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venerdì 29 gennaio 2010

Manon Lescaut a Venezia, ascolto radiofonico


Questa recensione è una delle più severe, controcorrente e da “vivisezione”, mai prodotte, con buona pace dei nostri detrattori di “Face” e, magari, della momentanea soddisfazione della sua amministratrice, perché con questa rappresentazione lagunare del titolo pucciniano siamo davanti ad uno dei casi vocali più straordinari del nostro tempo attuale. Il “caso Serafin”, perché di caso si tratta, stigmatizza in modo lampante come al giorno d’oggi sia possibile, di fronte alla sola dote di un certo volume vocale in una limitata zona della voce, confezionare e incensare un prodotto carente, invece, nei requisiti minimali.


Cominciamo dalle condizioni vocali della Diva.
Attualmente Martina Serafin è in grado di emettere suoni omogenei solo in zona centro grave, al di sotto del fa 4. E per omogenei intendo dire uguali per spessore ed intensità, ma non certo ben emessi, morbidi e tondi come dovrebbero essere quelli del professionista di buona tecnica e/o di buona disposizione naturale. Si tratta, infatti, di note dure, fibrose, di timbro senescente ed opaco, che ricordano certi soprani wagneriani a fine carriera. In questa zona canta sempre e solo tra mezzoforte e forte, senza dinamica e morbidezza alcune, con difficoltà a smorzare o a rinforzare anche le note più comode, perché la voce non si flette. Manca, insomma, il nucleo fondamentale del canto, ossia la capacità di legare: perciò mai un attimo di abbandono, di lirismo vero, che sono le caratteristiche del personaggio pucciniano.
Dalla zona di passaggio in su, poi, arrivano le difficoltà vere per la cantante, i suoni si stringono, diventano diseguali l’uno con l’altro, sfuggono indietro e dal la bem in su non si canta, si emettono suoni con crescente ed evidente sforzo.
Il tutto in ricaduta libera sul personaggio. Non ci sono abbandoni, nessuna sensualità, nessun fraseggio, nemmeno il canto di conversazione in apertura di secondo atto, nessuna sfumatura e tante, tante grida, rigidità interpretativa, una durezza continua della voce davvero fastidiosa.

