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lunedì 25 maggio 2009

La Dama di Picche al Regio di Torino

Alcune rapide considerazioni sulla Dama di picche trasmessa giovedì sera da Radiotre.
Come è ormai consuetudine si allestisce un titolo per il titolo in sé e non per gli interpreti. Ossia la scelta del cast è sistematicamente successiva alla scelta dell’opera da allestire. L’inversione delle priorità potrebbe essere accettabile per un’opera dimenticata e da riscoprire. Non lo è per un titolo di grande repertorio come la Dama. La suddetta inversione di priorità determina un assetto vocale, e quindi interpretativo, quantomeno traballante, le cui ripercussioni un direttore pur esperto e scrupoloso come Gianandrea Noseda può arginare soltanto in parte.

Dal coro, ma soprattutto dall’orchestra, abbiamo avuto sentore di quello che la Dama può e deve essere. Un dramma da camera inserito in un grandioso affresco storico. Grande pulizia sonora, ritmo incalzante, forse persino troppo nell’ultimo atto, ma comunque senza dimenticare la vena ironica che tanta parte ha in quest’opera, soprattutto nelle scene corali.

Hermann era il giovane tenore kazako Maksim Aksënov. Il timbro non è granché ma lo strumento si intuisce di qualità, da vero lirico spinto. Purtroppo emette suoni sovente ingolati e, quando tenta di cantare piano in una zona che non sia quella strettamente centrale, la voce sbianca e va indietro, mentre nella zona del passaggio l’intonazione è, a esser buoni, incerta. La lunghezza della parte è per lui sfiancante, e a partire dal finale secondo e poi più marcatamente ancora nel terzo atto l'artista cerca di compensare le carenze vocali enfatizzando, con esiti infelici, la follia del personaggio.

Svetla Vassileva, delicata voce di soprano lirico, annega nei vortici della partitura ben prima della scena della Neva. Eccettuato il registro centrale, sempre di bel colore, la voce suona povera e smunta, tanto in acuto (zona in cui peraltro oscilla udibilmente) quanto nei gravi. Ma è soprattutto sotto il profilo interpretativo che la signora Vassileva delude, optando per una Liza imbambolata e a tratti isterica, poco o nulla memore del proprio duplice status di trepida innamorata e giovane aristocratica.

Assai poca nobiltà e molti suoni duri e opachi anche nel canto di Dalibor Jenis, piattissimo nell’esecuzione della grande aria al secondo atto come nelle scene d’assieme al primo e soprattutto al terzo atto. Se una parte come questa, di fatto meramente decorativa, deve essere eseguita così, sarebbe forse opportuno considerare l’ipotesi di uno o più tagli strategici. Vladimir Vaneev vorrebbe essere un Tomskij cinico e canagliesco, ma deve fare i conti (e noi con lui) con un mezzo privo dell’ampiezza necessaria e soprattutto con regolari stonature in fascia acuta. Julia Gertseva rovina con la sua voce aspra e gutturale il delicato fascino della romanza al secondo quadro.

Anja Silja, la cui presenza e persistenza sui palcoscenici europei non cessa di stupire, è ormai la parodia di una diva in pensione. La voce è sistematicamente stridula, chioccia e piena d’aria, inesistente nei gravi (alla sortita quasi non si sente), l’arietta di Grétry la vede in difficoltà nel legare i suoni e insomma dell’aristocratica e perduta dama di mondo non resta che una larva. Per giunta sghignazzante (ascoltare per credere!). È vero, la tradizione vuole che il ruolo sia affidato a grandi cantanti (mezzosoprani, ma anche soprani) ormai in età avanzata, e questo nonostante la prima Contessa (Mariya Slavina) fosse all’epoca delle prime rappresentazioni poco più che trentenne. Tale tradizione presuppone però due condizioni: la grandezza dell'interprete (grandezza autentica, la sola che conti sulle tavole del palcoscenico) e la conservazione, se non perfetta almeno accettabile, dello stato di salute vocale (conseguenza di un approccio professionale al canto). Nessuna delle due condizioni si è verificata in Torino.

