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martedì 17 maggio 2011

Don Carlo alla Staatsoper unter den Linden di Berlino

La diva impegnata e nomade che sono, i miei ingaggi mi hanno ancora una volta portata a Berlino dove il 1 maggio, quando tutta la città dimostrava fuori contro le ingiustizie inflitte dai potenti di questo mondo, ho preferito di deliziarmi ancora una volta della forma d’arte più borghese, conservatrice, decadente ed inutile assistendo al Don Carlo verdiano rappresentato alla Staatsoper di Berlino che per il momento funziona nel Schillertheater. E poche delizie mi sono procurata…

L’allestimento a firma di un certo Philipp Himmelmann è tipicamente eurotrash. Il concetto sarebbe di presentare la tragedia reale come un dramma di una famiglia disfunzionale, mentre l’unica cosa che risulta veramente disfunzionale è la regia stessa. Ultimamente abbiamo visti tanti dei Don Carli assolutamente privi di qualsiasi spettacolarità e di senso per la complessità dell’azione e psicologia schilleriana-verdiana, banali e monotoni, con le scene alternate senza alternanza di scenografia e di colori. Così anche in questo Don Carlo abbiamo uno spettacolo tutto in bianco-nero, qualche seggiola ed una sola tavola su cui si mangia, si beve, si balla, si fa lo spogliarello, si scopa e si muore. Sarà che in un periodo di crisi economica ci sono poche possibilità per allestire un Don Carlo lussuoso, ma non si può nemmeno ridurre un’opera di tante faccette psicologiche, scene festive e notturne, massive ed intime, profane e religiose ad una tavola e due-tre pallidi cambiamenti d’illuminazione. Ed a redimere questo pallore non servono sicuramente i frammentari “coup de genie” come un’Elisabetta che inizia a stirare nella parte finale del duetto del primo atto con Carlo o un Filippo che all’inizio della scena del gabinetto ritroviamo proprio nel momento di orgasmo dopo il coito (sulla mitica tavola, ben inteso!) con Eboli.

Per questo trovo particolarmente peccato che il maestro Massimo Zanetti non abbia resa particolarmente eloquente la sua orchestra soprattutto nei momenti monumentali che richiedevano più volume e colori, come nell’intera scena dell’autodafé dove invece il coro di Eberhard Friedrich ha dimostrato ancora una volta la sua ottima preparazione. Il signor Zanetti si è mostrato più a suo agio nelle scene di carattere intime e personali, dipingendo con grande varietà di accento ed un raffinato odorato per la coerenza drammatica sia l’intero complesso quadro del gabinetto che la scena notturna nel giardino o la morte di Posa. Ha fatto anche il massimo nel accompagnare i cantanti con moderato volume orchestrale nei momenti più impegnanti ed usando sempre il giusto ritmo, anche lì dove i cantanti stessi, ostaggi tanto della regia insensata e faticosa quanto delle proprie perplessità vocali, facevano niente o poco per rendere plausibile il dramma e la musica al pari del direttore.

Iniziamo col personaggio gerarchicamente più alto, ossia il Filippo II della star di casa, René Pape. Avendo letto una recensione della prima che dichiarava che con questa produzione si trattasse di un Don Carlo “di” René Pape, incontrando dappertutto la grande pubblicità che lo circonda e considerando che, rispetto a quello che oggi siamo di solito costretti a sentire, un basso-baritono come René Pape è comunque un’artista generalmente apprezzabile, mi aspettavo ad una prestazione se non di altissima levatura, allora almeno di una qualità vocale convincente. Invece il Filippo di Herr Pape è risulto del tutto privo di qualsiasi autentica regalità e dimensione tragica-malinconica, poco sonoro (a parte qualche bella nota centro-acuta) anche in una minuscola sala come quella del Schillertheater e – ancora più che nella recentissima Valchiria berlinese – sempre in lotta ed al limite con il peso del ruolo. La voce è quella che è: piccola, piuttosto omogenea nell’emissione in tutti i registri, anche se non completamente immascherata (e quindi, anche poco “corrente”). Le intenzioni musicali ci saranno, anzi, ma le loro risoluzioni vocali lasciano piuttosto perplessi: nella grande aria le frasi come “Ella giammai m’amò” o “Se dorme il prence” sono tutte falsettate o letteralmente sussurrate nel peggior modo naturalistico per esprimere banalmente l’ansia o la tristezza. La parte più sonora della voce rimane, come già indicato, il registro centro-acuto, e questo non perché nel centro ed in basso non avrebbe “niente”, ma piuttosto per il motivo che Herr Pape non appoggia comme il faut il suono quando canta nella zona inferiore. Insomma, un Filippo senza mordente e sempre al limite dei propri mezzi nei momenti che richiedono il massimo accento. Dopo l’aria ed alle uscite finali per lui un entusiasmo generico e spento prestissimo.

Rispetto al padre, l’infante, incarnato (forse anche con… troppa carne…) da Fabio Sartori sembrava un prodigio vocale, anche perche nella piccola sala la sua voce ben dotata risultava molto sonora. A parte le difficoltà d’intonazione nel duetto con Posa, ha cantato solidamente, ma senza molta varietà di fraseggio, l’intera parte ed è stato il migliore nel cast, ma il sistema di canto del signor Sartori suscita comunque qualche dubbio. L’emissione è piuttosto bassa in tutti i registri, nella zona acuta la voce va indietro e lo squillo che assordava le orecchie nella piccola sala è ottenuto più per uno sforzamento del suono aperto che per un libero andamento della voce correttamente coperta. Così anche l’abbondante sonorità della voce risulta più stancante che impressionante e convertibile in un’autentica esperienza estetica-acustica. Alla fine – i più grandi applausi e meritatamente, perché almeno una voce ce l’ha dimostrata.

Il baritono Alfredo Daza quale Rodrigo tende regolarmente ad abbaiare in acuto ed a spingere in genere, perché la voce rimane parzialmente bloccata dalla propria emissione ingorgata. Per questo anche timbricamente la voce riceve una qualità piuttosto sgradevole e, malgrado le parecchie intenzioni (come anche la prova di trillare – solo tremolando, in verità – nella prima aria), il personaggio risulta più aggressivo che nobile. Un generale successo anche per lui.

E adesso le signore… L’Elisabetta di Amanda Echalaz o urla o miagola appena sale in zona acuta, perché non appoggia un sol suono, è vuota in basso su cui si estende abbondantemente la tessitura del ruolo, ed è o gutturale o nasale nel centro. Riprende fiato dopo ogni tre note, lasciando andare in pezzi ogni frase, non provando e non potendo mai legare. Ha miagolato tanto nel “Tu che le vanità” a ricevere un “buu” subito dopo l’aria – un “buu” rotondo, ma di colore soffocato perché di tecnica teutonica e non iniziata nei segreti dell’onorabile scuola italiana ed il buu immascherato e sostenuto sul fiato. E’ stata una contestazione spontanea tipicamente berlinese contro l’inspiegabile entusiasmo che aveva suscitato questa penosa esecuzione – il più grande entusiasmo della serata, più grande anche degli applausi – in verità, pochi – dopo l’aria della star ufficiale René Pape.

Per quanto riguarda la nostra Eboli, che cosa potrei dirvi sulla signora Nadia Krasteva? Ho finito la mia carriera nella prima metà dell’ottocento e da allora vagabondo quale spettro in tutti i teatri del mondo, ma fino adesso non mi ero pure accorta che avevano canonizzato nel regolamento di vocalità suoni da lavatrice meccanica nello stato bloccato e gorgogliante. Perché più di una “tigre ferita”, l’Eboli di Nadia Krasteva assomigliava ad una gallina in procinto di essere strangolata o un acquedotto stoppato (siamo sempre alle metafore acquatiche…), una voce intubata ed artificiosamente scurita fino all’insopportabile nel centro ed in basso, e per questo talmente penosa e transennata in alto a non potere emettere altro che un gemito soffocato al posto di un do bemolle ed un si bemolle nell’aria finale. Complice anche una regia banale e di cattivo gusto, il suo personaggio era reso eccessivamente volgare, nel “concetto” registico tenendo la funzione della “bad girl” di casa. Un generale indifferente entusiasmo anche per lei, con un singolo buu ancora una volta dalla parte da dove aveva sparato l’assalitore della regina.

Imponente, ma stomacale l’Inquisitore di Rafael Siwek, in ogni caso molto più carismatico e maestoso del re. Poco significante il Frate di Andreas Bauer, cantando pure con garbo ed un bel legato la prima scena. Accettabili i vari comprimari al di fuori della Voce dal Cielo della brasiliana Adriane Queiroz i cui impegni importanti alla Staatsoper in diverse opere (soprattutto per la prossima stagione) lasciano stupiti visto che si tratta di una voce certamente non di brutto timbro da soprano leggero, ma tutta priva di qualsiasi consistenza ed omogeneità nella gestione sia del timbro sia dei registri della voce. Che si canti “dal cielo” non vorrebbe comunque dire che si canti “in aria” e senza ogni sostegno di respirazione.

Insomma, una serata poco brillante, malgrado la presenza di qualche star attualmente risplendente in cui sono state soprattutto le signore ad avere toccato un livello talmente basso da sembrare difficilmente raggiungibile. Non hanno lasciato tante chance né a se stessi né al pubblico nemmeno i signori, soprattutto il re ed il suo confidente. Una compagnia che in un pezzo come il quartetto del gabinetto sembrava il quartetto dei musicanti di Brema. Lascio a voi la distribuzione della corrispondenza fra personaggi regali ed animali.

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martedì 21 dicembre 2010

Don Carlos al Met: breve cronaca di un disastro e dintorni

Trasmissione radiofonica del Don Carlos verdiano, versione in 5 atti in italiano, dal Metropolitan Opera di NY sabato sera. Trasmissione di un disastro applaudito dalla generosa platea newyorkese, stigmatizzato al contrario sui fori, da diversi sms negativi inviati dagli ascoltatori italiani alla redazione della RAI, perché il pubblico italiano non è ancora stato abituato a reggere un siffatto infimo livello esecutivo delle opere verdiane. Gli italiani ancora recalcitrano, come fecero proprio al Don Carlo, all’Aida ed al Simon Boccanegra scaligeri, al recente Verdi Festival di Parma, al Rigoletto veneziano etc….Resistiamo, ma ancora per quanto?

Già, ancora per quanto, dato che lo star system ha l’ardire di mandare in scena sul più prestigioso palcoscenico mondiale assieme alla Scala una compagnia di canto abborracciata, i cui componenti, forse fatto salvo per ciò che è stato Giorgio Giuseppini, sostituto last minute di Ferruccio Furlanetto, dimostravano tutti di non possedere né i fondamenti tecnici minimi per affrontare tale impegno, né speciali virtù timbriche naturali, né un minimo senso del fraseggio verdiano.
Un Don Carlo di origine orientale, Yonghoon Lee, voce da tenorino gonfiata, acuti urlati, fraseggio meccanico ed insipido; un baritono di blasone (?), Simon Keenlyside, costantemente con il centro masticato in bocca, acuti indietro e forzati, tutto di fibra, e fraseggio improprio tanto da dubitare che capisse cosa stesse cantando, dato che su ogni frase ha cercato di berciare, digrignando i denti, di dare di naso, di “morsicare” letteralmente tutte le più belle, liriche e nobili frasi di Posa.
Il senescente Filippo di G. Giuseppini, voce stanca, fraseggio scolastico, né ieratico né dolente, ingolato e fibroso, indietro e fisso in alto. Il duetto con Posa, per entrambi, un must del fallimento del canto verdiano, senza aristocrazia, senza dialettica tra i due, nemmeno personaggi nobili parevano, nessuna intenzione…ricordate il famoso “canto di conversazione” ? Ecco, l’esatto contrario!
E le donne?? Le donne!!!! Una Eboli, Anna Smirnova, dal canto casuale, ordinario, musicalmente anche sgangherato, con la voce aperta e di petto sotto, tutta tubata, il centro senza legato, gli acuti urlati, insomma un concentrato dei peggiori difetti dell’Obratzova e della Barbieri decotte. Ha cantato una versione parodistica della “Canzone del velo”, ed un surreale “O don fatale”, per non parlare di cosa è accaduto nel meraviglioso terzetto del giardino, dove in tre si sono prodigati a fare del loro meglio..! Una Valois, quella di Marina Poplavskaja, cui persino quella imbarazzata e talora imbarazzante dell’esausta Fiorenza Cedolins scaligera bagna il naso in ogni battuta (!). Voce senza alcun sostegno del fiato, sempre bassa, o in bocca a falsettare, o retronasale in alto, perennemente “sotto” nell’intonazione e fissa, di timbro senescente assai poco gradevole, cortissima in alto, chè la Valois non sale per nulla ( giustamente prossima Violetta al Met al posto della diva Anja, tanto per garantire un primo atto di qualità! ), fraseggio inesistente anche per lei, quello di chi non capisce ciò che sta dicendo. E il maestro Nazét Seguin? Una buona orchestra, un po’ fracassona, tempi comuni, senza originalità ma nemmeno contrasto col canto, ma un perfetto latitante con i cantanti, stando a quanto abbiamo sentito.