Per provare quanto affermo mi basta ricordare:
- il duetto che precede la fuga con De Grieux al primo atto, eseguito senza sfumature e dinamica perchè già una frase come “una fanciulla povera son io”, scritta in zona fa-sol, la mette in imbarazzo, come pure i primi acuti, dal la coronato di “ah sogno genti”, o il la bem in chiusa di “Ah fuggiam”all’unisono con il tenore;
- la già citata apertura dell’atto secondo, dove battute come “Dispettosetto questo riccio” non possono funzionare se eseguite con vocione nibelungico e duro. Manon è sensuale, ed il timbro dell’interprete non può essere così usurato;
- per commentare il disastro dell’esecuzione di “In quelle trine morbide” basterebbe il solo confronto del video di Torre del Lago presente su You Tube con quello di una buona cantante in età avanzata, K. Mattila, a NY ( che peraltro canta con un registro grave malmesso ) . Il canto procede monotono, sul mezzoforte e finchè sta al centro grosso modo cammina. Poi basta il fa (!!) della frase in piano “v’ un silenzio “ che già arrivano i problemi, e la smorzatura di prammatica è impossibile. Di nuovo il passaggio alto si rivela zona ad allarme rosso della voce quando attacca con grande fatica e durezza il sol bem di “ed io che m’ero avvezza…”. Non parliamo del si bem successivo di “Or ho tutt’altra cosa…” e di quello successivo di “ gaia isolata e bianca…”, aperto duro e spinto all’eccesso.
- Il duettino successivo con Lescaut, travolgente e passionale, ha frasi che emozionano lo spettatore, che qui resta invece sbigottito, perché il soprano si trova in uno dei momenti più difficili della sua serata. Non riesce a cantare senza spingere terribilmente frasi come “l’ore fugaci“( la nat )…oppure la ripetizione di “cedi ….cedi ….cedi….”,che, mi duole dirlo, sono state tutte urla….
- Finalmente arriva ”L’Ora o Tirsi”, che è inaspettatamente il passo più bello della serata, eseguito con una certa facilità, a meno dell’incipit. Dopodichè si giunge al grande duetto d’amore con De Grieux. La voce da virago condiziona l’esecuzione, che più che passionale e concitata risulta…aggressiva. Attacca con facilità: “Tu, tu amore tu…”, ma già al “Non m’ami più” troppo autoritario il primo, piuttosto indietro e malfermo il secondo, precipitiamo nello sprachgsang. Esegue con piattezza la parte successiva del duetto, urla sul si nat che precede “Ah, un avvenir di luce”, sforza la frase “Ah, non lo negar” e giunge goffamente su ”.. meno piacente e bella…” dove non può smorzare o modulare. Frasi come “Cedi son tua……Vieni amor” sono tutte eseguite duramente, senza abbandono. Ritorna al grido su “ cedi….cedi” e via così sino al “divin” finale all’unisono….Un disastro!
Meglio la chiusa d’atto, solo perché manca il canto legato e l’azione è assai concitata, ma chiaramente si prosegue sulla stessa linea…
- All’atto terzo le cose non vanno meglio. E’ sogno ricordare le sublimi fraseggiatrici che strappavano l’applauso con “Tu amore? Tu? Nell’onta non m’abbandoni?”, che richiede morbidezza ed intensità emotiva: Puccini è una grande uomo di teatro, sa come toccarci ed emozionarci. Non avrebbe mai concepito una voce tanto senescente e sfatta. Non parliamo poi delle frasi che portano al do della sfilata delle prostitute del porto, dove la nota arriva alla fine tremenda e stonata.
- il IV atto è certo quello ove il personaggio riesce meglio alla Serafin: la protagonista muore tragicamente con una bella dose di enfasi, recitando parecchio certe frasi e con una tradizione che ammette anche effetti sopra le righe, a seconda del gusto dell’interprete. Il personaggio funziona di più, ma il canto resta zoppo, causa anche la stanchezza: sono già fissi, infatti, i do centrali di “Era la brezza della gran pianura…” in bella compagnia di suonacci sparsi tra cui il sol di “aita…”.
L’aria finale è certamente migliore delle “Trine morbide”, ma è sempre un canto senza vero accento e fraseggio. Palumbo, saggissimo, stacca un tempo abbastanza veloce, come in tutto il finale successivo del resto, ma ciò non evita acuti duri, come il la bem di “s’oscura il ciel”, la presa di fiato nel bel mezzo del primo “no, non voglio morir”, l’urlo sul la bem di “Oh mia beltà funesta” , la fatica delle ultime frasi “No, no, non voglio morir”, prima di planare stravolta nel “Tra le tue braccia amore” . Così si arriva al duo finale dove anche frasi che richiedono accento e fantasia interpretativa, come “Muoio, scendon le tenebre” scorrono come acqua fresca o stonacchiate (“Vicino a me ancor ti sento….”) prima che la tela cali sulla cantante, esausta.

Nessuna voce importante o importantissima può essere portata su repertori spinti o drammatici, come quelli che la signora Serafin pratica, senza uscirne intaccata e provata in tempo breve se non dispone di tecnica di canto saldissima. La tecnica italiana del canto sul fiato, intendo quella delle Arangi Lombardi, delle Stignani o anche di cantanti meno perfette come la Caniglia o la Stella e che è la sola che consenta di sopravvivere lungamente e con i ritmi di una grande carriera in questo repertorio. Ci si può nascondere in Wagner, quello cha attualmente si esegue cantando senza legato, parlando e berciando alla come viene, non certo in quello di scuola, alla Flagstad o alla Nilsson per intenderci. Ma nell’opera italiana non c’è scampo: gli acuti servono ed occorre saperli fare, il fraseggio è imprescindibile e la voce deve potersi flettere e modulare, l’emissione deve essere corretta e di maschera, diversamente niente Puccini e niente Verdi.
Ecco le ragioni di quella che i soliti laudatores definiranno “dura critica”, “vivisezione” alla signora e a chi inopinatamente la sorregge, credendo che possa coprire gli spazi di repertorio del lirico spinto e del drammatico all’italiana. Nessuno in questi ultimi due anni ha osato eccepire qualcosa sulla carta stampata, a meno di una certa inerzia dell’interprete, tutti imbambolati da un po’ di volume, da opera sottotitolata alla 777 del televideo, e dalla forza della corrente di consensi innestata per questa cantante. Eppure bastano due ascolti paralleli con qualunque Manon minimamente di accreditata per sentire.
E corre il gossip sugli impegni futuri, che paiono roba dell’altro mondo a chi, come noi, ha avuto occasione più volte di indicare i difetti della Cedolins, della Carosi, della Dessì, della Guleghina ( già Manon decotta e criticata ma ben più cantante in quel di Milano), della Urmana. Sarebbe disonesto da parte nostra usare un metro diverso dia quello a loro applicato per la signora Serafin, che tra tutte è la cantante peggiore, comunque facciate il resto della graduatoria!