Attendiamo nei commenti le impressioni dei fortunati fruitori della soirée teatrale, che sarà certo stata, come ormai puntualmente avviene, agli antipodi di quanto trasmesso dalla Rai, inveterata calunniatrice delle magnifiche sorti e progressive della musica dal vivo, in Italia e non solo.


Gli ascolti

Tchaikovsky - La Dama di Picche


Atto II

Polno vrat vam! Nadoyeli!...Je crains de lui parler la nuit - Irina Makarova (2009)

Atto III

Akh! Istomilas ya gorem - Medea Mei-Figner (1901)

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mercoledì 18 febbraio 2009

Una Rondine "low cost" a Bologna


Ieri sera è andata in scena a Bologna la Rondine di Puccini.
Spiace che il Teatro Comunale sia stato costretto dai tagli a cancellare la prevista produzione del Sogno di una notte di mezz'estate.
Spiace che il sovrintendente e direttore artistico Marco Tutino non abbia pensato di proporre l'opera Britten in forma di concerto, eliminando così i costi legati all'allestimento (allestimento peraltro importato dall'estero, quindi, supponiamo, a costi più contenuti rispetto a una nuova produzione).
Spiace che uno spettacolo della stagione lirica sia stato rimpiazzato da uno spettacolo di studenti (la Scuola Italiana dell'Opera, l'accademia per giovani cantanti del Comunale, già distintasi quest'anno per una discutibile "edizione parallela" di Puritani) senza che i prezzi dei biglietti fossero ritoccati al ribasso, come sarebbe apparso logico, giusto ed opportuno.

Spiace che si sia scelto un titolo come Rondine, pensato e scritto per grandi artisti "già fatti" e non "da fare" (per Magda Puccini aveva pensato nientemeno che a Rosa Raisa, la prima interprete monegasca fu Gilda Dalla Rizza, accanto a Tito Schipa, e alla prima italiana, che ebbe luogo proprio a Bologna, Ruggero fu Aureliano Pertile mentre Toti Dal Monte vestiva i panni di Lisette), e questo perché, a onta di scritture vocalmente non impossibili, le parti protagonistiche e in certa misura anche quelle di fianco richiedono interpreti scafati nell'arte della declamazione musicale non meno che in quella della recitazione tout court.
Spiace che, per un titolo già più volte allestito a Bologna, si sia imbastita una nuova produzione, sia pure "di emergenza" e senza sfarzo (il coro era in abito da concerto, le scenografie anni Venti davvero essenziali), che risulta gradevole ma anche un po' troppo "già vista" e a tratti persino scolastica, tanto da non giustificare la spesa, per quanto modesta, affrontata.
Spiace infine che la sovrintendenza bolognese tenti, dalle pagine del programma di sala, nonché da quelle dei giornali, di spacciare per sperimentalismo, che dico, pionierismo quello che è a tutti gli effetti un ripiego. Ripiego che, difatti, non basta a riempire la sala del Bibiena che per metà, e questo nonostante il prestigio legato al nome del direttore d'orchestra, nonché a quello del soprano che, per tre recite su nove totali, veste i panni di Magda de Civry.
Ciò premesso, entriamo nel merito dell'esecuzione.

E diciamo subito che il meglio è venuto dalla buca. José Cura, che ben poco ci ha persuaso, massime ultimamente, quale tenore lirico spinto, ha retto con piglio e competenza le fila del discorso musicale. Alla sua lettura, vivace e a tratti veemente nei primi due atti e giustamente onirica al terzo, faceva difetto quel tocco di levità parigina che della commedia lirica di Adami costituisce uno degli ingredienti fondamentali, mentre all'inizio del secondo atto l'entrata del coro è risultata un poco caotica. Si è trattato comunque di una prova onestissima, a tratti brillante, soprattutto per la capacità di reggere e sostenere un cast di belle speranze ma scarsa esperienza, per giunta ostacolato, in taluni casi, da evidenti problemi tecnici.

