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lunedì 30 agosto 2010

Mese di agosto XVI - Opera tragica, quinta puntata: Il Crociato in Egitto

La fama, che ancor oggi accompagna il Crociato in Egitto è più virtuale che sostanziale. Il capolavoro del Meyerbeer italiano è oggetto più di riflessioni, chiacchiere e sogni dei melomani, che non di rappresentazioni teatrali.

A torto perché di autentico capolavoro si tratta, ma a ragione perché, come sempre accade per i titoli del maestro e non solo per quelli siglati grand-opéra, richiede una tale parata di stelle da sconsigliarne la riproposizione, più oggi che venti o trent’anni or sono.
L’esperienza veneziana della stagione 2007 costituisce monito e consiglio in tal senso. Come lo costituiscono le edizioni sempre differenti e per interventi dell’autore e per interventi degli esecutori con cui il titolo circolò per almeno trent’anni dopo la prima.
Le ultime riprese del Crociato, intorno agli anni '60 del secolo XIX, coeve alle ultime di Semiramide, opera cui il Crociato è in stretto contatto e largamente tributario, vennero accompagnate da robuste dubitative critiche ad opera di Antonio Ghislanzoni, futuro scapigliato e librettista di Aida, che nei panni di critico affermò:" Il crociato di Meyerbeer parve al pubblico nostro musica troppo antica. I vecchi, ammiratori entusiasti del passato, i dotti avversari delle nuove forme, ebbero un bel predicare le bellezze del grande spartito – il publico rispose cogli sbadigli, manifestazione spontanea dei sensi, più eloquente di ogni critica. Sarebbe ingiusto il gravare sugli esecutori tutta la responsabilità del mal esito. Il crociato, non esitiamo a dirlo, è opera inamissibile oggigiorno. Le cause son molte, né vogliamo enumerarle. A noi la musica del Crociato è nuovo argomento per confermarci nella opinione altre volte manifestata, che «il genio non può rinunziare impunemente alla propria natura, né piegarsi a servili compiacenze». Meyerbeer che imita Rossini, Meyerbeer che vuol essere italiano nella melodia e nelle forme, perdendo la sua fisionomia originale, impicciolisce, diviene fiacco e impotente – il suo lavoro tuttoché commendevole dal lato dell’arte, porta una impronta bastarda. Se nel Crociato qualche pezzo ci scuote, se l’introduzione, se la marcia grandiosa, se il finale dell’atto primo ci esaltano per un istante, gli è che in tali punti Meyerbeer ci si presenta nel suo vero aspetto, gli è che noi indoviniamo il futuro autore del Roberto, degli Ugonotti, e del Profeta, sentiamo i primi entusiasmi della sua libera natura chenon vuole né può essere italiana".
Oggi non si può, però condividere l’opinione di Antonio Ghislanzoni che individua il meglio del Crociato nei passi che costituiscono il preannuncio del Meyerbeer francese, mentre nella realtà sono il tributo che l’autore paga a Rossini ed alla Semiramide in particolare. Mi riferisco al grandioso concertato, che chiude il primo atto piutttosto che al quartetto della conversione. Attenuante e discolpa per Ghislanzoni è che difficilmente conoscesse i grandi concertati del Rossini napoletano, non più rappresentato, mentre erano gli anni sessanta quelli della massiccia proposizione dei titoli del grand-opéra.
Gli spunti di riflessioni mossi dal Crociato possono essere moltissimi.
Ne lascio agli esperti uno ossia l’orchestrazione e l’uso della banda che supera quello fatto sino ad allora da Rossini e che poi andrà scemando nel melodramma romantico. Nel Crociato la banda in scena è la sigla della marzialità dell’opera, accompagna l’entrata dei cavalieri ed il grandioso finale primo luogo di scontro affettivo e religioso.
Il crociato costituisce, più dei titoli di Rossini l’esemplificazione di come si confezionassero e per la prima e per le riprese le opere nell’Italia del 1825 circa.
Rimando per l’esauriente cognizione al saggio contenuto nell’edizione di Opera Rara, i cui libretti illustrativi sono, sempre, di gran lunga più interessanti dei CD, che accompagnano e commentano.
Mi limito a segnalare la più significativa peculiarità del Crociato ovvero la presenza di tre voci femminili in ruoli protagonistici, in luogo delle solite due rappresentate da prima donna e da musico. Nel Crociato sono, appunto, tre, in quanto la compagnia scritturata a Venezia prevedeva anche un illustre contralto donna, Brigida Lorenzani, cui venne affidata la parte della pietosa antagonista di Palmide, che drammaturgicamente non esiste, tanto è che le due arie (di grande difficoltà, perché scritte per una illustre e completa cantante) vennero eliminate alla prima ripresa (Firenze e Trieste) quando la compagnia scritturata mancava di una terza prima donna. Con la sublime arte del “metti e togli” che connota la produzione melodrammatica italiana vennero reinseriti numeri, autentici o imprestati, quando la Felicia di turno fosse prima donna di rango quale la giovane Felicia Malibran a Londra nel 1825 o Marietta Alboni a Parigi nel 1860.
E’, però, interessantissimo seguire la documentate ed autentiche vicende dei numeri riservati al protagonista maschile Armando. Scritto per Velluti, l’ultimo castrato a calcare le scene d'opera circolò non solo grazie a quest’ultimo, ma per opera di due grandissime cantanti Carolina Bassi-Manna e Giuditta Pasta. Ciascuno dei protagonisti, complice Meyerbeer, lasciò il segno.
Ho il sospetto che Velluti stesso non fosse risultato troppo soddisfatto delle scelte per i suoi numeri solistici dell’autore, che richiamano una vocalità ed un gusto protorossiniano. Alla prima ripresa di cui fu protagonista a Firenze comparve, previa sparizione dei numeri solistici di Felicia ed annessione del di lei recitativo di sortita “Popoli dell’Egitto”, la cavatina “Cara mano” ed il finale dell’opera, che come da consolidata tradizione era il rondò del protagonista divenne un duetto dei due amanti “Ravvisa qual alma”.
