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giovedì 14 luglio 2011

Salendo la Collina: prima puntata. Il ritorno di Ortrud: Dolora Zajick ed il canto wagneriano

Ammettete, cari lettori, da quando è che non sentite, sia dal vivo che in trasmissioni, un Wagner cantato? Canto vero, cioè canto professionale, normale. E questo addirittura in un ruolo che ormai si trova definitivamente collocata fra quei personaggi dannati che portano l’etichetta “Ruolo per urlare dalla prima fino all’ultima nota”. Eppure, nell’Anno Domini 2010, all’Opera di Los Angeles, la nostra veterana Dolora Zajick ci ha regalato una Ortrud cantata e cantata così come il ruolo lo è stato solo in casi rarissimi.

Cioè, Dolora Zajick l’ha semplicemente cantato come si canta qualsiasi ruolo operistico: cantandolo. E’ una prestazione puramente vocale ed è così anacronica ed improbabile per il gusto odierno che oltre alla lontana California – e forse nemmeno lì – non so se abbiano inteso che nell 2010, con 58 anni suonati, si sia esibita l’unica attuale cantante del repertorio hoch-drammatico che possieda un autentico calibro wagneriano. Vale a dire, una voce che ha un solido materiale predisposto per un fraseggio ampio al pari della magniloquenza orchestrale di Wagner e che è in grado di cantare con un suono libero e proiettato sopra un’orchestra pesante. Delle due premesse fondamentali le cantanti che oggi ci vengono proposte come massime “specialiste del repertorio wagneriano” (eccezione fatta forse solo per Jennifer Wilson) non hanno nulla. E’ per questo che mi dispiaccio del fatto che lungo la sua rimarchevole carriera la signora Zajick non abbia tentato qualche altro sperimento wagneriano oltre a Ortrud. La forte ambiguità della scrittura vocale di Brunnhilde, Isolde, Kundry avrebbe rispecchiato in un modo sicuramente molto interessante l’ambiguità della vocalità della medesima signora Zajick, tutto come l’ha fatto la sua interpretazione di Ortrud, un ruolo che spesso risulta troppo acuto per mezzo-soprani e troppo centrale per soprani. Al pari della vendicativa Eglantine dalla Euryanthe di Weber il cui influsso stilistico sul Lohengrin è indiscutibile, Ortrud rappresenta un ruolo piuttosto per mezzo-soprani acuti, anche se deve cantare parecchie volte al centro ed in basso (ragione per cui la Nilsson dice di non avere mai osato ad affrontare il ruolo), mentre Eglantine è marcatamente acuta. Rimane fra i due ruoli l’affinità dell’accento aggressivo, isterico e scandito e del pathos beethovenianamente elementare nel raffigurare la forza del Male. Bisogna dire che spesso si dimentica che Ortrud non è un personaggio semplicemente cattivo e meschino, ma rappresenta il Male nella sua sublimità e maestà. Se no è una semidea, è certamente una “entusiasta” nel senso primordiale della parola greca – “posseduta da dio”. In breve, più che Crudelia De Mon, Ortrud è Malefica.
Sono casi rari come Marjorie Lawrence, Elena Nicolai (la più grande Ortrud italiana fra le tre registrate e che, oltre a cantarla in modo eccezionale, ci compensa l’inesistenza di una registrazione di un'altra Ortrud italiana da parte di Ebe Stignani) o Margarete Klose che cantavano con uguale comodità e saldezza sia nei passaggi di una scrittura centrale o addirittura bassa come la buona parte dei duetti con Telramund e con Elsa sia in quei parecchi passaggi che insistono sulla zona acuta, come l’Invocazione e la scena davanti alla cattedrale nel secondo atto o l’intrusione nel terzo finale. Malgrado la grande importanza drammatica della prima scena del secondo atto e della seconda parte del duetto con