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martedì 24 maggio 2011

Bologna: il lutto si addice ad Ernani.

E’ con immenso cordoglio e inconsolabile tristezza, ma anche profonda Fede nella divina volontà, che siamo costretti ad annunciare a voi tutti, giunta dopo lunga e atrocissima agonia, la recente dipartita dell’opera di Giuseppe Verdi “Ernani”.

Ernani, come saprete, era uno spagnuolo eroico e ardente, ma anche masnadiero suo malgrado, nonostante la nobile discendenza. Nacque dalla scandalosa e innovativa penna di Victor Hugo prima e dal vivace e giovanile pentagramma di Giuseppe Verdi coadiuvato dall’estro del librettista Francesco Maria Piave, in quel 1844 che lo consegnò alla storia dell’opera e ad un imperituro successo.
Visse bene, in salute e floridamente Ernani, ripetendo per più di un secolo e mezzo la sua cruenta ed eccentrica leggenda, ricca di tinte fosche e appassionate nei teatri di tutto il mondo e raccogliendo onori e gloria per mezzo delle inebrianti voci di illustrissimi et lodevolissimi interpreti.

Ahimé, tale messe di successi era purtroppo destinata a volgere al crepuscolo non bruscamente, ma in modo subdolo e lento come la peggiore delle torture medioevali: un cancro inesorabile e corrosivo si è fatto strada su quegli stessi palcoscenici che prodigamente avevano coperto di allori il nostro proscritto. Invano le amorevoli cure di Festival, artisti e direttori di chiara fama e presunta maestria, accorsi al capezzale del moribondo onde trovare una cura a base di canto e musica, unica soluzione al male che provocava la consunzione delle iberiche carni, ha lenito tali sofferenze. Tutto fu vano. Il corpo, già piagato dall’effetto deleterio delle recite americane (Licitra, Radvanovsky, Daniel, Hvorostovsky, etc . etc. ) avevano inferto un’ulteriore purulenta ferita che, alla luce degli avvenimenti felsinei, ha infettato e incancrenito i resti del martoriato corpo che si è spento sotto i poco pietosi colpi inferti del malcanto.
Il cadavere, composto sul palcoscenico del Teatro Comunale di Bologna adibito a camera ardente, è stato deposto in una semplice bara rivestita di tele dipinte, cartapesta, strass e paillettes, è stato portato in spalla da un quartetto di artisti, gli stessi che hanno purtroppo decretato la sua condanna a morte, a cui hanno fatto seguito un folto pubblico accorso per rendere omaggio con sincero e caloroso affetto alla salma e il direttore d’orchestra che ha eseguito l’ormai decomposta partitura, in ricordo dei tempi in cui fu grande… e tagliuzzata dei “da capo”.