Nella folla di comprimari merita la menzione la generosa Anna Malavasi, il cui canto aperto al centro e l'accento sempre veemente, focoso ed estroverso sia nei panni della mondana di scarso lustro sia in quelli della fanciulla di strada, nonostante le affermazioni televisive dell'interessata, attribuitasi la missione di "svecchiare" l'opera richiamano, invece, vizi e vezzi del peggior verismo. Senza che la voce abbia le auree doti di certe generose veriste.
Davide Bartolucci quale Rambaldo ha dato prova di una voce più da tenore che da autentico basso, per giunta ingolata e fioca, con plausibile effetto senescente (in fondo il banchiere deve essere ben più anziano della sua protetta) ma scarsa autorevolezza e peso tanto al primo atto, in cui la sua presenza in scena scivola via quasi inosservata, quanto allo scontro con Magda al finale secondo.
Il Prunier di Gabriele Mangione è il solito tenorino di mezzo carattere, con voce piccola e tutta nel naso, il che dà luogo a frequenti stonature sul passaggio e oltre. Discreta la verve scenica, tuttavia. Suo degno contraltare Francesca Pacileo, microbica soubrettina che guadagna un po' di volume solo sugli acuti, di norma fissi.

Atalla Ayan ha voce assai bella e anche potente, ma sfortunatamente la parte di Ruggero insiste sul passaggio di registro e lì il canto del giovane tenore brasiliano si fa spesso forzato e duro, mentre i lodevoli tentativi di sfumare e variare danno luogo a suoni indietro, quando non stimbrati. Faticosissimo il quartetto al secondo atto, le cose sono andate molto meglio nel terzo, forse anche in virtù di una minore tensione. Confidiamo che, data la giovane età, l'artista abbia tempo e modo di migliorarsi con lo studio e l'esercizio, perché la dote di natura è notevole.

Resta da dire della protagonista. Svetla Vassileva ha voce corposa e di bella grana al centro, ma povera nei gravi, che tende a gonfiare oltre misura (davvero grottesca la scena della lettera al terzo atto, che in tale registro prevalentemente si sviluppa), e fin troppo portata al grido in acuto. Nella celebre canzone di Doretta la voce si è spezzata due volte sugli estremi acuti, peraltro ghermiti, e analoghe difficoltà abbiamo riscontrato nella melodia "Fanciulla è sbocciato l'amore" e soprattutto nell'atto del Bullier, con evidente afonia alla fine del quartatto e nella successiva scena con Rambaldo. Scarsa la qualità del legato in generale, ma segnatamente al finale ultimo, scena in cui in massimo grado la protagonista dovrebbe essere in grado di colorare ogni frase, ogni parola, ogni nota. La Vassileva è invece risultata assolutamente inerte sotto il profilo espressivo, e la snella figuretta faceva pensare a una Mimì o una Micaela travestite da demi-mondaine, con un rovesciamento speculare alla situazione del ballo al Bullier e senza traccia della grandiosa primadonna verista (appassionata e ardente sì, ma anche femme fatale e diva) che la parte impone. E a fortiori una lettura ingenua ed angelicata del personaggio avrebbe richiesto un canto ben più sorvegliato e meditato.


Il cast

Magda - Svetla Vassileva
Lisette - Francesca Pacileo
Ruggero - Atalla Ayan
Prunier - Gabriele Mangione
Rambaldo - Davide Bartolucci
Périchaud - Mattia Campetti
Gobin/Un giovane - Swan Piva
Crébillon/Rabonnier/Un maggiordomo - William Corrò
Yvette/Georgette - Anna Kraynikova
Bianca/Gabriella - Anna Malavasi
Suzy/Lolette - Silvia Beltrami
Un cantore - Giuseppina Bridelli

Direttore - José Cura
Progetto regia, scene e costumi - Allievi della Scuola dell'Opera Italiana
Tutor regia - Walter Le Moli



Puccini - La Rondine

Atto I

Chi il bel sogno di Doretta - Ileana Cotrubas (1985)