Ecco qui il pacco dono, è il caso di dirlo, della trasmissione radiofonica dal Met, perfettamente incartata dalla stagnola lucente dei soliti cronisti Rai che han mescolato buona informazione e panzane straordinarie, funzionali a decantare un evento che di interessante aveva assai poco.
Topica favolosa e favolistica quella che il Met avrebbe inaugurato la prassi del Don Carlo in 5 atti con “l’era Bing”, mentre sino ad allora si sarebbe allestita solo la versione in 4 atti. Insurrezione dei miei archeo-autori e lettori ventenni, e sottolineo ventenni, perchè loro sanno che è vero il contrario! Il Don Carlo dell’era Bing ( a memoria, direi che il cast inaugurale del 1950-51 era Bjoerling-Warren-Hines-Barbieri-Rigall- Striedry, poi ripreso mille volte con vari cast e bacchette sino al 1972 ), di cui esistono le incisioni per documentare la realtà dei fatti, era in 4 atti, mentre, al contrario, era in 5 atti la prima produzione newyorkese, del 1920 ( Martinelli, Matzenauer - Ponselle, Didur, De Luca….!!!!), con tanto di Peregrina e strano taglio del duetto Filippo Inquisitore. E poi, scusatemi, ma la grande scena del III atto ( vers. in 5 ) ha luogo sulla piazza di Nostra Dona de Atocha a Madrid, mica….a Valladolid !!!! Mille inutili discorsi sulla produzione, sull’allestimento, che il pubblico radiofonico nemmeno vede, mentre la musica trasmessa è un disastro condito con madornali errori di radiocronaca, a decantare la versione in 5 atti dell’era Bing.

Piange Verdi, piange, perché non trova esecutori professionali, non trova se stesso nel canto dei suoi moderni esecutori, è abortito nei suoi obbiettivi drammaturgici per ogni dove.
Milano, Londra, Berlino, Vienna, Parma, Firenze, Ney York, San Francisco, Bilbao, Parigi….a Mantova!, dappertutto Verdi piange.
Le rappresentazioni dei titoli verdiani falliscono, con o senza contestazioni poco importa, nel tradimento dell’autore e con performances teatrali imbarazzanti. Si stona, si urla, si bercia, si cala, si parla perfino, anzi, si accenna, come abbiamo udito al Verdi festival parmigiano, ci si barcamena alla bell’è meglio, sotto il livello di guardia. Chè l’Arena di Verona di solo 20 anni fa aveva un livello incomparabile ed irraggiungibile oggi da parte di tutte le stelline e stellette e starrrrsssss che calcano i maggior palcoscenici del mondo.
Recentemente, arrampicandosi sugli specchi per giustificare cast e direzione artistica parmigiana, un critico ha concluso affermando che le produzioni verdiane di ottobre sono fallite perché non si è fatto teatro di regia, ricorrendo ad allestimenti tradizionali per Vespri e Trovatore. Sono sempre quelli che non volendo ed ormai non potendo più recensire la scena, dato il livello cui siamo scesi, recensiscono le voci ed il comportamento del pubblico, quasi che loro non lavorassero per i loro deputati lettori, il pubblico appunto, ma per altri, ossia quelli che con siffatti obbrobri ci affliggono.
L’adagio “Fin che la barca và, lasciala andare” sta finendo perché l’incantabilità e, dunque, l’irrapresentabilità di Verdi è già qui con noi, appartiene al nostro presente. Le difficoltà finanziarie giungono propizie a deviare l’attenzione dalle ambizioni, squagliatesi pian piano come un gelatino multigusto al sole d’agosto, di una Verdi “edision” in dvd di targa parmigiana e di una rappresentazione di massa delle opere di Verdi entro il 2013, mentre non abbiamo gli artisti adeguati per rappresentare un solo titolo per anno! Fantaverdi da fantaopera con fantacast, e “fanta” sta ormai chiaramente per …..fantasma!
Dopo il Boccanegra ed il Posa di Bruson, niente più baritoni verdiani. Quanti anni ha il signor Bruson oggi? Dopo Maria Chiara non più una Amelia o una Aida almeno veramente liriche, con la voce duttile e morbida. Quanti anni ha oggi la signora Chiara? Dopo il Filippo II e l’Attila di Ramey, che di verdiano aveva assai poco, ma di tecnica e classe per simulare ne aveva parecchia, quanti altri bassi che non siano tubati o ingolati per non dire altro, e capaci di fraseggiare, abbiamo udito in Verdi? E quanti anni ha oggi il signor Ramey? Dopo Fiorenza Cossotto è arrivata, con voce veramente verdiana e non prestata a Verdi, la solo signora Zajich. Quanti anni ha oggi la signora, e come cantano e chi sono le nuove Eboli o Amneris che stanno per prendere il suo posto? L'argomento tenori nemmeno lo affronto..

Devo continuare? Potremmo aprire il tema “errori di cast” , errori di insipienza, e non solo purtroppo, da parte di chi gestisce, sceglie e fa scegliere. Sarebbe un tema triste, anche se ormai ridotto a pochi esempi, tanto il mercato delle voci è rarefatto e fermo. Eppure le scelte assurde come certe carriere ingiustificate, sorrette dalla parte complice della stampa, il melomane di lungo corso le vede e le sa riconoscere. Come altrettanto triste sarebbe affrontare il tema delle voci “giovani”, del loro livello di impreparazione palese in cui versano mentre si lasciano lanciare allo sbaraglio su ruoli che non possono ricoprire, con esiti di cui è meglio tacere. Giovani che hanno anche mezzi naturali ragguardevoli ma cantano in modo abominevole, senza possedere, con tutta evidenza, le coordinate di base per orientarsi nell’universo del canto verdiano, coordinate tecniche ma anche stilistiche, di gusto. Potremmo anche parlare delle grandi bacchette, annoiate complici di questo modo incolto ed insipiente di fare opera, insipienti loro stessi in alcuni casi, sordi a certi disastri che fanno scritturare nei cast da loro guidati fin tanto che….qualcuno da lassù glieli fischia! Solo allora sentono, ma solo allora, sennò vanno avanti così, indifferenti, “Fin che la barca và….”.E dell’arte, dell’opera chi se ne….?
E chi deve scrivere? Anzi, chi doveva iniziare anni ed anni fa a rilevare che il canto verdiano era in declino, che le voci verdiane stavano sparendo, anziché interrogarsi su quanto stava con tutta evidenza accadendo, per bocca di certi “grandi cantanti”, che ha fatto, a parte fermarsi alla buvette riservata collocata nei foyers dei teatri? Se ne accorgono adesso?

La morale è poi una, e cioè che nessuna delle parti in causa sente di aver alcuna responsabilità in questo. A nessuno viene in mente di pensare che sia di fatto un problema di ignoranza e di incultura, di perdita di una tradizione del fare, di un sapere preciso, quello tecnico-vocale e stilistico. Questione troppo, troppo grande da affrontare, che richiederebbe tanta umiltà da parte di quelli che “fanno” nell’opera. Più facile risolvere che, in fondo, è colpa di altri, del “destino”, del normale scorrere delle cose, della mancanza di un teatro di regia in Verdi, anzi, fatemelo dire, meglio dire che la vera colpa è di quei soliti quattro che si lamentano tra il pubblico perché ancora si ricordano di cosa sia il cantare Verdi! Che se lo dimentichino, e alla svelta!!! Così se tutto è dimenticato, prestazioni come quelle su menzionate di colpo saranno eventi di vera ed alta qualità musicale, e finalmente il raglio dell’asino trasformato nel canto delle Muse!


Gli ascolti

Verdi - Don Carlos

Atto IV


O don fatale

Per me giunto è il dì supremo

Atto V

Tu che le vanità...E' dessa


Don Carlos - Yonghoon Lee
Elisabetta di Valois - Marina Poplavskaya
Rodrigo - Simon Keenlyside
La principessa Eboli - Anna Smirnova
Filippo II - Giorgio Giuseppini
Il Grande Inquisitore - Eric Halfvarson

Direttore d'orchestra - Yannick Nézet-Séguin




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venerdì 1 ottobre 2010

Cantare Verdi con la Voce verdiana: Ebe Stignani

Ebe Stignani, in gergo scaligero “la signora Ebe”, caso unico e prodigioso di perfezione assoluta del canto verdiano nella corda del mezzosoprano.
Nessuna voce è stata più, dopo di lei, tanto bella, corposa, ricca di armonici, omogenea, morbida ed ampia in ogni registro, oltre che straordinariamente longeva, e nessuno dopo di lei ha più saputo manovrare il proprio mezzo con tanta perfezione tecnica e sapienza musicale.

Una compagna di Aide, Trovatori, Don Carli e Balli in Maschera impegnativissima, una montagna immobile ed inavvicinabile per quasi tutti/e i/le colleghi/e, salvo forse l’Arangi Lombardi, a lei molto simile per qualità naturali, capacità tecniche e modalità espressive, Francesco Merli o Beniamino Gigli, altro cantante altrettanto fenomenale, anche se forse meno perfetto, o Tancredi Pasero.
La signora Ebe non conosce cedimenti negli audio live che documentano, innumerevoli, la sua eccezionale carriera, caratterizzata, al di là delle performances in sé per sé, da un ritmo di lavoro altissimo, per noi oggi insostenibile da chicchessia.
Cantante aulica, di un gusto che oggi si tende a classificare come arcaico, è forse l’ultima rappresentante di quel canto strumentale, scevro da ogni benché minima inflessione “naturalista”, che ritroviamo documentato nei mezzosoprani in Sigrid Onegin o Ernestine Schumann Heink. Un canto in cui l’espressione è delegata al mero suono, al virtuosismo tecnico che consente alla voce di flettersi a comando in ogni zona del pentagramma, ad ogni nota di essere amministrata e governata secondo l’intento dell’interprete, con un dominio tecnico assoluto. Dalla scuola del Lamperti trasse l‘arte del canto sul fiato, e soprattutto quel modo a lei peculiare nella sua epoca, di cantare sulle vocali a ed e aperte, sonore ma perfettamente immascherate, altissime. La discesa ai gravi, sino alle ultime Ulriche fiorentine, scevra da ogni artificioso scurimento della voce, mai bitumata o ingolfata in alcun momento. Nessun mezzosoprano ha mai più legato frasi come “o mia regina io t’involai al folle amor” di Eboli oppure “Ah vieni, vieni amor mio m’inebria” di Amneris.
Il canto della Stignani, che l’età riuscì solo a scalfire forse nei fiati, lievemente ( e dico… lievemente! ) accorciatisi dopo quasi trent’anni di carriera, ricorda un po’quei casi di assoluta ed inumana perfezione artistica di Raffaello, o Bernini, o Picasso, insomma quei mostri sacri cui il destino ha dona tutto, compresa l’intelligenza per amministrare il proprio dono e piegarlo al servizio dell’arte.
Il suo Verdi è fatto di un fraseggio ampio, composto, mai esteriore o concitato; i personaggi sempre nobilitati nell’accento, retto da una dizione chiarissima e scandita, chiaramente ancorati agli stilemi espressivi, talora anche retorici, del XIX secolo, puri da ogni vezzo verista.
A volerle trovare difetti, possiamo sottolineare la debolezza notoria dell’attrice, secondo chi la vide in scena inesistente, ma sempre ferma e nobile; oppure il fatto che nell’esecuzione dello “Stride la Vampa” non eseguisse i trilli scritti, unico vero tributo pagato al gusto della sua epoca.
Ma sono inezie, prove del suo essere pure lei…umana, a fronte del suo essere cantante ed artista praticamente perfetta.