Il lutto si addice a Dimitra, la quale con spietato cinismo, nel sollevare la bara sulla spalla, ha deciso che tutto sommato il personaggio di Elvira andasse riscritto e riadattato alla sua voce ed al suo “temperamento”; temperamento che si estingue allorquando la cantante, ormai per contratto, decide di scagliare un pezzo di scenografia su un altro cantante o sul palcoscenico: in questo caso un tonico al IV atto.
La Theodossiou ha così incautamente deciso di polverizzare ciò che restava del personaggio cardine di Elvira trasformata, per la funerea occasione, in una pupattola lamentosa e bamboleggiante, dotata di un timbro che definire ormai querulo sarebbe già un complimento ed uno “slegato” esemplare nel suo continuo spezzettare ogni frase in frammenti rimbalzanti; come definire poi ciò che ha escogitato per risolvere i gravi letteralmente immaginati, gli acuti nella reiterata e poco simpatica imitazione delle unghie sulla lavagna o nelle colorature, se così vogliamo chiamarle, così chiocce, calanti e talmente male in arnese quanto a fiato da richiedere d’urgenza la presenza di una salvifica bombola d’ossigeno? Rimane allora un registro centrale percettibile e la presenza di pianissimi presi in prestito dalla solita Caballé fine anni ’90 che galleggiano compiaciuti nel nulla di un sostegno inesistente. E l’accento? Basterebbe la squisita distaccata cordialità con la quale invita il Re a non insistere con le profferte poco regali di prenderle l’onore, per rimanere attoniti.
Il lutto si addice ancor di più a Marco di Felice, che affianca la Theodossiou nella prima fila del trasporto della bara. Baritono nominale, di fatto un tenore non sfogato, per tutta la recita ci si chiede ascoltandolo “perché?”; perché in condizioni del genere è stato l’unico a beneficiare del “da capo” della sua aria al II atto, il cui risultato era già scarso in partenza? Voce piccola così, circoscritta ad un gorgogliante registro centrale, poiché né in acuto, né nel grave ci è data la possibilità di udirlo. A peggiorare le cose una dizione in cui vengono pronunciate solo le vocali “E”, “O”, “U”, ed un fraseggio bolso. Almeno ha saputo sopportare il fardello della salma.
Dietro di loro il peso è stato equamente distribuito tra Ferruccio Furlanetto ed il rinato, dai malanni, Roberto Aronica, che in parte ringrazio per avermi risparmiato l’ascolto dei suoi “esotici” colleghi sostituti.
Furlanetto ha puntato sulla presenza scenica, sull’eleganza del portamento, sul carisma del pianto facile, sostenuti da un canto come filtrato da una purea abbastanza densa di patate, cifra stilistica ormai imprescindibile della sua voce, ma questo lo sapevamo da sempre, resa però traballante soprattutto in alto e ruvida in basso in virtù dell’età. L’eloquio, la potenza dello strumento e certi inserimenti “veristi”, meno grevi rispetto ai Filippo II di New York e Londra, hanno portato al visibilio il pubblico commosso.
Aronica, ancora in ripresa dai malanni, rispetto al Pollione zurighese è qui un po’ più a suo agio. Il suo Ernani è sempre tribunizio nell’accento e molto monocorde nel fraseggio, ma almeno il tenore dimostra di possedere le note della parte, almeno nel registro centrale e grave, comunque timbrati, sonori, e dotati di una certa robustezza, anche se molto ruvidi e non proprio finissimi. Resta un passaggio di registro purtroppo irrisolto e dall’intonazione precaria, con acuti nasali e tutt’altro che belli da ascoltare, ovviamente sempre un po’ al limite.
Chiude il corteo funebre, subito dopo comprimari di dubbio gusto e un coro sufficientemente preparato malgrado qualche tragico svarione al II e IV atto da parte delle voci maschili, la presenza invero catartica di una bacchetta di ottimo mestiere e preparazione, ovvero quel Bartoletti che avrebbe dovuto essere presente fin dalla prima recita (affidata, come le altre, al maestro Polastri, previsto per il secondo cast) e che finalmente si è riappropriato del podio proprio per quell’ultima recita che ha sancito, quasi fosse un requiem, la discesa nel sepolcro dell’opera in questione.
Una direzione quella di Bartoletti basata sulla pulizia e preziosità del suono, sul gesto netto, sulla precisione di un cantabile avvolgente votato al sostegno delle voci dei cantanti prima di tutto, aiutandole spesso soprattutto nei concertati e nei momenti d’insieme e fraseggiando sovente, anzi più che volentieri, al posto loro. Lungi da essere rivoluzionario o stilisticamente appropriato o filologico (i tagli di tutti i da capo, ma in questo contesto… e la presenza di puntature non richieste e spesso fuori dalla grazia del cielo!) Bartoletti si lascia apprezzare per il gusto antico, per il taglio narrativo, ma immediatamente comunicativo nei riguardi del pubblico, il quale comprende, ringrazia e lo omaggia di conseguenza.

Poiché trattasi di funerale, il “regista” Beppe de Tomasi, ha pensato bene, forse per timore, forse per reverenza, forse per troppo dolore, di stare a guardare la cerimonia in costume regolando gli ingressi, le uscite di scena, le mani sul cor, il flusso delle lagrime, le spade sguainate e le cadute da suicidio, coadiuvato in questo dalle luci fondamentalmente insipide di Daniele Naldi.
Così il povero, ma bravo Francesco Zito ha dovuto fare tutto da solo con le sue colorate e fantasiose scenografie dipinte che riempivano il sofferto vuoto causato dal caro estinto, adornate da costumi un tantinello carnevaleschi, ma efficaci nella macabra economia dell’evento.

Il pubblico pregante, al termine della cerimonia e della deposizione nella semplice e anonima tomba allestita per l’occasione, ha infine salutato i commossi e provati Bartoletti, Aronica e Furlanetto con i toni prolungati del trionfo; lancio di fiori, probabilmente garofani e crisantemi estirpati dai cuscinetti e corone funebri al posto di più adeguati frutti marci, all’indirizzo della Theodossiou; cordialità nei riguardi di di Felice.