Elsa, credo che non sia così tanto cruciale se l’interprete di Ortrud risulta meno comoda nel registro centrale o centro-grave della sua voce, perché l’univoca priorità sia per l’interpretazione sia per la dimostrazione delle doti vocali va indebitamente delegata all’Invocazione ed alla breve, ma violentissima apparizione nel terzo atto. Sono “Entweihte Götter!” e “Fahr heim, du stolzer Helde!” ad essere i “suoi” momenti. Nel passato l’Invocazione veniva spesso premiata pure con un applauso che scandalosamente arrestava il flusso della musica wagneriana e dava risalto alla diva quale diva. Si ascolti l’esplosione del pubblico dopo l’Invocazione di Christa Ludwig la cui Ortrud del 1964 al Teatro Colon è sicuramente una delle più affascinanti, espressive e vocalmente generose prestazioni del ruolo.
E’ dunque col debutto in uno dei ruoli più efficaci del repertorio wagneriano che a 58 anni Dolora Zajick rende omaggio alla propria carriera. I difetti vocali noti a tutti e parzialmente dovuti all’usura rimangono gli stessi. Il “buco” e una tendenziale opacità nel registro centrale compromettono certe frasi nel secondo atto, come il salto abbastanza brutto da una sonorità di petto direttamente al buco nella frase “…dass ich gleich einer Magd dir folgen soll” all’inizio della sfida con Elsa. Ma la sicurezza e lo straripante volume nella zona superiore della voce rendono la Ortrud della signora Zajick una delle massime interpretazioni vocali di questo ruolo. Lo slancio e la saldezza nell’Invocazione che insiste ripetutamente sul La e La diesis acuto o nella scena della cattedrale che prevede parecchie ascese nella stessa tessitura testimoniano di una cantante munita di un’eccezionale tecnica respiratoria. E' di una sicurezza impressionante anche il terzo finale che esige più volte attacchi scoperti sul La acuto (“Dank, dass den Ritter du vertrieben!”) – dove crolla la maggioranza delle interpreti (sia per limitazione naturale sia per problemi d'intonazione come nel caso della altrimenti avvicente Leonie Rysanek). Trattandosi di un ruolo che non oltrepassa il La diesis e che quindi anche per soprani autentici non dovrebbe essere un problema insuperabile, il punto veramente critico della scrittura vocale di Ortrud consiste piuttosto nella scomoda insistenza e negli attacchi su queste note che, nel terzo finale, diventano addirittura il centro di orientamento per la linea vocale. E’ il punto debole per una intensissima Irene Dalis o per una Rita Gorr, difficoltosa nelle registrazioni live, o ancora per Astrid Varnay prima della “seconda carriera” - entrambi diabolicamente scure, ma nel complesso più a loro agio nei passi centrali e gravi dove espongono tutta la ricchezza dei loro timbri. Questo vale in maggior parte anche per le sontuose e monumentali Ortrud del vecchio Met come i contralti Kerstin Thorborg, Maria Olszewska e Karin Branzell le cui Else, per intenderci, erano niente meno che Helen Traubel o Kirsten Flagstad…
La Ortrud di Dolora Zajick è vocalmente più vicina alla vocalità di Gertrude Grob-Prandl, frequente interprete di Ortrud a Vienna, che però ci ha lasciata solo la sua Invocazione e che, come la cantante americana, disponeva di un registro acuto ultra-dotato, mentre risultava meno sonora e flessibile (ma senza i suoni chiusi della Zajick) nella zona inferiore della voce. Anche dal punto di vista interpretativo possiamo dire che il Wagner di Dolora Zajick, come quella di Grob-Prandl, è paravocale. La sua Ortrud non ha niente del fatalismo, della seduttività e della sensualità del personaggio che diventa il massimo strumento teatrale per