Era solo l’inizio delle legittime manipolazioni perché alla ripresa di Trieste con l’arrivo della Bassi, primadonna assoluta di Meyerbeer in ogni senso, venne inserita l’aria “Oh come rapida”, tratta dall’opera l’Esule di Granata (e per la cronaca parafrasata da Mercadante in tonalità differente nella Didone abbandonata) e la primadonna si riprese i propri diritti chiudendo l’opera con il rondò finale. Naturalmente non già quello originale “Verrai meco in Provenza” ma altro tratto dall’opera Semiramide riconosciuta sempre di Meyerbeer, che costituiva non già aria, ma addirittura “l’opera di baule” della Bassi.
L’idea dell’aria “Oh come rapida” elegante e raffinata, per Armando era seconda alle primedonne perché alla scelta si attenne, per la ripresa agli Italiani nel 1825, Giuditta Pasta, che andò oltre, pretendendo per il numero una cabaletta “L’aspetto adorabile”. Anche questa altro busillis perché taluni spartiti la danno come opera di Niccolini, che doveva rappresentare il “refugium peccatorum” di madama Pasta alla ricerca di arie consone, visto che nel Tancredi di Rossini inseriva, variata da Rossini, l’aria del Tancredi di Niccolini.
In questa duplice versione Bassi-Pasta il numero incontrò il favore di altra primadonna del tramonto della vocalità rossiniana, ossia Barbara Marchisio, che protagonista dell’ultima ripresa scaligera del Crociato utilizzò il numero, ma quale cavatina di sortita. E per la cronaca questo numero ha eseguito a Montpellier nel 1990 Martine Dupuy.
Mi domando e rigiro la domanda ai lettori se la storia dell’opera attraverso le prime donne e le loro pretese non abbia un fascino particolare e sia una via interessante ed ardua da seguire.
Evito di raccontare gli inserimenti di altri autori il Rossini di Semiramide, che altre primedonne, precisamente Rosmunda Benedetta Pisaroni apportavano allo spartito indossando i panni di Armando.
Le modifiche, diciamo d’autore, ma non solo, gli accomodi talvolta dimostrano come i ripensamenti siano talvolta felici e drammaturgicamente azzeccati. E non solo in Meyerbeer, ma anche in Rossini la cui Zelmira riveduta e corretta per Giuditta Pasta con il riutilizzo di Ermione è un vero colpo di genio. E di colpi di genio ne troviamo uno mirabile nel Crociato. I cavalieri di Rodi entrano preceduti dal marziale e spettrale coro “Vedi il legno”, che i cavalieri in ogni loro scena inspirano, solo che il climax viene meno con la tradizionale aria di Felicia “Pace io reco” e che invece ne esce esaltato e completato dalla cavatina “Queste destre” di Adriano di Monforte, questa non originale della versione veneziana, ma predisposta per Niccolò Tacchinardi a Trieste. E la stessa impressione di un miglioramento drammaturgico o di una rilevante modifica del personaggio si ha con l’ascolto della cabaletta di Adriano “La gloria celeste” in luogo dell’originale “Or dei martiri la palma”. Passiamo da un'immagine di Chiesa e religione meditativa ad una di Chiesa e religione militante e, magari, militare. Forse più consona ai cavalieri di Rodi, a mezza strada fra il consacrato ed il guerriero.
Altro ancora insegna l’ascolto del capolavoro ossia come ad un anno di distanza dalla Semiramide e dopo una militanza in teatri italiani di seconda serie (Padova e Torino) Meyerbeer si lanci in scelte musicali e drammaturgiche, che superano quelle dell’ammirato maestro e costituiscono i numeri originali, che sempre verranno eseguiti in ogni ripresa del Crociato, quasi che la competenza della prima donna escludesse modifiche agli ensemble. Alludo al meraviglioso terzetto, che principia come aria strofica di Felicia “Giovinetto cavaliere” e dove cantano per terze, secondo la tradizione belcantistica, i loro differenti sentimenti non due voci femminili (come ad esempio in Zelmira o in Otello), ma tre o il quartetto (Adriano, Armando, Felicia, Palmide) “Oh cielo clemente”, che all’atto secondo accompagna il battesimo della già convertita Palmide.
Con riferimento a questa scena è facile – seguendo le indicazioni di Antonio Ghislanzoni in veste di critico musicale- sentire i prodromi di un’altra grande scena religiosa di Meyerbeer, ovvero la conversione e matrimonio di Valentina di St. Bris , nei momenti che precedono il tragico epilogo di Ugonotti.
Ma anche i luoghi topici del melodramma rossiniano si colorano nel Crociato di qualche cosa, che sarà il dopo, ovvero il grand-opéra, e penso al grandioso finale primo, costruito secondo le regole del grande finale rossiniano, con tanto di canone “Sogni e ridenti”, ma che al ritmo marziale della banda fa esplodere il contrasto religioso. Elemento nuovo (anche se in Maometto II se ne fa cenno), ma che per ovvi motivi –l’appartenza ad una minoranza di Meyerbeer- costituirà uno dei caposaldi della drammaturgia del maestro berlinese. Come un elemento di assoluta novità è il dettaglio del personaggio di Adriano di Monforte, il Gran Maestro dei cavalieri di Rodi, in equilibrio, fra militare e consacrato composto a strati fra la versione Crivelli, quella Tacchinardi e la definitiva Domenico Donzelli. E’ facile con un simile personaggio presagire il sacerdote laico dell’opera l’Eleazaro di Juive, che il correligionario Halévy, mutuò direttamente dal libro dei Maccabei, quale esempio di fede e religiosità assolutamente tegragona. Credo sia, e non perché ruolo per Domenico Donzelli, il primo caso di personaggio tenorile sfaccettato e musicalmente e drammaturgicamente. Tralasciamo l’estrema difficoltà vocale del ruolo e chiudiamo questo agosto, che abbiamo voluto doverosamente rossiniano, ma al di fuori delle deputate istituzioni e percorsi.
DD & GG