Qui giace “Ernani”, nobile eppur eroico e fiero bandito, opera ruspante e appassionata del battagliero Giuseppe Verdi che la compose, con il pensiero rivoltò a rendere immortale con la musica e la poesia la sua sanguigna storia regalandola con generosa modestia alla posterità. Stroncato da male lento e incurabile, tra sovrumane fatiche, il pubblico, i musicisti, i direttori, i cantanti, gli artisti, gli amici, i colleghi ed i melomani tutti, prostrati da questa perdita in quel di Bologna, a onor di vita esemplare, commossi posero. Amen.
Una prece.
Marianne Brandt


Lasciato alla collega Brandt l’onore e l’onere della trattazione del primo cast, mi accingo a riferire della recita fuori abbonamento di mercoledì 18, che schierava, accanto al direttore e al tenore già uditi in occasione della diretta radiofonica (e in quella occasione già doviziosamente commentati in chat), un’allieva della Scuola dell’Opera Italiana (l’ormai celebre accademia del Comunale) e due cantanti da diversi anni in carriera, e in teatri di un certo livello.
Intervistato negli intervalli della prima, il neo sovrintendente, omonimo del titolo affrontato, non ha fornito risposte chiare e precise circa il destino della Scuola dell’Opera. Ci auguriamo che il cambio di dirigenza porti con sé una riflessione sul significato e più ancora sugli esiti di questa istituzione, tenacemente sostenuta dalla precedente gestione. Valentina Corradetti non è certo l’elemento peggiore esibitosi in questi ultimi anni sulle tavole del Comunale, tuttavia non possiede, al momento, un’organizzazione tecnica che possa consentirle di gettare le basi di una solida carriera, obiettivo che dovrebbe essere primario per un’accademia musicale. La voce, che s’intuisce di solida e corposa natura, come sembra indicare anche la salda complessione fisica della signorina, appare in difetto di appoggio, si riduce spesso e volentieri a un mormorio ovvero evoca suoni di natura più felina che umana. Lo strumento, da lirico leggero più che da lirico pieno, suggerirebbe poi tutt’altro repertorio, non certo il primo Verdi, impietoso per chi non possieda perfetto controllo della prima ottava e sicurezza, specie d’intonazione, nella zona dei primi acuti. Ne risulta un’Elvira che risolve scolasticamente, appunto, la cabaletta d’entrata, eseguita una volta sola e semplificando le scalette ascendenti, e per il resto dell’opera non solo non trova l’ampiezza e il legato richiesti dalla partitura (limite massimamente evidente nei duetti con baritono e tenore), ma risulta poco o nulla udibile in ensemble. Una prova che suscita dubbi e perplessità non solo sull’allieva, quindi, ma sui precettori. Del resto è plausibile che il modello vocale e interpretativo, proposto alla signorina Corradetti, sia riconducibile alla blasonata collega del primo cast. Questo spiegherebbe, in effetti, molte cose.
Minori giustificazioni, e quindi maggiore biasimo, per i signori uomini. Giovanni Battista Parodi, la cui età anagrafica non tocca la quarantina, esibisce ormai la radiografia di una voce, svuotata e legnosa, di scarso corpo e quindi limitato impatto, affetta da un fastidioso vibrato in tutta la gamma. Riesce se non altro ad evitare le accentuazioni plebee e le cadute di gusto del suo collega del primo cast, ma un Silva così malfermo imporrebbe, almeno, l’omissione della cabaletta, e questo non per ragioni filologiche, ma per banale risparmio energetico.
Quanto a Ivan Inverardi, confesso che mi mancano gli aggettivi e persino i sostantivi per descrivere la sua prova, specie nella grande scena del secondo atto, ovviamente proposta in versione integrale. Quando si vuole censurare la rozzezza di emissione, la mancanza di musicalità, il cattivo gusto e magari le urla e i berci di un cantante, si usa tacciarlo di essere verista. Peccato che i grandi baritoni veristi, capitanati da Mario Sammarco e Carlo Galeffi, possedessero non solo un’organizzazione musicale di prim’ordine, ma fossero sempre espressivi. Riascoltati oggi, alcuni, i migliori, appaiono anche dei modelli di misura e sobrietà. Che nel canto del signor Inverardi, come nel suo modo di stare in scena, ad esempio quando deve minacciare Silva, non vi sia traccia dell’elegante tracotanza di don Carlo, non è una cosa che possa sconvolgere o stupire. Lascia per contro impietriti il ricorso, nell’azzimata seduzione di Vieni meco sol di rose, a suoni spoggiati e afonoidi, a mezza via tra il falsetto e lo sbadiglio, ben poco sonori e tuttavia rochi per lo sforzo richiesto in fase di emissione. Non siamo al teatro di prosa, forse neppure alla cosiddetta declamazione, propugnata da certi auto-eletti maestri dell’avanguardia operistica, sempre pronti a sottolineare la miseria degli spettacoli, da cui non sperino congrui motivi di soddisfazione. Quel che è certo, è che con simili presupposti non si affronta Verdi né il verismo, né altro repertorio, almeno in un contesto professionale.
Considerazione finale: che in un teatro di modeste dimensioni, per un titolo come Ernani, proposto oltretutto con sconti cospicui, praticati in biglietteria come su Facebook, non si riesca a fare il tutto esaurito, è cosa che dovrebbe indurre chi di dovere a riflettere. Se non altro per non ritrovarsi a celebrare, dopo il funerale di Ernani, quello del teatro felsineo.
Antonio Tamburini