grandi attrici cantanti, come Waltraud Meier che in questo ruolo risulta poco convincente dal punto di vista puramente vocale. Non è nemmeno velenosa come la grande Margaret Harshaw, cantante versatilissima, Ortrud dalla voce insolitamente chiara per quanto scura in un ruolo come la Cieca (cantante di un'epoca quando cambiavano di colore senza cadere nell'artificiosità), o come Christa Ludwig che però nell’Invocazione dimostra un legato come lo sentiamo forse solo nell’“Entweihte Götter!” incisa da Margarete Matzenauer, mentre una cantante abitualmente dal legato purissimo come Margarete Klose sostituisce agli archi legati spesso una linea più frammentata e mordente (con ammirevoli messe di voce addirittura nell’Invocazione e nel terzo atto).
La Ortrud della Zajick è una oscurantista che si mette in scena e terrorizza con il solo mezzo del suono enorme che produce. La ripresa radiofonica di una delle recite del suo Lohengrin, malgrado il pessimo equilibrio fra orchestra e palcoscenico, ci fa capire quanto è grande e schiacciante il suono sia nell’Invocazione che nel finale terzo. E’ sempre questa potenza del suono che mette in secondo piano gli alcuni problemi che la signora Zajick dimostra riguardo l’articolazione del tedesco con cui non ha molta esperienza. Nel complesso, è un’interpretazione che con i criteri odierni e soprattutto nel “tempio” Bayreuth può essere giudicato come “inespressivo”, perché Dolora Zajick non urla, non spinge, non ricorre agli effettacci naturalistici che vorrebbero rappresentare demonismo o furia.
In quanto riguarda il casting del ruolo a Bayreuth, è sicuramente un segno di buon senso dalla parte della direzione del festival di avere tolto dall’attuale produzione del Lohengrin Evelyn Herlitzius che l’anno scorso è stata destinataria di molti fischi che in genere a Bayreuth sono raramente rivolti ai cantanti. E’ vero che è un teatro in cui il canto non è più una priorità da parecchi decenni, ma l’esibizione di Evelyn Herlitzius nell’estate 2010 è stata il parossismo del mal canto praticato sistematicamente nel repertorio tedesco e soprattutto a Bayreuth a favore di una concezione di “espressività” e di “interpretazione” che ormai è divenuto la scusa e la schermatura per qualsiasi forma d’indecenza vocale.
Anche la scelta di Petra Lang quale sostituzione della Herlitzius dimostra una certa adeguatezza uditiva di chi l’ha chiamata per il festival di quest’anno. La signora Lang non sarà un mezzo-soprano eccezionale, ma ha un mezzo di notevole ampiezza, una certa facilità in acuto ed una minima saldezza nel gestire la sua professione la quale è il canto. E’ un’interprete abbastanza monocorde, tende a compensare la piattezza del fraseggio con una straarticolazione delle parole; non grida come una forsennata, ma pure quel poco di saldezza che ha la tiene sempre al limite, perché non possiede una vera tecnica di fiato che è sostanzialmente l’arma segreta della Zajick e che le concede quella sua grande generosità e resistenza.
Siamo curiosi di sapere se alla direzione di Bayreuth (o a qualsiasi altro teatro europeo) verrà in mente d’invitare la signora Zajick nel Lohengrin prima che non sia troppo tardi. Il teatro “di” Wagner ha forse ancora tempo per aggiungere alla sua lista, purtroppo cortissima, delle Ortrud veramente cantanti, come Margarete Klose o Rita Gorr, la solida professionista ed il fenomeno sonoro che è la veterana Dolora Zajick. Non ci sarebbe miglior omaggio per un teatro che, con la “sacra” missione che esso reclama pure nel XXI secolo, dovrebbe consolidare in se il migliore dell’attuale canto wagneriano.



