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sabato 27 agosto 2011

Verdi Edission: Jerusalem

Jerusalem venne rappresentata all’opera di Parigi il 26 novembre 1847. E’ il primo grand-opéra dal catalogo verdiano e non si può che concordare con Julien Budden, il quale afferma che qualsivoglia compositore italiano mirasse a grande carriera e fama internazionale dovesse comporre un’opera per l’Accademia.

Verdi vi approdò, artisticamente parlando, molto prima dagli altri italiani proprio perchè gli altri italiani non c’erano più. Rossini non componeva melodrammi da quasi quattro lustri, Donizetti attendeva la morte e Bellini, invece, la traslazione nel duomo di Catania. Rimaneva è vero Mercadante ritenuto, però, superato e provinciale. La chiamata per comporre un titolo per l’Operà arrivo nei pieni cosiddetti anni di galera e dopo un solo quinquennio di carriera. I raffronti con i tempi delle chiamate di Rossini o Donizetti sono significativi.
Verdi vi rispose come aveva risposto Rossini ovvero adattando un titolo precedente del proprio catalogo. La scelta cadde su Lombardi, che vennero trasportati dalla diocesi ambrosiana a quella di Tolosa, e poi in Terra Santa, e che costituivano il soggetto più adatto (forse in uno con Attila) per una simile operazione, attesa la presenza di due fra gli elementi tipici del grand-opéra, ossia la vicenda amorosa contrastata e posta sullo sfondo di un grande avvenimento storico. Si aggiungeva un altro topos del melodramma francese ossia lo scontro religioso, anche se gli scontri religiosi cari ai compositori francesi erano, attesa la loro confessione religiosa, quelli con il Giudaismo o la Riforma.
Segnalo e rimando, naturalmente a tre titoli, non recenti della critica musicale per una approfondita conoscenza dell’opera ossia Massimo Mila “la giovinezza di Verdi”, Charles Osborn “tutte le opere di Verdi” e da ultimo Julien Budden “Le opere di Verdi”.
Un primo spunto di riflessione, diversi da quelli tradizionali dall’ ascolto dei Lombardi trasformati in Jerusalem potrebbe essere la verifica se nelle operazioni di rifacimento Verdi si sia dimostrato all’altezza del maestro insuperato ossia di Rossini. Si tratta di valutare se Verdi avesse nei confronti della propria produzione quello stesso spirito critico del genio pesarese, che trasformando Maometto in Siege e poi Mosè in Egitto in Moise e Pharaon dimostrò di conoscere benissimo i punti meno felici dei titoli napoletani, ove per meno felici si intenda quelli meno idonei al grand-opéra. Dinanzi all’impianto con qualche spostamento tonale delle arie di Pagano, trasformato da crudo signorotto dell’alto Milanese in Roger, conte di Tolosa o anche all’idea di trasferire a chiusura del secondo atto di Jerusalem il duetto d’amore del terzo dei Lombardi, offrendolo al pubblico, che conosceva e delirava per il duettone degli Ugonotti o per quello del quarto atto di Favorita, Verdi appare quanto meno ingenuo. Il compositore che fa sempre “sentire la vanga”, direbbero i detrattori di Verdi, capitanati da Rossini medesimo.
Un altro spunto di riflessione è, invece, analizzare come Verdi aderisca ai topoi dal grand-opéra. E se i ballabili sono quel che sono in raffronto a quelli inventati da Rossini e soprattutto da Meyerbeer, Verdi se la cavò egregiamente riproponendo una scena di carattere sacrale come la maledizione, che chiude il primo atto e che scende, ad opera del legato pontificio, sul capo dell’amoroso Gaston, falsamente ritenuto reo di omicidio. Precisiamo infondata l’accusa, tentato omicidio il reato compiuto e non già da Gaston, ma da Roger, che, poi, vagherà per le zone circumvicine la santa Ierosolima, penitente ed in attesa di redenzione, che giungerà con la morte per la libertà del Santo Sepolcro.
E’ pacifico come Verdi si ispiri al modello, insuperato, della maledizione del Cardinale Brogni al finale terzo di Juive. E’ una scelta, che nasce dall’ampiamento strumentale e corale del finale primo di Lombardi, dettata dall’esigenza di fare mostra di sapienza del comporre come imponeva il gusto dell’Academie e come, spesso in carenza di inventiva musicale, ben esemplificava il sommo autore di grand-opéra ossia Meyerbeer. Certo che l’assenza di una prima parte di basso cui affidare la maledizione (è Roger primo ed unico basso) privilegia l’aspetto corale. L’anatema affidato alla voce singola del basso ha, però, ben altra potenza tragica.
Ancora meglio le innovazioni in adesione al gusto del grand-opéra funzionano nel finale terzo con la scena della degradazione e condanna a morte di Gaston e con l’incipit del quarto atto con il coro della processione. Nella prima situazione drammatica ,che principia con una lugubre marcia funebre i richiami al finto funerale di Dom Sebastien ed ancora all’introduzione del quinto atto di Juive sono indiscutibili. Poi Verdi si erge e rivela autore italiano, scrivendo un numero per il cantante in guisa di grandioso finale. Questa scelta di fonte italiana e non francese non ha precedente nel grand-opéra, atteso che il finale primo di Favorita con al marziale cabaletta “si, lo sento Iddio mi chiama” non ha né la tensione drammatica né la complessità compositiva del finale terzo di Jerusalem. In fondo Verdi sostituisce alla grande prima donna del melodramma all’italiana il tenore, vero protagonista del grand-opèra e rende l’omaggio estremo al grande Duprez, che poco dopo Jerusalem abbandonò la carriera. Sotto il profilo musica le e drammaturgico rileva come Verdi, utilizzando, appunto una tipica struttura dell’opera italiana - la grande scena tragica- ed aggiungendovi elementi tipici del grand–opéra, ossia masse corali con differenziate funzioni drammaturgiche, altri personaggi, che interloquiscono ora col protagonista ora con il coro, sottolineature orchestrali (come i colpi di gong e grancassa quando le armi di Gaston vengono infrante) crei il momento più suggestivo ed innovativo del rifacimento. Forse il solo che possa, disponendo di un grande tenore, far preferire Jerusalem in luogo di Lombardi.
I coro dei lombardi –miseri ed assettati per richiamare il Giusti- era troppo ben riuscito per giustificarne non solo l’espunzione, ma soprattutto sconsigliava trasferimenti ad altra situazione drammaturgica, suggerendo solo modifiche e perfezionamenti. Venne, infatti, riproposto anche con identica situazione scenica. Ai Lombardi si sostituiscono i francesi, anch’essi alla ricerca di ristoro nell’arsura desertica. Ma il grand-opéra imponeva utilizzi ben più nuovi e spregiudicati ed allora all’apertura del quarto atto Verdi mise mano al coro dei Lombardi ampliandolo e consentendo al coro di Parigi, di fatto un doppio coro, di primeggiare. Aveva fatto lo stesso alla scena sesta dell’atto secondo, utilizzando la banda del teatro.
Rimane, poi, un ulteriore spunto motivo di riflessione ovvero i rimaneggiamenti della vocalità. Taluni fanno parte della tradizione, altri servono a riflettere. Alla tradizione di trasportare secondo le esigenze e peculiarità del cantante va ascritta la stesura, tutta verso il basso ed in autentica chiave di basso, del ruolo di Roger. Già qualche riflessione offre la parte di Helene, la Giselda dei Lombardi, ripensata per Julian van Gelder, che evidentemente non disponeva delle qualità davvero straordinarie di virtuosismo e legato ad altissima quota di Erminia Frezzolini, tanto che la grande scena “se è vano il pregare” risulta abbassata di un tono.
E, poi, rimane il punto più interessante ovvero a vocalità di Duprez. Duprez l’inventore del do di petto il tenore, che, secondo la tradizione, all’opposto di Rubini cantò sul capitale e bruciò la propria dote vocale. Che Duprez abbia avuto carriera relativamente breve è indiscutibile ove paragonata a quella di Rubini o di Domenico Donzelli (cito questi cantanti perché furono i due opposti, cui Duprez, cantante di scuola italiana, cercò di ispirarsi), su come cantasse realmente Duprez non possiamo sapere, perché l’espressione “do di petto” è gergale e perché le parti scritte da Donizetti per Duprez, integro vocalmente ossia Edgardo e Fernando, sono oggi fra le più difficili da eseguire per la congiunta esigenza di canto elegiaco e di canto aulico e di forza. Certo è che il cantante per cui Verdi predispose il rifacimento di Lombardi è tale da reggere affrontare e squillare negli acuti estremi (vedi gli inserimenti del do4 per giunta in pianissimo all’aria del secondo atto e del si nat in fortissimo alla chiusa della scena della degradazione) e di cantare con alternanza di vigore e grazia come accade al grandioso finale terzo. Intaccata sembra, invece ,la capacità di Duprez di reggere tessiture acute come erano state quelle dei ruoli donizettiani. Ma siamo sinceri oggi Jerusalem è più oggetto di studio che non già, come dovrebbe di rappresentazione teatrale per la mancanza di un Gilbert-Louis Duprez.