Gli ascolti


Verdi - Ernani


Atto I

Mercè diletti amici...Come rugiada al cespite - Pier Miranda Ferraro (1965)

Surta è la notte...Ernani, Ernani involami - Margherita Roberti (1960)

Fa' che a me venga...Da quel dì che t'ho veduta - Mario Zanasi & Rita Orlandi-Malaspina (1967)

Che mai vegg'io?...Infelice, e tu credevi - Giorgio Tozzi (1962)


Atto II

Vieni meco, sol di rose - Carlo Meliciani (1969)


Atto III

E' questo il loco...Oh, de' verd'anni miei - Piero Cappuccilli (1972)

Ad augusta!...Si ridesti il Leon di Castiglia - Thomas Schippers (1962)

O sommo Carlo - Giuseppe Taddei (con Gino Penno, Caterina Mancini, Giacomo Vaghi - 1950)


Atto IV

Solingo, errante, misero...Ferma, crudele, estinguere - Giorgio Casellato-Lamberti, Mauro Rinaudo & Angeles Gulin (1978)


Leoncavallo - Pagliacci


Atto I

Sei là? Credea che te ne fossi andato - Rosetta Pampanini & Carlo Galeffi (1930)






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sabato 12 dicembre 2009

Cavalleria rusticana a Venezia: "Siamo male in arnese!"

La stagione 2009 della Fenice si è chiusa ieri sera con un dittico composto da Šárka di Janacek e Cavalleria rusticana di Mascagni.

Sulla prima, scelta verosimilmente sull’onda del vento ambrosiano al nobile e utile scopo di dirozzare il pubblico veneziano, non sufficientemente avvezzo al Cigno di Hukvaldy, non ci soffermiamo, poiché abbiamo accuratamente evitato l’ascolto. Rozzi, ignoranti, vociomani e passatisti quali altro non siamo giudicati, ci siamo concentrati su Cavalleria, la cui proposta oggi è ormai da reputarsi rarità, quasi che il teatro lagunare avesse riproposti gli Orazi cimarosiani o l’Artemisia del medesimo Maestro. Se dovessimo giudicare il livello della serata dalla sola seconda parte, dovremmo concludere di non avere perso molto.
Non dovrebbe essere impossibile allestire un titolo già di grande repertorio, quale è l’atto unico di Mascagni. Opera breve, con tre sole prime parti, una delle quali dalla scrittura così centrale da convenire tanto a un soprano che sia almeno lirico, quanto a un mezzosoprano. Difficoltà non insormontabili anche per il direttore e concertatore. Eppure.
Eppure, a onta dell’esperienza e del mestiere di Bruno Bartoletti, abbiamo udito un’orchestra corretta, ma greve e bandistica (anche al di là di quanto richiesto da una partitura che certo non abbonda in finezze), e una gestione spesso approssimativa delle masse corali, le quali hanno contribuito a indebolire il quadro di apertura e il coro successivo al celebre Intermezzo.
Eppure, nell’elementare parte di Alfio, Angelo Veccia ha berciato malamente con acuti duri e fischianti, riducendo il marito ferito nell’onore a una caricatura della figura immaginata, sulla scorta di Verga, da librettisti e compositore.
Eppure, nei panni di Turiddu, Walter Fraccaro ha dispensato un canto brado, con sistematica apertura dei suoni al centro e conseguente difficoltà di toccare, nel duetto con Santuzza, un banale si bem. Grande poi la fatica nell’addio alla madre, in cui le frasi sottolineate da indicazioni come “dolcissimo” e “molto sentito” hanno evidenziato la difficoltà nel legato. Per inciso erano le medesime frasi che guadagnarono a Beniamino Gigli il soprannome meneghino di “caragnoûn”.
Eppure, Anna Smirnova, nominale mezzosoprano che piace alla gente che piace (potremmo dire citando lo slogan di una nota autovettura) e in quanto tale ha di qui al 2012 un carnet d’impegni degno di una Cossotto o una Verrett, ha sfoggiato una prima ottava artificiosamente pompata alla vana ricerca di sonorità, una zona medio-alta in cui si palesa, con la vera natura di soprano lirico spinto, una diffusa abitudine a ghermire i suoni, che sono di conseguenza oscillanti e stridenti, e una fascia acuta (che il ruolo sollecita in misura minima: il si nat opzionale in chiusa dell’inno pasquale è stato saggiamente evitato) problematica e perigliosa al pari di quella grave. Occasionali tentativi di smorzare e addolcire, ad esempio nella scena con la mancata suocera e nel duetto della delazione, hanno dato luogo a suoni poco appoggiati e indietro. L’accento è generico, per non dire inerte, a meno che non si voglia spacciare per accento o magari per grande interpretazione tragica una Mala Pasqua urlacchiata con poca voce. E un incipit del duetto con Turiddu da vecchia zittella smaniosa.
Tacciamo per carità cristiana delle comprimarie, ma dobbiamo sottolineare come Mamma Lucia non differisse, per timbro e impostazione vocale, dalla nuora mancata.
Forse la Fenice avrebbe dovuto proporre Šárka in accoppiata con Erwartung. E non è una battuta.