Gli ascolti

Richard Wagner

Lohengrin


Atto II

Erhebe dich, Genossin meiner Schmach! - Julius Huehn & Karin Branzell (1937), Herbert Janssen & Kerstin Thorborg (1942), Irene Dalis & Edmond Hurshell (1967)



Entweihte Götter! - Margarete Matzenauer (1907), Karin Branzell (1937), Kerstin Thorborg (1942), Margaret Harshaw (1947), Elena Nicolai (1954), Dolora Zajick (2010)

Zurück, Elsa! - Christa Ludwig & Victoria de los Angeles (1964), Dolora Zajick & Soile Isokoski (2010)


Atto III

Fahr heim! Fahr heim - Kerstin Thorborg (1945), Margaret Harshaw (1947), Elena Nicolai (1954), Christa Ludwig (1964), Dolora Zajick (2010)































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mercoledì 18 agosto 2010

Mese di agosto X - La Cenerentola della riparazione

La Cenerentola, atteso il cast approntato dalla direzione artistica del Festival Rossini di Pesaro ci aveva indotto a predisporre ascolti definiti riparatori.

Al termine delle trasmissioni radiofoniche e non certo per i gratuiti commenti di cui fatti oggetto per la definizione di canto antirossiniano con riferimento a quello della signora Barcellona, il vero ascolto riparatorio avrebbe dovuto avere per oggetto l'esecuzione delle parti di Marietta Marcolini, primo Sigismondo, ossia
il contralto en travesti, considerata l'espansione del repertorio in questa direzione della signora Barcellona. Ma queste riflessioni sono soltanto rinviate e, quindi, rimangono gli ascolti riparatori di Cenerentola.
Riferiti alla protagonista gli ascolti cosiddetti riparatori costituiscono il primo passo nella direzione impostaci dall'esecuzione della signora Barcellona.
Mi spiego negli ascolti compaiono almeno due cantanti Teresa Berganza e Martine Dupuy, che, più volte, forse troppe, abbiamo avuto occasione di indicare per spontanea arte vocale e per completezza tecnica quali irripetibili interpreti del ruolo. La scelta, però, non è limitata a questo: abbiamo, infatti ritenuto essenziale proporre una pressochè sconosciuta esecuzione di Christa Ludwig, quando la cantante era poco più che trentenne, alla vigilia della fama internazionale ed ancora orientata su un repertorio di mezzo soprano acutissimo, rappresentato da ruoli mozartiani e da Oktavian, ovvero l'attuale repertorio di Joyce di Donato. Credo, in attesa di smentita, che Angelina sia l'unico ruolo rossiniano documentato di Christa Ludwig. Eppure abbiamo un'esecuzione fluida della coloratura, grande facilità in alto e, ed siamo all'aspetto di maggiore interesse, inserimenti e variazioni che poi direttori e filologi à la page avrebbero dapprima censurato, come antirossiniani, per poi riproporli. Quel che insegna l'Angelina della Ludwig è che il primo passo per essere cantanti rossiniani è la disponibilità di un bagaglio tecnico, che consenta a qualsiasi altezza del pentagramma di emettere suoni morbidi rotondi e sul fiato, e di eseguire rispettosamente la coloratura prevista. Non significa rivelare gli accenti nascosti, ma avere i mezzi per poterlo fare.

Gli ascolti

Gioachino Rossini

La Cenerentola


Atto I


Ouverture - Vittorio Gui (1968)

Miei rampolli femminini - Enzo Dara (1978)

Un soave non so che - Anatoli Orfenov & Zara Dolukhanova (1951), Waldemar Kmentt & Christa Ludwig (1959), Ugo Benelli & Frederica Von Stade (1974), Rockwell Blake & Martine Dupuy (1990)

Prendi la sposa, affrettati...Come un'ape nei giorni d'Aprile - Sesto Bruscantini (1968)

Signor, una parola...Nel volto estatico - Conchita Supervia & Vincenzo Bettoni (1929), Frederica Von Stade, Ugo Benelli, Paolo Montarsolo, Renato Capecchi & E. Lee Davis (1974)

Conciossiacosacché...Intendente? Direttor? - Enzo Dara (1978)

Ah, se velata ancor...Parlar, pensar, vorrei...Mi par d'essere sognando - Christa Ludwig (con Waldemar Kmentt, Walter Berry, Emmy Loose, Dagmar Hermann, Karl Donch & Ludwig Welter - 1959), Teresa Berganza (con Luigi Alva, Sesto Bruscantini, Rita Talarico, Rosa Laghezza, Paolo Montarsolo & Giannicola Pigliucci - 1968), Marilyn Horne (con Francisco Araiza, Sesto Bruscantini, Evelyn de la Rosa, Leslie Richards, Paolo Montarsolo & John Del Carlo - 1982)

Atto II

Sia qualunque delle figlie - Enzo Dara (1968)

Sì, ritrovarla io giuro - Chris Merritt (1987), William Matteuzzi (1992)

Siete voi?...Questo è un nodo avviluppato...Ah! Signor, s'è ver che in petto - Teresa Berganza (con Luigi Alva, Renato Capecchi, Paolo Montarsolo, Margherita Guglielmi, Laura Zannini - 1971), Martine Dupuy (con Rockwell Blake, Enrico Fissore & Georges Pappas - 1990)