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giovedì 2 ottobre 2008

Festival Verdi a Parma: Giovanna d'Arco


Parma ha inaugurato ieri sera il suo Verdi Festival con la riproposizione di quello che da molti è considerato il titolo meno riuscito dell’intera produzione verdiana, la Giovanna d’Arco.
Proposta ardita, in quanto l’opera, carente in inventiva musicale e struttura drammaturgica, necessiterebbe di essere gestita da un cast di straordinario livello, protagonista in primis. Protagonista che , ad onta della storia intepretativa recente, che annovera esecutrici discografiche somme come la Caballè, meno nobili e precise come la Ricciarelli, brave quanto improbabili come la Devia, dovrebbe appartenere al novero dei soprani drammatici, o comunque a quelle che Donzelli ha indicato come “amazzoni” verdiane. Ed invece la Direzione artistica di Parma, fedele al Verdi liricizzato e….“mignon” odierno, e facendo anche di necessità virtù, ha affidato questa parte ostica ad una cantante poco adatta al reale peso vocale di Giovanna, il soprano Svetla Vassileva, sortendone un risultato discutibile e, di fatto, apertamente discusso dal pubblico del loggione.

Quello che pare il Kharma di questo ruolo, impervio, di scrittura vocale difficoltosa e pergiunta, alla fine, avaro di successo e soddisfazione per le interpreti, ha preso forma di nuovo ier sera. La Vassileva ha lottato duramente per domare una parte per lei, soprano appena lirico leggero, davvero troppo pesante per esigenze di accento, ampiezza di fraseggio, estensione sul pentagramma e lunghezza, sortendo effetti alterni, plausibili soltanto a tratti. La voce del soprano bulgaro, infatti, è inadatta in primo luogo per colore e spessore, al ruolo di Giovanna: i suoi connotati timbrici naturali si confanno piuttosto a Gilda che non alla drammatica Pulzella guerriera. Suoni gridati negli acuti estremi per la propensione a cantare sul forte – fortissimo,“ spingendo” con tutta evidenza la voce, e numerosi piani – pianissimi, il più delle volte sporchi, o malfermi perchè privi del necessario appoggio, sono stati i due modi del canto della Vassileva. Esito che sortisce chi canta una parte troppo pesante, gonfiando la voce al centro in maniera artificiosa, che dà luogo ad una dinamica….finta, fortissimo – pianissimo, che è meglio di niente, certo!, ma fallace, soprattutto se le forze vengono meno con l’andare della serata, e si finisce ad urlare sul forte e con i piani rotti. Stavano a disagio in questo ruolo voci ben più importanti e corpose come la Ricciarelli, cui la critica ancora sveglia del 1972 si premurava opportunamente di consigliare parti più liriche e non di siffatto peso drammatico al fine di garantirsi una carriera duratura( ! ).
Sicchè, era logico immaginare che la Vassileva finisse per franare sotto il peso del concertato atto II, “ Contro l’anima percossa”, cantato con voce davvero stridula, tanto da causare i primi manifesti sbuacchiamenti, e nell’atto III, che richiede maggior ampiezza di voce, qualità di legato e fiato nell’”Amai ma un solo istante”, e maggior freschezza nella stretta veloce, eseguita invece con voce fissa per la stanchezza. Tutto ciò ha poi dato licenza ai signori del loggione di contestarla apertamente all’uscita singola allorquando il soprano ha lanciare la spada in terra per la stizza ….! Ingiusto, perche in fondo il pubblico di Parma aveva già tollerato gli acuti striduli e le note spinte l’anno passato, in Traviata ed in Boheme, dove, a rigore, non giocava al gioco della rana e il bue come ieri sera.
Di fatto la Vassileva ha retto giusto il recitativo di ingresso ma poi già all’aria sono subito arrivate le difficoltà, ossia i forti troppo forti, i piani in chiusa pericolosamente velati e la cadenza orrendamente….miagolata.
Peccato, perchè và riconosciuto alla Vassileva che le idee interpretative c’erano anche: l’idea pareva quella di una Giovanna lirica ma anche isterica, sentimentale e sofferente, irruente e tragica. I momenti migliori sono stati la scena III dell’atto primo che precede il duetto con Carlo, davvero ben risolta, come l’“Oh fatidica foresta”, e buono anche il duetto con Carlo, a meno sempre della solita insistenza sul forte in alcuni passaggi. Alla fine, però, la sua Giovanna non ha convinto, e questo perchè le “amazzoni” verdiane sono fatte così: se il soprano non ha il peso vocale sufficiente la parte finisce per schiacciare la cantante, una vera sopraffazione dove questa può solo urlare sin tanto che l’agognata fine dell’opera non sopraggiunge. E con questa…i legittimi fischi! Ed il futuro porta nuvole nere e dense sui prossimi impegni di questa signora che ha “sveltamente” intrapreso la via del drammatico di agilità verdiano……….
Non ho potuto fare a meno di pensare all’immensa saggezza di direttori che tanto tempo fa suggerirono ad un monumento vocale e tecnico di nome Giannina Arangi Lombardi di non cantare questo titolo, che non valeva l’onere della prova………o alla storia ottocentesca di Giovanna d’Arco, smarrita per più di vent’anni una volta dismessa da quel mostro che fu la Frezzolini, per una ripresa della Stolze, soprano assolutamente drammatico nel 1867, ed alla Patti nel 1871, soprano formalmente lirico d’agilità, ma regolarmente Norma e Semiramide. Ad ogni modo, tutte toccate e fuga! Chissà perchè?!