Credo che i signori soprintendenti/direttori artistici invece di dichiarare ambiguamente alla radio che i nostri teatri sono malati di “Aids” (!!!!), come ieri sera alla Radio 3, dovrebbero iniziare a riconoscere che la bancarotta attuale è anche artistica, e che a quest’ultima partecipa attivamente la povertà delle loro competenze in fatto di voci e canto, perché non è possibile inventare etichette e nomi e quelle chiamare a prescindere dalla realtà oggettiva del canto, sperequando cachet e carriere in modo evidente.

Il signor Fraccaro, De Grieux ieri sera, è tenore non certo di primo piano, che canta con voce morchiosa e talora nasale ( si veda il duetto all’atto II) , mai sfogata e fraseggio assente o al più provinciale, ma che garantisce ai teatri il completamento della serata in virtù della sua sicurezza negli acuti in un repertorio, quello del tenore spinto, ormai privo di tenori. Non mi piace il suo modo di cantare, ma è un professionista onesto, collocato laddove giustamente deve stare nel mercato, attivo da tanti anni. Non fa parlare di sé, non è pubblicizzato, non è star. A lui le critiche sono andate per sms alla radio, alla signora Serafin, ampiamente sopravvalutata rispetto a quanto sa fare, no. Perciò questo blog, controcorrente oggi più che mi, dice :” Bravo Fraccaro!”, anche se canta male, perché l’onestà va premiata comunque. Nessuna impressione dal Lescaut di Dimitris Tiliakos, prodotto assolutamente nella media di un mondo senza baritoni. Indecoroso il Geronte di Guerzoni, alias signor Serafin. Sgraziato il Musico della Malavasi. La direzione di Palumbo mi è parsa convincente, di mestiere, ma senza impressionarmi particolarmente. Ho apprezzato soprattutto certi stacchi soccorrevoli di tempo, come nel IV atto. Applausi fiacchi alla radio, nessun trionfo, una sbuacchiata sacrosanta al maitre de scene, che non è nemmeno necessario nominare. Se Manon non è più in grado di commuovere, emozionare, suscitare i trionfi siamo male, molto male in arnese.

Gli ascolti

Puccini - Manon Lescaut

Atto I


Donna non vidi mai - Beniamino Gigli (1951), Jussi Bjorling (1956)

Atto II

In quelle trine morbide - Licia Albanese (1956), Clara Petrella (1957), Virginia Zeani (1969), Ghena Dimitrova (1978)

L'ora, o Tirsi - Licia Albanese (1956)

Tu, tu, amore, tu - Margareth Sheridan & Aureliano Pertile (1928), Dorothy Kirsten & Richard Tucker (1950), Licia Albanese & Jussi Bjorling (dir. Dimitri Mitropoulos - 1956)

Atto III

Ah! Non v'avvicinate...No, pazzo son - Beniamino Gigli (1951), Richard Tucker (1969)

Atto IV

Sola, perduta, abbandonata...Fra le tue braccia amore - Elisabetta Barbato (1951), Virginia Zeani (con Richard Tucker - 1969), Ghena Dimitrova (con Renato Francesconi - 1978)







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sabato 12 dicembre 2009

Cavalleria rusticana a Venezia: "Siamo male in arnese!"

La stagione 2009 della Fenice si è chiusa ieri sera con un dittico composto da Šárka di Janacek e Cavalleria rusticana di Mascagni.