Gli ascolti

Mascagni - Cavalleria rusticana


Atto unico

Voi lo sapete, o mamma - Bianca Berini (1976)

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giovedì 30 aprile 2009

Rigoletto a Bologna: Povero Rigoletto!

Rigoletto torna al Comunale di Bologna affidandosi a due vecchi leoni, Leo Nucci e Bruno Bartoletti, e al collaudato allestimento di Giancarlo Cobelli (ripreso da Ivo Guerra). Serata trionfale: chiamate alla fine di ogni atto, canonico bis della "Vendetta" e alla fine tutta l'orchestra sul palco, a ricomporre, pur nella persistenza dei problemi fra dipendenti e Sovrintendenza, lo screzio col pubblico causato dagli scioperi in occasione della Gazza ladra.


La direzione di Bartoletti è apparsa ottima, più ancora che per la scelta dei tempi (stringati, ma non tali da mettere in affanno solisti e concertatore), per l'abilità nel rendere la "tinta" verdiana, sopperendo con i colori dell'orchestra alla sostanziale monocromia del palco. Qualche attacco non pulitissimo di orchestra e coro (finale primo; impeccabile, per contro, la banda interna all'inizio dell'opera) e alcuni eccessi di impatto sonoro (eccessi che paiono tali, in realtà, più per deficienza del canto che per sovrabbondanza di suono orchestrale) non basta a inficiare l'esito di una prova di grande valore, segnatamente nell'ultimo atto.
Lo spettacolo di Cobelli sviluppa l'idea del "doppio" (Rigoletto/Monterone) già cara a Ponnelle: una parete di specchi spezza in due il palcoscenico, la corte di Mantova è una serie di pannelli mobili alternati ad angoscianti scorsi prospettici, la casa di Rigoletto sorge simmetrica a quella di Sparafucile, il prologo contiene in sé la disperazione dell'epilogo. L'intelligente light design e gli sfarzosi costumi stemperano bene la severità quasi arcigna della scenografia.
E con questo possiamo dire di avere praticamente esaurito l'elenco dei punti di forza della serata, perché il canto ha molto lasciato a desiderare.

Nucci ha ancora una sicurezza invidiabile nel registro acuto, anche se spesso i suoni emessi in questa fascia sembrano avere poco in comune con il canto. In basso la voce si assottiglia nettamente, scivolando nel parlato (confronto con Monterone, scena con Sparafucile al primo atto) e risultando poco udibile (alcune frasi del "Cortigiani" - il momento meno felice della serata - sono quasi soffocate dall'orchestra), e le frasi legate vengono risolte a prezzo di una diffusa nasalità, il che, associato al contegno scenico non proprio da cortigiano (seppur di basso ceto), enfatizza il carattere grottesco del buffone ma sminuisce la componente umana del padre oltraggiato, quella componente che Nucci con tanta forza sottolinea nelle interviste e che ancora emerge, sia pure a fatica, in alcune frasi del terzo atto (penso ad esempio a "Venti scudi hai tu detto?"). Forse, anche in considerazione della gloria passata, non sarebbe fuori luogo considerare l'ipotesi di un addio al ruolo. E comunque andrebbero cassati i singhiozzi nella scena che segue il ratto di Gilda. La disperazione di Rigoletto si esprime al meglio con il canto, e solo con quello.