Gli ascolti

Meyerbeer - Il Crociato in Egitto


Prima rappresentazione: Gran Teatro la Fenice, Venezia, 7 marzo 1824

Atto I

Cara mano dell'amore - Martine Dupuy (1990)





Sortita di Adriano: Vedi il legno...Popoli dell'Egitto...Queste destre l'acciaro di morte - Rockwell Blake (1990)

Va': già varcasti, indegno...Non sai quale incanto...Il brando invitto - Rockwell Blake & Martine Dupuy (1990)

Giovinetto cavalier - Caterina Calvi, Denia Mazzola & Martine Dupuy (1990)

Gran Profeta, là dal cielo - Rockwell Blake, Caterina Calvi, Martine Dupuy, Denia Mazzola, Michele Pertusi & Jean Loupien (1990)

Atto II





O Cielo clemente - Martine Dupuy, Rockwell Blake, Denia Mazzola & Caterina Calvi (1990)

Tutto è finito...Suona funerea...L'acciar della fede - Rockwell Blake (1990)

Aria aggiunta per Armando: O tu, divina fè...Ah, come rapida - Martine Dupuy (1990)

Ah, che fate!...Rapito io sento il cor...Verrai meco di Provenza - Michael Maniaci (2007)

Finale alternativo: Ravvisa qual alma - Martine Dupuy & Denia Mazzola (1990)



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giovedì 4 dicembre 2008

Le interviste: Michele Angelini


In un mondo in cui appare inevitabile che il giornalismo assuma i toni della piaggeria cortigiana (salvo poi pugnalare alle spalle), Il Corriere della Grisi dedica spazio quei giovani cantanti che riescono a colpirci con il loro canto, e non grazie al frastuono delle case discografiche o al cicaleccio da retropalco. A noi piacciono i cantanti che hanno cognizione di quello che è il canto professionale e possiedono i mezzi per praticarlo. E se sono sconosciuti, tanto meglio! Apriamo dunque questa rubrica (che sarà, temiamo, non molto frequente) con un'intervista a un giovane tenore americano che abbiamo visto su Youtube in un'interessante interpretazione dell'aria di Rodrigo dall'Otello e che abbiamo avuto occasione di ascoltare dal vivo in un paio di repliche dell'Italiana in Algeri. Anche un noto programma radiofonico si è occupato di lui, nel corso di una trasmissione dedicata agli allievi più promettenti di Renata Scotto. Abbiamo incontrato Michele Angelini a Roma, dove ha partecipato (il giorno dopo la prima del Tell) al concerto finale di Opera Studio 2007, il seminario realizzato dall'Accademia di Santa Cecilia (in collaborazione con la Fondazione Boris Christoff) e diretto dalla Scotto.
Lasciamo le risposte in inglese per preservarne la freschezza. Angelini ci parla della sua formazione come strumentista, l'approccio alla lirica sotto il segno di June Anderson, le personalità musicali che l'hanno influenzato, i colleghi e le opere che preferisce. Ci riferisce inoltre i prossimi impegni, i "sogni proibiti" e descrive il modo in cui si relaziona al palcoscenico e al pubblico. Buona lettura.

Il Corriere della Grisi: Come è nata l'idea di studiare canto?

Michele Angelini: I have been a musician most of my life. My father exposed me to classical music - Mozart, Beethoven, Chopin, Bach - when I was very young and so it always stayed with me. I began teaching myself the piano when I was very young and then began to study the saxophone at age 9. I advanced very quickly with the saxophone and also studied jazz, but I was disappointed that it wasn't a 'classical' instrument and so eventually studied the bassoon, flute, clarinet and various other instruments and also always sang in choirs. Finally, one day, after listening to recordings of June Anderson sing The Queen of the Night and Cunegonde, I became interested in opera. I began to study voice privately at University and now hold degrees in Bassoon and Vocal Performance. After making my stage debut in NYC as Fenton in Verdi's Falstaff at the age of 19, it became evident that my professional path would be to sing opera.

CdG: Quali sono stati i suoi maestri, ovvero dove e con chi ha studiato?