Sulla prima, scelta verosimilmente sull’onda del vento ambrosiano al nobile e utile scopo di dirozzare il pubblico veneziano, non sufficientemente avvezzo al Cigno di Hukvaldy, non ci soffermiamo, poiché abbiamo accuratamente evitato l’ascolto. Rozzi, ignoranti, vociomani e passatisti quali altro non siamo giudicati, ci siamo concentrati su Cavalleria, la cui proposta oggi è ormai da reputarsi rarità, quasi che il teatro lagunare avesse riproposti gli Orazi cimarosiani o l’Artemisia del medesimo Maestro. Se dovessimo giudicare il livello della serata dalla sola seconda parte, dovremmo concludere di non avere perso molto.
Non dovrebbe essere impossibile allestire un titolo già di grande repertorio, quale è l’atto unico di Mascagni. Opera breve, con tre sole prime parti, una delle quali dalla scrittura così centrale da convenire tanto a un soprano che sia almeno lirico, quanto a un mezzosoprano. Difficoltà non insormontabili anche per il direttore e concertatore. Eppure.
Eppure, a onta dell’esperienza e del mestiere di Bruno Bartoletti, abbiamo udito un’orchestra corretta, ma greve e bandistica (anche al di là di quanto richiesto da una partitura che certo non abbonda in finezze), e una gestione spesso approssimativa delle masse corali, le quali hanno contribuito a indebolire il quadro di apertura e il coro successivo al celebre Intermezzo.
Eppure, nell’elementare parte di Alfio, Angelo Veccia ha berciato malamente con acuti duri e fischianti, riducendo il marito ferito nell’onore a una caricatura della figura immaginata, sulla scorta di Verga, da librettisti e compositore.
Eppure, nei panni di Turiddu, Walter Fraccaro ha dispensato un canto brado, con sistematica apertura dei suoni al centro e conseguente difficoltà di toccare, nel duetto con Santuzza, un banale si bem. Grande poi la fatica nell’addio alla madre, in cui le frasi sottolineate da indicazioni come “dolcissimo” e “molto sentito” hanno evidenziato la difficoltà nel legato. Per inciso erano le medesime frasi che guadagnarono a Beniamino Gigli il soprannome meneghino di “caragnoûn”.
Eppure, Anna Smirnova, nominale mezzosoprano che piace alla gente che piace (potremmo dire citando lo slogan di una nota autovettura) e in quanto tale ha di qui al 2012 un carnet d’impegni degno di una Cossotto o una Verrett, ha sfoggiato una prima ottava artificiosamente pompata alla vana ricerca di sonorità, una zona medio-alta in cui si palesa, con la vera natura di soprano lirico spinto, una diffusa abitudine a ghermire i suoni, che sono di conseguenza oscillanti e stridenti, e una fascia acuta (che il ruolo sollecita in misura minima: il si nat opzionale in chiusa dell’inno pasquale è stato saggiamente evitato) problematica e perigliosa al pari di quella grave. Occasionali tentativi di smorzare e addolcire, ad esempio nella scena con la mancata suocera e nel duetto della delazione, hanno dato luogo a suoni poco appoggiati e indietro. L’accento è generico, per non dire inerte, a meno che non si voglia spacciare per accento o magari per grande interpretazione tragica una Mala Pasqua urlacchiata con poca voce. E un incipit del duetto con Turiddu da vecchia zittella smaniosa.
Tacciamo per carità cristiana delle comprimarie, ma dobbiamo sottolineare come Mamma Lucia non differisse, per timbro e impostazione vocale, dalla nuora mancata.
Forse la Fenice avrebbe dovuto proporre Šárka in accoppiata con Erwartung. E non è una battuta.


Gli ascolti

Mascagni - Cavalleria rusticana


Atto unico

Voi lo sapete, o mamma - Bianca Berini (1976)

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domenica 21 giugno 2009

Aida alla Scala: l'altro lato di Barenboim

Il terzo titolo verdiano della stagione scaligera è stato, sotto il profilo qualitativo, peggiore di quello che ha inaugurato la stagione. Se il Don Carlo inaugurale prestava il fianco a critiche, l’Aida di ieri sera era della medesima qualità. Ed i peggiori torti vanno imputati, anche in questo caso, alla direzione d’orchestra. Del sempre più imperante ed imperversante, quale direttore, solista e chissà quando regista, Daniel Barenboim.

