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mercoledì 17 febbraio 2010

Clemenza di Tito a Napoli: un sabato alla radio.

Clemenza di Tito o Demenza di T….?
E’ la sintesi, per nulla amletica, della recensione, che, a causa dalla rassegna stampa perfidamente speditami da Tamburini, mi vedo costretta a scrivere, sebbene in ritardo: non si può più lasciar passare il continuo scempio vocale che di Mozart si fa al giorno d’oggi.
Una volta, parecchi anni fa, commentando con una grandissima artista la deriva che il canto mozartiano stava subendo in quel di Salzburg et aliis locis affinibus, mi venne da sbottare: “Ci vorrebbe la censura per Mozart!!”, e mi sentii rispondere “Allora non lo sentiremo proprio più !”.
In effetti è stato così, Mozart non lo abbiamo più sentito, ma non a causa della censura, bensì per assenza di artisti adeguati nel giro di vent’anni è diventato impossibile andare a teatro e non sentirsi intasare le orecchie da strilli, rantoli, sospiretti, gemiti assortiti, gorgoglii et consimilia.
In una settimana prima la devastazione del Don Giovanni di Milano, poi, la sgangherata Clemenza radiofonica napoletana. Troppo per qualunque melomane udente, anche per quelli come noi, resistenti al fuoco del bercio. Le orecchie sono ustionate da simili serate alla radio!
Salviamo il San Carlo, perché è giusto, ma non per questo carbonizziamo Mozart !
La perfezione di Mozart è fragile, e se non sostenuta da altrettanta perfezione esecutiva, non ha luogo la magia del sublime, il suo teatro non prende vita, la sua poetica sbiadisce nell’inteatralità, nella maniera del suo secolo. Per questo ho sempre pensato.
Melomane orgogliosamente incolta e, quindi, poco incline a decantare sempre e comunque il genio di Salzburg anche quando fa ruotine, ritengo che Mozart si addica solo a bacchette di grande senso del teatro e fantasia interpretativa e a cantanti di prim’ordine, che cantino e fraseggino all’italiana ovvero dotati di perfetta emissione e voci omogenee dal basso in alto, egregi virtuosi ed interpreti capaci di incarnare con la voce le mille nuances e sfumature dei personaggi.
Siccome Mozart, salvo rari casi non presenta difficoltà insormontabili in mancanza dei fuoriclasse ci si trova catapultati nel regno dei pesci lessi, degli stoccafissi dalla voce bianca, aperta e morchiosa, delle agilità sgangherate, delle ranocchie da stagno, degli urletti e delle mossette, insomma, nella maniera più deteriore del nostro tempo. I principianti imposti in Mozart non possono reggere le terrificanti difficoltà di Rossini, del belcanto italiano o del Grand-Opéra.
E con questa muta addio sublime. Addio fantasia, addio canto ……addio.
Questo come pensiero generale sullo stato dell’arte del canto mozartiano oggi.
Vediamo ora il dettaglio della Clemenza napoletana.

Ha diretto, noiosamente, Jeffrey Tate, blasonata bacchetta che non è mai riuscita a convincermi ogni volta che mi è capitato di udirla in teatro. Una direzione pesante, priva di tocco e leggerezza, di quel senso della fantasia e della varietà che sono irrinunciabili per il genio di Mozart e il suo capolavoro (che personalmente preferisco anche alle più celebrate opere della trilogia, ma questa è solo una modestissima opinione.....). Gli è mancata la tensione drammatica in alcuni momenti chiave, come il terzetto o il finale primo, preoccupato piuttosto da quei momenti sospesi e magici ove l’azione si ferma ed il clima è rarefatto, come il coro “Ah grazie si rendano”, bellissimo, che precede la grande aria di Tito al secondo atto. Il canto aveva bisogno di essere sorretto, aiutato e governato, laddove gli interpreti mancavano, vuoi per mende tecniche vuoi per mende interpretative, il fraseggio precisato e messo a fuoco, perché Clemenza di Tito è straordinaria fusione di musica e drammaturgia, eccezionale ed analitica esposizione di stati d’animo vari e mutevoli. Il canto è continuamente ed incessantemente sulla parola. Ma accompagnamenti pesanti, con l’orchestra spessa ed talora anche incolore, a volte fiacca, hanno contribuito ad annoiare, facendoci dimenticare le passioni che agitano Sextus soggiogato dalla volitiva Vitellia ed il razionale governo del sentire di Tito.
Dove sono i bei momenti delle riprese mozartiane di un Peter Maag nei teatri di provincia italiana, tanto per non scomodare gli dei dell’Olimpo, quando leggerezza, fantasia, cambi di ritmo continui, ci assicuravano serate di straordinaria suggestione, di esperta saggezza, anche nell’uso sapiente della forbice (eseguire per intero i recitativi con cantanti che non li sanno più eseguire non è filologia o rigore, ma miopia e mancanza di buon senso del teatro), insomma..... serate di vera musica, senza tanti sofismi e accidenti?

