore Le Gros, primo Admeto e certo non coincidente con la vocalità da tenore leggero di cui il Nostro è oggi uno dei massimi rappresentanti. L'approdo al ruolo integrale (sia pure in forma di concerto) conferma ora le impressioni di allora.

Alla ricerca di un'ampiezza e di una varietà di colori consone al ruolo, e provato dai recenti cimenti verdiani (che saranno rinnovati in quel di Dresda), Flórez è costretto a forzare la sua delicata voce, che, sempre di bel colore seppure come velata e trattenuta, risuona molto faticosa soprattutto sul passaggio superiore (ascoltare per questo il lamento, che sul passaggio per l'appunto insiste). Assodato che i gravi sono poco sonori e afflitti da un vibrato consistente (massimamente evidente nell'ultimo atto), va detto che gli acuti non risplendono, risultando ora spinti ora indietro, e opportuna appare la scelta di abbassare di mezzo tono la prima strofa della scena delle Furie, provvedendo a saldarla al resto del quadro attraverso la rielaborazione di alcune battute del Coro. La coloratura, sgranata meccanicamente, non ha lo splendore delle Cenerentole e dei Barbieri di un tempo non lontano (e la coloratura gluckiana non assurge certo alle altezze di quella rossiniana, che Flórez, in ambito comico, ha sempre affrontato a testa alta). Inoltre, nei punti in cui il cantante intende proporre una consona e sfumata dinamica, la linea vocale è assai vicina a spezzarsi e a tratti ridotta a un gémissement (confronta il recitativo dopo il lamento).

Nel ruolo di Euridice, che ultimamente una bizzarra moda impone di affidare a voci meno consistenti del soprano lirico richiesto dalla partitura e dalla tradizione, Ainhoa Garmendia, pallida soubrette giunta all'ultimo momento a rimpiazzare Nicole Cabell, non ha timbro o meriti che la distinguano dall'Amore di Alessandra Marianelli, che finalmente abbiamo modo di ascoltare in un ruolo consono alla sua esperienza e natura vocale e che non fatica a risultare, malgrado la voce alquanto acidula, la migliore della serata.

Sconfortante la direzione di López Cobos, che dei barocchisti trattiene solo la mano pesante e i tempi alla bersagliera, perdendo per strada finezze strumentali e soprattutto l'incerto e malsicuro Coro, che fa pensare a un gruppo di filarmonici che abbiano ricevuto lo spartito un'ora prima della recita.

Ci piacerebbe evitare, per una volta, la nomea d'incontentabili, e a questo fine proponiamo alcuni ascolti che possono aiutarci nel definire il volto tenorile di Orfeo. Al di là di pretese filologiche e "integraliste" discutibili quando non pretestuose.
Accanto a questi, e in omaggio al gusto dell'epoca, così amante di pasticci, aggiunte e riscritture, un'aria alternativa per la sortita di Amore: una chicca da vera Primadonna assoluta, affidata a una delle voci che più hanno dato a questo e a tanti altri repertori.

Ch. W. Gluck - Orfeo ed Euridice

Atto I

Chiamo il mio ben così - Ivan Kozlovsky
Al tuo seno fortunato (da L'anima del filosofo, ossia Orfeo ed Euridice di F. J. Haydn) - Joan Sutherland
Addio, o miei sospiri - Rockwell Blake

Atto II

Chi mai dell'Erebo - Ivan Kozlovsky, Rockwell Blake
Che puro ciel - Rockwell Blake, Ivan Kozlovsky

Atto III

Vieni: segui i miei passi... Che fiero momento! - Ivan Kozlovsky & Elizaveta Shumskaya, Rockwell Blake & Mireille Delunsch
Che farò senza Euridice - Ivan Kozlovsky, Rockwell Blake, Léopold Simoneau

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