Giuseppe Verdi

Jerusalem



Atto I

Introduzione - Gianandrea Gavazzeni (1963)

Non, ce bruit ce n'est rien...Adieu, mon bien-aimé -Jaime Aragall & Leyla Gencer (1963)

Ave Maria, ma voix te prie - Leyla Gencer (1963)

Avant que nous partions...Je tremble encore - Emilio Salvoldi, Giangiacomo Guelfi, Jaime Aragall & Leyla Gencer (1963)

Viens, ô pécheurrebelle!...Vous priez vainement...Oh dans l'ombre - Samuel Ramey (1995)

Mais quel tumulte...Monstre! Parjure! Homicide! - Malcolm King, Anthony Roden, Kenneth Collins, June Anderson, Malmfrid Sand, David Hoult (1983)


Atto II

Grace, mon Dieu! - Samuel Ramey, Ruben Broitman (1995)

Loin des croisés...Quelle ivresse! - June Anderson, Malmfrid Sand, Anthony Roden (1983)

Ô mon Dieu! Ô mon Dieu, vois nos misères! - Zubin Mehta (1995)

L'émir auprès de lui m'appelle...Je veux encore entendre - Jaime Aragall (1963)

Prisonnier, dans Ramla...Hélène! O ciel Gaston! - Alessandro Maddalena, Jaime Aragall & Leyla Gencer (1963)


Atto III

O belle captive...Balletti - Edward Downes (1983)

Que m'importe la vie...Mes plaintes sont vaines...Non, votre rage, indigne outrage - Leyla Gencer, Jaime Aragall, Emilio Salvoldi (1963)

Bonus: Que m'importe la vie...Mes plaintes sont vaines...Non, votre rage, indigne outrage - June Anderson (1983)

Barons et chevaliers...Oh douleur! Oh mes amis - Jaime Aragall, Antonio Zerbini, Virgilio Carbonari, Franco Ghitti (1963)


Atto IV

Voici de Josaphat, la lugubre vallée - Samuel Ramey (1995)

Saint ermite, c'est vous?...Dieu nous sépare, Hélène! - Jaime Aragall, Leyla Gencer & Jaime Aragall (1963)

La bataille est gagnée! - Mirella Fiorentini, Leyla Gencer, Emilio Salvoldi, Antonio Zerbini, Jaime Aragall, Giangiacomo Guelfi, Franco Ghitti (1963)

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giovedì 23 giugno 2011

Les Huguenots a Bruxelles

Il grand-opéra è – tra tutti i generi operistici – quello che oggi ci appare più distante dalla nostra sensibilità. Finita l’epoca dei grandi divi, infatti, e dell’opera intesa come mero intrattenimento popolare (ruolo oggi ricoperto dal cinema o da altre forme di spettacoli di massa) – entrambi elementi portanti del genere – il grand-opéra ha mostrato tutti i suoi limiti. E’ necesssario, dunque, trovare nuovi motivi d’interesse per una sua moderna riproposizione: circoscrivendoli essenzialmente alle sue ragioni musicali e culturali. Nato “ufficialmente” nel 1828 (tradizionalmente si indica La Muette de Portici di Auber, come “primo” grand-opéra), in realtà deriva da una precisa evoluzione di certi elementi del teatro musicale francese (anche se non propriamente autoctoni): la tradizione delle opéra-ballet secentesche (introdotte dall’italiano Lully e poi sviluppatesi nella tragédie-lyrique), le grandi costruzioni spontiniane e cherubiniane modellate su Gluck, la vocalità rossiniana che nella prima metà dell’800 aveva conquistato Parigi (si pensi al Rossini francese del Moïse et Pharaon, Le siége de Corinthe e, successivamente, del Guillaume Tell). Il genere presto conquistò il pubblico della Francia restaurata e del secondo Impero, creando una generazione di compositori “specializzati” e favorendo la nascita di una vera e propria “industria” di grand-opéra che, tra alterne fortune, restò vitale sino alla fine del secolo.