Giuseppe Verdi

Oberto, conte di San Bonifacio

Atto II

Un giorno dolce al core...Oh, chi torna l'ardente pensiero - Ebe Stignani (1952)


Rigoletto

Atto III

Bella figlia dell'amore - Maria Gentile, Alessandro Granda, Carlo
Galeffi & Ebe Stignani
(1928)


Il trovatore

Atto II

Condotta ell'era in ceppi - Ebe Stignani (con Gino Penno - 1953)

Atto III

Giorni poveri vivea - Ebe Stignani (con Carlo Tagliabue & Giuseppe Modesti - 1953)

Atto IV

Madre, non dormi?...Ai nostri monti - Ebe Stignani & Gino Penno (1953)


Un ballo in maschera

Atto I

Re dell'abisso - Ebe Stignani (1957)

Che v'agita così...Della città all'occaso - Ebe Stignani, Anita Cerquetti & Gianni Poggi (1957)


La forza del destino

Atto I

Viva la guerra!...Al suon del tamburo - Ebe Stignani (1941)

Atto II

La Vergine degli angeli - Ebe Stignani (1938)

Atto III

Rataplan - Ebe Stignani (1927)


Don Carlos

Atto II

Nel giardin del bello - Ebe Stignani (1950)

Atto III

Sei tu...Ed io che tremava al suo aspetto - Ebe Signani, Dino Borgioli & Richard Bonelli (1938)

Atto IV

O don fatale - Ebe Stignani (1951)


Aida

Atto I

Alta cagion v'aduna - Gina Cigna, Beniamino Gigli, Ebe Stignani, Tancredi Pasero (1937)

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Gina Cigna & Ebe Stignani (1937), Renata Tebaldi & Ebe Stignani (1953)

Atto IV

L'aborrita rivale...Già i sacerdoti...Ohimè, morir mi sento - Ebe Stignani (con Beniamino Gigli - 1939)


Falstaff

Atto II

Buongiorno buona donna...Reverenza! - Giuseppe Taddei & Ebe Stignani (1956)


Requiem

Recordare - Ebe Stignani & Maria Caniglia (1940)

Liber scriptus - Ebe Stignani (1940)


Il trovatore

Atto IV

Ai nostri monti - Ernestine Schumann-Heink & Enrico Caruso (1913), Sigrid Onegin & Mario Chamlee (1924)



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lunedì 22 marzo 2010

Autodafè all’Opéra Bastille di Parigi: Don Carlo

Il Corriere della Grisi è lieto e orgoglioso di presentare le "carissime germane" Barbara e Carlotta Marchisio, che a distanza di un secolo e mezzo tornano al teatro in cui colsero alcuni dei loro maggiori trionfi... solo che, questa volta, prendono posto fra il pubblico! Sì, perché le sorelle hanno assistito al Don Carlo rappresentato all'Opéra Bastille con la direzione di Carlo Rizzi e la regia di Graham Vick, protagonisti Stefano Secco e Sondra Radvanovsky. Allacciate le cinture, perché... ne sentirete delle belle! E non saranno le ultime: le pupille del caro Gioachino ci intratterranno ben presto con nuove corrispondenze teatrali.


Parigi invidiosa di Madrid. A quanto pare la competizione tra capitali esiste. E si alimenta anche nei teatri d’opera, con l’emulazione di “geniali” trovate acustiche. Non saprei, infatti, come altro spiegare la proposizione all’Opéra Bastille di un Don Carlo stereofonico, e amplificato a tal punto, da esser pronto per sbarcare sul palco di un qualunque festival di musica hardcore. L’avrei bollata come grottesca, la penultima rappresentazione cui ho assistito, se non fosse, in fin dei conti, davvero desolante rendersi conto che per rabberciare i problemi di acustica di una sala davvero mal progettata e che per (mal)celare gli evidentissimi limiti vocali del cast precettato sul palco, si opti per la soluzione peggiore possibile: una filodiffusione degna della sala d’attesa di un qualunque dentista. E, tuttavia, con una piccola distinzione. Se nello Chénier madrileno, la “magagna” era stata sbugiardata già nel primo quarto d’ora dalla animosa mediterraneità delle orecchie spagnole, sulla rive droite, invece, tutto è proceduto liscio (e microfonato) fino alla fine, con uno scontato e deprimente happy end che è stato tributato a tutto il cast (senza distinzioni) da un pubblico, non solo ineducato musicalmente, ma a questo punto, pure mezzo orbo (difficile non notare le due sinistre e spregiudicate casse che comprimevano il palco!).
Del resto, va anche detto che, a parte assicurare pure al paggio Tebaldo una potenza vocale degna della più tonante matrona wagneriana, la percezione (falsata) di voci amplificate non ha impedito, in ogni caso, di snidare le dilaganti mende vocali distribuite equa(lizzata)mente tra tutti gli interpreti della serata.
A cominciare da Stefano Secco che ha fronteggiato, ancora una volta, un ruolo ai limiti delle sue potenzialità vocali e che, ancora una volta (ricordo il suo Edgardo fiorentino di un anno fa), non è riuscito a concludere la recita senza palesare un evidente logoramento della voce. Personalmente trovo indiscutibilmente affascinante la grana limpida e squillante della voce di Secco nonché la spiccata musicalità che consente al tenore milanese di modulare un fraseggio quasi sempre di buon livello. Resta il fatto che la sua voce, troppo chiara, è certamente non congeniale all’intensità drammatica richiesta al ruolo dell’Infante e che l’andamento della serata ha smascherato poco a poco i limiti tecnici dell’interprete. A cominciare dagli acuti: Secco è stabile e squillante dal mi4 al si4, ma l’emissione è fortemente contratta, e il suono più che sostenuto “di petto” è sostenuto con evidenti (e sonore) contrazioni della gola. Le buone impressioni sugli iniziali La4 di “Ahimè io l’ho perduta!” si sono vanificate col procedere della serata, a partire dal terzetto di chiosa della prima scena tra Rodrigo, Don Carlo e il Frate. Gli attacchi strangolati e contratti sul la 4 di “Ah! Gran Dio!” e sul successivo si4 di “Io l’ho perduta” evidenziano questa tendenza ad attaccare le note con colpi di glottide; tendenza, per altro, evidente anche in zona centrale (ricordo l’inquietante attacco sul si3 di “Qual pallor!”) dove la voce di Secco tende tra l’altro ad assottigliarsi e a sbiancarsi. Senza accanirsi nel rendicontare tutte le note sempre più portate e fibrose, che Secco ha emesso nel prosieguo della serata (e in particolar modo nel duetto con Elisabetta al quarto atto), valga su tutto l’impressione agghiacciante del “Dio che nell’alma infondere”, duettato con il Rodrigo di Ludovic Tézier. Del duetto c’è poco da salvare: grossi problemi di sincronia, brutti legati, madornali problemi di intonazione (Quell’ “Ah!” [mi3 fa3 fa 3 la3 sol3] prima della ripresa, un vero scempio!); di Ludovic Tézier, invece, ce ne sarebbero da dire, fin troppe. Allarma sapere che questo neo-idolo nazionale, in assoluto il peggiore della serata, sia stato ingaggiato per altri 2 titoli nel corso della stagione operistica parigina 2010/2011. Il ricordo che avevo del suo Marcello pucciniano, nel novembre scorso (sempre con Secco, sempre a Parigi) non era così disastroso, come la prova che ha dato di sé in questo Don Carlo. Ma si sa. Un conto è cantare Marcello, altro discorso è approcciarsi al Marchese di Posa.
Tèzier ha cantato tutta la recita “indietro” e ingolato, incapace di immascherare il suono e palesando costantemente macroscopici, per non dire quasi fantozziani, problemi di intonazione. Se a partire dal do3 l’emissione diventa fortemente instabile e si approssima più all’ululato di kauffmaniana memoria che a un suono proiettato correttamente (già profetico il re3 di “Un lampo di dolor sul ciglio tuo balena”), in zona centrale le sbavature e le perdite di controllo sull’intonazione non si contano. Gli esempi potrebbero non aver fine: sbavature e imprecisioni tanto nel legato (pessimi il mi 3 e il fa3 di “dividi il tuo pianto, il tuo dolor”), che nello staccato (spaventose le svirgole incatenate nella salita dal fa2 al sol3 di “già per me l’universo dispar”). Se Tézier si è rivelato cavernoso e ballante nei duetti (rovinose davvero le terzine di Posa, nella chiosa della prima scena: “sarà un grido, un grido, Libertà!”), è tuttavia nelle arie da solista che il baritono francese ha dato prova delle proprie mende tecniche. La prima romanza, seguita all’ingolfato terzettino dialogato con Eboli ed Elisabetta, è stata lo sfoggio virtuoso del più pesante dei fraseggi possibili. Non solo: note spinte e ingolate (ricordo il fa3 e mi3 di “dato gli sia che vi riveda”) si sono alternate sitematicamente a calate costanti e ininterrotte (intere frasi!). Calante quasi sempre tra il do2 e il la2, Tézier è stato fautore, sino al terz’atto compreso, di un canto sempre più approssimativo quanto a intonazione, al punto da sollecitare, dopo lo scempio del terzetto in apertura del secondo atto, e dopo l’ingolfato e quasi canino canto di “Per me giunto è il dì supremo”, un’isolata contestazione da parte di uno spettatore. Contestazione che ha sortito, quanto meno, il risveglio del baritono francese dal tracollo canoro della serata, pungolandolo a interpretare “Io morrò ma lieto in core” in maniera meno disastrosa e traumatica (per le orecchie) rispetto a quanto preceduto.
Luciana D’Intino è stata l’altra grande pietra dello scandalo della serata. Certo la base tecnica di partenza non è minimamente paragonabile a quella di Tézier o degli altri comprimari. Ma la sua prova, anche solo paragonata alle registrazioni del ’93 in Scala o del ’98 a Bologna, certifica un declino vocale che la signora non cerca minimamente di arginare. Sono bastate le prime frasi d’ingresso (i fa3 ribattutti: imprecisi, disomogenei, quasi declamati; o la pasticciata “già che le stelle spuntate ancor non son”) per tratteggiare un quadro vocale piuttosto compromesso. La signora D’Intino, se gode di una buona potenza di emissione fino al la3, tende tuttavia a produrre suoni imbottigliati e fissi (l’effetto orchessa è dietro l’angolo!); in zona centrale e fino al re 4, poi, l’intonazione diventa vistosamente traballante, e l’emissione si indebolisce. Dal mi4 il suono recupera di intensità, ma l’emissione diviene rozza e spinta. Facile intuire, allora, che il mezzosoprano abbia dato vita ad una Eboli fortemente discontinua (davvero obbrobrioso il canto nel terzetto del secondo atto), zavorrata da un fraseggio pachidermico, incapace minimamente di restituire la varietà di indicazioni espressive previste per il suo personaggio (ricordo un “Tessete veli…” pesante come un transatlantico). Le imprecisioni in zona centrale non si contano: dal momento che la D’Intino spinge ogni nota per aumentarne il volume, ne deriva che ogni nota sia costantemente fuori fuoco e fortemente alterata nell’intonazione. Impressionanti poi le grida piazzate in acuto: il fa4 di “Allah! la Regina!” un vero bercio, così come gridati i fa4 e la4 staccati sul vocalizzo, o ancora, nel “Don fatale”, i si4 di “Ah solo in un chiostro” o di “Lo salverò”, veri urli munchiani.
Il Filippo di Giacomo Prestia, pur con tutti i vizi dovuti all’amplificazione della voce (lui e la Radvanovsky sembrano averne beneficiato massimamente), si è rivelato il migliore (ma sarebbe il caso di dire, il meno peggio) della serata. Certo, la voce, indietro nei gravi, comincia a ballare vistosamente oltre il si2, i declamati nei recitativi non si contano, le sbavature nell’intonazione sono disseminate qua e là come le briciole di Pollicino, ma quantomeno il basso fiorentino è stato l’unico a cercare di imprimere al proprio canto una screziatura espressiva che non limitasse il proprio personaggio alla stentorea esternazione di un’autorità regale, unica chiave espressiva, invece, di tanti e troppi Filippi. Valga su tutto, ovviamente l’ “Ella giammai m’amò” cantato e modulato seguendo davvero il percorso emotivo previsto da Verdi. Certo, per rendere l’addolorato trasognamento dell’incipit, Prestia ha completamente azzoppato l’andamento ternario che struttura l’aria, e sicuramente senza amplificazioni, gli sforzi e la resa sarebbero stati altri, ma nel deserto espressivo e vocale della serata, non sento di poter livellare la sua prestazione a quella dei colleghi.
Che dire della Radvanovsky? Che presenta nel canto i vizi di tante presunte soprano lirico-drammatiche. Eccessivo vibrato (sicuramente esasperato anche dalla amplificazione), voce schiacciata in acuto, e incapacità di modulare la voce attenendosi ai segni dinamici e di espressione previsti in partitura. Per altro, se la voce si schiaccia e arriva quasi a “cigolare” oltre il do4 (!!), nella prima ottava evapora completamente producendo un vibrantissimo pigolato (emblematica al riguardo la frase del duetto con Don Carlo al primo atto “Il dover come un raggio al guardo mio brillò”). Molti i momenti bui della performance della Signora Radvanovsky: dal “Tu che le vanità”, privato della sontuosa grandiosità che le prime ampie campate vocali sollecitano già dal rigo in cui sono scritte, e invece ridotto a discontinuo (nell’intensità dell’emissione) e schiacciato compitino da conservatorio, allo scempio della scena con Filippo prima ed Eboli poi, nel terzo atto, divenuta un’accozzaglia disomogenea di suoni schiacciati e lamentosi (valga su tutto l’incespicante“Ah! sola, straniera in questo suol!” con l’impreciso salto d’ottava sull’ “Ah! più sulla terra speme non ho”).
Complice principale di una serata, in cui l’obiettivo primo e condiviso sembrava quello di sfangarla nel modo più indolore e rabberciato possibile, è stata la direzione di Carlo Rizzi. Più che una bacchetta direi una cesoia, tanto ne è uscita tronca e depauperata la musica di Verdi. Nessuna nuance, nessuna sfumatura, nessuna corona. Una direzione piatta, assertiva sempre, che senza lesinare sulla resa fracassona delle parti corali (la scena dell’autodafè in primis), ha impresso alla serata un andamento o marziale, o smorto e allappante. Taccio degli altri ruoli (a cominciare dalla gutturale e quasi “rospesca” interpretazione dell’Inquisitore “offerta” da Victor Von Halem), perché sarebbe, a questo punto, un inutile accanimento, ma non posso quantomeno non menzionare i grossi problemi di coesione, e del coro (davvero grottesco il comparto sopranile nella Canzone del Velo), e dell’orchestra, che, direzione a parte, ha vacillato in più riprese quanto a intonazione (ricordo ancora coi brividi le calate dei corni nel preludio).
Della collaudata e sostanzialmente neutra messa in scena di Graham Vick, con consueti pannelli basculanti e lucernari-ferit(oi)e a forma di croce, nulla da segnalare.