MA: I studied the bassoon with Professor Christopher Weait and voice with Dr. Robin Rice, both at The Ohio State University. Currently, I study in NYC with Ruth Golden, and, when our schedules permit, with Renata Scotto.

CdG: Oltre ai maestri ci sono stati dei modelli di canto e di cantanti?

MA: I have been extremely fortunate to have worked with some amazing musicians throughout my musical development. Sadly, both passed, two of the most influential persons I have known are Bliss Johnston Virago - a brilliant woman who was a protegé of Max Rudolf and Richard Bonynge and a primary coach of Pavarotti and Sutherland; and Charlie Riecker, who was the Artistic Administrator of the Metropolitan Opera for over 40 years. I have also worked with great artists like Martina Arroyo, Jane Marsh, Mark Rucker, Eduardo Villa, and Rockwell Blake. I have also been fortunate, as a bassoonist, to have played under outstanding conductors such as Lukas Foss, Kurt Masur, Charles Dutoit, Benjamin Zander and Russell Stanger, who have all been important inspirations to me.

CdG: Ascolta per studio altri cantanti?

MA: I listen to so many singers, but for study I listen to voices like Gedda, Kraus, Bergonzi, Pavarotti, Blake, Araiza, Caruso, Vanzo, Devia, Scotto, Gruberova, Leontyne Price.

CdG: Ascolta per divertimento l'opera?

MA: I think it's all the same for me, to listen to opera for both enjoyment and for study. I think it's important that, when you listen, you listen for pleasure and also listen with the intent to learn - either how to correctly do something, or how not to do it. Some of my favorite singers (my list is huge!) to listen to are Deutekom, Dimitrova, Resnik, Arroyo, Obraztsova, Caballé, Del Monaco, Sutherland, Bartoli, Gencer, Steber, Te Kanawa, Freni, Borodina, Frittoli, Nilsson, Traubel, Dessay, and of course Callas!

CdG: L'opera preferita ad oggi cantata o in programma?

MA: I love all the roles I perform, but perhaps my most favorite is Roderigo in Rossini's Otello. The music is written so masterfully and so beautifully that there is ample opportunity to show true bel canto style and bravura. I also would love to find a production of "La Dame Blanche" to sing - it is a magnificent score!

CdG: I prossimi impegni?

MA: A "Judas Maccabeus" with James Conlon in L.A. and "La cenerentola" with both Connecticut Opera and Austin Lyric Opera. The rest I cannot disclose yet!

CdG: Ha un'opera sogno, diciamo proibito (potrebbe anche essere irrealizzabile tipo Parsifal)?

MA: Does Lady Macbeth or Zerbinetta count? I am always envious of the music written for sopranos! I am waiting to find a composer who will write grande scene for me in that style! As far as the tenor literature is concerned, it was always my dream to sing Lohengrin or Siegfried.

CdG: Il pubblico fa ancora paura ad un cantante che affronta il palcoscenico?

MA: This is a difficult question. I find that I am much more nervous for auditions than for concerts and stageworks! I believe one has to learn to be comfortable in front of an audience because the audience can also feel your fear, but it is also important never to lose the excitement of being in front of a public because you must use that (nervous) energy to help make your performance interesting. That is how you can communicate with those who are listening and watching - this exchange of energy with the public and with your colleagues on stage.

Un grazie a Michele Angelini. Sul suo sito www.myspace.com/micheleangelini trovate alcuni ascolti, principalmente rossiniani.

Michele Angelini - Il Barbiere di Siviglia: Ah il più lieto, il più felice

INTERVISTA A CURA DI GIULIA GRISI
INTRODUZIONE E REDAZIONE: ANTONIO TAMBURINI

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domenica 10 agosto 2008

Contro ROF, parte prima: Semiramide

Nel mese di marzo 2001 DD e GG affrontarono una recrudescenza dell’inverno in Europa ed a Liegi assistettero ad una esecuzione di Semiramide che valeva il viaggio.
E’ difficile per noi, che dal 1980 abbiamo, in pratica, assistito a molte delle tante esecuzioni di Semiramide, uscire soddisfatti dal teatro, non fosse perché nelle nostre esperienze precedenti di ascoltatori avevamo incontrato interpreti dei quattro ruoli protagonistici di levatura storica.

