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venerdì 13 novembre 2009

Celebrazione di Rossini: Giovanna d'Arco

Ricordiamo oggi Rossini, nell’anniversario della morte, con una puntata dedicata ad una delle sue più straordinarie composizioni, la cantata per piano e voce Giovanna d’Arco (1832).
Soggetto teatrale prima ancora che mito storiografico della Terza Repubblica francese, che ne fece un'eroina simbolo della laicità dello stato, all’epoca in cui Rossini compose la cantata Giovanna d’arco era ancora un'eroina letteraria di fama controversa, come ben si vede nei testi di Voltaire e Schiller. Giovanna, però, era stata protagonista di composizioni operistiche negli anni immediatamente precedenti il momento in cui venne scritta la cantata, con Carafa (1821), Vaccai (1827), Pacini (1830). Non sono chiare le ragioni per le quali Rossini non la fece eseguire da subito in pubblico, ma attese il 1859, interprete l’Alboni. In quegli anni la Pulzella di Orléans era già un mito nella storia di Francia.

Per noi oggi la cantata, straordinaria, è uno dei massimi cimenti vocali ed espressivi per mezzosoprani che si confrontino con il Rossini serio. Terreno d’elezione delle grandi primedonne virtuose, appuntamento immancabile nella programmazione concertistica della belcantista di rango. Dunque, ecco qui un’esposizione in parallelo di grandi cantanti che vi si sono impegnate, ieri come oggi, e che danno spunto ad una riflessione sui mutamenti (o la degenerazione) del canto rossiniano nella corda di mezzo.

Teresa Berganza. Lo stile. La precisione esecutiva. L’incarnazione vivente della concezione del canto come arte della mìmesis, della stilizzazione, che trasmette idee astratte e perfette, depurate da ogni minima traccia di realismo. La Berganza, ancor prima della Horne, ha affermato la secondarietà del mezzo naturale rispetto alla tecnica ed alla musicalità. La voce, qui presa molto da vicino in una trasmissione radio che non rende per nulla il modo in cui questa risuonava in teatro, non colpisce, e l’interprete resta sempre composta e misurata. Ma tutto procede perfettamente, senza intoppi, cricche, disturbi di fondo di alcuna sorta. Il sound è pulito, quasi parlato, a fior di labbra, dizione chiarissima. E la sua Giovanna risulta semplicissima, dolce e femminile, chiara e del tutto logica nell’esattezza delle scelte espressive, negli accenti. Nulla è di troppo, nulla è tolto, nulla è fine a se stesso, nessuna gratuità. La voce è sempre in ordine, in zona centro grave soprattutto, laddove altre, ben più dotate di lei, fanno sfracelli. Mai un calo di sonorità, mai una forzatura, piuttosto qualche fissità in zona mi-re, sul passaggio acuto ( la signora ha qui 55 anni, circa 34 di carriera). La virtuosa aveva dei limiti, si sa, ed emergono nella sezione acrobatica finale, “ Corre la gioja…”in particolare in quanto scritto nelle ultime battute di “…che in Dio sperò...”, in chiusa alla prima strofa, ma esegue la sezione per intero variando pure il da capo. Il brano è troppo vigoroso per la voce della cantante madrilena, che però lascia vivida impressione. Sarà anche datata, espressione di un Rossini, depurato e classicheggiante, lontano dalle eclatanti acrobazie di scuola americana, ma ancor oggi preferibile a certi scempi vocali spacciati per “belcanto”.