Barbara

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“Paris, Madrid”, per dirla con Wenders. O “Madrid, Paris”, per onorare la cronologia. Certo, poco conta il ripristino di una successione temporale. Come poco importano ormai i mea culpa del teatro che regolarmente non sono arrivati. Ciò che rimane è invece la puntuale spudoratezza, declinata nella fattispecie come “il pasticciaccio dell’amplificazione” che, a distanza di poche settimane, si è riproposto Oltralpe, nella stessa dinamica ma con un pubblico (da musical, abituato magari agli archetti…) che con ogni probabilità nemmeno s’è accorto dell’”aiuto da casa”. L’occasione, che ha fatto ladro un cast complice, è stato l’allestimento di Don Carlo, nella versione in quattro atti con traduzione italiana di Achille De Cauzière e Angelo Zanardini su libretto originale francese di Joseph Méry e Camille Du Locle. Un “Don Carlito”, come lo si definisce tra appassionati per richiamare la partitura autografa di Verdi che, snellita del primo atto a Fontainebleau e del balletto della “Pellegrina”, sancisce l’avvenuta metamorfosi del sontuoso grand-opéra francese in un tipico melodramma all’italiana. Peccato che la ripresa parigina renda il simpatico epiteto adeguabile, per svariate suggestioni, a una compagnia di cantanti e a una bacchetta che per gentilezza definirei “brigantesche” (Carlito brigante, appunto!) e, più in generale, alla sintesi di un giudizio di valore. Insomma, un Don Carlo… “al diminutivo”!
Il comparto maschile.
Partiamo dall’Infante, uno Stefano Secco a cui non manca certo il phisique du rôle per tratteggiare un Carlo nevrotico, fragile, quasi isterico nel tentativo di conciliare l’amore per Elisabetta, il disprezzo per il padre e l’ideale politico. La dizione limpida gli permette di fraseggiare con credibilità ed è forse l’unico in scena a (cercare di) dare peso ai segni di espressione in partitura. Ma proprio quando tenta di colorire e imprimere dolcezza al canto la linea vocale si fa per lo più strascicata, e a nulla valgono i centri nitidi che comunque possiede. Ad onta di un’intonazione non sempre impeccabile, l’attacco in acuto del verso di sortita è sicuro e squillante, così come il si su «m’hai rubato», però si strozza sul sol di «sogni» che la forcella gli chiede di smorzare. Arriva sfiatato al duetto in chiosa all’opera, laddove i problemi del passaggio contribuiscono alla condanna finale (del cantante e del personaggio). Mi chiedo se forse il signor Secco debba riconsiderare in toto il suo repertorio, che a suon di Edgardi, Cavaradossi e Infanti non riesce mai, e dico mai, a portare a casa una serata senza strascicarla in suoni affannosi, figli del logorio vocale che parti così pesanti infliggono a voci piuttosto leggere come la sua (esemplare l’affanno da soffocamento nel «Tombe degli avi miei» fiorentino dello scorso anno). Eventualità che si è riproposta puntuale anche a Parigi. Va detto, per onor di cronaca(e qui dissento da ciò che dirà la mia cara Barbara!), che il cantante è stato forse il maggior beneficiario dell’amplificazione in sala. Si vede che i furbetti del microfono ben conoscono (e ricordano: Rodolfo lo scorso novembre) la voce di limitato volume di Secco. Certo, avrebbero potuto prestare maggior attenzione alla schizofrenica elargizione di decibel che gli hanno riservato (parsimoniosa talvolta, avara talaltra), magari evitando di metter benzina sui resti ancora brucianti di una serata davvero all’LSD…
Il marchese di Posa di Ludovic Tézier è stato il peggiore il campo. Nessuna idea interpretativa, nessuno slancio nella definizione del personaggio, nessuna volontà di dare al carattere di Rodrigo la rilevanza narrativa che meriterebbe. I suggerimenti espressivi di Verdi affogano nell’indifferenziato, mentre la rotondità melodica che caratterizza la tessitura del fido del Re si atrofizza in acuti fibrosi e in un passaggio superiore da conservatorio (croce condivisa con l’amico Carlo). Tutti limiti che si son fatti ben sentire in particolare nel secondo assolo del terzo atto «Per me giunto è il dì supremo» e quindi nell’aria successiva «O Carlo, ascolta». Inutile e noioso sarebbe dettagliare…
Giacomo Prestia invece ha dalla sua il pregio di tentare una lettura personale di Filippo II, cercando di scrostare la sontuosità dell’aura regale attraverso un autentico procedimento sottrattivo in chiave intimista. Abbiamo quindi un Re che prova a enfatizzare l’impotenza del privato più che l’autorità temporale della scena pubblica. Dotato di buon volume ma dall’emissione un piuttosto intubata, Prestia finisce spesso per sbiancare in suoni, quasi a sfiorare il parlato nella scena dell’autodafé del secondo atto, tanto che la sensazione in platea era quella di assistere a una sorta di prova d’insieme in cui i suoni, per motivi di mantenimento vocale (delirio moderno!) vengono giusto “marcati”. Nel grande assolo in apertura di terzo atto fa un po’ quel che gli pare della partitura, rallentando e accelerando a propria descrizione, in particolare sul primo verso e nella ripresa dello stesso, mentre la salita al do diesis acuto di «già spunta il dì» è tutta “indietro”, così come il re acuto su «o Dio», subito dopo.
Il Grande Inquisitore di Victor Von Halem ha un’incredibile, quanto potente, timbro gracidante che rende grottesco il preteso dogmatismo di cui sarebbe portatore. Scivola via liscio senza particolari brutture, eccezion fatta per la vuota discesa su «Sire» durante il duetto con Filippo.
Il comparto femminile.
Sandra Radvanovsky ha per natura un timbro che in alto risuona pesantemente stridulo e sgraziato. Ma la salita su «seguirà il mio cuor» in “Non pianger, mia compagna” non ha attenuanti del caso e si staglia come grido a tutti gli effetti, anche se la tessitura per lo più centrale della romanza (e della parte tout court) permette al soprano di venirne fuori piuttosto bene. Poco cambia nell’aria del quarto atto “Tu che le vanità”, a parte un certo affaticamento e l’esasperazione (anche degli spettatori) di un fastidiosissimo vibrato.
Luciana D’Intino definisce un’Eboli talvolta stabile e sonora al centro ma strillante in alto, mentre in basso delle due l’una: o cade vittima di notacce tutte di petto (è il caso delle discese nell’aria «O Don fatale»), o si prodiga in un declamato paraverista di dubbio gusto. Esemplare in questo senso il fa diesis su «Allah» nella canzone del velo, tale da trasfigurare il racconto di una sensuale infatuazione nella fredda cronaca di una mattanza. Stessa solfa nel terzetto del secondo atto con Carlo e Rodrigo (incredibile l’urlo sul si bemolle4 di «Oh gioia suprema!» dopo un intervallo di ottava) quasi la signora volesse imprimere una certa efficacia interpretativa consona al tono minaccioso del momento. Tremenda poi nel quartetto del terzo atto. Mai un suono a fuoco e spesso spaventosamente calante: complici le stimbrature di Tézier, la sequenza più deprimente della serata. Per farla breve, la signora D’Intino ha preso l’interpretazione del personaggio franco ed estroverso della principessa d’Eboli come l’anticamera (le prove?) alla Santa “malapasqua” ambrosiana della prossima stagione, sempre che non le tocchi l’agognata suocera. In fondo, da Luciana a Lucia, via Francofonte, la strada è breve.
Mi rendo conto che sia poco educato prendersela con il comprimariato considerati i tempi di vacche magre per i ruoli protagonisti, ma sul Tebaldo di Elisa Cenni posso dire che in alto lancia acuti alla “viva il parroco” che se dovessi definire acidi passerei per buonista, mentre la “voce dal cielo” di Olivia Doray non ha davvero nulla a che fare con il canto.
La direzione di Carlo Rizzi è stata all’insegna della durezza, in particolare in apertura. Nessuna sfumatura, solo suoni secchi. Si riprende per l’accompagnamento alla canzone del velo, in cui riesce ad imprimere al momento una giusta leggerezza esotica. “Soavità” che purtroppo trascina fino all’autodafè, laddove invece ci sarebbe poco da star tranquilli...