Il Duca di Roberto Aronica è dotato di voce torrenziale, se non bella sotto il profilo del timbro, ma i suoni malfermi e spoggiati letteralmente non si contano. Fin dalla ballata il tenore dà vita a un personaggio che ha più dell'orco libidinoso che del raffinato libertino, impressione rafforzata al duetto con Gilda, in cui la salita all'acuto "Ah dunque amiamoci donna celeste" è voluminosa, ma priva di squillo e sempre a rischio d'intonazione. Intonazione che è definitamente salutata nell'aria al secondo atto, come dimostra l'attacco, per esser buoni incerto, sul passaggio di registro. La cabaletta, eseguita una volta sola, conferma il carattere poco nobile di questo Duca, che però non sa essere nemmeno popolaresco, vista l'esecuzione da balera della canzone al terzo atto, e lo stessi dicasi del quartetto, il momento peggiore della serata, con tanto di stonatura su "le mie pene consolar".

Olga Peretyatko, che avevamo lasciato peregrina Desdemona in Pesaro, è molto più a suo agio come Gilda, malgrado la parte, scritta per Teresina Brambilla ossia per una cantante che affrontava anche Elvira dell'Ernani e Abigaille, non sia esattamente da soprano leggero. E difatti i momenti migliori della signora Peretyatko sono al primo atto: non tanto il duetto con il padre, di tessitura piuttosto bassa, quanto il duetto con il Duca e soprattutto il "Caro nome", risolto con voce non molto sonora ma gradevole, belle intenzioni musicali, discreta coloratura e acuti intonati. Un po' meno bene il secondo atto: "Tutte le feste al tempio" la vede in debito d'ossigeno e gli acuti risultano un po' gridati, fino alla stecchetta sul mi bemolle, alla chiusa del bis della "Vendetta". Il terzo atto, in cui la scrittura orchestrale si fa più densa e tremenda che mai (e qui forse Bartoletti avrebbe dovuto "alleggerire" l'accompagnamento, per quanto possibile), dimostra che Gilda, malgrado il momentaneo travestimento, non è il paggio Oscar. Meglio il finale, in cui pure la stanchezza si è fatta sentire negli acuti, un po' troppo aperti. La signora Peretyatko ha comunque offerto una prova onesta e rispettabile, massime se confrontata con quella di recenti Gilde esibitesi in teatri, che hanno pretese di eccellenza in campo verdiano.

Poco da dire sulla coppia dei diabolici fratelli: Riccardo Ferrari, voce robusta ma non ampia, problematica in acuto e un po' troppo senescente, e Rossana Rinaldi, Despinetta che declama con poca voce, ci hanno fatto rimpiangere gli "urlatori" o supposti tali che la profonda provincia italiana soleva proporre in queste parti, cruciali nell'economia del dramma. Fra i comprimari va segnalato il Ceprano di Raffaele Costantini, voce bella e ampia, che avrebbe forse meritato un ruolo di maggiore spicco, vista anche la modestia del contesto.


Gli ascolti

Verdi - Rigoletto


Atto I

Caro nome - Mercedes Capsir (1930)

Atto II

Ella mi fu rapita!...Parmi veder le lagrime - Ferruccio Tagliavini (1940)

Cortigiani, vil razza dannata - Domenico Viglione-Borghese (1924)

Sì, vendetta - Apollo Granforte & Nunu Sanchioni (1930)

Atto III

La donna è mobile - Dino Borgioli (1930)

Bella figlia dell'amore - Marcel Wittrisch, Margarete Klose, Erna Berger & Willi Domgraf-Fassbaender (1932)

V'ho ingannato...Lassù in cielo - Lucia Popp & Lorenzo Saccomani (1972)


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giovedì 2 ottobre 2008

Festival Verdi a Parma: Giovanna d'Arco


Parma ha inaugurato ieri sera il suo Verdi Festival con la riproposizione di quello che da molti è considerato il titolo meno riuscito dell’intera produzione verdiana, la Giovanna d’Arco.
Proposta ardita, in quanto l’opera, carente in inventiva musicale e struttura drammaturgica, necessiterebbe di essere gestita da un cast di straordinario livello, protagonista in primis. Protagonista che , ad onta della storia intepretativa recente, che annovera esecutrici discografiche somme come la Caballè, meno nobili e precise come la Ricciarelli, brave quanto improbabili come la Devia, dovrebbe appartenere al novero dei soprani drammatici, o comunque a quelle che Donzelli ha indicato come “amazzoni” verdiane. Ed invece la Direzione artistica di Parma, fedele al Verdi liricizzato e….“mignon” odierno, e facendo anche di necessità virtù, ha affidato questa parte ostica ad una cantante poco adatta al reale peso vocale di Giovanna, il soprano Svetla Vassileva, sortendone un risultato discutibile e, di fatto, apertamente discusso dal pubblico del loggione.