La performance di ieri sera si riassume con la definizione di “un’Aida da teatraccio tedesco”.
Si può sempre discutere, ed all’infinito, sulle scelte di tempi, ma non si può accettare un'incostante incoerenza non solo fra i singoli pezzi, ma all’interno degli stessi. A solo titolo di esempio: abbiamo avuto un terzetto iniziale rallentato, una sezione iniziale della marcia trionfale con trombe dai vari colori opéra-comique, per avere poi un primo quadro del secondo atto (il boudoir di Amneris) dai suoni rozzi e volgari, non certo consoni al clima salottiero che Verdi dedica alla corte. Potrebbe trattarsi di un suk di Algeri o Tunisi. Per contro la sezione conclusiva del trionfo è stata rumorosa e fragorosa, come pure piatto, senza colori, tutto il terzo atto e la scena della morte degli infelici amanti all’interno della tomba. Ma le incoerenze della direzione, raffazzonata e affrettata, tragicamente priva del “mestiere” dei Serafin, dei Votto, dei Panizza e dei Bellezza, si sono manifestate anche all’interno dei singoli numeri, per cui, sempre a titolo esemplificativo, avevamo un pesante e sonoro accompagnamento di tromba, nel passo di “Nel fiero anelito”, pergiunta non a tempo con il tenore. Peraltro i fiati e i legni, sia in scena che fuori, per tutta la serata se ne sono andati “per conto loro” e non è che gli archi iniziali fossero per certo una meraviglia. Peraltro va anche aggiunto che con la compagnia di canto raccogliticcia di cui la Scala disponeva neppure i sopra citati “praticoni” avrebbero fatto miracoli. Una cosa è evidente, però, il maestro Barenboim crede che per questi titoli valgano i principi di quelli wagneriani. Come pure è altrettanto evidente che da parte del direttore non vi sia alcuna considerazione, stima e amore per il melodramma italiano, e che la scelta di questa direzione nasca più da necessità commerciali e di difesa, che posizioni acquisite o acquisende. Il teatro ha silenziosamente ascoltato la rappresentazione, riservando al direttore e concertatore una cospiscua riprovazione allorquando lo stesso si è presentato da solo al proscenio al termine dello spettacolo. E ci domandiamo, girando il quesito a chi legge, se lo abbia fatto per riconoscere la propria esclusiva responsabilità o viceversa per raccogliere quello che credeva il suo “presunto” trionfo.
La circostanza che per l’intera serata non vi fossero stati dissensi (salvo qualche buu all’indirizzo di Anna Smirnova al termine della scena del giudizio, peraltro passata sotto il più assolto silenzio, platea e palchi ghiacciati dalla sua prova ), ci fa propendere per la seconda ipotesi.
Quanto allo spettacolo di Zeffirelli, rimane una colorata parodia dello stile del regista toscano, in quest’occasione un po’ ripulita da certi tocchi di kitch parossisitico (o di involontario comico), come quella coppia di giganteschi “arcangeli” che andavano su e giù un paio di volte nella serata et consimilia.. Non la summa del suo gusto e della sua estetica, bensì la parodia. Visto una volta, questo allestimento è più che sufficiente: anche noi a Milano avremmo gradito poter dare un’occhiata alla ripresa dell’allestimento della De Nobili (1963) che andrà in tourneè. Ed invece no, anche in questo i milanesi debbono fare penitenza, forse perché infliggendogli uno degli allestimenti più brutti della storia è più facile convincerli che la modernità intellettuale, di importazione franco tedesca, che la dirigenza del teatro ci impone è preferibile della nostra italiana tradizione.
Ritornando alle parodie, vi dicevo, ne abbiamo viste e sentite molte anche in scena.
La prima e più evidente, quella di Anna Smirnova-Amneris. Voce di mezzosoprano acutissimo o forse di soprano, assolutamente insipiente di qualunque cognizione tecnica, a partire dalla respirazione, esibisce suoni bassi uterini e grotteschi, centri vuoti e bianchi, spesso sussurrati, acuti gridati e ghermiti. Non è una cantante che canta “male” come Elena Obraztsova, è una principiante che rifà malamente il verso alla stessa, senza averne lo splendore dello strumento. Ha trasformato Amneris in una protagonista di casta assai inferiore a quella della figlia del faraone, non disponendo nemmeno di grande presenza scenica. Ha cantato a squarciagola i difficili attacchi di “Ah vieni, vieni amor mio” dell’atto II, aggredendo con fastidiosa sguaiataggine Aida ( per nulla convincenti poi sibili sussurrati su “Radames ..vive!, nel contesto di un fraseggio plebeo, pieno di notacce di petto ….), e completando l’opera in un IV atto davvero incredibile per la volgarità del gusto. Le bacchette, quelle grandi, che amano il canto, sanno bene che è loro compito arginare il cantante quando eccede o non ha i riferimenti esecutivi di ciò che canta. Toccava a Barenboim suggerire una maggior compostezza e sobrietà interpretativa, e questo non è per nulla avvenuto. Incredibile! Forse a questi direttori di oggi basta che la voce ( perché solo per la “voce” paiono essere considerati da loro i cantanti ) stia nei loro tempi e sopporti, come la povera Smirnova, il fracasso e l’assenza di prese di fiato nelle terribili frasi finali di“Anatema su voi…”; che poi le stesse voce non si compongano di un solo suono correttamente emesso è affar che le riguarda solo le orecchie del pubblico. E comunque ci spiace vedere ragazzi giovanissimi, dotati di mezzi ragguardevoli, immessi nei ritmi delle grandi carriere in queste condizioni, senza che nessuno suggerisca loro i parametri e le cognizioni necessarie per costruire una carriera duratura, ma goveranti solo dalla legge dell'usa e getta.