Il teatro musicale francese (particolarmente rigido nelle categorie e nelle codificazioni) si trovò così suddiviso in opéra-comique (composizioni più agili e “leggere”, caratterizzate dall’alternanza tra brani cantati e dialoghi recitati) e, appunto, grand-opéra. Campioni del genere furono Auber, indicato (anche se erroneamente) come capostipite, Meyerbeer, Halevy, Gounod, Thomas sino a Massenet e Saint-Saens, oltre a tutti i minori. Naturalmente anche i compositori stranieri che sbarcavano a Parigi – a parte la parentesi del Theatre des Italiennes – dovevano adeguarsi alle esigenze del nuovo genere componendo (o rielaborando) dei veri e propri grand-opéra: da Donizetti (con La Favorite e il Dom Sebastien) a Verdi (Jerusalem, Les Vêpres Siciliennes e, soprattutto, Don Carlos) sino allo sfortunato Wagner (con l’incompreso Tannhauser). Gli ingredienti comuni, coi quali venivano “confezionati” senza possibilità di varianti rispetto al modello, possono essere sintetizzati in questi elementi:
1) uno sfondo storico “grandioso”, basato su scontri epocali, epopee religiose o grandi conflitti, preferibilmente collocati nel periodo rinascimentale o medievale (erano gli anni della riscoperta romantica dei “secoli bui” e delle suggestioni “gotiche”);
2) passioni “private” che si intrecciano alle vicende storiche e che ne sono condizionate: amori contrastati da culture o fedi diverse, destinati a tragici epiloghi;
3) una struttura drammatica monumentale: divisione in cinque atti ricchi di cambi di scena, con larga presenza di cori e personaggi minori;
4) balletti “obbligatori” solitamente inseriti a metà dell’opera, per permettere ai ritardatari di potervi assistere (tra le critiche mosse a Wagner vi fu l’accusa di aver inserito i balletti al primo atto di Tannhauser);
5) esibizionismo canoro particolarmente “spinto”, derivato essenzialmente dalla elaborata (e imprescindibile) esuberanza vocale rossiniana.
Incontrastato sovrano del genere fu per lungo tempo Giacomo Meyerbeer.
Nato vicino a Berlino nel 1791, dopo la gavetta musicale in Italia (dove, scrivendo opere lunghissime e noiosissime sulla falsariga di Rossini, apprenderà il “mestiere”), trovò il successo vero a Parigi, dove legò il suo nome ai maggiori trionfi del genere (da Robert le Diable a Les Huguenots, da Le Prophéte a L’Africaine, rappresentata postuma). La musica di Meyerbeer – fatto oggetto di un vergognoso libello antisemita scritto dal livoroso Wagner (invidioso per i successi da cui lui era ancora escluso) e largamente sfruttato dalla politica culturale nazionalsocialista nell’edificazione del Reich “millenario” – si caratterizza per un uso sapiente di tutto l’armamentario di cui allora disponeva il teatro musicale. La mancanza di una vena originale e di un’ispirazione autentica, veniva compensata da un’orchestrazione virtuosistica e ricca di effetti, assai complessa e “d’impatto” sicuro, dalla sicurezza nella gestione di una macchina teatrale “smisurata” (anche nella durata), dalla delirante difficoltà della scrittura vocale. Les Huguenots (che, sullo sfondo dei massacri della Notte di San Bartolomeo, quando i cattolici trucidarono nella sola Parigi più di 2.000 protestanti, narra le vicende contrastate di un amore reso impossibile dal fanatismo religioso) furono rappresentati la prima volta alla Salle Le Peletier, il 29 febbraio del 1836, protagonisti i principali divi dell’epoca: Julie Dorus-Gras (Marguerite de Valois), Marie Cornélie Falcon (Valentine), Adolphe Nourrit (Raoul de Nangis), Nicolas-Prosper Levasseur (Marcel) e Prosper Dérivis (Comte de Nevers) – in una ripresa successiva venne ampliato il ruolo del paggio Urbain, in omaggio all’interprete: Marietta Alboni. Fu un successo senza precedenti: tanto da raggiungere le 1.000 repliche nel 1906, e, per più di un secolo dalla sua composizione, non conobbe declino (fu eseguita in tutti i teatri del mondo e da tutti i più grandi interpreti). Ovviamente il successo e la diffusione comportarono necessariamente patteggiamenti (a volte particolarmente dolorosi) con il mutare del gusto e delle circostanze: tagli, modifiche, aggiunte, spostamenti interni, sfigurarono – nel tempo – la complessa architettura immaginata da Meyerbeer, banalizzandola inesorabilmente. Sino ad arrivare ai giorni nostri: l’opera, almeno nella forma maggiormente conosciuta oggi, e di cui si ha memoria o testimonianza, è molto diversa dalla creazione originale, poiché su di essa si sono stratificate tradizioni differenti. Tuttavia, nonostante i rimaneggiamenti posteriori, Les Huguenots (o Gli Ugonotti, nella pessima traduzione italiana con cui si è diffusa), lentamente è sparita dalla programmazione teatrale. Imperdibile, dunque, la ripresa alla Monnaie di Bruxelles, in questo giugno 2011 (personalmente ho assistito alla recita del 17). Innanzitutto per l’approccio esecutivo: l’opera, infatti, viene eseguita nella sua integralità (per un totale di 4 ore e 10 minuti di musica – per intenderci, Bonynge, nella sua incisione “ufficiale”, elimina più di mezz’ora), salvo alcuni piccolissimi tagli, necessari per non superare il limite delle 5 ore (intervalli compresi) previsto contrattualmente per le maestranze del teatro, e limitati a qualche breve passaggio di recitativo, la ripetizione di un coro di damigelle nell’atto II oltre a qualche potatura nel balletto e nel finale III, per dare un po’ di respiro a Raoul (quello che Bonynge, ancora, riduce ad uno scampolo di pochi minuti, è, in realtà, un lungo brano dalla struttura musicale elaborata e imponente). In compenso sono stati reinseriti il Rondeau di Urbain “Non, non, non, vous n’avez jamais je gage”, aggiunto da Meyerbeer per la ripresa del 1847 a Londra, e il suggestivo Choral di Marcel “Veille sur nous, grand Dieu du Ciel” dopo il coprifuoco dell’atto III, non incluso da Meyerbeer nella versione definitiva dell’opera. Viene poi utilizzata la nuova edizione critica predisposta da Ricordi (ma non ancora pubblicata), permettendo così di riscoprire il vero aspetto dell’opera, ripulito da tutte le aggiunte e incrostazioni che ne avevano snaturato il volto (si sono ritrovate molte finezze strumentali andate perdute nel corso degli anni, a causa di certa tradizione esecutiva).