Una nota di colore. Durante il primo dei due intervalli, un signorotto piuttosto saccente ha sbottato: “Ciò che determina la riuscita dello spettacolo non sono tanto le voci, ma la scenografia, i costumi…!” Forse un nostalgico del grand-opéra deluso dalla versione italiana? Vox populi, vox Dei, si diceva una volta! I bei tempi in cui onoravo i palcoscenici rossiniani con la mia cara sorella Barbara! Dico “una volta” perché oggi, almeno per una signora un po’ in là con l’età, mi sembra che l’esperienza e la logica popolare abbiano abdicato a quel ruolo regolatore di verità a cui la locuzione rimanda. E va da sé che quel che rimane è il solito precipitato di vocazione onnivora ed esaltazione mariana. L’ho detto ora, una volta per tutte, perché da buona piemontese vorrei fugare certe scomode e logore (anche per me!) dicerie sulle mie origini geografiche. Questo per dire che potrei peccare di deficit di cortesia ma, come sarebbe capace di replicare il mio compagno di leva Benoit, falsa, proprio falsa, no e poi no!

Carlotta



Gli ascolti

Verdi - Don Carlo


Atto III

Sei tu, bella adorata - Dino Borgioli, Ebe Stignani & Richard Bonelli (1938)

Atto IV

Ove son?...Dormirò sol nel manto mio regal - Pol Plançon (1907)

Per me giunto è il dì supremo - Sesto Bruscantini (1967)

Atto V

Tu che le vanità - Sena Jurinac (1960)

E' dessa - Bruno Prevedi & Rita Orlandi-Malaspina (1968)



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venerdì 18 settembre 2009

Interviste ed insulti: la pretesa di essere applauditi

Il Corriere della Sera del 16 settembre ha pubblicato, sulla pagina dedicata alle recensioni musicali, un'intervista al maestro Daniele Gatti dal polemico titolo "I grandi cantanti evitano la Scala e la colpa è dei soliti contestatori".
Pochi giorni prima, a firma Mattioli sulla Stampa, era comparsa un'intervista a Cecilia Bartoli, che, pubblicizzando l'imminente uscita del recital Sacrificium e più ancora il debutto in Norma, non perdeva l'usata occasione di polemizzare sull'assenza propria e di altri divi dai teatri italiani e sull'ignoranza, presunzione e astoricità sempre del pubblico del paese del melodramma.
E sono solo gli ultimi atti dell'insulto costante cui il pubblico è fatto oggetto da parte degli addetti ai lavori.

Sopratutto l'intervista a Daniele Gatti invita a due riflessioni.
La prima contingente e, forse, di minor respiro ovvero replicare all'assioma enunciato nel titolo, la seconda più profonda dell'attuale rapporto palcoscenico-pubblico.
Quanto alla prima è vecchia e scontata. Da sempre cantanti famosi, che non è, oggi sopratutto, sinonimo di grandi, non frequentano i teatri di un certo paese. La disamina della carriere di una Galli Curci, una Tetrazzini e Caruso, post 1904, conferma l'assunto. Caruso lo fece, ufficialmente a seguito delle riprovazioni del pubblico napoletano verso il suo Nemorino e l'unica successiva apparizione del 1915 a Milano (al Dal Verme, però, non alla Scala) tutto fu fuorchè un plebiscitario successo. Ed in tempi più recenti se una grande come Eleanor Steber ebbe pochissimo seguito in Italia, per contro la carriera americana della Callas non fu quello che gli anglosassoni chiamano "a bed of roses". L'una rimase regina del Met, l'altra della Scala. Ed ho citato cinque cantanti di levatura assolutamente storica. Poi qualcuno, more solito, discuterà e proporrà distinguo.
I motivi di oggi sono quelli di allora. Simpatie, antipatie, interesse e disinteresse , cultura ed ignoranza di direttori d'orchestra ed artistici, potenza o incapacità di agenti, tresche di colleghi e colleghe rivali, comunanze o discordanze di religione, inclinazioni sessuali, razze, favori prestati o rifiutati.
Con buona pace del maestro Gatti l'elenco delle ragioni è ben più variegato di quello espresso dall'intervistato, probabilmente ancora ustionato dall'esito del recente Don Carlo.
Non solo, ma tutti i latori delle ragioni sopra elencate (prive della pretesa di essere esaustive) hanno in assoluto disprezzo del pubblico proposto ed imposto protetti e protette in dosi massicce e, oggi, senza alcun buon gusto e buon senso, la cui mancanza ha cagionato ai protetti, incorsi in incidenti di percorso in questo od in quel teatro. Massime alla Scala, sia pure con parsimonia rispetto ad un passato recente.
Figurarsi se il pubblicò esaltò e fischiò al tempo stesso fuoriclasse come Pavarotti, la Verrett o la Caballé, si possa porre dei problemi a trasformare ogni recite di un soprano, che sostituì per ragioni extrartistiche la riconosciuta specialista rossiniana, in autentiche salite al Monte Calvario.
Ma ed entriamo nel secondo e più profondo aspetto di riflessione che queste ed altre interviste stimolano ovvero il rapporto con il pubblico. I cantanti di un tempo, capitanati da una Tebaldi o da una Callas, hanno sempre riconosciuto principio irrinunciabile il rispetto per il pubblico, che premia e punisce, "atterra e suscita" e, quindi, che esige il massimo sforzo, la massima preparazione, quello che, con melodrammatica semplicità, le dive del verismo definivano "dare tutta me stessa".
Lo sapevano anche gli addetti ai lavori, attenti ed oculati nel proporre sul titolo meno rischioso l'imposto o l'imposta di turno o nell'innestare opportune retromarce.
La dirigenza scaligera, a seguito delle recriminazioni di Giacomo Lauri Volpi, atteso divo, che minacciava il forfait, sollevò dal ruolo di Gilda nel Rigoletto il soprano Pierisa Giri, la "Petacci" di Starace dallo stesso imposta. Negli anni Cinquanta la signora Legge, ossia la signora EMI, limitò presenza e repertorio a titoli sicuri, non pretese Traviate e Tosche o Bohème, come accadrebbe oggi, quando innanzi lo sfascio della imposta scelta si indicherebbe unica causa cattiveria, ignoranza, mania di protagonismo del pubblico. Loggione in primis. Troppo comodo, come è troppo comodo tacere, ad onta del fatto che tutti sappiamo per quale motivo una scritturata protagonista di Aida, cantante solidissima e di cospicua carriera internazionale, sparisca dal cartellone ove, invece, permane la deuteragonista, che vociferante e rozza, viene protestata dal pubblico e non già da chi, direttore d'orchestra e direttore artistico, dovrebbe provvedervi e per rispetto al pubblico e per giustificare la propria posizione.
Quest'ultimo aspetto rende doveroso rammentare a Daniele Gatti che irresponsabile potrebbe essere il tenore, che minaccia piazzate, quando rimosso (perché non ufficialmente protestato, oggi fa il soft non l'hard), ma che l'artista si trova in ottima e pari compagnia, perché è documentale che venne visto, sentito ed ascoltato, un paio di mesi prima dell'incriminato sette dicembre, da direttore e dirigenza, recatisi in Zurigo per il di lui debutto nel title role. E per spirito di completezza erano mesi che tutti i fori operistici, anche quelli che praticano buonismo e tolleranza, sollevavano documentati dubbi circa la possibilità di esito soddisfacente di quella scelta basandosi, fra l'altro, su un difficoltoso Edgardo scaligero.
Certo che, poi, dichiarare e titolare che i cantanti non vengono perché il pubblico fischia è un atteggiamento quanto meno acritico ed irresponsabile.
E' l'atteggiamento connaturato in un mondo dove la carriera è propiziata e sostenuta per diritto ereditario, di religione, favori d'ogni sorta, potenza di agente e major discografica, pagine di pubblicità e di recensioni pubblicitarie, tavolate con il pubblico ed altro.

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sabato 20 dicembre 2008

Corrieri paralleli

Miei cari lettori,
il nostro beneamato Gilbert Louis Duprez mi invia ora, di suo pugno e penna ( d’oca, naturalmente ), una lettera che vi riporto integralmente, poiché riguarda alcune sue recenti ”composizioni” scritte, pubblicate dal nostro Corriere. Conoscete il temperamento del nostro Duprez, la sua grande suscettibilità d’artista e sommo tenore. Spero che anche voi avrete modo di consolarlo per la sua presente arrabbiatura.