Quanto al resto del cast, Ewan Bowers non è stato all’altezza della parte di Carlo. Improbabile scenicamente perchè privo sia della regalità necessaria per sembrare un re che della figura idonea all’amoroso, non è stata in grado per un solo momento di uscire dall’anonimato, regolarmente sopraffatto dalla Vassileva e da Bruson. La voce, del resto, pare collocata in gola, perfettamente ovattata e ferma sul palco. Il solo acuto scritto, nell’aria di ingresso, perfettamente ragliato ed indietro, in una organizzazione vocale non professionale. Le voci gestite nella maschera hanno ben altra sonorità, proiezione e legato. Persino il timbro è insignificante. La scena finale, poi, “Chi più fedel amico”, si è distinta per la noia letargica che trasmetteva.

Parlare di Renato Bruson dimenticandone l’età sarebbe ingiusto. La voce, infatti, manca quasi del tutto nel registro alto, oscilla con evidenza al centro, spesso suona nasale, sul piano si sfuoca e và indietro, perchè… l’età è oggettivamente straordinaria. Ciò nonostante è stato il mattatore della serata. Dopo un bellissimo recitativo di ingresso ( per avere la prova di come Bruson appartenga davvero ad un altro e diverso mondo dell’opera basta l’esecuzione dei recitativi a dimostrarlo…) ha sofferto nell’aria del primo atto, quella di tessitura più acuta, dove le frasi “ Chiedo tra voi pugnar” sono state cantante davvero con fatica e senza la voce giusta. Ma in ogni momento in cui la tessitura era gestibile ed il canto aveva una connotazione lirica e patetica, il leone dava la sua zampata, sommergendo tutti con il suo antico talento. La seconda aria, infatti, di tessitura centrale, è stata eseguita con accento dolente e patetico tanto intenso che Bruson ha strappato una grande ovazione dal pubblico. La sola della serata! Alla scena di Giovanna, all’inizio del III atto, ha letteramente umiliato la Vassileva con I suoi interventi, sebbene con voce malferma. Che dire? Altra origine, altro mondo, altra concezione del teatro lirico, altra preparazione.

Sul podio un direttore amatissimo e stimatissimo da chi scrive, Bruno Bartoletti. Ha diretto con perizia, tempi esatti e consoni al palcoscenico, cercando di dare senso ad una partitura talvolta davvero povera di inventive, e dove è facile sfociare nel fragore quarantottesco. Non ci sono nevrosi nella Giovanna di Bartoletti, ma sobrio vigore, colore ottocentesco da Italia preunitaria, ritmo, e momenti lirici intensi, ariosi ampi ed eleganti……Verdi permettendo ! Forse alcuni sfasamenti con il coro e I solisti, ma tutto efficace e di qualità.