Amanti protagonisti Walter Fraccaro e Maria José Siri.
Il primo dalla voce grossa, spessa e non squillante, di bassa sonorità. Nessuna smorzatura, nessuna dinamica, nessuno squillo nei luoghi deputati. In compenso una cospicua serie di portamenti, anzi…portamentoni!, suoni fibrosi e opachi ed una sensazione di fatica suprema a portare a termine la parte. Ha cantato l’aria, peraltro passata sotto silenzio, sempre avanti alla buca, sperando in un tempo a lui congeniale che, ovviamente, non gli è stata concesso. Inudibile nella scena del tempio, dove non può per forza di cose e posizione scenica, “forare” sul coro. Si è barcamenato nel secondo atto, ed ha letteralmente rincorso la tromba di Barenboim in “Nel fiero anelito”, cantato senza mezza presa di fiato e spazio per salire, con le difficoltà del suo canto, all’acuto. L’ “Oh terra addio” è stato ultimato con sovrumana fatica, con la voce a tratti afonoide, perché la benzina era finita.

La signora Maria José Siri, che sostituiva M. Feubel, che sostituiva la misteriosamente disparita Norma Fantini, porta il nome di quella che fu l’ultima regina d’Italia, meglio nota come la Regina di Maggio, avendo regnato il solo mese di maggio 1946. A suon di Aide e titoli consimili (Trovatore, Ballo e Forza) non potrà certo avere carriera molto più lunga del regno dell’eponima regina. In sostanza, e per farla breve, è una voce da Mimì o da Suzel (dell’Amico Fritz) applicata al pesante strumentale verdiano e dall’inumana lunghezza del title role, il terzo atto soprattutto.
Non posso dire che abbia cantato male, perché a parte i do dell’atto secondo e quello dei “Cieli azzurri”, preso un po’ alla sperainDio, ci ha dispensato da suonacci, effettacci e altre chincaglierie disgustose. E si è sforzata, pur dovendo usare il FF della sua voce, di non gridare. E di questo molto la ringraziamo e ci complimentiamo. E’stata garbata, ma non è voce per Aida. Perciò il personaggio è risultato una miniatura cortese, ma di peso tragico inesistente. Momenti topici, quelli ove l’opera davvero svolta e piega le voci, il terzo atto, in particolare tutti i passaggi gravi e/o tragici del duetto con Amonasro ( come già prima nell’aria le frasi del tipo “….del Nilo i cupi vortici”, con l’orchestrale che si amplia enormemente..) , o la stretta del duetto con Radames “ Si fuggiam….” dove la voce si è fatta piccola e stridula per la fatica. Mai un applauso dopo le arie. Una graziosa A(i)dina, ecco!