Vitellia era Teresa Romano, vincitrice del Concorso Voci Verdiane ultimo scorso. Che posso aggiungere a quanto ho già dovuto rimarcare circa la sua vocalità in occasione del Viaggio a Reims scaligero? Attribuire un premio di voce verdiana ad un soprano incapace di cantare oltre la zona fa - sol, ossia il passaggio di registro superiore, è stato, da parte della giuria, come alzare la bandiera bianca di fronte all’avanzare del dilettantismo nel canto lirico. Per un soprano in queste condizioni non è possibile cantare nemmeno le comode “Tetre immagini” , nessuna parte degli anni di galera men che meno Balli, Trovatori, Forze o Otelli. Dunque eccola prestamente su Mozart, dopo la Fiordiligi dell'accademia milanese.
Abbiamo apprezzato la qualità timbrica nella zona centrale della voce, peculiarità già rilevata in quel di Milano quando era ancora studentessa accademica. Oltre però non si va, con l’aggravante che l’emissione, causa anche lo sforzo che la Romano deve operare per essere incisiva e drammatica nell’accento, è risultata talora sgraziata, talora acida e vetrosa, complessivamente piuttosto verista, come nella grande aria finale “Non più di fiori”. Le discese al registro grave, regolarmente di petto puro e magari anche con qualche pretesa di trillare le note con esiti davvero divertenti ( un trillo su una nota di petto mi pare follia pura !!!!! ), e le salite all’acuto, dure e spinte sino al grido puro hanno completato il quadro di una vocalità dissestata, che merita un serio ripensamento nei suoi fondamentali, data la indubbia qualità del mezzo naturale, che merita di non essere perduto in poco tempo. Non voglio infierire ulteriormente in un’analisi dettagliata della prestazione che sul piano vocale e stilistico ha lasciato davvero molto a desiderare e che ha avuto la sua apoteosi in negativo in una esecuzione spaventosa del terzetto del primo atto, con gli staccati tutti malamente cempennati e berciati, e svarioni palesi di solfeggio.
Tralascio poi l’immagine volgare di Vitellia che ne è derivata per forza di canto……Speriamo che la ragazza voglia sistemarsi, perché, ripeto, il mezzo è di vera qualità. Al momento le condizioni vocali e tecniche non sono tali da affermare neppure: SANTUZZA SUBITO!!!

Tito era un signore anziano per carriera, Gregory Kunde. E’ una vecchia volpe, sa come si bara quando la parte è troppo grande, ma il canto di Tito, l’ampiezza coniugata alla bassezza del canto spianato lo hanno piegato nella grande sala napoletana. Evidentemente stonato in varie occasioni, recitativi e cantabili, è parso anche afonoide a tratti, in tale difficoltà da non riuscire ad eseguire con precisione nemmeno la modesta coloratura scritta da Mozart, che per uno come lui, avvezzo al virtuosismo rossiniano, sarebbe robetta se solo…. fosse scritta un filo più in alto. Giusto il personaggio, giusto l’accento, come sempre per questo esperto tenore, ma il canto, almeno in radio, non girava affatto, tanto che le poche salite in alto gli sono venute davvero male. Kunde può provare a dimenticare la sua natura di contraltino nei vorticosi saliscendi fioriti dei baritenori di Rossini, dove peraltro l’usura del mezzo si sente sempre e comunque….per chi vuol sentire, ma non può essere bypassata allorquando il canto si fa spianato ed ampio, senza possibilità di riscritture o remake di sorta.