Spettacolo bellissimo e ben riuscito di Gabriele Lavia. Un allestimento tradizionale, mirato al buon gusto ed alla sobrietà, pur nell’evidente richezza di mezzi, costumi in primis. Goticismi sobri, retti da cromie calde, marroni e bronzi; una foresta romantica e a tratti un po’ alla Zhang Yimou, con un albero gigantesco e suggestivo che si colora di viola; una battaglia con ombre cinesi su un fondale rosso; creature fantastiche e costumi medioevaleggianti, ricchi di contaminazioni rinascimental-borgognone, ed una regia sobria, molto incentrata sulla protagonista, sempre in calzoni, stivaloni e spada, acconciata come la Giovanna d’Arco della Bergman. Insomma, una produzione elegante, che ha suscitato il ppieno aprrezzamento del pubblico.

Personaggi Interpreti

Carlo VII EVAN BOWERS
Giacomo RENATO BRUSON
Giovanna SVETLA VASSILEVA
Delil LUIGI PETRONI
Talbot MAURIZIO LO PICCOLO

Maestro concertatore e direttore BRUNO BARTOLETTI
Regia GABRIELE LAVIA
Scene ALESSANDRO CAMERA
Costumi ANDREA VIOTTI
Maestro del coro MARTINO FAGGIANI
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA


Gli ascolti

Verdi - Giovanna d'Arco


Prologo
Sotto una quercia parvemi...Pondo è letal, martirio - Flaviano Labò (1972)
Oh, ben s'addice...Sempre all'alba...Son guerriera - Renata Tebaldi, Carlo Bergonzi & Rolando Panerai (1951)

Atto I
Franco son io, ma in core...So che per via di triboli - Mario Sereni (1972)
O fatidica foresta - June Anderson (1996)
Ho risoluto...Dunque, o cruda...Vieni al tempio - Margaret Price & Carlo Bergonzi (1985)

Atto III
Un suon funereo...S'apre il ciel - Katia Ricciarelli, Flaviano Labò & Mario Sereni (1972)

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lunedì 17 marzo 2008

Stabat Mater di Rossini alla Scala

Avvezzo da lunga data a dirigere il capolavoro rossiniano e per certo memore delle eccellenti prestazioni vocali di alcuni suoi colleghi di un tempo, Riccardo Chailly ha trovato il coraggio (...o forse anche l'orecchio....) mancatogli durante le prove del Trittico, dimettando metà del cast dopo la prima prova di sala. Così sono approdati a queste recite il soprano Svetla Vassileva al posto di Eva Mei ed il basso Mirco Palazzi al posto di Simone Alberghini. Licenziamento che peraltro non ha migliorato sensibilmente la qualità generale delle parti soliste dello Stabat, composizione sacra ma dal carattere sempre fortemente belcantista, more Rossinano solito.