La cantata con Marilyn Horne trova forse la sua più completa e paradigmatica esecuzione. L’approccio è pensato in ogni nota, perfetto sul piano musicale, razionale come non mai. La voce è costantemente dominata e piegata ad ogni più sottile sfumatura, nuance, intento espressivo. Tutto è costruito con lucidità e maestria impressionanti, pensato, meditato e rimeditato come nessuno oggi sa più fare nella pratica del canto. La Giovanna della Horne è complessivamente monumentale, come l’ampiezza della cantata richiede, ma variegata, perché la voce della diva asseconda i mutamenti del brano da una sezione all’altra e da una frase all’altra all’interno di ciascuna sezione, con precisione e puntigliosità straordinarie. Il canto è nobile; eroico e del tutto privo di quella retorica pompière che a volte screzia gli eroi en travesti della Horne; il legato, di altissima qualità dato che la voce è sempre ferma e galleggiante sul fiato, le consente di dare ampiezza alle frasi e pienezza d’accento, cui partecipa una dizione nitida ed incisiva; il canto di coloratura, impeccabile, ciascuna nota sempre ben riconoscibile, e accentata, eseguita con perfezione e facilità assoluta. Più la si ascolta e più risalta lo studio accurato che si cela dietro l’esecuzione, l’aver scomposto la cantata passo passo, una frase dopo l’altra, per poi ricomporre il tutto in un’esecuzione fluida ed apparentemente immediata, perché così è il belcanto della Horne, costruito ed architettato per intero, a cominciare dalla voce.
Non si può non ricordare che l’esecuzione della Horne è tutt’uno con quella del suo pianista accompagnatore di tante serate, Martin Katz. All’introduzione di P. Gossett all’edizione Ricordi della cantata orchestrata da Sciarrino, in cui lo studioso americano sottolinea come nel catalogo di Rossini non vi sia composizione che “reclami una veste orchestrale più fortemente della Giovanna d’arco” ( ! ), verrebbe da aggiungere la chiosa “a meno che non suoni Martin Katz !”. Stupendo, onnipresente, accompagna e trascina, commenta e sottolinea il canto della Horne con la forza di un’orchestra, perché ha di certo ben presente che questa “gran scena” rifletteva i modelli delle composizioni operistiche, e proprio riecheggiando quei modi esegue l’accompagnamento.

Approccio assolutamente opposto è quello di Martine Dupuy, superba, malinconica ed orgogliosa Giovanna. Il canto rossiniano trova in lei una rappresentazione intuitiva e sensibilissima della “mozione degli affetti” figlia di un approccio personale, un'interpretazione del tutto soggettiva, aderente alle corde della cantante. Il canto è facilissimo, di qualità il legato che sostiene anche le frasi di scrittura più centrale, perfetto quello di agilità. La ricerca è sempre quella dell’atmosfera, del clima che connota le varie sezioni della cantata. L’incipit del recitativo sottolinea la solitudine notturna di Giovanna, circondata da una natura silente ed anche misteriosa. La contemplazione è interrotta dalla visione repentina “O Patria! O Re! L’Onnipossente dal gregge…”, per poi placarsi nella nostalgia del ricordo. Quindi la cantata si apre alla parte più suggestiva dell’esecuzione della Dupuy, quella dell’Andantino grazioso “ Oh mia madre e tu frattanto …”, dove il canto scorre morbido, lirico ed emozionante ( “…la mia madre invidierà..”; ”…..se affannata chiamerai, questo suon rispenderà…” ), perché aderente al tipo di espressività caratteristica della Dupuy. Le innumerevoli forcelle previste da Rossini sono, tra l’altro, di grande intensità emotiva mentre l’esecuzione non risulta mai manierata o compiaciuta, ed il timbro del mezzo francese contribuisce a venare di malinconia il canto. La terza sezione, poi, è quella delle visioni, dell’epica di Giovanna, della prefigurazione della battaglia e della vittoria. Ed il canto, come nei suoi guerrieri en travesti, si fa irruente, di slancio. Il sacro fuoco della Giovanna visionaria prende corpo sempre nella misura, lontano dall’eccesso, e nella compostezza del canto, e trova grande forza nello slancio all’acuto. Esecuzione emozionante e vera, sempre di dimensione cameristica, accompagnata da quel maestro di chincaglieria salottiera che è Vincent Scalera. L’accompagnamento è talora perfino caramelloso, ma ben rende il senso del salotto ottocentesco, il colore, l’atmosfera cui la composizione, al di là della sua evidente ascendenza operistica, era destinata.