A Liegi della autentica e, temiamo irripetibile, renaissance di Rossini era ancora presente Rockwell Blake, certo con timbro sbiancato ed un poco asessuato (fra l’altro non del tutto inadatto ad un personaggio esornativo come Idreno), ma assolutamente unico nell’esecuzione dei passi acrobatici. E’ una ripetizione parlare della pertinenza stilistica ed estetica, oltre che della grande tecnica, sfoggiata nelle esecuzioni di Rossini ad opera di Blake, soprattutto quando il tenore americano era alle prese con un personaggio che vive essenzialmente di una perfetta esecuzione vocale.
Il vero ed autentica motivo di interesse che ci aveva portati a Liegi era la protagonista: Darina Takova. La Takova era stata la vera protagonista della disastrata edizione di Lucrezia Borgia alla Scala nel giugno 1999, dove la presunzione della diva di turno – Renée Fleming - era stata stigmatizzata dal pubblico con pesantissime riprovazioni, che avevano indotto Beautiful Voice (!) a ridurre al minimo le recite con conseguente sovraccarico per la Takova, che pur non essendo un soprano drammatico se l’era cavata con onore, aiutata e sorretta da una voce di qualità veramente eccezionale. Poco dopo la Borgia scaligera, Darina Takova aveva avuto un trionfo quale Amenaide nel Tancredi pesarese. A Liegi Darina Takova aveva esibito una voce bellissima ed un accento nei passi più segnatamente drammatici, che la metteva al livello delle più complete protagoniste della renaissance Rossiniana e addirittura le superava in altri. Spontanemente, poi, la Takova aveva mordente e slancio nei passi di agilità di forza. Semiramide per certo è stato il personaggio più significativo della carriera. Avesse avuto pari applicazione e zelo nello studio la Takova, oggi, sarebbe la numero uno contesa nel repertorio del primo ottocento da tutti i maggiori teatri del mondo.
Scusate non è proprio da tutti sostenere il confronto con soprani della levatura di Lella Cuberli e June Anderson.
Ewa Podles fu per certi aspetti formidabile. Termine usato alla latina. Perché, e lo abbiamo già scritto altrove, al primo momento l’accentuato utilizzo, anche nel registro medio basso, sconcerta. Soprattutto perché le note seguenti hanno un qualche cosa di poco sonoro e suonano, spesso, vuote. Sopra, si naturale compreso, allora la Podles era facilissima e l’esecuzione della agilità erano sorprendenti per precisione e fluidità. Né la Horne né Martine Dupuy, i più accreditati Arsace, avevano ostentato il registro medio grave della Podles, che richiamava le descrizioni di Scudo riferite alla Pisaroni.
La scelta di questa Semiramide, benché diretta dall’attuale direttore artistico del ROF e valente soprattutto nel grandioso finale prima anche se da un direttore della cultura e fama di Alberto Zedda ci si sarebbe aspettata la predisposizione di varianti ad hoc per le due protagoniste è quanto mai da contro festival.
Il ROF ha sempre ignorato Ewa Podles, l’unica cantante in grado di vestire con pertinenza vocale e stilistica i ruoli en travesti e di non far rimpiangere le cantanti della generazione precedente, ha pensionato con rapidità Rocky Blake, come se i suoi successori potessero essergli pari per tecnica, pertinenza stilistica e capacità di affrontare ruoli che, per loro stessa natura sono impietosi di ogni minima menda vocale. Entrambi dimenticati per cantanti, che declinavano il paradigma della terza generazione di cantanti, che sarà anche la terza, ma che è molto poco rossiniana. E non per nostra fantasia, ma da un semplice esame delle scritture degli spartiti rossiniani.

Gli ascolti

Rossini - Semiramide


Atto I

Ah! Dov'è, dov'è il cimento - Rockwell Blake
I vostri voti omai...Giuri ognuno...Qual mesto gemito - Darina Takova, Ewa Podles, Rockwell Blake, Boris Martinovich & Leonard Grauss

Atto II

In sì barbara sciagura...Sì, vendicato - Ewa Podles
Ebben, a te, ferisci...Giorno d'orrore - Darina Takova & Ewa Podles

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venerdì 16 maggio 2008

Oh vera delizia dei mortali! La Clemenza di Tito

Il giudizio di Maria Luisa di Borbone, sposa di Leopoldo II, sulla Clemenza di Tito eseguita per l'incoronazione del marito a Re di Boemia è tanto celebre che non avrebbe neppure bisogno di essere menzionato. Eppure quella sprezzante definizione di "porcheria tedesca in lingua italiana" esprime bene il carattere ibrido e di assoluta novità dell'ultima opera seria di Mozart.

La Clemenza, libretto metastasiano per eccellenza (prima di Mozart fu musicato, fra i molti altri, da Hasse e Gluck), viene "sventrata" dal poeta di corte dell'Elettore sassone, Caterino Mazzolà, il quale, annota lo stesso Mozart sul catalogo delle sue opere, la trasforma in "vera opera" eliminando in sostanza tutto il secondo atto (con la peripezia dello scambio di manti fra Sesto e Annio, ritenuto per questo responsabile della congiura fino alla confessione di Lentulo) e trasformando molte arie solistiche in pezzi d'assieme (la revisione forse più celebre è quella che riguarda l'aria di Sesto "Se mai senti spirarti sul volto", mutata nel terzetto "Se al volto mai ti senti" in cui si affiancano allo sventurato quasi-regicida le voci di Vitellia e Publio). Alcune arie vengono cassate, altre ampliate (ad esempio l'ultima aria di Sesto). Ed è su questo testo insieme antico e nuovo che s'innesta una musica in eguale misura vecchia e innovativa.

Non è strano che all'Imperatrice, figlia di Carlo III, nata e cresciuta a Napoli, la musica di Mozart apparisse un curioso ibrido fra la "cantilena" di scuola italiana (quella che Stendhal avrebbe rintracciato nelle opere del giovane Rossini, riconoscendola come eredità del "soave melodiare" di Paisiello e Cimarosa), la maestosità haendeliana degli intermezzi e dei cori, il virtuosismo "strumentale" di pagine come il rondò finale di Vitellia e la brevità ardita e violenta del finale primo, chiuso in pianissimo come il finale primo del Fidelio.