Sextus era una cosiddetta specialista, Monica Bacelli. Ne contesto il canto e questa volta anche il presunto stile. La tecnica è assai carente. Il centro della voce non è sfogato, si ha sempre la sensazione, che un tappo ostruisca l’emessione. Salendo non riesce a cantare a voce piena, ma sempre con suoni senza appoggio ed indietro, talora fissi, in certe occasioni pure con aria. I recitativi le muoiono addosso, senza accento, sempre con manierata dizione ed, ahimè, interpretazione. Sono contraria alla maniera deteriorata delle Murray fine carriera, ai Cherubini sospiranti e languorosi trapiantati sui Sextus, Cecilio etc, perché questi sono personaggi veri, variegati, ricchi di sfaccettature, per nulla infantili o istericamente efebi. Sextus non può mugolare o sussurrare con voce sbiancata “Rammenta chi t’adora” a Vitellia, ma lo deve cantare in modo accorato e partecipato, perché il suo è vero timore di perdere la donna che ama; non può non scandire il tragico recitativo, che chiude il primo atto, perché in quel momento ogni parola pronunciata dal personaggio ha il senso e la pregnanza di chi è profondamente scosso da veri e non simulati contrasti interiori per quanto ha commesso; canta con partecipazione e vera intensità le arie, diverse per accento perché diverse per significato; il canto sfumato e in piano deve essere intenso ed espressivo, non loffio e stereotipato; i recitativi sono da far vivere nel loro esatto significato, parola per parola, con varietà, e non buttati lì senza alcuna intenzione, diversamente si tagliano, come quello in compagnia di Vitellia e che precede la prima aria.
Questo non è demerito peculiare della signora Bacelli, ma, al contrario, rappresenta perfettamente ciò che è da tanto tempo è “lo stile” dei cosiddetti specialisti di Mozart. Specialisti di una tradizione che orami consta solo di difetti e stereotipi facili, lontana dalla sapienza delle specialiste, quelle vere come la Berganza, o dall’eccellenza istintiva dei belcantisti occasionalmente prestati a Mozart come le Dupuy, o dalla garbata routine delle Ziegler.
Niente di diverso da questo trend, ma tutto secondo misura dei personaggi, nell’Annio di F. Russo Ermolli ( male! ), nella Servilia di E.Monti e nel Publio di Vito Priante.

Una inclemente Noia di Tito, che ci ha costretto ancora una volta ad aprire i cassetti delle nostre memorie audio per verificare se certi nostri ricordi ed ascolti siano invenzioni della nostra mente o serate inesorabilmente passate.




Gli ascolti

Mozart - La Clemenza di Tito


Atto I

Deh! Se piacer mi vuoi - Carol Vaness (1988)

Vengo! Aspettate! - Virginia Gordoni, Giorgio Marelli & Alfredo Giacomotti (1966)

Oh dei! Che smania è questa!...Deh, conservate, o dei - Martine Dupuy, Mariana Nicolesco, Dano Raffanti, Susanna Anselmi, Adelina Scarabelli, Natale De Carolis (1988)

Atto II

Se al volto mai ti senti - Martine Dupuy, Mariana Nicolesco, Natale De Carolis (1988)

Deh per questo istante solo - Martine Dupuy (1988)

Se all'Impero, amici Dèi - Rockwell Blake (1992)

Ecco il punto, o Vitellia...Non più di fiori - Virginia Gordoni (1966), Christine Weidinger (1990)



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venerdì 16 maggio 2008

Oh vera delizia dei mortali! La Clemenza di Tito

Il giudizio di Maria Luisa di Borbone, sposa di Leopoldo II, sulla Clemenza di Tito eseguita per l'incoronazione del marito a Re di Boemia è tanto celebre che non avrebbe neppure bisogno di essere menzionato. Eppure quella sprezzante definizione di "porcheria tedesca in lingua italiana" esprime bene il carattere ibrido e di assoluta novità dell'ultima opera seria di Mozart.