A tenere le fila di questa complessa operazione culturale (che ha comportato enormi sforzi organizzativi, impegno artistico e filologico, senza mai confondere lo spettacolo con il saggio musicologico), il francese Marc Minkowski: direttore che garantisce la necessaria correttezza metodologica e che, contemporaneamente, è sempre molto attento alle ragioni del teatro. Più conosciuto – almeno in Italia – per le sue frequentazioni “barocche” (le più testimoniate discograficamente, attraverso l’attività dei “suoi” Musiciens du Louvre), in realtà i suoi interessi si sono sempre rivolti ad orizzonti più vasti (la sua attività teatrale è molto varia), in particolare quella terra sterminata (e ancora poco esplorata), che è l’800 musicale, di cui ha approfondito con passione e competenza la prassi esecutiva. Particolarmente congeniale gli è la materia del grand-opéra che ha già dimostrato di saper gestire con dimestichezza e visione d’insieme (nel 2001 diresse un’attendibile Robert le Diable a Berlino). Pregio maggiore della sua direzione, infatti, è la restituzione di unitarietà ad un genere che (anche nel recente passato) è stato ridotto ad un insieme insipido di singoli episodi isolati, funzionale alla mera esibizione divistica (complice il gusto dell’epoca, i tanti tagli – che impedivano una visione complessiva dell’opera – e la qualità non certo indimenticabile della musica). Merito di Minkowski, dunque, è dare un significato al tutto, senza cali di tensione nel discorso narrativo: per la prima volta Les Huguenots possiedono un certo senso teatrale! Altro merito non da poco è l’esserci riusciti disponendo di un’orchestra tutt’altro che impeccabile (la scrittura di Meyerbeer è molto complessa). Nonostante le sbavature e qualche sbandamento, però, l’Orchestre symphonique de la Monnaie, osserva con scrupolo le prescrizioni del direttore circa la prassi esecutiva strumentale: ripensamento degli equilibri orchestrali senza la predominanza degli archi, uso attento ed espressivo del vibrato, sonorità trasparenti, fraseggio sfumato, dinamica variegata, senza alcuna concessione a certa retorica, al clangore di piatti e timpani o a volumi eccessivi). Da rimarcare (grazie all’utilizzo della nuova edizione critica) l’utilizzo di strumenti particolari: la viola d’amore che accompagna l’aria di Raoul “Plus blanche que la blanche hermine” (con un effetto nuovo e straniante che avrebbe però beneficiato di un più valente strumentista) o il clarinetto basso nella scena del cimitero nell’atto V. Preziosismi, forse, ma che contribuiscono a dare la misura dell’importanza e della serietà della produzione. Minkowski, dal vivo, si conferma un ottimo concertatore: gestisce con sicurezza e precisione il rapporto palco/buca, nulla sfuggendo al suo gesto (emblematici i grandi finali d’atto o il Settimino). Particolarmente apprezzabile, poi (nella generale scarsità di direttori sensibili alle ragioni del canto e capaci di lavorare “con” e non “contro” il cantante) l’accompagnamento dei solisti: Minkowski aiuta, sostiene, segue i suoi interpreti, soprattutto quando la stanchezza (inevitabile per durata e impegno) inizia a farsi sentire. Anche la musica delle danze è restituita con quel giusto garbo frizzante, leggero e ironico, che ne rende piacevole la sostanziale inconsistenza. Ottimo anche il coro (diretto da Martino Faggiani, già direttore di Santa Cecilia). Quanto alla compagnia di canto, com’era logico aspettarsi (data la lunghezza e gli sforzi richiesti), ha alternato a momenti buoni o ottimi, altri di stanchezza e difficoltà. Prima di considerare in modo più analitico i singoli interpreti è opportuna una premessa: ho ascoltato il secondo cast dell’opera per una scelta ben precisa, e non come ripiego maldestro. Lo stesso Minkowski, peraltro, esplicita le ragioni della scelta dei diversi cantanti, per nulla condotta con la logica del “rimpiazzo”, ma secondo precise valutazioni artistiche: del resto in un lavoro così esigente e vocalmente ambiguo, due cast complementari e diversi, permettono maggiori possibilità di esplorazione. Ma riporta le sue stesse parole (onde evitare polemiche pretestuose o sgradevoli malizie): “nous avons prévu une double distribution pour les rôles principaux, avec parfois des types de voix différents pour un méme rôle: Urbain est par example tour à tour incarné par une sopran lyrique et une mezzo. Nous avons un Raoul grand lyrique, un autre lyrique léger, ce qui correspond à ce que Meyerbeer a pu connaître avec Nourrit et Gilbert Duprez (le successeur de Nourrit dans Robert le diable, Les Huguenots, La Juive et la Muette de Portici”. Cast scientemente diversi, dunque, e non scelta casuale o “low cost”.
Ma procediamo con ordine. Henriette Bonde-Hansen (Marguerite de Valois), è stata, per me, la sorpresa della serata: pur con qualche difficoltà nel registro superiore (percepibile talora in “Ô beau pays de la Touraine”), ha dominato il ruolo con sorprendente sicurezza, buona coloratura e voce piena e sonora: ottimo il duetto con Raoul e splendido il Finale II dove “tira” il concertato e non si risparmia in nulla. Ingela Brimberg (Valentine), applauditissima alla fine, ha avuto qualche momento di incertezza nell’aria dell’atto III “Parmi le pleurs”, ma per il resto ha ben rappresentato il suo personaggio (sottolineandone la drammatica fierezza piuttosto che la malinconica mestizia). Blandine Staskiewicz (Urbain), è stata, invece, un paggio deludente: ma più dei suoni a volte ingolati e di certi acuti difficoltosi, sono mancati quella frivolezza e quel brio che caratterizzano la parte (soprattutto – come in questo caso – se si aggiunge il Rondeau), così come la spregiudicatezza nella coloratura. John Osborn (Raoul de Nangis) ha reso in modo attendibile una parte ingrata, lunghissima e ambigua. A cominciare dalla sortita con i suoi recitativi martellanti, a seguire un’aria di delirante difficoltà (per la sollecitazione del registro sovracuto “di testa” e l’uso delle mezzevoci) e poi duetti, arie e concertati dove nessuno sconto viene fatto al tenore. Osborn, forse non in forma perfetta, è apparso alterno: la prima strofa della prima aria ha denunciato qualche problema, ma già nel secondo couplet l’esecuzione è stata perfetta (peccato per il maldestro accompagnamento della viola d’amore); eccellenti il duetto con Marguerite “Beauté divine, enchantresse” e il Finale II; nel complesso buono l’atto III (in particolare il Finale, seppur alleggerito di qualche passaggio); deludente nel Gran Duo (a parte la stretta); davvero buono l’ultimo atto. La voce è sonora e abbastanza sicura, sale con facilità all’acuto e gestisce bene il registro “di testa”, ma, come Merritt, pare sbandare talvolta nell’intonazione. La lunghezza della parte, tuttavia, deve essere considerata una valida attenuante, così come la conseguente stanchezza (i due brevi intervalli, di 20 minuti ciascuno, erano collocati dopo i primi due atti e dopo il terzo: massacrante!). Buono nel complesso il reparto delle voci gravi, a parte il torniturante Philippe Rouillon (Comte de Saint-Bris). François Lis (Marcel), dopo un esordio non esaltante (a causa della bassissima tessitura del corale luterano) ha dipinto un personaggio agli antipodi delle grottesche caratterizzazioni in cui è degenerato il ruolo: un Marcel elegante, giocato sulla parola, che guarda a Plançon piuttosto che a Christoff. La stessa “Piff, paff” (brano di rara bruttezza), risultava meno volgare del solito. Tuttavia il migliore è stato Jean-François Lapointe (Comte de Nevers), che è riescito a mostrare le due anime del personaggio e il passaggio da nobile frivolo e annoiato (dedito ai piaceri del letto e della tavola, piuttosto che alle dispute religiose) al fiero guerriero d’un tempo, che si rifiuta di diventare un volgare assassino, attraverso un canto nobile e giovanile, non da orco trucibaldo. Senza infamia e senza lode i comprimari (ad eccezione dello sgradevole Tavannes di Avi Klemberg). Infine la deludente regia di Olivier Py. Nella cornice gradevole di una scena molto agile e dai colori ferrigni e opprimenti – che permetteva cambi veloci di scena e la possibilità di costruire diversi “ambienti”, attraverso l’utilizzo di quinte mobili, scalinate, archi, facciate di palazzi e larghi finestroni – si muove una regia che, per l’ansia di voler caricare di significati sottesi, finisce per risultare confusionaria e dispersiva. Premessa la scarsa dimestichezza con la gestione delle masse (il coro è quasi sempre lasciato immobile, schierato sulle ampie scalinate o in fila dietro ai solisti) Py si lascia andare a soluzioni spesso di cattivo gusto, di facile provocazione o di provinciale banalità. Molto maldestra (ed eccessivamente caricata) la festa dell’atto primo, trasformata in una specie di orgia maschile con tanto di accoppiamenti e svestizioni (ma per una sorta di par condicio, la stessa soluzione è adottata – in chiave saffica – nell’atto II con le baigneuses seminude); chiaramente ispirata al bel film di Chéreau La Reine Margot, da cui cerca di riprodurre con poco successo talune atmosfere, la presenza muta (quasi una sorta di eminenza grigia) di Caterina de’ Medici: idea narrativa interessante, ma che diviene grottesca nell’atto IV, quando, mentre i cattolici di Saint-Bris organizzano il massacro dei protestanti, la “vecchia megera”, seduta al tavolo con loro, sbocconcella un pezzo di pollo e tracanna un bicchiere di vino, per poi lasciarsi andare a smorfie orgasmiche durante la benedizione dei pugnali; poco intellegibile la scelta dei costumi: le donne con abiti rinascimentali, mentre gli uomini (all’inizio in giacca e cravatta) alternavano, nel corso dell'opera, armature dorate con gorgiere (cattolici) e marsine ottocentesche (protestanti), brandendo a turno mitragliatori e croci bianche. Belle alcune soluzioni come la luna enorme che illumina la scena all'apertura dell'atto II. Di sconfortante banalità la scena finale: il coro, vestito come gli ebrei cacciati dal ghetto di Varsavia, veniva sterminato contro un muro da una specie di automa senza volto in armatura dorata che brandiva due crocifissi. Nel complesso uno spettacolo importante che, pur tra alti e bassi, è riuscito a dare un senso (soprattutto teatrale e musicale) alla riproposta di un titolo mitico e complesso come Les Huguenots. Non tutto ha funzionato alla perfezione (in particolare l'aspetto visivo), ma resta comunque un evento che segna uno spartiacque nella storia della recente interpretazione operistica.