Più tradizionale appare la distribuzione delle parti vocali e il loro rispettivo peso nella composizione: quella dell'Imperatore, che pure è "doppio" in scena del committente in sala, è una parte drammaticamente e musicalmente marginale rispetto ai "villain" Vitellia (primadonna soprano) e Sesto (primo uomo, e oggi eventualmente altra primadonna soprano).
E non c'è da stupirsi, visto che il primo Tito, Antonio Baglioni, fu anche il primo Don Ottavio, mentre gli antagonisti del clementissimo prence furono Maria Marchetti-Fantozzi e il castrato Domenico Bedini. Baglioni non doveva essere un grande virtuoso (le sue arie nel Don Giovanni, per quanto ispirate, non presentano un quarto delle difficoltà tecniche richieste a un cantante per giunta anziano come Anton Raaff, primo Idomeneo), tanto che nello stesso 1791, in occasione di una ripresa del Così fan tutte, ebbe serie difficoltà con le arie di Ferrando, guadagnandosi da parte del biografo mozartiano Franz Niemetschek l'appellativo di "mezzo basso".

La Marchetti-Fantozzi, di contro, si mise in discreta luce anche alla Scala tra la fine degli anni '80 e i primi '90, affrontando opere come l'Ifigenia in Aulide di Cherubini e l'Olimpiade di Cimarosa. Basterebbero questi titoli a darci l'idea di una voce estesa in acuto ma anche in grado di scendere con disinvoltura e di non soccombere di fronte al canto tanto fiorito quanto declamato. E se non bastassero i titoli, abbiamo la partitura mozartiana a testimoniare la valentia della signora.

Quanto a Domenico Bedini, cantore della Cappella lauretana, era rinomato per i fiati lunghi, e Mozart, riscrivendo per lui la parte di Sesto inizialmente concepita per tenore, trovò il modo di sfruttare questa caratteristica particolarmente nei due grandi rondò e nel terzetto "Se al volto mai ti senti". Ovvio che al castrato Mozart non richiedesse tanto il virtuosismo (che pure non manca) quanto l'accentuazione della corda patetica, che si ritrova in tutti i personaggi concepiti dal Salisburgese per cantanti evirati, dal Sifare del Mitridate al Cecilio del Lucio Silla, al vertice di Idamante.

Ma sarebbe ingiusto non citare anche il quarto grande interprete coinvolto nella prima, il clarinettista Anton Stadler, amico di Mozart e destinatario del Quintetto eponimo KV 581, nonché del Concerto KV 622. A Stadler, che nell'orchestra di Praga suonava il clarinetto e il corno di bassetto, Mozart pensa al momento di stendere i due grandi rondò con strumento obbligato, collocati poco prima dei finali d'atto: "Parto, ma tu ben mio" (in cui la voce di Sesto dialoga con il clarinetto) e "Non più di fiori" (in cui al canto di Vitellia si affianca quello del corno di bassetto). Tito non solo non ha arie concertanti, ma canta assoli "col da capo", che seguono lo schema canonico dell'aria da opera seria, mentre le arie di Vitellia e Sesto sono in due sezioni (Adagio - Allegro) e prefigurano la successione ottocentesca cantabile-cabaletta. C'è insomma nelle parti di Vitellia e Sesto un trattamento da un lato più virtuosistico e dall'altro maggiormente aperto al futuro. E' vero che a Tito spettano anche il breve e delizioso arioso con coro "Ah no, sventurato" e ben due recitativi accompagnati (al momento in cui ha prova definitiva della colpevolezza di Sesto e subito prima del finale II), ma su Sesto grava l'intero finale primo, aperto da una Scena a piena orchestra di alto impatto drammatico, mentre Vitellia conclude di fatto l'opera con un Rondò preceduto dal recitativo obbligato e unito senza soluzione di continuità al coro che apre l'ultima scena.

Può essere interessante ricordare che, quando l'opera fu presentata alla Scala nel 1818, la parte di Vitellia era sostenuta da Francesca Festa Maffei, "specialista" delle eroine di Mozart (sempre a Milano aveva cantato Fiordiligi e Donna Anna) ma anche prima Fiorilla nel Turco in Italia rossiniano. E il Rondò finale di Fiorilla, "Squallida veste e bruna", presenta più di un'analogia, formale, contenutistica e di collocazione nel corpo dell'opera, con la grande scena di Vitellia. Accanto alla Festa Maffei si esibirono Violante Camporesi (che l'anno dopo sarebbe stata la prima Bianca nel Bianca e Falliero: facile immaginare generosi trasporti) e il baritenore Gaetano Crivelli.

Se il ruolo tenorile risulta molto meno oneroso di quelli che spettano alle voci femminili, tutte le parti (anche quelle che si elevano poco al di sopra del comprimariato) esigono perfetta rotondità di emissione, canto sul fiato, estrema mobidezza, espressione nobile e composta onde poter adeguatamente figurare in questo dramma di carne e sangue ma anche di concetti e "ragionamenti", apogeo ed epitaffio di un'epoca irripetibile.