Sventurata! Mi credea - Gianna Rolandi (1980)

Nacqui all'affanno e al pianto - Eugenia Mantelli (1905), Conchita Supervia (1927), Christa Ludwig (1959), Teresa Berganza (1971), Martine Dupuy (1990), Sonia Ganassi (2000), Olga Borodina (2005)



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venerdì 16 maggio 2008

Oh vera delizia dei mortali! La Clemenza di Tito

Il giudizio di Maria Luisa di Borbone, sposa di Leopoldo II, sulla Clemenza di Tito eseguita per l'incoronazione del marito a Re di Boemia è tanto celebre che non avrebbe neppure bisogno di essere menzionato. Eppure quella sprezzante definizione di "porcheria tedesca in lingua italiana" esprime bene il carattere ibrido e di assoluta novità dell'ultima opera seria di Mozart.

La Clemenza, libretto metastasiano per eccellenza (prima di Mozart fu musicato, fra i molti altri, da Hasse e Gluck), viene "sventrata" dal poeta di corte dell'Elettore sassone, Caterino Mazzolà, il quale, annota lo stesso Mozart sul catalogo delle sue opere, la trasforma in "vera opera" eliminando in sostanza tutto il secondo atto (con la peripezia dello scambio di manti fra Sesto e Annio, ritenuto per questo responsabile della congiura fino alla confessione di Lentulo) e trasformando molte arie solistiche in pezzi d'assieme (la revisione forse più celebre è quella che riguarda l'aria di Sesto "Se mai senti spirarti sul volto", mutata nel terzetto "Se al volto mai ti senti" in cui si affiancano allo sventurato quasi-regicida le voci di Vitellia e Publio). Alcune arie vengono cassate, altre ampliate (ad esempio l'ultima aria di Sesto). Ed è su questo testo insieme antico e nuovo che s'innesta una musica in eguale misura vecchia e innovativa.

Non è strano che all'Imperatrice, figlia di Carlo III, nata e cresciuta a Napoli, la musica di Mozart apparisse un curioso ibrido fra la "cantilena" di scuola italiana (quella che Stendhal avrebbe rintracciato nelle opere del giovane Rossini, riconoscendola come eredità del "soave melodiare" di Paisiello e Cimarosa), la maestosità haendeliana degli intermezzi e dei cori, il virtuosismo "strumentale" di pagine come il rondò finale di Vitellia e la brevità ardita e violenta del finale primo, chiuso in pianissimo come il finale primo del Fidelio.

Più tradizionale appare la distribuzione delle parti vocali e il loro rispettivo peso nella composizione: quella dell'Imperatore, che pure è "doppio" in scena del committente in sala, è una parte drammaticamente e musicalmente marginale rispetto ai "villain" Vitellia (primadonna soprano) e Sesto (primo uomo, e oggi eventualmente altra primadonna soprano).
E non c'è da stupirsi, visto che il primo Tito, Antonio Baglioni, fu anche il primo Don Ottavio, mentre gli antagonisti del clementissimo prence furono Maria Marchetti-Fantozzi e il castrato Domenico Bedini. Baglioni non doveva essere un grande virtuoso (le sue arie nel Don Giovanni, per quanto ispirate, non presentano un quarto delle difficoltà tecniche richieste a un cantante per giunta anziano come Anton Raaff, primo Idomeneo), tanto che nello stesso 1791, in occasione di una ripresa del Così fan tutte, ebbe serie difficoltà con le arie di Ferrando, guadagnandosi da parte del biografo mozartiano Franz Niemetschek l'appellativo di "mezzo basso".

La Marchetti-Fantozzi, di contro, si mise in discreta luce anche alla Scala tra la fine degli anni '80 e i primi '90, affrontando opere come l'Ifigenia in Aulide di Cherubini e l'Olimpiade di Cimarosa. Basterebbero questi titoli a darci l'idea di una voce estesa in acuto ma anche in grado di scendere con disinvoltura e di non soccombere di fronte al canto tanto fiorito quanto declamato. E se non bastassero i titoli, abbiamo la partitura mozartiana a testimoniare la valentia della signora.