Mia cara Giulia,
In codesti giorni successivi alla assai turbolenta prima scaligera, ho avuto la ventura di riprendere in mano – e leggere con maggiore attenzione – alcuni dei tanti “contributi” che la stampa nazionale ha dedicato all’opera di Verdi e all’inaugurazione di stagione del teatro milanese. Tra di essi, naturalmente, quello pubblicato dal Corriere della Sera proprio in data 7 dicembre 2008. Orbene, dopo le prime pagine dedicate a regista (ai nostri tempi non vi era un impiego siffatto, ricordi?), maestro concertatore, cantanti e passate edizioni, l’attenzione è stata catturata da un non breve articolo – a firma di Enrico Parola – intitolato “Le voci: prova corale e di divismo”, dedicato ai primi interpreti, agli aneddoti circa la formazione del cast e ai divi del passato (più o meno recente) che avrebbero lasciato il segno nell’interpretazione dei diversi ruoli. Iniziando la lettura – questa volta approfondita – certe frasi, certe espressioni, persino il modo di argomentare, avevano un che di familiare e di “già sentito”. “Ma questo è il Corriere della Sera o il Corriere della Grisi?” mi sono chiesto, non celando un piccato stupore. Infatti ho riconosciuto nell’articolo suddetto, ampie e consistenti “citazioni” (chiamiamole così…) dell’intervento a mia firma dedicato a Filippo II, e pubblicato il 17 novembre 2008: ben 20 giorni prima dello scritto sul quotidiano milanese! Appare coincidenza alquanto improbabile, infatti, che vengano utilizzate le medesime fonti, disposte nel medesimo ordine, con le stesse identiche parole (tutt’al più variate nella disposizione del predicato verbale o nella sostituzione – parca – con qualche sinonimo). Per non lasciare il discorso vago e imprecisato (e per fugare ogni sospetto di mala fede) voglio riportare alcuni esempi. Scrive il Corriere della Sera: “Attorno al ruolo dell’Inquisitore si sollevò una contesa tanto burrascosa da mettere a repentaglio la “prima” stessa: Jules-Bernard Belval si lamentò della brevità della parte, ritenendola indegna per un “primo basso” quale si considerava, e l’Opéra, usa alle bizze dei divi, cercò di conciliare le parti istituendo una commissione presieduta da Ambroise Thomas che avrebbe dovuto stabilire se quello dell’Inquisitore potesse essere considerato un ruolo principale. A quel punto fu Verdi a minacciare di ritirare l’opera, rifiutandosi di mettere sotto esame la sua musica. La direzione del teatro riuscì a raggiungere un compromesso sostituendo Belval con David, inizialmente scritturato come Monaco; caustico il commento del compositore sulle lungaggini della burocrazia francese: le tartarughe dell’Opéra discutono ventiquattr’ore per deciderese Faure o la Sass devono alzare il dito o tutta la mano”. Tale brano – sintetizzato e sfoltito – è del tutto analogo al seguente pubblicato dal nostro Corriere: “Il duetto con l’Inquisitore, però, finì per essere la causa di uno dei tanti momenti di tensione nel cast impiegato all’Opéra (le difficoltà incontrate da Verdi nella formazione e nella gestione della compagnia di canto, sono paradigmatiche per comprendere il grado di macchinosa burocratizzazione che aveva ormai assunto il teatro francese), tanto che si rischiò di doverlo eliminare dalla partitura o di modificarlo radicalmente (come altri brani, sempre a causa dei capricci degli interpreti). Per il ruolo dell’Inquisitore, infatti, venne scritturato Jules-Bernard Belval il quale rimase alquanto infastidito per la brevità della sua parte (circoscritta, in pratica, al solo duetto), a suo dire non degna di un primo basso quale lui era. Accusò, pertanto, il teatro di aver violato il contratto che prevedeva una parte principale, abbandonò le prove e fece causa alla direzione. L’Opéra – abituata ai capricci dei suoi cantanti – dovette correre ai ripari: istituì una commissione presieduta da Ambroise Thomas, con l’incarico di stabilire se il ruolo dell’Inquisitore potesse essere considerato una parte principale. Verdi si rifiutò di sottoporre la sua musica a suddetto esame e minacciò di ritirare l’opera. Dall’impasse se ne uscì con la sostituzione di Belval con David (scritturato inizialmente per la parte del Monaco). Tutto ciò con l’inevitabile perdita di tempo, tanto deprecata da Verdi (ma tanto consueta per l’assurda burocrazia parigina). Le “tartarughe dell’Opéra” scrive l’autore, che “discutono ventiquattr’ore per decidere se Faure o la Sasse etc., devono alzare il dito o tutta la mano”. Parole, espressioni, struttura, argomentare: identici. Prova provata è poi il fatto che il mio articolo riporta un errore (di cui chiedo venia), un’imprecisione: imprecisione ed errore che rimane identico sul Corriere della Sera. Il commento sulle “tartarughe dell’Opéra”, infatti, da me attribuito per sbaglio a Verdi, è in realtà contenuto in una lettera di Giuseppina Strepponi. Sulle fonti (come il saggio del Budden) l’informazione è corretta, ergo...il quotidiano non le ha neppure sfogliate! Altri brani, tuttavia, ricordano il Corriere della Grisi – anche se in modo meno esplicito. Quando parla del primo Filippo il Corriere della Sera scrive: “Louis-Henry Obin, già primo Procida, a quel tempo considerato il miglior basso francese, applaudito Don Giovanni, ma anche fine interprete della tradizione belcantista”. Il Nostro Corriere riporta: “Il ruolo di Filippo venne pensato da Verdi per il basso Louis-Henri Obin, che fu già il suo primo Procida. Obin, assunse, dopo la morte di Levasseur il ruolo di maggior basso francese e svolse la sua carriera nell’ambito del grand opéra: Meyerbeer, Halevy, Verdi (ma anche il Rossini del Moise). Si ricorda anche come grande Don Giovanni. La carriera e i ruoli interpretati, rivelano le caratteristiche vocali del cantante, e, di conseguenza, l’approccio al personaggio del tormentato Re di Spagna (così come disegnato da Verdi). Un basso nobile, controllato e misurato, fine dicitore e ancorato a certa tradizione belcantista e donizettiana, dal canto morbido e ricco di sfumature e di legato”. In realtà un’altra singolare coincidenza di pensiero, è stata riscontrata nel pezzo di Isotta relativo alle diverse versioni dell’opera, e che arrivava – in base agli stessi motivi – alle medesime conclusioni. Tuttavia in questo caso, l’onore di essere stati ispiratori della penna del critico musicale di punta del quotidiano milanese, supera la giusta delusione per non essere stati citati, neppure di sfuggita. Si trattava però, in quel caso, di mera “affinità elettiva” di ragionamenti, non di citazione (continuiamo a chiamarla così…) vera e propria. La questione dell’articolo di Parola, invece, è differente! Ma che succede? Perché rivolgersi ad un Corriere amatoriale di semplici appassionati, che non sono né musicisti né critici musicali per professione e che fanno tutt’altro nella vita?
Naturalmente se il Corriere della Sera necessita di collaboratori, dò fin da ora la mia disponibilità!!!

Vostro G.L.D.

Mio caro Duprez,
Voi vi fate prendere sempre dalla Vostra irruenza, proprio come quando cantavate. E forse il Vostro destino è proprio quello di chi, per farsi ascoltare ad ogni costo, (anche se sarebbe meglio dire “squillare”!), produce qualcosa di specialmente bello, destinato ad essere …..emulato. Fu così anche col Vostro do di petto, non Vi ricordate? Avete forse scordato l’ira che causava in Voi ogni tenore che si producesse in quella nota così prepotente, senza potervi stare al fianco nel resto? Pretendevate di averla inventata, ma anche di rimanerne il proprietario nel tempo a venire….davvero una follia da tenore!
Suvvia, che volete che sia se una penna sconosciuta si appoggia al celebrato e celeberrimo Gilbert Louis Duprez ? Chi vi è di più autorevole di Voi, che Vi trovavate proprio là, in sala, all’Operà quando si allestì quel…pasticcio malcantato? Eravate così curioso e speranzoso che quel Verdi si inventasse qualcosa che potesse ancora eccitarvi, anche solo un’aria che poi avreste finito per cantare per gli amici Vostri, nel salotto di casa e alla Vostra età, che non mancaste una prova sola! A mio avviso si tratta solo di un semplice caso di oggettiva autorevolezza e perfezione intangibile del Vostro scritto.

Eppoi quest’altra follia di proporVi quale collaboratore!! Ma, insomma, dopo tanti e tanti anni, avete ancora la velleità di voler stare in prima fila, di voler primeggiare, di pretendere di porre il nome Vostro sulla pagina di un moderno giornale, per poi trovarvi nelle pastoie burocratiche del giorno d’oggi. Come pensate che potreste mai farVi pagare, o pagare le tasse, o quella strana cosa che mi pare chiamino” contributi ” ?? Vorrei davvero vederVi, l’ombra centenaria di un tenore famosissimo, ad un pubblico sportello! A spiegar loro che avete 200 anni, siete defunto eppure presente….un’altra delle Vostre follie “alla Duprez”.
Eh, mio caro Gilbert Louis, noi creammo il Corriere della Grisi ispirandoci, pel nome, non solo al più grande moderno giornale italiano. Certo, artisti straordinari come noi meritavano un titolo altrettanto straordinario in cima ai loro nomi, come era nelle locandine di quando cantavamo. Ma parimenti ci piaceva ammiccare al clima di sereno divertimento che pervade il Corriere dei Piccoli, ingenuo divertissment per bambini, e ricordarci dei Corrieri dei tempi nostri, molti dei quali passavano la vita ad affannarsi in groppa ad un cavallo, per portar celermente novità e notizie. Eppure lo sappiamo bene che è solo un gioco; solo il divertimento di alcuni vecchi, antichi amici che, sedendo serenamente nella leggenda del canto, ogni tanto guardano giù, verso questo povero mondo dell’opera, così….bistrattato e malridotto. A questo punto, però, mi par che accada come quando, per gioco, si canticchiava tra amici, per allietare gli ospiti di un dopo cena: ci applaudivano anche lì, vi ricordate?, anche solo per aver accennato un’arietta da salotto. Accade solo questo, mio caro Duprez, che un’artista resta un’artista anche quando scherza, come ben diceva l’amico Gioachino. E sebbene noi scribacchiamo sul nostro Corriere solo per divertirci un poco e romper la noia della vecchiaia, non pensando di certo allo “scrivere” ufficiale, è pur vero che anche in questo seguitiamo nel nostro destino d’artisti sommi ……….a far successo!

Vostra affezionata e da sempre grande estimatrice
G.G.

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domenica 14 dicembre 2008

Don Carlo alla Scala, secondo cast

Eccoci al secondo cast di questo don Carlo scaligero. Secondo cast con la permanenza di Stuart Neill in quanto pare che non sia ancora stato reperito un idoneo protagonista.

Oltre al protagonista immutato il direttore che una rimpolpata, addestrata e ben distruita compagnia di plauditores ha sorretto, guidato e sostenuto nei punti topici della rappresentazione, ossia alle singole entrate di atto, costate molto al direttore la sera di Sant'Ambrogio.
Ma questo è stato l'unico sostegno della serata giacchè la bacchetta non ne ha offerto punto al palcoscenico.
In buca abbiamo sentito un suono brutto nelle grandi introduzioni, fossero il convento di San Giusto al primo o al quarto atto, il giardino della regina al secondo per tacere dei clangori e degli scollamenti al quadro di Nostra Donna di Atocha. Le discutibili idee circa tempi come il lentissimo velo, che talvolta riesce ad essere fragoroso alle introduzioni, l'altrettanto lenta sezione centrale del duetto conclusivo fra gli infelici amanti e lo strepito del terzetto Eboli-Posa-Carlo creano oltretutto serie difficoltà ai cantanti che per certo non sono folgori e tecnicamente provveduti.
Per cui il protagonista ha continuato con suoni falsettanti o spinti senza una autentica dinamica e con una zona medio alta che suona spinta e dura.
Anna Smirnova, uno dei mezzi oggi in carriera che sembra promettente in una parte di soprano Falcon ha dimostrato di essere un soprano che, siccome non sa cantare esibisce sono gutturali e cavernosi in basso (senza essere l'Obraztsova, ma su quella falsariga) centri piuttosto vuoti o meglio da soprano e acuti che sarebbero anche penetranti ed ampi se non fossero spinti. Se la signora avesse la voglia e la costanza di mettersi all'opera a lavorare sulla prima ottava della propria voce sarebbe un interessante soprano drammatico. Il soprano drammatico a differenza di quanto si crede non è affatto sparito. Semplicemente deve essere cercato e "costruito".
Quanto a Micaela Carosi porta il nome di un personaggio e di una parte che sarebbe assai consona ai suoi mezzi di soprano lirico. Il fatto che in natura la signora abbia un po' di volume non significa che sia destinata al Verdi pesante o alla Tosca. Infatti la voce oltretutto gravata di una scrittura centrale esibisce suoni fissi in zona di passaggio e spesso malsicuri (tre o quattro filature che la signora ha tentato si sono irrimediabilmente spezzate come logica conseguenza di una voce che cerca un volume che non c'è e una proiezione che manca). Non solo ma spesso è risultata anche calante quando canta piano. I famosi "pianini" delle imitatrici di Montserrat Caballé.
Inutile precisare che l'interprete confonde abulia, apatia e accento inerte con distacco e regalità. Anche qui sarebbe servito un acconcio supporto, quel supporto per offrire il quale direttore e regista vengono scritturati e lautamente retribuiti.
L'Inquisitore è sempre quello fisso, ululante e stomacale del signor Kotscherga. Vergogna!!!
Siccome abbiamo rilevato che le due voci femminili sarebbero in natura quel che non sono non possiamo che ripetere la storia anche per il signor Thomas Johannes Mayer che sarebbe un tenore o probabilmente un baritono molto più chiaro di quanto non sembri inscurendo e bitumando la voce, tanto che arrivato, nella perorazione del secondo quadro al primo atto alla frase "che vi riveda" si strozza letteralmente.
Il migliore in questo campo non certo di gloria è stato Matti Salminen e questo la dice lunga perchè il signor Salminen l'anno passato fu un Re Marke pesante e greve.
Non è stato un Filippo encomiabile, ma salvo un paio di fa e fa diesis ("Dunque il trono" all'incontro con l'Inquisitore) fissi e con intonazioni a scivolo di autentica marca tedesca e un legato non di altissima scuola nella grande aria del terzo atto è stato vario e misurato, preferendo un canto di limitato volume (ma la voce corre) e di inflessioni come il dialogo, che la forma di espressione dell'infelice re impone.
Almeno questo in un pomeriggio dove la noia è stata non poca.