La Clemenza, libretto metastasiano per eccellenza (prima di Mozart fu musicato, fra i molti altri, da Hasse e Gluck), viene "sventrata" dal poeta di corte dell'Elettore sassone, Caterino Mazzolà, il quale, annota lo stesso Mozart sul catalogo delle sue opere, la trasforma in "vera opera" eliminando in sostanza tutto il secondo atto (con la peripezia dello scambio di manti fra Sesto e Annio, ritenuto per questo responsabile della congiura fino alla confessione di Lentulo) e trasformando molte arie solistiche in pezzi d'assieme (la revisione forse più celebre è quella che riguarda l'aria di Sesto "Se mai senti spirarti sul volto", mutata nel terzetto "Se al volto mai ti senti" in cui si affiancano allo sventurato quasi-regicida le voci di Vitellia e Publio). Alcune arie vengono cassate, altre ampliate (ad esempio l'ultima aria di Sesto). Ed è su questo testo insieme antico e nuovo che s'innesta una musica in eguale misura vecchia e innovativa.

Non è strano che all'Imperatrice, figlia di Carlo III, nata e cresciuta a Napoli, la musica di Mozart apparisse un curioso ibrido fra la "cantilena" di scuola italiana (quella che Stendhal avrebbe rintracciato nelle opere del giovane Rossini, riconoscendola come eredità del "soave melodiare" di Paisiello e Cimarosa), la maestosità haendeliana degli intermezzi e dei cori, il virtuosismo "strumentale" di pagine come il rondò finale di Vitellia e la brevità ardita e violenta del finale primo, chiuso in pianissimo come il finale primo del Fidelio.

Più tradizionale appare la distribuzione delle parti vocali e il loro rispettivo peso nella composizione: quella dell'Imperatore, che pure è "doppio" in scena del committente in sala, è una parte drammaticamente e musicalmente marginale rispetto ai "villain" Vitellia (primadonna soprano) e Sesto (primo uomo, e oggi eventualmente altra primadonna soprano).
E non c'è da stupirsi, visto che il primo Tito, Antonio Baglioni, fu anche il primo Don Ottavio, mentre gli antagonisti del clementissimo prence furono Maria Marchetti-Fantozzi e il castrato Domenico Bedini. Baglioni non doveva essere un grande virtuoso (le sue arie nel Don Giovanni, per quanto ispirate, non presentano un quarto delle difficoltà tecniche richieste a un cantante per giunta anziano come Anton Raaff, primo Idomeneo), tanto che nello stesso 1791, in occasione di una ripresa del Così fan tutte, ebbe serie difficoltà con le arie di Ferrando, guadagnandosi da parte del biografo mozartiano Franz Niemetschek l'appellativo di "mezzo basso".

La Marchetti-Fantozzi, di contro, si mise in discreta luce anche alla Scala tra la fine degli anni '80 e i primi '90, affrontando opere come l'Ifigenia in Aulide di Cherubini e l'Olimpiade di Cimarosa. Basterebbero questi titoli a darci l'idea di una voce estesa in acuto ma anche in grado di scendere con disinvoltura e di non soccombere di fronte al canto tanto fiorito quanto declamato. E se non bastassero i titoli, abbiamo la partitura mozartiana a testimoniare la valentia della signora.

Quanto a Domenico Bedini, cantore della Cappella lauretana, era rinomato per i fiati lunghi, e Mozart, riscrivendo per lui la parte di Sesto inizialmente concepita per tenore, trovò il modo di sfruttare questa caratteristica particolarmente nei due grandi rondò e nel terzetto "Se al volto mai ti senti". Ovvio che al castrato Mozart non richiedesse tanto il virtuosismo (che pure non manca) quanto l'accentuazione della corda patetica, che si ritrova in tutti i personaggi concepiti dal Salisburgese per cantanti evirati, dal Sifare del Mitridate al Cecilio del Lucio Silla, al vertice di Idamante.