Cogliamo l'occasione offerta dalla recensione di Duprez per riproporre il Grande concerto meyerbeeriano dei 75.000 ingressi e gli articoli dedicati da Vivian Liff alla discografia de Les Huguenots. Gli ascolti sono stati ripristinati per l'occasione. Buon ascolto e, perdonate l'immodestia, buone riflessioni. - GG & soci

http://ilcorrieredellagrisi.blogspot.com/search/label/huguenots


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mercoledì 3 dicembre 2008

Quale Don Carlo(s) ?

Ogni volta che si mette in scena Don Carlo si apre, tra profani e addetti ai lavori, stampa specializzata e generalista, critici di professione e melomani appassionati (anche dalle pagine virtuali dei tanti siti tematici), il consueto balletto intorno a quale versione preferire del capolavoro verdiano. Don Carlo o Don Carlos? Quattro o cinque atti? Con o senza Peregrina? E i brani del 1866 tagliati prima della generale? Di solito tale “dibattito” si accompagna a considerazioni banali ed ovvie che denotano, spesso, lo stato di sconfortante ignoranza – circa le questioni musicali – che impera anche tra i cosiddetti specialisti. Si ciancia, infatti, di una presunta “inestricabilità” testuale dell’opera, dando l’impressione che ci si trovi dinnanzi ad una specie di torso appena abbozzato, aperto ad una miriade di possibilità o varianti, sostanzialmente lasciate al capriccio dell’esecutore. Niente di più falso, ovviamente. Don Carlo è opera perfettamente compiuta, completa e finita senza possibilità di variare alcunché (almeno così era la volontà dell’autore, che in ultima analisi dovrebbe essere anche la nostra).