Quanto ai gravi maschili, siamo sempre male in arnese.
Che Juan Pons canti ancora e per giunta opere ove la morbidezza del fraseggio è requisito primario è la cartina di tornasole del nostro magro presente. La sua voce dura, rozza, talora anche …buca, è a malapena tollerabile nel Tabarro, e qui è uno spavento. Certo, era la voce più grande del cast, ma…………!!!!!! Le leggendarie frasi che separano i beceri dai nobles seigneurs del canto, tipo “ Dei faraoni tu sei la schiava..!”, sono state un'apoteosi dell’orrore, ancora una volta non arginato da Barenboim. E’ anche andato fuori tempo nel 3 atto,, nelle frasi “ Vien oltre il Nil ne attendono….etc..”
Il Re del nostro affezionato lettore Carlo Cigni, che ha sofferto un tempo bello ma per lui troppo lento nella scena d’ingresso, ed il Ramfis di G. Giuseppini, anche lui poco udibile alla scena del Tempio del primo atto, cantano in modo simile, cioè ingolato. E perciò non hanno l’ampiezza necessaria ai ruoli, perché le voci restano laggiù sul palco. Che i personaggi perdano di maestà e ieraticità è chiaro. Pergiunta Giuseppini ha un timbro ormai senescente.

Pochi applausi alle due striminzite collettive del cast vocale e dure riprovazioni alla bacchetta, che ha fatto l’unica singola della serata.
Attendiamo come al solito che il pubblico scaligero venga riprovato per il suo moto d’orgoglio e dignità sulla stampa collaborazionista, che di certo magnificherà l’evento stigmatizzando l’ignoranza dei contestatori.

PS
A riprova del fatto che il teatro non muore per colpa delle contestazioni ma anche dell’insipienza di chi decide oltre che per la penuria di cantanti, vi mettiamo in parallelo nello stesso brano verdiano, il Liber scriptus del Requiem di Verdi (il solo brano disponibile per entrambe le cantanti) l’Amneris di ieri sera e quella, originariamente prevista in primo cast, poi degradata al secondo nella produzione del 2006.
La prima canta in tutto il mondo, nei principali teatri e con le principali bacchette, la seconda non gode di alcuna considerazione e si esibisce solo in Russia, paese da cui entrambe provengono. Giudicate voi.

Anna Smirnova - Liber scriptus

Irina Makarova - Liber scriptus

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mercoledì 2 aprile 2008

Ma il vero pesce lo ha fatto Nucci, Macbeth alla Scala !

Quale fosse l’aspettativa riposta dal pubblico in questa ripresa del Macbeth, non è dato saperlo con esattezza. Poca direi, stando alle chiacchiere che solitamente preludono la serata, un po’ perché il fantacubico allestimento di Vick si è consumato ormai da tempo, con le sue idee e le sue manchevolezze, un po’ perchè gli interpreti sulla carta parevano o inflazionati o ….di poca attrattiva. Già, perché chi avesse visto la signora Urmana l’anno passato in Aida ben poteva prefigurarsi a quale sorta di Lady avrebbe assistito.
In effetti il solo brivido della sera è venuto dalla sparizione di Nucci alla fine del primo atto, sparizione forse dovuta “ad improvvisa indisposizione” o forse ad esperta e lucida percezione che le cose marcavano assai male, ma male davvero.