Voce di mezzo per autonomasia, più dotata di tutte, Lucia Valentini Terrani, che eseguì raramente la cantata, sebbene assolutamente adatta alla sua voce per timbro ed estensione.
Meno analitica e personale sul piano interpretativo, la Terrani pare adagiare la sua voce sul pentagramma limitandosi a seguirlo nei suoi saliscendi con un canto che da subito suona monotono. La sua Giovanna affascina per il timbro, sontuoso e ricco, straordinario, e di questo pare accontentarsi la cantante.
La Terrani intende eseguire il recitativo con toni imperiosi e magniloquenti, sebbene talune frasi le escano affettate. Spiana qualche agilità in “ il mormorar del vento”, ed approda alla sezione centrale, quella sulla carta a lei più congeniale per tessitura. Attacca “ Oh mia madre “ con un tempo sostenuto, sul mezzoforte, che però stenta ad abbandonare laddove Rossini mette forcelle, eseguendo solo qualche rallentando. Il canto è privo di malinconia e generico per assenza di nuances, ma la voce è bellissima, e questo parzialmente compensa la latitanza sul piano interpretativo. Appaiono alcuni suoni gonfi al di sotto del rigo, che poi si ripetono in modo manifesto nell’allegro vivace, “…già m’ha tocca,mi investe, già m’arde..”. Non brilla nell’esecuzione della coloratura, quando Rossini prevede serie di quartine in “…si la vittoria è con me…”. Purtroppo la delusione vera arriva nella sezione finale, che sarebbe anch’essa allegro vivace,“ Corre la gioja di core in core….”. Il piano stacca un tempo di una lentezza mortifera ed insensata, tanto che il canto perde il vigore che richiede il significato drammaturgico del testo. Varia già in primo enunciato dato che taglia la ripetizione prevista, e si sistema tutte le code, fatto incredibile per una belcantista del suo calibro. Il finale viene dunque mozzato, la chiusa arronzata alla bell’è meglio: l’effetto è tremendo, duramente in contrasto con la monumentalità dell’intera cantata, che finisce così…in modo brutale. E deludente.

Cantante della stagione “di mezzo”, a cavallo tra ieri ed oggi, Ewa Podles, vocalista particolarissima e difficile per chi era abituato al prima. E’ duro accettare la sua ottava grave, l’esistenza di due voci nettamente distinte, la natura inumana ed androgina della voce. La registrazione è abbastanza recente, e l’anagrafe non è dalla sua, ma la sostanza del canto si coglie assai bene. La sua Giovanna è una sorta di creatura silvana, figlia di una natura spaventosa e terribile. La foresta che avvolge Giovanna al recitativo non è Fontainebleau o qualche angolo recondito di Francia medioevale, ma uno spaventoso bosco di saga nordica. Di primo acchito il timbro terrorizza lo spettatore: la voce è ovattata, di petto sotto il rigo. Il canto vigoroso è più nelle corde della Podles di quello patetico: “O mia madre…” è anche attaccato con esattezza interpretativa, ma non emoziona, non commuove come dovrebbe perchè presto afflitto dall’emissione sgraziata dei gravi. La cantante pare aspettare le frasi più forti, “…ma tra poco d’alte imprese verrà un suon….”, dove il canto si rifà subito pugnace ed aggressivo. Quella Giovanna chissà che avrebbe mai fatto ai nemici…!!! Insomma, la Podles è spesso sopra le righe e non vuole abbandonarsi all’estasi lirica, alla nostalgia che attraversa il canto di Giovanna. Nella sezione centrale manca la struggente intensità della Giovanna della Dupuy, ad esempio. Di umanità e fragilità, in questa esecuzione, proprio non ce n’è, a differenza di certi en travestì rossiniani impersonati più volte dalla Podles.
La sezione finale, veloce ed acrobatica, ha un vigore ragguardevole, ed è la parte migliore dell’esecuzione della cantata. A parte certe note di petto e/o aperte, troppo volgari, elettrizza per la forza che ha il suo canto di agilità, preciso e facile come sempre. In questo Superewa sa il fatto suo, ed appartiene ancora alla tradizione di ieri: una volta che ha abituato lo spettatore al suo sound, lo trascina vigorosamente con lei, su e giù per il pentagramma, con assoluta confidenza e facilità, conferendo pieno senso al lato visionario dell’eroina guerriera. Di forza e per forza, ma solo quello.