La libertà testuale che accompagna ogni esecuzione del capolavoro verdiano, deriva, sostanzialmente, dalla complessità delle vicende compositive (complessità relative alla sua gestazione, non alla forma esecutiva). Senza la presunzione di ripercorrerne analiticamente i dettagli (e, anzi, rinviando, per questi, alla lettura di testi specifici: tra tutti il fondamentale saggio di Julian Budden sulle opere di Verdi), esse si possono qui riassumere in alcuni cenni, necessari a comprendere il senso del discorso e l’inammissibilità delle manipolazioni. Sono note le difficoltà dell’autore nelle fasi immediatamente successive alla stesura dell’opera: capricci di divi, esigenze contrattuali e, non da ultime, contingenze di natura più pratica (quali l’orario dell’ultima corsa delle ferrovie suburbane, o il fatto che a Parigi il sipario dell’Opéra non potesse levarsi prima delle 19 – “perchè non si vuol preciptar il desinare della gente” – e calare oltre la mezzanotte), costrinsero Verdi a praticare alcuni tagli anteriormente alla prima rappresentazione. Sono i famosi otto brani “riscoperti” a cavallo degli anni ‘60/’70 dai musicologi Ursula Gunther (poi curatrice dell’edizione critica pubblicata da Ricordi) e David Rosen e dal critico musicale Andrew Porter:

1 – il Preludio e Introduzione che apriva l’opera in luogo della fanfara dei corni e il coro dei cacciatori tra le quinte: in origine Verdi aveva predisposto un’ampia scena corale in cui i boscaioli e le loro mogli si lamentano della miseria causata dalla guerra, su cui si inserisce l’arrivo della Principessa di Valois accompagnata dal suo seguito. In quell'occasione le viene presentata una vedova che ha perso i due figli nella battaglia di San Quintino: Elisabetta commossa le dona una catena d’oro e promette di impegnarsi per far cessare le ostilità (che crede di poter ricomporre grazie all’imminente matrimonio con l’Infante di Spagna). Dopo un altro episodio corale dove si invoca la benedizione di Dio, la scena prosegue con la più consueta fanfara in lontananza che aprirà effettivamente l’opera la sera della prima;

2 – una considerevole sezione (40 battute) del Duetto tra Carlo e Posa nell’atto II, in cui Rodrigo – appena tornato dalle Fiandre – narrava all’amico la tragica situazione delle Province Fiamminghe, viene tagliata: sia per le difficoltà incontrate dal baritono (che riteneva il brano troppo faticoso), sia per una certa superfluità testuale riscontrata da Verdi stesso;

3 – nel Duetto tra Posa e Filippo (al termine dello stesso atto II), vengono tagliate le 42 battute in cui il Re confida i suoi sospetti circa l’infedeltà della moglie e il tradimento del figlio (provocando, però, un vuoto drammaturgico: il sovrano dichiara al Marchese di volersi confidare, ma poi non dice nulla...);

4 – una trentina di battute del coro fuori scena accompagnato da tamburelli baschi e nacchere, all’interno della scena dei preparativi per il Ballo, all’inizio dell’atto III;

5 – un piccolo taglio nell’ingresso di Elisabetta nello studio di Filippo dopo il colloquio con l’Inquisitore, nell’atto IV;

6 – un lungo Duetto tra la Regina ed Eboli che costringe quest’ultima a scendere più volte sotto il rigo (tra i primi ad essere eliminato): probabilmente il taglio fu anche motivato dall’inadeguatezza dell’interprete (Verdi scrisse la parte pensando quasi ad un contralto e si ritrovò con un soprano di ampia estensione);

7 – il grande Concertato successivo alla morte di Posa (“Qui me rendra ce mort”) tra Filippo, Carlo e Coro di Grandi, il cui tema verrà riutilizzato dall’autore per il Lacrymosa del Requiem, viene espunto a causa dell’insoddisfazione del baritono che interpretava Rodrigo: questi non tollerava di restare inattivo in scena (quale cadavere) per un tempo troppo ampio per una star, vedendosi impedito, di fatto, il tributo dell’applauso alla sua gran scena (e infatti, nelle repliche, l’atto terminerà direttamente con la morte di Posa);

8 – al termine dell’atto IV venne eliminata l’irruzione di Eboli mascherata da ragazzo che si avvicina alla Regina, confidandole di aver lei sollevato il popolo per poter salvare la vita all’amato Carlo: taglio giustificato dalla prolissità e dallo scarso rilievo musicale del pezzo.