Gli ascolti

Verdi - Don Carlo


Atto I

Carlo il Sommo Imperatore - Maurizio Mazzieri (1973)

Io l'ho perduta! - Joao Gibin (1964)

E' lui! Desso! L'Infante! - Nicola Martinucci & Matteo Manuguerra (1978)

Nel giardin del bello - Tatiana Troyanos (1986)

Io vengo a domandar grazia - Zurab Andzhaparidzye & Tamara Milashkina (1965)

Restate!...O signor, di Fiandra arrivo...Osò lo sguardo tuo - Giorgio Tozzi & Nicolae Herlea (1964)

Atto II

A mezzanotte...V'è ignoto forse...Ed io che tremava - Antonio Ordonez, Giovanna Casolla & Paolo Coni (1988)

Scena dell'Autodafé - Boris Christoff, Luigi Ottolini, Margherita Roberti, Ettore Bastianini, Mario Carlin, Donatella Rosa, dir. Mario Rossi (1961)

Il dì spuntò...Volate verso il ciel - Lucine Amara (1950)

Atto III

Ella giammai m'amò - Bonaldo Giaiotti (1985)

Il Grand'Inquisitor! - Martti Talvela & Michael Langdon (1973)

O don fatale - Mirella Parutto (1965)

Per me giunto è il dì supremo...O Carlo ascolta - Paolo Silveri (con Richard Tucker - 1952)

Atto IV

Tu che le vanità - Margherita Roberti (1961)

E' dessa! - Gianfranco Cecchele & Susanne Sarroca (1965)

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mercoledì 10 dicembre 2008

Scala, Sant'Ambrogio, fischi: la storia continua.

Qualche riflessione sugli avvenimenti che hanno preceduto e seguito il Sant’Ambrogio 2008, prima della seconda recita, che potrebbe finire come la seconda dell’Aida, che inaugurò la stagione 2006-’07 oppure senza incidenti di percorso da consentire ai quotidiani dell’11 dicembre la proclamazione di un trionfo storico ed epocale per tutti , Daniele Gatti in testa.

E se non succederà qualche cosa di strano sarà quest’ultima la scelta, perché abbiamo già letto il tentativo di imputare a pochi facinorosi, ovvero i prezzolati sicari dell’escluso protagonista la cagione dei fischi che hanno subissato soprattutto il direttore la serata del 7 dicembre.
Ritornerà tutto come prima. E nessuno rifletterà su quanto accaduto in teatro. Male! perché i fatti di questi ultimi giorni, a nostro avviso, sarebbero essenziali per trarre conclusioni e proponimenti.
Il primo, evitare di andar dicendo che una ventina di plauditores del tenore sarebbero gli artefici dei fischi, perché affermarlo significa dire, tenuto conto che la sostituzione è avvenuta quando non era più possibile mettersi in coda per gli ingressi, che venti biglietti sono stati sottratti alla vendita ufficiale e girati per esaudire una richiesta contraria alle norme che, ci illudiamo, regolano la vendita dei biglietti
Ciò premesso, questa volta concordiamo con la firma ufficiale del Corriere della Sera che, ieri, chiariva come quel proluvio di fischi non potesse, per forza maggiore, esser stato organizzato dall’escluso protagonista. Per la prima volta, e con stupore, sentiamo una verità da un rostro, che fu sempre il difensore di fiducia del teatro milanese, precipue del suo passato direttore principale Maestro Riccardo Muti.
Andar dicendo che il tenore escluso e invitato a farsi da parte, ma non ufficialmente protestato, sarebbe l’organizzatore della bagarre è una scusa pilatesca per assolvere la coscienza a chi, arrivato sino alla generale con quel tenore, poi lo ha scaricato, sperando di frustare la sella per risparmiare il cavallo.
Sbagliato sia da parte del tenore che da parte dei suoi, sino al 6 dicembre, mentori.
Sbagliato da parte del sig Filianoti rilasciare interviste fra il pietistico e il furente, prive solo dell’operistico anatema, dopo aver arringato in maniera ora lecita ora censurabile il pubblico, i componenti di blogs, ricercato incontri, favori e misericordia dopo un men che mediocre Edgardo e tutt’altro che esaltanti performances, tutte implacabilmente divulgate per canali assolutamente ufficiali.
Caro signor Filianoti, favori, sostegno ed affezione del pubblico non si propiziano con minacce e blandizie, ma con le proprie prestazioni in scena, con il riflettere sul perché la propria voce non giri più come un tempo e non scrivendo lettere che, solo per buon gusto, non abbiamo pubblicato, pur potendolo in quanto destinatari delle stesse. Una sua collega quarantaquattro anni or sono, solennemente riprovata dal pubblico della Scala, in tutte le interviste ha sempre ribadito di aver tratto maggior profitto per la propria professionalità e carriera da quell’insuccesso che da centinaia di successi.
Ma questo in una vicenda triste e squallida sarebbe il minor male e l’aspetto meno interessante. Ciascuno di noi ha il carattere che ha e la reazione che più gli sorge spontanea e poi, francamente, chiunque avrebbe diffidato degli amicali avvertimenti di chi non solo ti ha scrittura, ma ti è anche venuto ad ascoltare al debutto nello stesso titolo in Zurigo tre mesi or sono, ti ha fatto provare per un mese e, poi, nel dubbio, che possa andar male l’agognata prima, consigliato di startene a casa per ripresentarti, diciamo alla terza recita, una volta ufficialmente riacquistata la mai persa salute, ossia, più prosaicamente, cessato il pericolo fischiatori di Sant’Ambrogio (leggi: figuraccia in mondovisione). Anche perché non occorre né esperienza personale né fantasia per immaginare che il lasso di tempo dal 7 al 14 dicembre sarebbe stato quello idoneo per reperire il secondo Don Carlo, dopo la promozione del secondo a primo. E quindi, per il povero signor Giuseppe Filianoti, al danno la beffa. Sicchè per certi versi non possiamo che approvare le scelte del “licenziato” protagonista. Dobbiamo però consigliargli di risparmiare il tempo nelle sedute telefoniche o via internet alla ricerca della captatio benevolentiae, privilegiando l’ascolto di tenori quali Pertile, Tucker e magari Mc Cormack.

La verità è che il licenziamento spetterebbe, più che al protagonista, a chi, a suo tempo, ha operato la scelta, offrendo prova di non saper adempiere l’incarico conferitogli. E qui con riferimento non solo al protagonista, ma tutto o quasi il cast di questo Don Carlos . Per tacere della cosiddetta parte visiva.
Che sia epoca di “vacche magre” non è neppure il caso di dirlo, tanto l’assunto, ripetuto esce dalle orecchie; ma un po’ di oculetezza e di capacità professionale è caratteristica che si impone sia per chi faccia il direttore da opera e, magari ambisca al ruolo vacante di direttore stabile, sia in chi, istituzionalmente, presso il teatro milanese venga qualificato come “responsabile delle compagnie di canto”. Il nome del primo troneggia in locandina, quello del secondo nell’organigramma del teatro, stampato o reperibile via internet, con la propria esplicita qualifica professionale.
Senso di responsabilità e professionalità, per non usare altra più plebea, ma efficacissima espressione, ossia “avere le palle”, avrebbe imposto di presentare il prescelto al pubblico soffrendone l’eventuale riprovazione.
Il fischio è una delle manifestazioni cui da sempre ha diritto il pubblico, che acquista con il biglietto questo suo, proprio, esclusivo diritto.
Suo proprio esclusivo diritto che carriere di cantanti e direttori pianificate a tavolino e non costruite sulle tavole del palcoscenico vogliono sottrarre al pubblico.
Anni or sono la Scala, e la sua dirigenza prona alle case discografiche “ammalò” la titolare di un ruolo protagonistico per mandare in scena il soprano prescelto, ufficialmente per il secondo cast. Fu una vigliaccata ben peggiore di quella patita da Giuseppe Filianoti, anche perché l’esclusa era la miglior interprete di quel repertorio e allo zenith della propria parabola artistica il pubblicò la “sgamò” e premiò l’imposto soprano con commentini e fischi per l’intero arco della serata. E siccome il pubblico, piaccia o non piaccia, ha molto più buon senso, orecchio ed onestà dei deputati alle scelte e della critica, la nostra imposta patì in ogni sua esibizione nel teatro milanese. Se volete, decorsi già ventun anni si potrebbero anche fare anche i nomi dei due soprani, oggi entrambe ritirate dalle scene. Scontato quello del direttore.
Direttore che, schiariamoci subito, ha creato con il proprio manipolo di fedelissimi, oltre al "totocantante" , il terrore da fischio. Perché, è ovvio, il fischio intacca il mito l’immacolata gloria del direttore senza macchia, dell’uomo dalle mille serate e dai mille ed uno successi.
Ignora il nostro ed il suo entourage che grandissimi direttori d’orchestra (in primis Arturo Toscanini direttore di Forza del destino nel 1909 in Scala, von Karajan in Traviata anno 1964, ma in tempi recenti Gavazzeni, Abbado, Maazel) sono stati fischiati in una produzione per essere, poi, issati sugli scudi in quella successiva. Ancor di più con riferimento ai cantati: le solite Callas e Tebaldi,i più recenti Pavarotti e Caballè. Adorati dal pubblico scaligero, ma, talora, contestati e che dalla fischiata non hanno avuto nocumento alcuno per la loro splendida carriera.
Due elementi poi emergono da questa vicenda:
La fobia da fischio e la spasmodica battaglia per minimizzarlo, limitarlo e deriderlo (ossia far intendere allo spettatore che lui non conta niente) è una delle tante deviazioni che oggi affliggono il melodramma e la mancanza, nel teatro milanese di ruoli e, quindi, responsabilità certe ed inequivocabili delle scelte proposte in palcoscenico.
Per minimizzare e irridere le intemperanze del pubblico si ricorre ormai ad una critica che ha omesso e dimenticato che il proprio solo compito sia quello di offrire criteri certi ed oggettivi al pubblico ed agli addetti ai lavori (soprattutto quei giovani che in varia veste e titolo si affacciano alla carriera artistica) preferendo il political correct nelle migliori ipotesi, la piaggeria nella maggior parte. In questo modo non si contribuisce a creare, forse si salva oggi il salvabile ma si distrugge per generazioni. La damnatio memoriae di grandi direttori di orchestra, eccellenti cantanti cui tutti i giorni assistiamo utilizzando tutti i media possibili sono tristi immagini di come si sia ridotta la critica. Obliano i critici di oggi che la firma della pagina dello spettacolo scaligera nell’era Callas –Franco Abbiati- mai conobbe la signora Meneghini Callas e che mai l’allora soprintendente avrebbe osato fare pressioni sulla proprietà del massimo quotidiano milanese per la scelta del critico musicale, consigliando i nomi di chi era “vicino“ al teatro.
Con riferimento al dovere di assumere le proprie responsabilità, non può tacersi lo smembramento in tanti rivoli delle due cariche istituzionali del teatro, Soprintendente e Direttore Artistico, il primo quale responsabile della gestione economica l’altro dell’artistica. Figure non riassumibili nello stesso soggetto, per le peculiari caratteristiche richieste, pena, come accade oggi in Scala, l’appalto ad altri soggetti di una parte delle prerogative professionali e la contrastante frammentazione delle responsabilità. Ma anche questo deve essere detto: esso è l’eredità del recente passato dove il direttore principale, che si arrogava la prorogativa di Direttore Artistico dei soli propri spettacoli, mal sopportava la presenza di un vero Direttore Artistico, sicchè la figura veniva assolta da vari soggetti, Soprintendente in primis.
Ed è pleonastico dire che di questo recente passato dai sofisticati e sofistici equilibrismi il pubblico e l’arte e la memoria cultura unica del melodramma pagano uno scotto pesante come un macigno. Quel macigno che la critica ed il pubblico a la page sembra scorgere solo in un tenore della pletorica complessione del quale si sa solo dire: “ Ma come fa il soprano ad innamorarsi di lui!!!!!!!!!!!!!”.

dd & gg


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lunedì 8 dicembre 2008

La Scala inaugura con un grande autodafé: Don Carlo delude....come previsto!