Daniela Barcellona canta da mezzosoprano con una voce importante, di grande qualità e volume. Amante di Rossini e lontana dalle ciance dei baroccari (fatto per cui la ringraziamo), per indole e cultura ricerca un canto composto, scevro da platealità, lirico. La sua Giovanna è approcciata al pari degli eroi di Rossini en travesti che porta solitamente in teatro. Gli intenti interpretativi sono belli, esattamente aderenti al testo. Condivide con la Dupuy la sottolineatura del lato malinconico del personaggio, venato forse anche da una certa tristezza di fondo. Tristezza che alla lunga, con lo scorrere delle battute, si trasforma in monotonia ed inerzia interpretativa. La voce è imponente, e trova un confronto nella sola Terrani, cui somiglia molto nell’esito finale della cantata (che la Barcellona, però, esegue integralmente, qui nella versione Sciarrino). Iperdotata, di una natura che diversamente acconciata l’avrebbe da subito collocata su Verdi, non so se come mezzo acuto o soprano drammatico vero alla Burzio o alla Poli Randaccio... Il suono è composto, ma costantemente connotato o da una certa fissità di fondo o da sonorità tubate in zona grave. La modulazione dei suoni ha luogo in bocca, come si può udire nell’ ” O mia madre……questo suon risponderà…”, oppure in quelle frasi che introducono la sezione finale, “Repente qual luce balenò nell’oriente…..più grande che non suole empie il ciel fulminando…..io vegno…” dove le note re-mi-fa alti sono regolarmente fisse. E credo che il quid di questa cantante stia tutto qui, nel fatto che la voce non è mai davvero retta dal fiato, non galleggi, e quindi si fletta con minor facilità rispetto ad una Horne, una Dupuy o una Berganza. E’ tutto giusto quello che la Barcellona vuole fare, ma la resa è statica, la sua Giovanna esce fiacca nell’accento patetico come nei momenti di virtuosismo, perché l’agilità è scolastica o poco incisiva, eseguita con esiti alterni. Le bastano frasi interlocutorie come “Ah la fiamma che t’esce dal guardo…..m’arde” oppure in chiusa al “ che in Dio, che in Dio sperò…” per trovarsi a pasticciare o spappolare la scrittura rossiniana. In altri passi regge, invece, abbastanza bene, come in “Guida i forti la vergine al campo….”, ma siamo lontani da quella perfezione esecutiva che fa di Rossini la palestra dei migliori vocalisti della storia del canto. Poco vale la messe di variazioni che esibisce nel da capo di “Corre la gioja di core in core….”, perché la voce suona fissa (per giunta di grande volume) e sgraziata, in particolare salendo ai primi acuti, tanto da rendere davvero poco piacevole l’ascolto del suo canto. Peccato.

Con Joyce Di Donato ci troviamo in piena Rossini décadence. Se qualcuno avesse ancora bisogno di essere certiorato circa il dilettantismo tecnico di questa cantante, ascolti l’audio di questa esecuzione. Primo problema della Di Donato, la centralità della scrittura nella sezione mediana dell’andantino, ove esibisce un canto frequentemente aperto e sguaiato, spesso completamente di petto in zona mi-fa–sol, con frasi addirittura veriste come “ Repente qual luce balenò nell’oriente..”, inammissibili nel belcanto, anche in quello che si pratichi nel Caucaso, nel Tibet o nel deserto australiano! Di nuovo nella sezione finale, quindi, nel “Corre la gioia di core in core”, che batte ripetutamente sul sol in primo rigo, il mezzo americano viaggia di canto aperto e di petto puro non sapendo a che santo votarsi, tanto che nel da capo attacca a puntare verso l’alto, e giustamente, ma provata da quanto eseguito sino a quel punto, finisce poi per gridare nella chiusa. La metterei in confronto con la più sopranile delle prime tre voci, T.Berganza, meno dotata in natura a mio modo di vedere. La voce della spagnola nella stessa zona mi-fa-sol non è gran chè, eppure canta, e con gran fluidità senza aprire o andare di petto, mentre la Di Donato si arrabatta malamente, alla fine anche senza gusto. E questo è sufficiente per provare il gap tecnico tra le due cantanti, ma anche tra due diverse epoche del belcanto. Quanto al canto di agilità, le cose non vanno affatto meglio, per forza di cose. La cantata basta ed avanza per mettere la simpatica Joyce a dura prova. Si trova alla corda sin dal recitativo, la stessa frasetta ove pasticcia la Terrani “il mormorar del vento”, per non parlare dello scempio che compie su quanto scritto da Rossini in chiusa a “questo suon risponderà” ( per nulla compensato dalla precedente interpolazione nella ripetizione di “questo suon” che precede la cadenza scritta……un vezzo inutile, quando poi si elidono le difficoltà vere che seguono ). All’arrivo della sezione finale, poi, accadono cataclismi vocali di vario tipo, dai pasticci in “Ah la fiamma che t’esce dal guardo…”, per non parlare dell’esecuzione “Singer style” ( o bartolesca, come vi pare..) di “Guida i forti la vergine al campo…”, lontanissima dall’agilità di forza necessaria per Rossini.
Insomma, una moltitudine di magagne vocali che impediscono alla pugnace Giovanna della Di Donato di convincere e di affascinare. All’immagine intellettuale (e simpatica) che questa cantante offre di sé, corrisponde, al contrario, un canto istintivo ma brado ed ineducato, estraneo alla vocalità Rossiniana, fatta, in primis, di emissione stilizzata, suoni immascherati ed astratti, virtuosismo eccelso e varietà di accento. Il tutto, tra l’altro, eseguito... al ROF, dove qualcuno avrebbe potuto e dovuto mostrarle come e perché si canta Rossini etc. etc.