Quello che pare il Kharma di questo ruolo, impervio, di scrittura vocale difficoltosa e pergiunta, alla fine, avaro di successo e soddisfazione per le interpreti, ha preso forma di nuovo ier sera. La Vassileva ha lottato duramente per domare una parte per lei, soprano appena lirico leggero, davvero troppo pesante per esigenze di accento, ampiezza di fraseggio, estensione sul pentagramma e lunghezza, sortendo effetti alterni, plausibili soltanto a tratti. La voce del soprano bulgaro, infatti, è inadatta in primo luogo per colore e spessore, al ruolo di Giovanna: i suoi connotati timbrici naturali si confanno piuttosto a Gilda che non alla drammatica Pulzella guerriera. Suoni gridati negli acuti estremi per la propensione a cantare sul forte – fortissimo,“ spingendo” con tutta evidenza la voce, e numerosi piani – pianissimi, il più delle volte sporchi, o malfermi perchè privi del necessario appoggio, sono stati i due modi del canto della Vassileva. Esito che sortisce chi canta una parte troppo pesante, gonfiando la voce al centro in maniera artificiosa, che dà luogo ad una dinamica….finta, fortissimo – pianissimo, che è meglio di niente, certo!, ma fallace, soprattutto se le forze vengono meno con l’andare della serata, e si finisce ad urlare sul forte e con i piani rotti. Stavano a disagio in questo ruolo voci ben più importanti e corpose come la Ricciarelli, cui la critica ancora sveglia del 1972 si premurava opportunamente di consigliare parti più liriche e non di siffatto peso drammatico al fine di garantirsi una carriera duratura( ! ).
Sicchè, era logico immaginare che la Vassileva finisse per franare sotto il peso del concertato atto II, “ Contro l’anima percossa”, cantato con voce davvero stridula, tanto da causare i primi manifesti sbuacchiamenti, e nell’atto III, che richiede maggior ampiezza di voce, qualità di legato e fiato nell’”Amai ma un solo istante”, e maggior freschezza nella stretta veloce, eseguita invece con voce fissa per la stanchezza. Tutto ciò ha poi dato licenza ai signori del loggione di contestarla apertamente all’uscita singola allorquando il soprano ha lanciare la spada in terra per la stizza ….! Ingiusto, perche in fondo il pubblico di Parma aveva già tollerato gli acuti striduli e le note spinte l’anno passato, in Traviata ed in Boheme, dove, a rigore, non giocava al gioco della rana e il bue come ieri sera.
Di fatto la Vassileva ha retto giusto il recitativo di ingresso ma poi già all’aria sono subito arrivate le difficoltà, ossia i forti troppo forti, i piani in chiusa pericolosamente velati e la cadenza orrendamente….miagolata.
Peccato, perchè và riconosciuto alla Vassileva che le idee interpretative c’erano anche: l’idea pareva quella di una Giovanna lirica ma anche isterica, sentimentale e sofferente, irruente e tragica. I momenti migliori sono stati la scena III dell’atto primo che precede il duetto con Carlo, davvero ben risolta, come l’“Oh fatidica foresta”, e buono anche il duetto con Carlo, a meno sempre della solita insistenza sul forte in alcuni passaggi. Alla fine, però, la sua Giovanna non ha convinto, e questo perchè le “amazzoni” verdiane sono fatte così: se il soprano non ha il peso vocale sufficiente la parte finisce per schiacciare la cantante, una vera sopraffazione dove questa può solo urlare sin tanto che l’agognata fine dell’opera non sopraggiunge. E con questa…i legittimi fischi! Ed il futuro porta nuvole nere e dense sui prossimi impegni di questa signora che ha “sveltamente” intrapreso la via del drammatico di agilità verdiano……….
Non ho potuto fare a meno di pensare all’immensa saggezza di direttori che tanto tempo fa suggerirono ad un monumento vocale e tecnico di nome Giannina Arangi Lombardi di non cantare questo titolo, che non valeva l’onere della prova………o alla storia ottocentesca di Giovanna d’Arco, smarrita per più di vent’anni una volta dismessa da quel mostro che fu la Frezzolini, per una ripresa della Stolze, soprano assolutamente drammatico nel 1867, ed alla Patti nel 1871, soprano formalmente lirico d’agilità, ma regolarmente Norma e Semiramide. Ad ogni modo, tutte toccate e fuga! Chissà perchè?!