Quanto a Domenico Bedini, cantore della Cappella lauretana, era rinomato per i fiati lunghi, e Mozart, riscrivendo per lui la parte di Sesto inizialmente concepita per tenore, trovò il modo di sfruttare questa caratteristica particolarmente nei due grandi rondò e nel terzetto "Se al volto mai ti senti". Ovvio che al castrato Mozart non richiedesse tanto il virtuosismo (che pure non manca) quanto l'accentuazione della corda patetica, che si ritrova in tutti i personaggi concepiti dal Salisburgese per cantanti evirati, dal Sifare del Mitridate al Cecilio del Lucio Silla, al vertice di Idamante.

Ma sarebbe ingiusto non citare anche il quarto grande interprete coinvolto nella prima, il clarinettista Anton Stadler, amico di Mozart e destinatario del Quintetto eponimo KV 581, nonché del Concerto KV 622. A Stadler, che nell'orchestra di Praga suonava il clarinetto e il corno di bassetto, Mozart pensa al momento di stendere i due grandi rondò con strumento obbligato, collocati poco prima dei finali d'atto: "Parto, ma tu ben mio" (in cui la voce di Sesto dialoga con il clarinetto) e "Non più di fiori" (in cui al canto di Vitellia si affianca quello del corno di bassetto). Tito non solo non ha arie concertanti, ma canta assoli "col da capo", che seguono lo schema canonico dell'aria da opera seria, mentre le arie di Vitellia e Sesto sono in due sezioni (Adagio - Allegro) e prefigurano la successione ottocentesca cantabile-cabaletta. C'è insomma nelle parti di Vitellia e Sesto un trattamento da un lato più virtuosistico e dall'altro maggiormente aperto al futuro. E' vero che a Tito spettano anche il breve e delizioso arioso con coro "Ah no, sventurato" e ben due recitativi accompagnati (al momento in cui ha prova definitiva della colpevolezza di Sesto e subito prima del finale II), ma su Sesto grava l'intero finale primo, aperto da una Scena a piena orchestra di alto impatto drammatico, mentre Vitellia conclude di fatto l'opera con un Rondò preceduto dal recitativo obbligato e unito senza soluzione di continuità al coro che apre l'ultima scena.

Può essere interessante ricordare che, quando l'opera fu presentata alla Scala nel 1818, la parte di Vitellia era sostenuta da Francesca Festa Maffei, "specialista" delle eroine di Mozart (sempre a Milano aveva cantato Fiordiligi e Donna Anna) ma anche prima Fiorilla nel Turco in Italia rossiniano. E il Rondò finale di Fiorilla, "Squallida veste e bruna", presenta più di un'analogia, formale, contenutistica e di collocazione nel corpo dell'opera, con la grande scena di Vitellia. Accanto alla Festa Maffei si esibirono Violante Camporesi (che l'anno dopo sarebbe stata la prima Bianca nel Bianca e Falliero: facile immaginare generosi trasporti) e il baritenore Gaetano Crivelli.

Se il ruolo tenorile risulta molto meno oneroso di quelli che spettano alle voci femminili, tutte le parti (anche quelle che si elevano poco al di sopra del comprimariato) esigono perfetta rotondità di emissione, canto sul fiato, estrema mobidezza, espressione nobile e composta onde poter adeguatamente figurare in questo dramma di carne e sangue ma anche di concetti e "ragionamenti", apogeo ed epitaffio di un'epoca irripetibile.

Atto I

Deh, se piacer mi vuoi - Christine Deutekom, Carol Vaness
Del più sublime soglio - Dano Raffanti
Parto, ma tu ben mio - Ernestine Schumann-Heink, Teresa Berganza, Christa Ludwig
Vengo... Aspettate... Sesto! - Carol Vaness, Susan Graham & Mark S. Doss
Finale I - Martine Dupuy, Susanna Anselmi, Adelina Scarabelli, Natale de Carolis & Mariana Nicolesco