Quanto a Cecilia Bartoli, vi prego di esimermi dalla recensione.
Già Duprez ha compiuto un sovrumano sforzo “sacrificandosi” per voi in questi giorni. Brevi estratti del prodigio vocale che è questa Giovanna d’Arco bartolesca possono ben provare che... abbiamo ragione noi. L’opera è finita perchè se questi sono i modelli odierni, il canto è arte perduta e sconosciuta, gli autori traditi dai loro custodi più blasonati e remunerati.
E Rossini, stando a come cantano le star odierne nell’anniversario della sua morte, è più morto oggi che all’epoca delle vituperate Pederzini e Supervía, perché ne è stata uccisa la lezione esecutiva ed interpretativa assieme ai necessari presupposti tecnici. Non è possibile continuare ad affermare genericamente la validità del modo di cantare ed interpretare di queste moderne signore barocchiste al pari del modo di una Horne, di una Berganza, di una Dupuy, di una Terrani. O ricusiamo il presente o ricusiamo il passato. Ma chi sceglierà questo presente dovrà poi anche dimostrarci, e con argomenti e non con ciance da giornalino-catalogo, come e perché quanto è trascorso non sia più la vera lectio, e lì li aspetteremo al varco!

PS
Un rimpianto.
Peccato la riscoperta tardiva di questa cantata di Gioachino, perché se l’avessero conosciuta la Schumann-Heink, la Onégin, la Matzenauer, la Stignani e la Doloukhanova ne avremmo sentite... delle belle!!!


Gli ascolti

Rossini - Giovanna d'Arco


1968 - Renata Scotto
1979 - Marilyn Horne
1986 - Martine Dupuy
1988 - Teresa Berganza
1989 - Lucia Valentini-Terrani
1997 - Violeta Urmana
2001 - Daniela Barcellona
2001 - Cecilia Bartoli
2003 - Ewa Podles
2005 - Joyce Di Donato


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giovedì 2 ottobre 2008

Festival Verdi a Parma: Giovanna d'Arco


Parma ha inaugurato ieri sera il suo Verdi Festival con la riproposizione di quello che da molti è considerato il titolo meno riuscito dell’intera produzione verdiana, la Giovanna d’Arco.
Proposta ardita, in quanto l’opera, carente in inventiva musicale e struttura drammaturgica, necessiterebbe di essere gestita da un cast di straordinario livello, protagonista in primis. Protagonista che , ad onta della storia intepretativa recente, che annovera esecutrici discografiche somme come la Caballè, meno nobili e precise come la Ricciarelli, brave quanto improbabili come la Devia, dovrebbe appartenere al novero dei soprani drammatici, o comunque a quelle che Donzelli ha indicato come “amazzoni” verdiane. Ed invece la Direzione artistica di Parma, fedele al Verdi liricizzato e….“mignon” odierno, e facendo anche di necessità virtù, ha affidato questa parte ostica ad una cantante poco adatta al reale peso vocale di Giovanna, il soprano Svetla Vassileva, sortendone un risultato discutibile e, di fatto, apertamente discusso dal pubblico del loggione.