Quanto al resto del cast, Ewan Bowers non è stato all’altezza della parte di Carlo. Improbabile scenicamente perchè privo sia della regalità necessaria per sembrare un re che della figura idonea all’amoroso, non è stata in grado per un solo momento di uscire dall’anonimato, regolarmente sopraffatto dalla Vassileva e da Bruson. La voce, del resto, pare collocata in gola, perfettamente ovattata e ferma sul palco. Il solo acuto scritto, nell’aria di ingresso, perfettamente ragliato ed indietro, in una organizzazione vocale non professionale. Le voci gestite nella maschera hanno ben altra sonorità, proiezione e legato. Persino il timbro è insignificante. La scena finale, poi, “Chi più fedel amico”, si è distinta per la noia letargica che trasmetteva.

Parlare di Renato Bruson dimenticandone l’età sarebbe ingiusto. La voce, infatti, manca quasi del tutto nel registro alto, oscilla con evidenza al centro, spesso suona nasale, sul piano si sfuoca e và indietro, perchè… l’età è oggettivamente straordinaria. Ciò nonostante è stato il mattatore della serata. Dopo un bellissimo recitativo di ingresso ( per avere la prova di come Bruson appartenga davvero ad un altro e diverso mondo dell’opera basta l’esecuzione dei recitativi a dimostrarlo…) ha sofferto nell’aria del primo atto, quella di tessitura più acuta, dove le frasi “ Chiedo tra voi pugnar” sono state cantante davvero con fatica e senza la voce giusta. Ma in ogni momento in cui la tessitura era gestibile ed il canto aveva una connotazione lirica e patetica, il leone dava la sua zampata, sommergendo tutti con il suo antico talento. La seconda aria, infatti, di tessitura centrale, è stata eseguita con accento dolente e patetico tanto intenso che Bruson ha strappato una grande ovazione dal pubblico. La sola della serata! Alla scena di Giovanna, all’inizio del III atto, ha letteramente umiliato la Vassileva con I suoi interventi, sebbene con voce malferma. Che dire? Altra origine, altro mondo, altra concezione del teatro lirico, altra preparazione.

Sul podio un direttore amatissimo e stimatissimo da chi scrive, Bruno Bartoletti. Ha diretto con perizia, tempi esatti e consoni al palcoscenico, cercando di dare senso ad una partitura talvolta davvero povera di inventive, e dove è facile sfociare nel fragore quarantottesco. Non ci sono nevrosi nella Giovanna di Bartoletti, ma sobrio vigore, colore ottocentesco da Italia preunitaria, ritmo, e momenti lirici intensi, ariosi ampi ed eleganti……Verdi permettendo ! Forse alcuni sfasamenti con il coro e I solisti, ma tutto efficace e di qualità.

Spettacolo bellissimo e ben riuscito di Gabriele Lavia. Un allestimento tradizionale, mirato al buon gusto ed alla sobrietà, pur nell’evidente richezza di mezzi, costumi in primis. Goticismi sobri, retti da cromie calde, marroni e bronzi; una foresta romantica e a tratti un po’ alla Zhang Yimou, con un albero gigantesco e suggestivo che si colora di viola; una battaglia con ombre cinesi su un fondale rosso; creature fantastiche e costumi medioevaleggianti, ricchi di contaminazioni rinascimental-borgognone, ed una regia sobria, molto incentrata sulla protagonista, sempre in calzoni, stivaloni e spada, acconciata come la Giovanna d’Arco della Bergman. Insomma, una produzione elegante, che ha suscitato il ppieno aprrezzamento del pubblico.

Personaggi Interpreti

Carlo VII EVAN BOWERS
Giacomo RENATO BRUSON
Giovanna SVETLA VASSILEVA
Delil LUIGI PETRONI
Talbot MAURIZIO LO PICCOLO

Maestro concertatore e direttore BRUNO BARTOLETTI
Regia GABRIELE LAVIA
Scene ALESSANDRO CAMERA
Costumi ANDREA VIOTTI
Maestro del coro MARTINO FAGGIANI
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA


Gli ascolti

Verdi - Giovanna d'Arco


Prologo
Sotto una quercia parvemi...Pondo è letal, martirio - Flaviano Labò (1972)
Oh, ben s'addice...Sempre all'alba...Son guerriera - Renata Tebaldi, Carlo Bergonzi & Rolando Panerai (1951)

Atto I
Franco son io, ma in core...So che per via di triboli - Mario Sereni (1972)
O fatidica foresta - June Anderson (1996)
Ho risoluto...Dunque, o cruda...Vieni al tempio - Margaret Price & Carlo Bergonzi (1985)

Atto III
Un suon funereo...S'apre il ciel - Katia Ricciarelli, Flaviano Labò & Mario Sereni (1972)

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