Tolti questi brani (e tralasciando quelli progettati da Verdi, ma mai realizzati, come l’aria ternaria per il protagonista, poi sostituita da “Toi qui sus le néant”) l’opera andò in scena nella forma secondo la quale fu pubblicata da Troupenas. Tuttavia il travaglio compositivo non era concluso. Nelle repliche successive l’autore autorizzò che l’atto IV terminasse con la morte di Posa (probabilmente sfinito dalle pressanti lamentele del baritono), ma poi si disinteressò delle successive repliche (che i resoconti dei giornali contemporanei tramandano come piene di pesanti e ulteriori tagli e deficitarie nel valore degli interpreti). L’opera non fu un grande successo e ben presto sparì dai cartelloni dell’Opéra (almeno nella sua veste originale), tanto da venir ripresa solo ai giorni nostri. Don Carlo, tuttavia, lasciato Parigi iniziò la sua strada in Italia e in Europa: innanzitutto venne predisposta la versione ritmica in italiano (da eseguirsi fuori dalla Francia) e venne curata la pubblicazione da Ricordi. Verdi volle inserire nel contratto una clausola di salvaguardia (che andrebbe riletta anche dai presuntuosi esecuteri odierni) in cui l’autore imponeva che l’opera venisse eseguita interamente nella forma in cui venne presentata a Parigi nel 1867, senza aggiunte o tagli (salvo il balletto, lasciato facoltativo). La prima rappresentazione in lingua italiana avvenne però a Londra il 4 giugno del 1867: l’opera venne sfigurata. Atto I e balletto vennero eliminati del tutto. Duetto tra Filippo e Inquisitore accorciato. L’aria di Carlo spostata all’atto III. La grande aria di Elisabetta nell’atto V, infine, ridotta solo a parte dell’episodio centrale. Don Carlo arrivò poi a Bologna nell’ottobre dello stesso anno (la prima italiana) e il mese successivo a Milano, secondo la versione pubblicata da Verdi (cioè quella andata in scena a Parigi). Il successo sperato non arrivò e, anzi, nel 1871 a Napoli, fu un vero e proprio fiasco: circostanza che convinse Verdi – per le rappresentazioni del 1872, sempre al San Carlo – a rimettere mano alla partitura. La revisione coinvolse il duetto tra Posa e Filippo (su nuovi versi del Ghislanzoni), che venne riscritto quasi per la metà e il duetto tra Elisabetta e Carlo nell’ultimo atto, su cui vennero praticati due tagli. Anche così l’opera non ottenne il riscontro sperato e, nonostante le vive proteste dell’autore, ogni (rara) rappresentazione era segnata da nuove omissioni, aggiunte, spostamenti: nel 1874 a Reggio Emilia vengono aggiunti brani del Macbeth e, addirittura, degli Ugonotti; anche nel ’78 alla Scala l’opera subì pesanti manomissioni, alle quali Verdi non seppe che rispondere con sconsolato sarcasmo. La storia di Don Carlo però, doveva proseguire: già nel 1875 l’autore pensava di ridurlo a proporzioni più agili, sia per renderlo più gradito al pubblico, sia per l’insofferenza verso gli eccessi del grand-opéra (sempre sopportati con dispetto da Verdi), sia per effettiva maturazione dello stile compositivo. Il lavoro di revisione fu lungo e complesso: durò più di 9 mesi e necessitò l’intervento dei librettisti originari. Più della metà dell’opera originale viene eliminata e riscritta: vengono tagliati senza rimpianti l’intero atto I, la prima scena con i ballabili dell’atto III (sostituita da un breve preludio) e il finale dell’opera (ora più conciso e breve); viene riscritto il duetto Posa/Filippo, gran parte della scena Filippo/Elisabetta nell’atto IV, il successivo quartetto e la sommossa; così pure il duetto Elisabetta/Carlo e il finale; l’aria di Carlo è spostata (abbassta e modificata) nell’atto II. Una revisione radicale fortemente voluta da Verdi: non dovuta, cioè, a contingenze pratiche o a cause di forza maggiore, bensì ad un complesso ripensamento artistico. Verdi scrisse che l’opera così aveva la sua forma definitiva e così avrebbe dovuto essere rappresentata, senza alcuna alterazione (unica concessione i ballabili, ma se eseguiti, si sarebbe dovuto eliminare il preludio composto ex novo). In questa veste Don Carlo viene pubblicato da Ricordi nella sua forma finale, approvata e sanzionata dall’autore. E così andò in scena alla Scala di Milano, il 10 gennaio 1884. Ottenendo finalmente il successo che meritava (segno inequivoco della bontà della revisione e del netto miglioramento alla struttura dell’opera). Verdi scrisse ad Arrivabene che la nuova versione aveva migliorato l’originale, dandogli “più concisione e più nerbo”. Ma ancora non era finita: il 29 dicembre del 1886, a Modena, l’opera venne rappresentata nella sua redazione finale dell’84, ma con l’aggiunta dell’atto di Fointainebleau e il reintegro, in quella sede, della sortita di Carlo (nella sua prima stesura). Di tale ultima versione (voluta dal teatro) l’autore si disinteressò, restò a Genova e si limitò a consentire (pur con scetticismo) al ripristino. Tuttavia l’anno successivo tale versione fu data alle stampe da Ricordi – forse con intento puramente commerciale – ma non ebbe molta fortuna in sede esecutiva.
Un lavoro complesso di revisioni, ripensamenti e riscritture, certamente, ma non troppo distante da quello predisposto da Verdi per altre opere. Si pensi al Macbeth, alla Forza del Destino, al Simon Boccanegra. Eppure nessuno ha mai ritenuto i suddetti titoli alla stregua di opere aperte ad ogni sorta di collage e assemblaggio tra le differenti versioni. E spesso si tratta di redazioni profondamente diverse, sia nella struttura che nel tessuto musicale, con interi episodi o scene riscritte, tagliate e aggiunte. Nessuno si sognerebbe di eseguire un Simon Boccanegra nella sua seconda versione, ma con i festeggiamenti al porto (ripescati dalla redazione del 1857) al posto della scena del Palazzo Ducale; oppure una Forza del Destino fedele alla lettera del 1869, ma col brutto finale del 1862 (e meno che mai verrebbe in mente di seguire, in alcuni brani, la terza versione, oggi dai più quasi ignorata: La Force du Destin del 1882?). Eppure con Don Carlo ci si permette qualsiasi arbitrio! Al termine di questo ampio excursus, che testimonia null’altro che il procedere per fasi della scrittura verdiana, colta nel suo momento di transizione, all’inizio, cioè, dell’ultima fase della sua parabola creativa, mentre andava sperimentando nuove soluzioni e linguaggi espressivi, possono essere individuate due sole versioni autentiche (cioè finite) dell’opera: quella andata in scena l’11 marzo del 1867 al Théatre de l’Académie Impériale de Musique a Parigi, in cinque atti e il balletto di prammatica; e quella riveduta e corretta dall’autore per le rappresentazioni scaligere del gennaio del 1884, in quattro atti, senza balletto e con più della metà della musica completamente riscritta. Queste le uniche versioni licenziate da Verdi, approvate e stabilite con i crismi dell’ufficialità. Giacchè nè la versione del 1872, nonostante curata dal compositore per Napoli, può essere considerata definitiva, in quanto ancora segnata da “provvisorietà” e dovuta più all’occasione che ad un consapevole intento di revisione (Verdi non gradiva gli arbitrari rimaneggiamenti dei suoi lavori e, in quell’occasione, preferì metterci mano direttamente) e che, per questo, non fu mai data alle stampe (e che, come si è visto, è identica a quella del 1867, salvo