Atto II

Se al volto mai ti senti - Tatiana Troyanos, Carol Vaness & Mark S. Doss
Deh per questo istante solo - Martine Dupuy, Teresa Berganza, Christa Ludwig
Se all'Impero, amici Dèi - Rockwell Blake
S'altro che lagrime - Giulietta Simionato
Non più di fiori - Joan Sutherland, Christine Deutekom, Renata Scotto, Carol Vaness

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venerdì 28 marzo 2008

Il mito della primadonna: Lady Macbeth

Il luciferino personaggio di Lady Macbeth non fu propriamente una riscoperta di Maria Callas, protagonista del melodramma verdiano il 7 dicembre 1952, anche se quella ripresa segnò un nuovo ed ininterrotto corso per questo titolo, propiziato in primo luogo da grandi direttori d’orchestra, a partire da de Sabata e Kleiber padre, Gui sino ai recenti Abbado e Muti.
Sia pure con l’indispensabile concorso di una grande prima donna. Perché senza una protagonista di elevato livello tecnico ed interpretativo la riproposta di Macbeth è perdente in partenza.
Senza proporre classifiche Maria Callas, Leyla Gencer, Shirley Verrett e Ghena Dimitrova sono state per pubblico e critica le Lady Macbeth di riferimento. Le prime tre ampliamemte documentate in registrazioni di facile reperimento. Quindi le omettiamo negli ascolti.
Non sono state, però, le sole. La discussione è aperta e costante circa le grandi protagoniste. Alla discussione contribuisce in larga misura la storia compositiva dell’opera e sopratutto una malintesa interpretazione degli scritti verdiani circa le qualità vocali richieste alla protagonista femminile nell’ottica dell’autore.
Quanto alla vicenda compositiva. La versione che tutte le protagoniste proposte eseguono è quella del 1865 e non quella del 1847 scritta per Marianna Barbieri Nini. Nella riscrittura dal 1847 al 1865 la protagonista è meno impegnata sul versante acrobatico e la caratteristica di una scrittura in certi punti da mezzo soprano è ulteriormente accentuata. In questo senso di veda la sostituzione al secondo atto dell’ario Trionfai con la “luce langue”. Non per nulla la prima esecutrice italiana della versione 1865 fu la Fricci, prima Eboli, famosa come Selika ed anche come Borgia. Il title role di Borgia, non si dimentichi, era una delle opere della Barbieri Nini.
Non per nulla nelle riprese attuali molti soprani centrali o mezzi acutissimi sono state acclamate nel ruolo.
Al di sopra di tutte Grace Bumbry. Il primo incontro documentato con il personaggio (salisburgo 1964 con la direzione di Sawallisch) non è dei migliori sia sotto il profilo vocale che interpretativo. La grande Bumbry c’è tutta sia come vocalista che come interprete in una edizione newyorkese, anche se con un direttore di solido mestiere.
E’ strano che una cantante dalla carriera fenomenale non abbia mai avuto l’occasione di essere protagonista con il supporto di una grande direzione.
Eppure va detto che vocalmente solo la giovane Callas o la Gencer del 1960 superano la veemenza, la penetrazione vocale e il fraseggio accurato, insinuante di questa autentica fuoriclasse. La cui grandezza, forse, durante la carriera è un po’ sfuggita.
Il malinteso circa la vocalità della Lady nasca da una lettera di Verdi, che censura Eugenia Tadolini, proposta dal Teatro di San Carlo, come pure nel 1857 Verdi stesso minaccerà il ritiro dell’opera dal Teatro degli Italiani nell’ipotesi di Giulia Grisi, declinante, ma pur sempre indiscussa regina del des Italiens.
Interpretata alla lettera l’opinione di Verdi porterebbe a concludere che la titolare di Lady Macbeth debba cantare come un personaggio di Kurt Weill.
Forse Verdi lamentava l’inadeguatezza vocale ed interpretativa di Eugenia Tadolini e Giulia Grisi, cantanti di formazione e gusto donizettiani (per non dire rossiniani) e nessuna delle due all’epoca all’apice della forma vocale.
Sta di fatto che se da un lato la scrittura vocale ambigua ha portato anche a risultati di levatura storica dall’altro l’interpretazione degli scritti verdiani ha giustificato protagoniste provenienti dalle file delle più esagitate urlatrici wagneriane tipo Borkh, Varnay, Jones.
Se pensiamo ai ruoli sia della Barbieri-Nini (l’unica che attentò all’impero rossiniano parigino di Giulia Grisi con una strepitosa Semiramide nel 1848) che della Fricci la Lady wagneriana o straussiana in salsa declamata è un macroscopico errore. Storico e musicale. E’ dovere ed onestà documentare, e copiosamente, come applicata ad una parte che richieda, come tutte quelle del primo Verdi, dimestichezza con i passi di agilità, capacità di smorzare, rinforzare il suono in ogni zona della voce, di essere elegante ed insinuante (è pur sempre una demoniaca regina!!) la cantante di gusto e scuola wagneriana parlata annaspi miseramente e sia paradossalmente l’interprete meno rilevante.
La riprova è che una Renata Scotto non giovanissima, alle prese con il solito “passo più lungo della gamba” (ne ha fatti tantissimi nella propria carriera) riesca ad essere un’interprete credibile ed attentissima ed a reggere l’impervia scrittura. Re be, del sonnambulismo compreso, in grazia della tecnica all’italiana.
Certo che se la cantante wagneriana di turno risponde alla voce e soprattutto al gusto ed alla tecnica di Birgit Nilsson si potrà eccepire, magari sulla base del corrente pregiudizio che non sulla reale resa teatrale, circa la sensibilità dell’interprete, ma nessuna protagonista sfoggia la facilità di vanto del soprano svedese. Ed il risultato non cambia neppure quando i panni della protagonista sono affidati alla saldezza del registro acuto di Olivia Stapp. All’epoca delle sue performance (e parlo di venti anni or sono) si storceva il naso sulle qualità della interprete di questa cantante. Oggi impazziremmo per le bordate in alto e l’imperiosità dell’ottava superiore di Olivia Stapp.
Gli stessi difetti venivano imputati a Ghena Dimitrova. Chi abbia sentito la sua chiusa al finale del sonnabulismo in Arena può smentire ogni accusa di canto senza finezze. Ma l’attenzione al fraseggio ed ad una esecuzione elegante, pur con una voce tutt’altro che duttile e sottoposta a repertorio massacrante, erano una costante della cantante bulgara.
L’esecuzione del sonnambulismo, dell’aria del secondo atto e del duetto con Macbeth al terzo atto sono rilevanti ed indimenticabili sia sotto il profilo vocale che interpretivo. Anche se una cantante come Ghena Dimitrova perde molto del suo fascino nelle registrazioni. La Lady Macbeth di Ghena Dimitrova (seconda come ampiezza e volume solo alla Nilsson nei miei ricordi di ascoltatore) smentisce coi fatti e la costanza di esecuzioni che la protagonista debba essere solo un peso massimo, dimentica di legato, dinamica e precisione di esecuzione.