Atto I

Deh, se piacer mi vuoi - Christine Deutekom, Carol Vaness
Del più sublime soglio - Dano Raffanti
Parto, ma tu ben mio - Ernestine Schumann-Heink, Teresa Berganza, Christa Ludwig
Vengo... Aspettate... Sesto! - Carol Vaness, Susan Graham & Mark S. Doss
Finale I - Martine Dupuy, Susanna Anselmi, Adelina Scarabelli, Natale de Carolis & Mariana Nicolesco

Atto II

Se al volto mai ti senti - Tatiana Troyanos, Carol Vaness & Mark S. Doss
Deh per questo istante solo - Martine Dupuy, Teresa Berganza, Christa Ludwig
Se all'Impero, amici Dèi - Rockwell Blake
S'altro che lagrime - Giulietta Simionato
Non più di fiori - Joan Sutherland, Christine Deutekom, Renata Scotto, Carol Vaness

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venerdì 11 aprile 2008

La Donna del Lago - edizione Naxos

Si può tranquillamente affermare, e senza timore di smentita, che Gioachino Rossini sia stato il più grande e importante compositore italiano: il pù celebrato tra i suoi contemporanei, il più famoso, il più invidiato della sua epoca; ammirato da pubblico e potenti, celebrato e omaggiato dai più grandi musicisti del suo tempo (italiani ed europei) che lo presero come modello o come arbitro. Monarca incontrastato, non conosceva rivali o concorrenti alla sua assoluta predominanza (laddove nelle successive generazioni musicali si assistette ad un rifiorire di rivalità, nazionalistiche e non: Verdi o Wagner, Bellini o Donizetti, Puccini o Strauss). Per un certo periodo di tempo semplicemente Rossini era l’opera e l’opera era Rossini. Vedere tale grandezza mortificata dall’attuale livello delle esecuzioni teatrali e delle produzioni discografiche, è, dunque, motivo di ancor maggiore sconforto.
Il caso è quello della recente uscita di una nuova edizione della Donna del Lago, registrata dal vivo in quel di Wildbad nell’anno domini 2006, per le cure direttoriali del maestro Alberto Zedda (forse più a suo agio nelle vesti di musicologo che con la bacchetta) e pubblicato dalla NAXOS (come le altre produzioni di quel festival). Che dire? Un perfetto esempio del Rossini in formato ridotto tipico dei nostri tempi, ove alla gloria del belcanto (con tutta l’ambizione del consueto armamentario di colorature e variazioni di micidiale difficoltà, o dell’impervia tessitura dei protagonisti maschili, volti a dimostrare il potere della musica e del canto, tanto da lasciare strabiliati gli ascoltatori) si è sostituito un ben più modesto e approssimativo appiattimento esecutivo, finalizzato alla mera riproduzione di (quasi) tutte le note scritte, incurante di come tali note venissero alla fine eseguite, nell’unico e malcelato intento di riuscire ad arrivare alla fine dello spettacolo senza incidenti mortali, tagliare il traguardo e tirare, finalmente, un sospiro di sollievo. Un Rossini, dunque, senza pretese, dimesso, modesto, evidente sin dal colore orchestrale. Zedda dirige, come quasi sempre, in modo diligente, ma completamente anonimo, non sposando alcuna vera idea interpretativa dell’opera: né quella che la riconduce nell’alveo dell’estetica neoclassica dell’esaltazione del Bello ideale (attraverso pulizia e limpidezza di forma e suono), né quella che la riallaccia (forte anche di una suggestione che deriva dal testo di Scott) ad una visione preromantica, fatta di inquietudini, chiaroscuri e squarci lirici. Zedda sta a mezza via, immobile, senza prendere posizione, senza rischiare. E alla fine annoia. Sceglie un’orchestra leggera (ma verrebbe da dire povera, prosciugata, arida di colori, quasi svogliata, intenta a svolgere il proprio compitino e basta più) forse per non infierire sul volume deficitario delle voci a sua disposizione, e impone tempi abbastanza spediti, ma generalmente privi di mordente, risultando solamente sbrigativo e frettoloso (anche qui, forse, per soccorrere i cantanti, a disagio nel reggere per troppo tempo fiati e scrittura vocale proibitiva). L’opera così, scivola via, innocua e senza lasciare nulla. A margine va segnalata un’inspiegabile variante testuale, non so se frutto di nuove ricerche filologiche ovvero di scelta esecutiva (peraltro assai censurabile) dello stesso Zedda: nel finale I (momento tra i più straordinari ed innovativi dell’intera opera rossiniana), il coro dei bardi, il celebre “Già un raggio forier”, anziché essere affidato al coro maschile (come si è sempre fatto e come è indicato in partitura), è cantato da una voce solista, alla quale si aggiunge il coro solo nel finale di strofa. Ovviamente l’effetto dell’invocazione è rovinato irrimediabilmente. Davvero inspiegabile questa scelta (e il libretto di accompagnamento non suggerisce alcuna motivazione). Altrettanto censurabili, poi, le sforbiciate ai recitativi (e non si tratta di interminabili recitativi secchi, ma accompagnati, quindi parte integrante del tessuto musicale - oltre ad essere qualitativamente irrinunciabili), tanto da far sparire il personaggio di Bertram (con i conseguenti squilibri nei pezzi d'insieme). Non me lo sarei aspettato dal musicologo Zedda. Ma veniamo ai cantanti, croce e delizia di ogni esecuzione rossiniana. Si rimane davvero basiti nel leggere (su alcuni siti specializzati) che quella in oggetto sarebbe la vera edizione di riferimento della Donna del Lago: chi lo scrive dimostra di non averne mai ascoltate altre. I cantanti scelti per la presente incisione, infatti, si presentano tutti come inadeguati ai ruoli. Questi vennero scritti – non bisogna scordarlo mai – per i più grandi cantanti dell’epoca, dei veri semidei (parlo di Isabella Colbran, Benedetta Pisaroni, Giovanni David e Andrea Nozzari) e pertanto presentano difficoltà di ogni tipo, finalizzate a glorificarne l’estrema abilità. Ruoli considerati giustamente tra i più impervi della letteratura operistica (come peraltro è tutto il Rossini napoletano), ruoli dunque da affrontare con estrema prudenza e consapevolezza, poiché il rischio di soccombere ad essi è quanto mai presente. Di ciò, però, probabilmente non si è curato Zedda, o chi per esso, nello scegliere il cast. Si comincia con la Elena di Sonia Ganassi: voce totalmente inadatta ai ruoli Colbran, poiché incapace di reggere la pesantezza e le difficoltà tecniche che la parte impone. Essa poi già appariva affaticata e leggera per Cenerentola nel 2000, figuriamoci dopo sei anni! Ma a parte la differenza di tonnellaggio tra ciò che è richiesto e ciò di cui si dispone, è tutto il resto che non va: la coloratura che arranca, il fiato, il colore (si senta che cos’è il rondò finale). La Ganassi risolve tutto in un’aura di crepuscolare mestizia che, forse potrà andare bene per qualche dramma pseudo pastorale della belle epoqué, ma che stona terribilmente con la nobile dignità di Elena. Ma il peggio lo danno, come sempre, i tenori (nota dolente di ogni odierna produzione del Rossini napoletano), giacchè né Maxim Mironov, né Ferdinand von Bothmer appaiono minimamente adatti alle loro parti. Giacomo V e Rodrigo vennero scritti per due autentici fuoriclasse: il primo, tenore contraltino, dalla tessitura acutissima e dall’impervia agilità (David); il secondo, baritenore, che richiede micidiali salti di due ottave, eroicità d'accento e coloratura smagliante (Nozzari). Di tutto ciò non vi è traccia alcuna nell'evanescente Mironov, debole e pallido negli acuti (sfibrati e in odore di falsetto), pasticciato nelle agilità, approssimativo nell’intonazione (in “Oh fiamma soave” sembra sul punto di cadere da un momento all’altro). E neppure Bothmer ricorda, neppure alla lontana, un baritenore: la voce è piccola e poco corposa, con acuti schiacciati e sbiancati (l’orribile acuto lanciato in chiusura di aria nel I atto è rivelatore), oltretutto è malsicura nei salti d’ottava e molle e pasticciata nelle agilità. Per trovare interpreti degni di questi ruoli bisogna risalire a Rockwell Blake e Chris Merritt, gli unici che, nonostante oggi si assista ad un penoso tentativo di delegittimazione, sono riusciti a darci un’idea di quello che dovrebbe essere stato un vero tenore rossiniano. Da ultimo il Malcolm della Marianna Pizzolato: timbro bruttino, con notevoli difficoltà in acuto e poco corpo nei bassi (il confronto con la Horne o con la Podles nella cavatina è impietoso). Le manca, ed è la cosa più grave, il carattere eroico del personaggio, qui ridotto a svenevole paggetto. Detto questo la Pizzolato è, paradossalmente, la migliore in campo. Infine una postilla: nella piccola particina di Albina troviamo Olga Peretyatko, la Desdemona dell’ultimo Otello al ROF, davvero “straordinaria” la sua carriera, passare in così pochi mesi da una particina più che marginale ad uno dei più grandi ruoli del belcanto italiano. Davvero incredibile che un punto d’arrivo di un percorso artistico vocale, come può essere appunto Desdemona, che richiede una tecnica più che perfetta ed un’esperienza da vera primadonna, diventi ruolo da debuttante in esordio di carriera. Resto sempre scettico di fronte a certe cose: ma sono troppo cinico e maligno io, oppure è l’aria di Pesaro che trasforma degli esordienti (a cui non posso che augurare felici e ricche carriere, ovviamente) in novelle Colbran?