due episodi); né la tarda redazione del 1886 per Modena può assurgere alla medesima dignità: essa infatti – che innesta l’atto di Fontainebleau sull’impianto della versione del 1884 – fu piuttosto “tollerata” da Verdi che voluta e comunque vista dall’autore con sospetto (si veda il carteggio con Arrivabene circa le valutazioni del compositore sull’atto francese: “dicono avesse musica bellissima”, scrive con sarcasmo). Tutto il resto – compresi i famosi pezzi eliminati prima della messa in scena parigina – pur essendo di fondamentale importanza musicologica (e spesso di eccezionale valore musicale) è stato espressamente scartato dall’autore. Ergo nessun recupero di quel materiale sarebbe lecito. Questo sostanzialmente per due motivi. Il primo è che Don Carlo è stato scritto nella seconda metà dell’800 (la prima è del 1867 e con le revisioni si arriva a sfiorare la fine del secolo): il rapporto tra compositore, cantante e opera è profondamte mutato dall’epoca di Haendel, Rossini e in misura minore Bellini e Donizetti. Questi scrivevano assecondando gli interpreti, sensibili ad ogni loro richiesta o capriccio, aggiungevano o tagliavano a seconda della necessità senza grossi scrupoli, e spesso poi, facevano “omaggio” di determinati brani a determinati divi. Con Verdi le cose cambiano: è il compositore al centro della creazione musicale, le sue idee e la sua sensibilità. Solo raramente l’autore accondiscende alle richieste del cantante, magari in contrasto con le ragioni teatrali dell’opera: lo stesso Verdi lo fece con Ernani (l’aria per Ivanoff scritta su insistenze di Rossini) e poche altre volte, per il resto le eventuali modifiche erano dovute esclusivamente a ripensamenti autoriali. Per questo motivo non si può trattare Don Carlo così come si tratterebbe Rinaldo o Tancredi o Lucrezia Borgia, dove ci sono tante varianti la cui scelta è lasciata alla sensibilità e alle capacità dell’interprete. Ma vi è anche un secondo motivo, squisitamente musicale: inserendo a piacimento brani eterogenei si corre il rischio di spezzare l’unità stilistica. Il Verdi che scrive nel 1866 non è lo stesso del 1884: passano vent’anni e, soprattutto, arrivano Aida, la Messa da Requiem, il rifacimento della Forza del Destino e il nuovo Simon Bocanegra. Dopo tre soli anni arriverà Otello! Inevitabilmente quei brani isolati, tolti dal loro alveo naturale e inseriti a forza nella versione ultima dell’opera, non nascondono la loro diversità, di stile e di linguaggio. Insomma, stonano. Perché, dunque, agire con tale disinvoltura nei confronti di un testo che mal si presta a certe operazioni di “taglia e cuci”? Ovviamente per appagare l’ego smisurato di direttori d’orchestra in cerca più della gloria personale – attraverso il preteso evento – che disposti a ben servire la musica di Verdi: e questo a discapito – naturalmente – di ogni forma di unità compositiva e coerenza drammatica (tanto ricercati e importanti per il compositore). A questo si aggiunga poi il plauso indiscriminato di certa critica che non fa mistero di ritenere il Don Carlo in quattro atti poco più che un aborto (peccato che tale aborto sia stato espressamente sanzionato dall’autore) e per cui pure la versione in cinque atti andrebbe ulteriormente “arricchita”, magari inserendo il lungo ed inutile preludio e introduzione, o il finale originale (Giudici, parla addirittura di colpevole preferenza nella scelta della redazione dell'84, fingendo di ignorare come il primo a dover essere portato sul banco degli imputati sarebbe Verdi...). “Sono solo note” scriveva Verdi. Ma alle superstar della bacchetta (Abbado in testa) non importa nulla. Non stupisce che Karajan (che grande direttore era davvero) opta per la più concisa e drammatica edizione in quattro atti. Tuttavia se trent’anni fa poteva anche avere un senso il recupero di certe pagine – da poco riemerse dall’oblio – oggi tale compito dovrebbe spettare unicamente al disco, che ha il vantaggio di permettere un comodo confronto tra ciò che è stato scartato e ciò che, invece, è stato reso definitivo. Così da consentire una visione d’insieme degli oggettivi miglioramenti rispetto alla stesura originale. Oggi poi vi è una specie di mania nel recuperare la primissima versione dell’opera (scelta in sé coerente, se seguita con rigore, anche se comporta la rinuncia ai grandi miglioramenti della redazione definitiva), ma liberamente modificata attraverso gli inserti più vari e ingiustificati di musica presa da revisioni successive. E non solo nella scelta di interi brani, ma pure intervenendo all’interno dello stesso pezzo, col risultato di “riscrivere” l’opera come se ci si trovasse di fronte ad un canovaccio della commedia dell’arte (un esempio di tale disinvoltura è il Don Carlo diretto da Pappano: un guazzabuglio, questo sì veramente “inestricabile”, di riscritture, inserimenti abusivi, arbitrii, che in nulla arricchiscono l’opera e la sua discografia, che qui tocca uno dei suoi momenti più infimi). E nonostane le ragioni della musica e della storia sconsiglino tali scelte avventate e incoerenti, c’è chi addita col marchio dell’arretratezza culturale e del “provincialismo” (ancora!) la scelta di eseguire l’edizione del 1884. Non si smentisce, in ciò, la Scala che, nella sua rincorsa ad aggangiarsi a certi (mal)vezzi della cultura europea e a scimiottare le scelte anche censurabili, ma estremamente a la pàge, approvate nei cenacoli più esclusivi , presenta una “sua” versione di Don Carlo. Non quello semplicemente in quattro atti, giammai, bensì un inedito remix: sulla struttura perfettamente compiuta del 1884, si innestano arbitrariamente non già l’atto francese (troppo “banale”) bensì due brani scartati dalla redazione primigenia dell’opera: il concertato sul cadavere di Posa (senza ovviamente l’originale sommossa che chiude l’atto) e lo scambio dei mantelli tra Eboli e la Regina. Tra l'altro quest'ultimo brano, collocato nella stesura originaria all'inizio dell'atto III, verrà eseguito prima del preludio (che tale brano, insieme al balletto, andrebbe a sostituire): scelta insensata, dunque. E con quali effetti? Rendere evidente la diversità di scrittura che, nel primo è musicalmente eccezionale (ma inevitabilmente già sentito), nel secondo è solo inutilmente prolissa (seppur non priva di giustificazione drammatica, la scena tra Eboli ed Elisabetta ha senso se seguita dalla Peregrina, di cui è parte integrante). Stavolta alla bacchetta c’è Gatti. Anche lui, come Abbado, alla ricerca della glorificazione personale attraverso l’abuso della musica di Verdi (il quale – per inciso – si è sempre battuto, anche con azioni legali, contro i liberi assemblaggi delle sue opere: proprio il Don Carlo, poi, è stato al centro di amare vicende, quando in giro per quell’Europa tanto ammirata dai nostri esterofili critici e musicanti, Londra e Vienna, veniva stuprato in edizioni spurie e sballate). Viene da dire, insieme al vecchio Carlo Marx, che la storia si ripete, ma mentre la prima volta è tragedia, la seconda è farsa.

Gli ascolti

Verdi: Don Carlos
(prima stesura - 1866)

Atto II

Le voilà! C'est l'Infant - Robert Savoie & André Turp (1973)

Restez! Auprès de ma personne - Joseph Rouleau & Robert Savoie (1973)

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