I compromessi cui il maestro si è dovuto comunque piegare per sorreggere il cast sono stati evidenti. Una direzione su due binari nettamente separati: quello del’introduzione ( Stabat mater ) e del finale ( Amen. In sempiterna saecula ) diretti il primo con grandiosa solennità, tempo largo e quasi monumentale, il secondo con un vigore ed una foga drammatica quasi verdiane, di grande effetto, con orchestra vigorosa e grande coro.
Sul secondo binario stavano, invece, i numeri dei solisti, condizionati continuamente dalla piccolezza delle voci e dall’assenza del necessario peso drammatico: l’orchestra ha dovuto farsi piccola, se non addirittura sparire in alcuni momenti, mentre in altri ha dovuto coprire soccorrevole acuti sguaiati di qualche solista ( si vedano i do dell’Inflammatus della Vassileva ), ed altre simili accorgimenti. Sebbene collocati, come al solito, oltre la zona della buca, i solisti non sono mai riusciti a fare arrivare con facilità le loro voci assieme all’orchestra, afflitti, in generale, da mancanza di ampiezza e proiezione. E ciò ha, di fatto, tolto smalto all’esecuzione degli 8 numeri centrali dello Stabat.
In dettaglio, secondo apparizione solista:
Il tenore, Dmitri Korchak ha cantato con un certo garbo, sforzandosi di avere una linea musicale elegante, ma la voce è piccola e poco proiettata. L’esecuzione del Cuius animam meriterebbe un canto facile, con perfetto “giro” della voce, e capacità di smorzare: invece, secondo la moderna estetica ( frutto dell’imperizia tecnica, lo abbiamo già detto ) oggi và di moda far cantare la prima sezione tutta forte, e la seconda tutta in pianissimo, ossia in falsetto ( perché tali sono questi suoni collocati in bocca ), col risultato innaturale di spaccare vistosamente in due sezioni separate il brano, annientare il suono dell’orchestra, che diversamente coprirebbe il solista, e far sporgere noi dal loggione per udire….quel che in effetti non si sente. Il do diesis in chiusa, poi, una nota di petto tenuta il minimo perché nemmeno sicurissima. Insomma, una prova correttamente in linea con i modi del presente tenorile, ma ben lontana dalla regola dell’arte.
Il basso, Mirco Palazzi, è stato il migliore del quartetto dei solisti. Canta correttamente, chiaramente se non vistosamente ispirato a Samuel Ramey nel timbro. Gli mancano, però la proiezione, la sonorità e l’autorità vocale del grande basso americano, figli di altre e superiori capacità tecniche. Un Pro peccatis buono, ma privo di vigore e di slancio, e, invece, poca risonanza delle note basse nel successivo Eja, Mater, fons amoris con il coro.
Quanto alle donne, la sezione vocale più debole, sin dal duettino iniziale Quis est homo hanno da subito ben chiarito il loro stato vocale, la Vassileva vistosamente stonacchiata in zona alta, la Ganassi priva della necessaria sonorità in zona bassa. Singolarmente agitata sulla seggiola, costantemente compresa a bere e sorvegliare Chailly e colleghi ( ??!! ), la Ganassi ha affrontato l’elementare Fac ut portem con l’atteggiamento di chi si accinge a cantare la scena delle catene di Falliero o la scena del tempio di Arsace. Come già evidente al duetto ed al quartetto, Sancta Mater, istud agas, la voce è ormai molto provata e di ridotto volume. Il canto in zona centro alta è solo forte, con le contrazioni di gola di sempre, mentre apprezzabile è la musicista, che cerca di eseguire smorzature e messe di voce di grande effetto….sebbene di qualità esecutiva incerta. Troppa e preoccupante è la fatica del canto di questa Eboli, aspirante Ermione…ruoli davvero al di là di ogni limite della Ganassi!
Quanto a Svetla Vassileva, devo dire, in primo luogo, che non so quale oggettivo miglioramento alla prestazione sopranile abbia potuto offrire al maestro Chailly rispetto ad Eva Mei, perché sempre di soprano leggero si tratta…..( chissà quali saranno le effettive condizioni vocali della futura quanto improbabile Elisabetta del Devereux triestino…!!!!) Resta il fatto che la Vassileva ha canticchiato, quasi accennnando, tutta la parte sino all’Inflammatus, ove ha esibito la sua inadatta e tremula vocina da soubrette nel tragico finale. Prima ottava davvero inesistente, un canto di scarso peso drammatico, agilità inesistenti ( i trilli delle scale bellamente spazzati via senza nemmeno provarci...), due vere e proprie urla i do…..insomma, davvero pochetto.
Il pubblico è stato molto entusiasta dell’esecuzione, e persino la Grisi e Donzelli si sono emozionati nuovamente per la travolgente ed indistruttibile bellezza di questo Stabat Mater di Rossini, davvero il più genio tra i genii.


Cujus animam - Jacques Urlus
Pro peccatis - Pol Plançon
Fac ut portem - Martine Dupuy
Inflammatus - Leyla Gencer, Lella Cuberli

UPDATE - All'ultima recita del 22 marzo, Sonia Ganassi, ufficialmente indisposta, è stata rimpiazzata da Veronica Simeoni. Il forfait della signora Ganassi nell'elementare parte di secondo soprano dello Stabat (affidata alla prima bolognese a una cantatrice dilettante) fa assai mal presagire in vista del cimento pesarese con la più ardua parte sopranile di Rossini, erroneamente spacciata per parte declamata: Ermione.

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