G. ROSSINI - LA DONNA DEL LAGO

Atto I


Eccomi a voi - Dano Raffanti

Atto II

O fiamma soave - Chris Merritt
Ah si pera - Martine Dupuy
Tanti affetti - Lella Cuberli, Martine Dupuy, Marilyn Horne, Darina Takova

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lunedì 7 gennaio 2008

Don Ramiro, il principe virtuoso.


La regolarità con cui La Cenerentola è rientrata in repertorio negli ultimi 50 anni ci ha ispirato delle riflessioni su questa bellissima e difficile opera. Difficile non solo nel ruolo della protagonista, ma anche in quello del protagonista maschile, don Ramiro, parte di tenore acutissimo e discretamente funambolica scritta per il tenore Giacomo Guglielmi e poi divenuta una delle più significative per i tenori contraltini quali Giovanni David e Rubini sino a Rockwell Blake. Di seguito proponiamo degli ascolti di alcune esecuzioni dell'aria di Don Ramiro, ruolo assurto a cavallo di battaglia di molti tenori e dove un grande virtuoso può fare grande sfoggio delle proprie capacità tecniche ed espressive, ampiamente richieste dall'aria. Buon ascolto!


La Cenerentola - Rossini

Aria di Don Ramiro - Sì ritrovarla io giuro

1949 - Cesare Valletti (viene eseguita solo la sezione centrale dell'aria)
1969 - Pietro Bottazzo
1970 - Luigi Alva
1980 - Rockwell Blake
1983 - Dalmacio Gonzales
1983 - Ernesto Palacio
1988 - Chris Merritt
1992 - William Matteuzzi
2007 - John Osborn

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