Quello che pare il Kharma di questo ruolo, impervio, di scrittura vocale difficoltosa e pergiunta, alla fine, avaro di successo e soddisfazione per le interpreti, ha preso forma di nuovo ier sera. La Vassileva ha lottato duramente per domare una parte per lei, soprano appena lirico leggero, davvero troppo pesante per esigenze di accento, ampiezza di fraseggio, estensione sul pentagramma e lunghezza, sortendo effetti alterni, plausibili soltanto a tratti. La voce del soprano bulgaro, infatti, è inadatta in primo luogo per colore e spessore, al ruolo di Giovanna: i suoi connotati timbrici naturali si confanno piuttosto a Gilda che non alla drammatica Pulzella guerriera. Suoni gridati negli acuti estremi per la propensione a cantare sul forte – fortissimo,“ spingendo” con tutta evidenza la voce, e numerosi piani – pianissimi, il più delle volte sporchi, o malfermi perchè privi del necessario appoggio, sono stati i due modi del canto della Vassileva. Esito che sortisce chi canta una parte troppo pesante, gonfiando la voce al centro in maniera artificiosa, che dà luogo ad una dinamica….finta, fortissimo – pianissimo, che è meglio di niente, certo!, ma fallace, soprattutto se le forze vengono meno con l’andare della serata, e si finisce ad urlare sul forte e con i piani rotti. Stavano a disagio in questo ruolo voci ben più importanti e corpose come la Ricciarelli, cui la critica ancora sveglia del 1972 si premurava opportunamente di consigliare parti più liriche e non di siffatto peso drammatico al fine di garantirsi una carriera duratura( ! ).
Sicchè, era logico immaginare che la Vassileva finisse per franare sotto il peso del concertato atto II, “ Contro l’anima percossa”, cantato con voce davvero stridula, tanto da causare i primi manifesti sbuacchiamenti, e nell’atto III, che richiede maggior ampiezza di voce, qualità di legato e fiato nell’”Amai ma un solo istante”, e maggior freschezza nella stretta veloce, eseguita invece con voce fissa per la stanchezza. Tutto ciò ha poi dato licenza ai signori del loggione di contestarla apertamente all’uscita singola allorquando il soprano ha lanciare la spada in terra per la stizza ….! Ingiusto, perche in fondo il pubblico di Parma aveva già tollerato gli acuti striduli e le note spinte l’anno passato, in Traviata ed in Boheme, dove, a rigore, non giocava al gioco della rana e il bue come ieri sera.
Di fatto la Vassileva ha retto giusto il recitativo di ingresso ma poi già all’aria sono subito arrivate le difficoltà, ossia i forti troppo forti, i piani in chiusa pericolosamente velati e la cadenza orrendamente….miagolata.
Peccato, perchè và riconosciuto alla Vassileva che le idee interpretative c’erano anche: l’idea pareva quella di una Giovanna lirica ma anche isterica, sentimentale e sofferente, irruente e tragica. I momenti migliori sono stati la scena III dell’atto primo che precede il duetto con Carlo, davvero ben risolta, come l’“Oh fatidica foresta”, e buono anche il duetto con Carlo, a meno sempre della solita insistenza sul forte in alcuni passaggi. Alla fine, però, la sua Giovanna non ha convinto, e questo perchè le “amazzoni” verdiane sono fatte così: se il soprano non ha il peso vocale sufficiente la parte finisce per schiacciare la cantante, una vera sopraffazione dove questa può solo urlare sin tanto che l’agognata fine dell’opera non sopraggiunge. E con questa…i legittimi fischi! Ed il futuro porta nuvole nere e dense sui prossimi impegni di questa signora che ha “sveltamente” intrapreso la via del drammatico di agilità verdiano……….
Non ho potuto fare a meno di pensare all’immensa saggezza di direttori che tanto tempo fa suggerirono ad un monumento vocale e tecnico di nome Giannina Arangi Lombardi di non cantare questo titolo, che non valeva l’onere della prova………o alla storia ottocentesca di Giovanna d’Arco, smarrita per più di vent’anni una volta dismessa da quel mostro che fu la Frezzolini, per una ripresa della Stolze, soprano assolutamente drammatico nel 1867, ed alla Patti nel 1871, soprano formalmente lirico d’agilità, ma regolarmente Norma e Semiramide. Ad ogni modo, tutte toccate e fuga! Chissà perchè?!

Quanto al resto del cast, Ewan Bowers non è stato all’altezza della parte di Carlo. Improbabile scenicamente perchè privo sia della regalità necessaria per sembrare un re che della figura idonea all’amoroso, non è stata in grado per un solo momento di uscire dall’anonimato, regolarmente sopraffatto dalla Vassileva e da Bruson. La voce, del resto, pare collocata in gola, perfettamente ovattata e ferma sul palco. Il solo acuto scritto, nell’aria di ingresso, perfettamente ragliato ed indietro, in una organizzazione vocale non professionale. Le voci gestite nella maschera hanno ben altra sonorità, proiezione e legato. Persino il timbro è insignificante. La scena finale, poi, “Chi più fedel amico”, si è distinta per la noia letargica che trasmetteva.