Verdi - Macbeth

Atto I
- Ambizioso spirto...Vieni t'affretta - Inge Borkh, Martina Arroyo, Grace Bumbry, Olivia Stapp, Christine Deutekom
- Fatal mia donna - Inge Borkh & Cornell MacNeil, Renata Scotto & Sherrill Milnes
- Schiudi inferno - Birgit Nilsson, Gwyneth Jones, Grace Bumbry, Olivia Stapp

Atto II
- La luce langue - Christa Ludwig, Grace Bumbry, Ghena Dimitrova, Dolora Zajick
- Trionfai, securi alfine (versione originale 1847) - Olivia Stapp
- Si colmi il calice - Astrid Varnay, Martina Arroyo, Grace Bumbry, Christine Deutekom
- Sangue a me quell'ombra chiede - Martina Arroyo & Sherrill Milnes, Grace Bumbry & Sherrill Milnes, Ghena Dimitrova & Piero Cappuccilli

Atto III
- Ove son io? - Birgit Nilsson & Cornell MacNeil, Grace Bumbry & Sherrill Milnes, Ghena Dimitrova & Piero Cappuccilli, Gwyneth Jones & James Morris

Atto IV
- Una macchia è qui tuttora - Birgit Nilsson, Renata Scotto, Christine Deutekom, Ghena Dimitrova

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