Ma andiamo per ordine.
Quando gli interpreti, come diremo, presentano mende vocali rilevanti e stentano a reggere il palcoscenico anche dal punto di vista della presenza, starebbe all’orchestra supplire, soccorrere, commentare, incarnare dal punto di vista drammaturgico quanto avrebbe da essere cantato. Ne abbiamo avuto un grandissimo esempio quest’anno al Tristano. Kazushi Ono ha diretto un ‘orchestra bella, nitida e pulita, di suono oserei dire perfetto, ma ahimè….insignificante. Macbeth è un dramma fosco, talora addirittura tetro e grottesco, dove le passioni torbide e violente si alternano e s’intrecciano, con nuda forza drammaturgica. Cercare armonie e bellezze astratte serve assai a poco, anzi talora irrita: nessuna forza al duetto “Fatal mia donna un murmure”, ove l’orchestra è stata pressoché assente; un dolce accompagnamento nel feroce e grottesco brindisi; una incredibile soavità sotto al coro dei sicari che segue “La luce langue”; un accompagnamento insignificante all’aria di Banco; un’introduzione al sonnambulismo da idillio campestre….e così via. Tutto bello, ripeto, perfetto, ma …inutile, ed avulso da Verdi. E questo con coro ( bellissimo “Patria oppressa” ) ed orchestra davvero bravissimi, come al solito. I migliori.
Nucci ha cantato il I atto: la voce era dura, legnosa, priva di legato, ed i portamenti nelle salite all’acuto decisamente stonati....tanti fiati abusivi nelle frasi ampie…..Insomma, in compagnia di una Lady veramente male in arnese, la serata si presentava in salita, ma in salita dura. La primavera, come anticipato chiaramente dallo Schicchi, è sembrata alle spalle, improvvisamente lontana. Così l’indisposizione ha colto opportunamente il simpatico volpone….lo stimiamo anche per la sua intelligenza, oltre che per la simpatia, no? Ecco servito il pesce d’aprile alla sua Lady: un saluto sulla porta del camerino di Violeta, col cappotto indosso. Grande Leo!!!! Bravo, bis!
E’ comparso, dopo l’annuncio dello speaker Lissner, sebbene non alla velocità con cui si avvicendarono Alagna e Palombi l’anno passato, Ivan Inverardi, in costume perfetto da Macbeth. Altra presenza scenica rispetto a Nucci: un omone dalla voce non bella, non poca ma….niente di chè. Baritono un po’ becero, più che altro in zona centro bassa, ove suona piuttosto muggente e nasale, discreto in alto. Ha cantato in maniera decorosa il “Pietà rispetto onore”, salvo abbandonarsi alle tradizionali cadute di gusto nelle frasi con il coro che seguono, mentre la scena della festa, priva del sostegno della bacchetta, è scorsa via senza nulla di demoniaco o satanico alle apparizioni, in modo piatto ed incolore ( complice la Lady strillacchiante e falsettante ) il “Sangue a me”. Il “Fuggi regal fantasma” un po’ troppo nasale…davvero.
Quanto alla nostra Lady, come avrete capito, non si è coperta di gloria, anzi, dopo un’unica uscita collettiva, ( durante la quale il teatro si è letteralmente svuotato ) è stata accolta dai fischi e dai buu dei pochi volonterosi rimasti.
La prestazione è al di sotto della decenza, soprattutto per i teatri che questa cantante normalmente frequenta. Ha unito ad una prova nulla sul piano scenico ( fatto gravissimo per un personaggio strabordante come la Lady ) una prestazione vocale che non so come commentare.
La voce è piccola, poco sonora, con acuti che sono stati gridati all’entrata ( una cabaletta sinceramente imbarazzante ) oppure flautati, miagolati e stonati. Al duetto atto I con Macbeth, “Fatal mia donna un murmure”, le frasi “quell’animo delira….” eseguite in modo grottesco; taciamo del brindisi, una vera catastrofe l’esecuzione delle acciaccature, dei trilli, degli staccati, eseguiti con vocina pigolante e stonacchiata; al concertato atto I i do e do bem degli urli ( salvo uno ..se ben rammento ).
Di nuovo stonacchiata all’atto III, al duetto col baritono “Ora di morte e di vendetta”, con la voce stanca e provata. Al IV atto, al contrario, ha sorpreso per la sonorità dello strumento, assente sino a quel momento, ma ha anche sorpreso sentire una cantante che nasce ufficialmente mezzosoprano scendere malamente di petto, a disagio nella tessitura bassa. Alla fine dell’aria, col salire della scrittura sulle frasi “….andiam Macbetto”, sono riapparsi di nuovo la vocina e i cali di intonazione, sino al terribile urletto steccato fuori scena del re bem…..che a quel punto sarebbe stato meglio omettere. Una Lady oberata dai problemi tecnici non può, chiaramente, avere accento e fraseggio, nemmeno nei limiti consolidati e convenzionali della cattiva verdiana per eccellenza: già arrivare in fondo è stata una impresa!
Il Macduff di Fraccaro è stato anche parzialmente contestato dopo l’aria, per via di una voce tutta intrappolata tra naso e testa, come accade ai tenori lirici leggeri che giocano al tenore spinto.
La sola nota positiva, Ildar Abdrazakov, Banco dalla bella voce anche se non grande, composto e signorile, bello anche da vedere. Ma solo con Banco, ahimè, il Macbeth non si dà.
E infatti la pienezza del successo la si è misurata alle uscite: una collettiva sul fuggi fuggi generale, ed una singola, con il tonfo della Lady.

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