Ma sarebbe ingiusto non citare anche il quarto grande interprete coinvolto nella prima, il clarinettista Anton Stadler, amico di Mozart e destinatario del Quintetto eponimo KV 581, nonché del Concerto KV 622. A Stadler, che nell'orchestra di Praga suonava il clarinetto e il corno di bassetto, Mozart pensa al momento di stendere i due grandi rondò con strumento obbligato, collocati poco prima dei finali d'atto: "Parto, ma tu ben mio" (in cui la voce di Sesto dialoga con il clarinetto) e "Non più di fiori" (in cui al canto di Vitellia si affianca quello del corno di bassetto). Tito non solo non ha arie concertanti, ma canta assoli "col da capo", che seguono lo schema canonico dell'aria da opera seria, mentre le arie di Vitellia e Sesto sono in due sezioni (Adagio - Allegro) e prefigurano la successione ottocentesca cantabile-cabaletta. C'è insomma nelle parti di Vitellia e Sesto un trattamento da un lato più virtuosistico e dall'altro maggiormente aperto al futuro. E' vero che a Tito spettano anche il breve e delizioso arioso con coro "Ah no, sventurato" e ben due recitativi accompagnati (al momento in cui ha prova definitiva della colpevolezza di Sesto e subito prima del finale II), ma su Sesto grava l'intero finale primo, aperto da una Scena a piena orchestra di alto impatto drammatico, mentre Vitellia conclude di fatto l'opera con un Rondò preceduto dal recitativo obbligato e unito senza soluzione di continuità al coro che apre l'ultima scena.

Può essere interessante ricordare che, quando l'opera fu presentata alla Scala nel 1818, la parte di Vitellia era sostenuta da Francesca Festa Maffei, "specialista" delle eroine di Mozart (sempre a Milano aveva cantato Fiordiligi e Donna Anna) ma anche prima Fiorilla nel Turco in Italia rossiniano. E il Rondò finale di Fiorilla, "Squallida veste e bruna", presenta più di un'analogia, formale, contenutistica e di collocazione nel corpo dell'opera, con la grande scena di Vitellia. Accanto alla Festa Maffei si esibirono Violante Camporesi (che l'anno dopo sarebbe stata la prima Bianca nel Bianca e Falliero: facile immaginare generosi trasporti) e il baritenore Gaetano Crivelli.

Se il ruolo tenorile risulta molto meno oneroso di quelli che spettano alle voci femminili, tutte le parti (anche quelle che si elevano poco al di sopra del comprimariato) esigono perfetta rotondità di emissione, canto sul fiato, estrema mobidezza, espressione nobile e composta onde poter adeguatamente figurare in questo dramma di carne e sangue ma anche di concetti e "ragionamenti", apogeo ed epitaffio di un'epoca irripetibile.

Atto I

Deh, se piacer mi vuoi - Christine Deutekom, Carol Vaness
Del più sublime soglio - Dano Raffanti
Parto, ma tu ben mio - Ernestine Schumann-Heink, Teresa Berganza, Christa Ludwig
Vengo... Aspettate... Sesto! - Carol Vaness, Susan Graham & Mark S. Doss
Finale I - Martine Dupuy, Susanna Anselmi, Adelina Scarabelli, Natale de Carolis & Mariana Nicolesco

Atto II

Se al volto mai ti senti - Tatiana Troyanos, Carol Vaness & Mark S. Doss
Deh per questo istante solo - Martine Dupuy, Teresa Berganza, Christa Ludwig
Se all'Impero, amici Dèi - Rockwell Blake
S'altro che lagrime - Giulietta Simionato
Non più di fiori - Joan Sutherland, Christine Deutekom, Renata Scotto, Carol Vaness

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