Parlare di Renato Bruson dimenticandone l’età sarebbe ingiusto. La voce, infatti, manca quasi del tutto nel registro alto, oscilla con evidenza al centro, spesso suona nasale, sul piano si sfuoca e và indietro, perchè… l’età è oggettivamente straordinaria. Ciò nonostante è stato il mattatore della serata. Dopo un bellissimo recitativo di ingresso ( per avere la prova di come Bruson appartenga davvero ad un altro e diverso mondo dell’opera basta l’esecuzione dei recitativi a dimostrarlo…) ha sofferto nell’aria del primo atto, quella di tessitura più acuta, dove le frasi “ Chiedo tra voi pugnar” sono state cantante davvero con fatica e senza la voce giusta. Ma in ogni momento in cui la tessitura era gestibile ed il canto aveva una connotazione lirica e patetica, il leone dava la sua zampata, sommergendo tutti con il suo antico talento. La seconda aria, infatti, di tessitura centrale, è stata eseguita con accento dolente e patetico tanto intenso che Bruson ha strappato una grande ovazione dal pubblico. La sola della serata! Alla scena di Giovanna, all’inizio del III atto, ha letteramente umiliato la Vassileva con I suoi interventi, sebbene con voce malferma. Che dire? Altra origine, altro mondo, altra concezione del teatro lirico, altra preparazione.

Sul podio un direttore amatissimo e stimatissimo da chi scrive, Bruno Bartoletti. Ha diretto con perizia, tempi esatti e consoni al palcoscenico, cercando di dare senso ad una partitura talvolta davvero povera di inventive, e dove è facile sfociare nel fragore quarantottesco. Non ci sono nevrosi nella Giovanna di Bartoletti, ma sobrio vigore, colore ottocentesco da Italia preunitaria, ritmo, e momenti lirici intensi, ariosi ampi ed eleganti……Verdi permettendo ! Forse alcuni sfasamenti con il coro e I solisti, ma tutto efficace e di qualità.

Spettacolo bellissimo e ben riuscito di Gabriele Lavia. Un allestimento tradizionale, mirato al buon gusto ed alla sobrietà, pur nell’evidente richezza di mezzi, costumi in primis. Goticismi sobri, retti da cromie calde, marroni e bronzi; una foresta romantica e a tratti un po’ alla Zhang Yimou, con un albero gigantesco e suggestivo che si colora di viola; una battaglia con ombre cinesi su un fondale rosso; creature fantastiche e costumi medioevaleggianti, ricchi di contaminazioni rinascimental-borgognone, ed una regia sobria, molto incentrata sulla protagonista, sempre in calzoni, stivaloni e spada, acconciata come la Giovanna d’Arco della Bergman. Insomma, una produzione elegante, che ha suscitato il ppieno aprrezzamento del pubblico.

Personaggi Interpreti

Carlo VII EVAN BOWERS
Giacomo RENATO BRUSON
Giovanna SVETLA VASSILEVA
Delil LUIGI PETRONI
Talbot MAURIZIO LO PICCOLO

Maestro concertatore e direttore BRUNO BARTOLETTI
Regia GABRIELE LAVIA
Scene ALESSANDRO CAMERA
Costumi ANDREA VIOTTI
Maestro del coro MARTINO FAGGIANI
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA


Gli ascolti

Verdi - Giovanna d'Arco


Prologo
Sotto una quercia parvemi...Pondo è letal, martirio - Flaviano Labò (1972)
Oh, ben s'addice...Sempre all'alba...Son guerriera - Renata Tebaldi, Carlo Bergonzi & Rolando Panerai (1951)

Atto I
Franco son io, ma in core...So che per via di triboli - Mario Sereni (1972)
O fatidica foresta - June Anderson (1996)
Ho risoluto...Dunque, o cruda...Vieni al tempio - Margaret Price & Carlo Bergonzi (1985)

Atto III
Un suon funereo...S'apre il ciel - Katia Ricciarelli, Flaviano Labò & Mario Sereni (1972)

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