Il Teatro alla Scala di Milano è giunto alla serata inaugurale del suo nuovo Don Carlo in un clima davvero simile a quello ....degli autodafè !
Sin dal primo annuncio, infatti, questo Don Carlo aveva suscitato, e mai come in questa occasione, incredulità e meraviglia, a causa delle scelte di casting, che erano suonate un po' a tutti in aperto contrasto con le leggi del canto, e, soprattutto,.. ..del buon senso!
Nessuna curiosità per i contenuti artistici serpeggiava nella Milano melomaniaca, quanto, piuttosto, una sorta di morbosa attesa, quasi una totoscomessa, per l'esito che i signori, impegnati in scena, avrebbero mai potuto sortire di fronte ad un pubblico sempre più stanco e deluso dal mondo del melodramma e dei suoi attori. Chiunque abbiamo incontrato per la strada in questi mesi postestivi non ha mancato l'interrogativo rituale: ma tu come credi che andrà a finire? Canteranno o non canteranno? Ce la faranno a passare?
Ecco, alla vigilia, ecco il coup de theatre ( i soli ormai che ci possiamo attendere dall'opera ) della sostituzione di Filianoti. Eppoi le interviste mattutine al tenore "ribelle" su tutta la grande stampa italiana.
Una vera noia, perchè quando l'arte è ridotta a questi argomenti soli, di certo non può più dirsi tale.

La Direzione del teatro ha tempestivamente scoperto, non so se proprio ieri o ier l'altro, che il protagonista prescelto non poteva essere mandato in scena senza rischi di sommosse da parte del pubblico. Tempestivamente, ossia dopo un anno di prestazioni più che criticate da parte del tenore in questione, due mesi di prove ( accompagnate da fughe di notizie a dir poco ferali ) ed una recita pubblica. In dirittura d'arrivo, le profonde convinzioni che avevano ispirato una delle scelte artistiche più assurde che si ricordino sono scemate e la paura ha prevalso ( perchè di paura e non di buon senso si tratta ): l'avvicendamento con il secondo protagonista, Stuart Neill, si è compiuta ieri.

Provvedimento scorretto per il modo e la tempistica, lesivo del cantante oltre le sue prestazioni specifiche e, di certo, non bastevole a sottrarre il teatro, ossia la Direzione Artistica, alle sue oggettive responsabilità. Non è sufficiente incolpare Filianoti, che, come ogni cantante, offre ciò che sa e può. Non vogliamo difendere il tenore, ma dire che così è troppo facile e comodo. Non si è credibili nel licenziarlo a fine corsa, dopo averlo avuto sotto mano ( ed orecchie !!! ) per due mesi, pergiunta dopo averlo scritturato in stagione anche per il prossimo Idomeneo. Una scelta non convinta, ma ultraconvinta direi, da parte del teatro! Una responsabilità oggettiva ed ineludibile, quindi. Inoltre, non è stata usata corretttezza nemmeno verso il sostituto, dato che ai giornali sono pervenute ( dall'ufficio stampa suppongo ) notizie come quel pubblicata su Repubblica online, in cui si affermava :"La Scala per tutto il giorno ha cercato invano un'alternativa a Neill, giudicato meno adatto per il suo fisico massiccio per la ripresa televisiva in mondovisione della Prima. Alla fine, però, la direzione ha preferito non rischiare"(http://milano.repubblica.it/dettaglio/Scala-cambia-a-sorpresa-linterprete-del-Don-Carlo/1558011). Altra dimostrazione della convinzione profonda che muove le scelte dei cast....!
Come se il problema di questo spettacolo fosse solo il tenore!!
Già, perchè è stata mera illusione pensare che bastasse, per salvare la qualità artistica della produzione, eliminare l'anello apparentemente più debole di tutto un cast mediocre.

Gli errori sono stati generalizzati e sostanziali, oltre la singola scelta di cast. La concezione iniziale di questo Don Carlo era del tutto infondata sul piano filologico ab origine e si è poi rivelata velleitaria al momento della sua realizzazione. Di quanto annunciato alla stampa è sopravvissuto il solo "Lacrymosa" del basso, mentre il duetto tra le due donne ad inizio atto secondo è finito tagliato via alle prove, riducendo a poco e niente la strombazzata "novità" di questa produzione. Una dimostrazione ulteriore, se ancora ve ne era bisogno, del non aver nulla di culturamente fondato da dire, sola peculiarità del nostro presente. Spettacoli come questi nascono senza sapere il perchè li si vuol allestire, pensando prima ai titoli in astratto, ma senza fare i conti con gli artisti realmente a disposizione oggi nel triste mercato delle voci, senza alcuna oculatezza e buon senso ( ossia capacità di valutazione delle cose ) e con una tragica, sconcertante assenza di idee e pensieri da parte di chi muove la barca, in questo caso, dopo l'input della Direzione Artistica, la coppia regista -direttore, che ha fallito su piano della gestione complessiva dello spettacolo.
Spazziamo via subito la solita questione in punto di allestimento. Qui, sotto ogni punto di vista, ci siamo trovati di fronte ad un'ennesima sagra della banalità, ultra déjà vue, oggi pseudo minimalista per motivi economici ( e questo ci và benissimo come concetto di fondo, anzi ), che ha funzionato poco o niente, non tanto perchè spoglia, quanto perchè....... insignificante. Prospettive centrali che parevano esercitazioni scolastiche di disegno prospettico; pavimenti in listone decolorato, pareti e sequenze tristissime di porte, anzi di brutti usci, visti già mille e mille volte, e che non ci dicono nulla, salvo il fatto che tutti questi registi tedeschi o tedescofili potranno in futuro, quando i teatri finalmente li licenzieranno, aprire magazzini edili. Il grande concertato sulla piazza di Nostra Dona de Atocha tutto schiacciato al proscenio senza un minimo di senso, i protagonisti tutti ammassati uno sull'altro con le guardie e i fiammighi, con la scena dell'autodafè che ancora una volta si colora di rosso, come già visto in altre produzioni. La variazione sul tema del cubo ove muore Posa, già del Macbeth o del Don Giovanni scaligeri. Un'eclettica contaminazione di produzioni recenti, che, fatto principale, non crea atmosfera, non suscita emozioni o pensieri, non evoca.....nulla. L'imperatore che entra da tutte le porticine e i pertugi più angusti come un servo( come dopo la morte di Posa ); l'inquisitore con il vestito bordato di pelliccia, come spetta ai Papi; Don Carlo che si rannicchia in posizione fetale sulla tomba nella scena finale; l'insistenza oltremodo insopportabile sull'idea dei bambini che accompagnano gli interpreti a simboleggiare l'ingenuità dell'infanzia. Nessuna regia, e, soprattutto, nessuna evocazione; nessun clima adatto all'opera; nessuna suggestione. Niente. L'inutile ed il brutto eretti a sistema. A noi, poveri vociomani retrò, poco importa di un teatro d'opera che muova dagli allestimenti: non siamo tanto intellettuali da poter capire, lo ammettiamo! Ma chi, negli ultimi trent'anni, ha anteposto gli allestimenti al canto si ritrova ora con un pugno di mosche in mano, ossia nel vuoto delle idee e con un teatro moderno che di fatto...non esiste, perchè incapace di funzionare. Gli allestimenti dovevano distrarci dalle magnagne delle compagnie di canto, l'idea originaria chiave era questa. Oggi questi allestimenti sortiscono l'effetto contrario, perchè deprimono lo spettacolo e mettono crudamente in primo piano il basso livello delle compagnie di canto medesime. Come stasera.
Se poi a questo si aggiunge una bacchetta incapace di una lettura pertinente al testo ed idonea al cast di cui dispone, ecco fatto il disastro. Ed il pubblico ha sottolineato da subito con durissimi dissensi, sin dal rientro dopo il primo intervallo, e, quindi, al successivo, la direzione incoerente, insensata ed oltremodo fracassona di Daniele Gatti. Quando leggemmo del cast, ad annuncio stagione, osservammo tra noi, che la bacchetta scelta non era molto adatta alla gestione di un'avventura simile. L'indaguatezza o i limiti di un cast possono essere ben gestita in certi autori ( come brillantemente fece l'anno passato Baremboim nel Tristan inaugurale ), ma è impresa assai impegnativa, da veri esperti direttori da opera, in un musicista come Verdi. Bisogna sacrificare parecchio delle proprie idee ed adeguarsi, come ci fece ben vedere Chailly nell'Aida ultima scorsa. Sempre alla ricerca di un lirismo estremo, di atmosfere tanto rarefatte da essere noiose o soporifere, Gatti ha dimenticato che occorre nerbo, sensualità, colore orchestrale da grande affresco storico. Il fracasso, i clangori della buca si sono alternati a momenti di lentezza esasperata o di vero.. silenzio. Momenti topici in negativo: il "terzettino dialogato" del primo atto tra Posa, Eboli ed Elisabetta, con un tempo troppo lento per il momento di conversazione oppure il duetto tra Filippo e Posa, di una mollezza incredibile, con l'orchestra incapace di sottolineare alcun momento ( e ce ne sarebbero infiniti...), alcuna frase dell'incontro di due giganti. Idem l'introduzione alla scena del giardino, o proprio il tanto decantato Lacrymosa, scentrato completamente per l'assenza di atmosfera. La Scena della piazza è apparsa anche poco provata, devo dirlo, con scarso affiatamento tra le trombe fuori scena e la buca. Il maestro ha chiesto raffinatezze assolute come le smorzature del Conte di Lerma o del Frate in apertura di opera, che son parse idee a dir poco micraniose di fronte alla mancanza di una visione generale e di "tenuta" di tutta l'opera. In compenso ha poi staccanto tempi troppo lenti per i cantanti al terzetto del giardino, alla canzone del velo, al duetto finale tra Carlo ed Elisabetta. Ma soprattutto ha mal concertato, dispensando un'orchestra o fracassone e pestacchiona, o molle e noiosa, e per questo motivo lo spettacolo non è riuscito a decollare. Un vero..autodafè! E la punizione per il maestro è stata durissima.

Il cast, non aiutato dall’allestimento e con una direzione che, di fatto, ha impedito allo spettacolo di decollare, è in parte andato oltre le funeste aspettative del gossip.
Su tutti, bravissimi e davvero commoventi, i 6 fiamminghi. Filippo Bettoschi, Davide Pelissero, Ernesto Panariello, Kahe Yun Lim, Alessandro Spina, Luciano Montanaro: bravi, bravi,bravi.
Stuart Neill, fisicamente impossibilitato ad essere scenicamente credibile, possiede una voce non bella, abbastanza grande, in parte artificiosamente ispessita. Gli acuti della parte gli riescono con facilità, ma sono ben lontani dall’essere squillanti. Il fraseggiatore è modesto, ma si sforza a tratti di dare forma al personaggio. Ripiega spesso su piani falsettanti ed indietro, come nell’aria di ingresso, e sfiora talvolta il bisbiglio ridicolo, come nel “Ma lassù ci vedremo..” al IV atto.
Ha svolto il suo compito di doppio ed è stato punito, a mio avviso, oltre il giusto dal loggione.

Fiorenza Cedolins era accreditata dal gossipp quale modesta Valois, di cui si dubitava la capacità di reggere la serata. Per parte nostra, la signora ci è apparsa……quella della Butterfly scaligera, forse con un filo meno di volume. La voce da Valois non la possiede, né l’ha mai posseduta nemmeno quando era una cantate nella pienezza dei suoi mezzi. La voce è piccola, adatta a Mimì piuttosto che a certa opera francese; il timbro non compromesso, almeno non stasera. Mancano però il volume e la cavata che la Valois richiede ( e credo anche gli acuti estremi, che qui però non sono scritti..).
Ha cercato di immascherare le note centrali, o, perlomeno, di simularne l’immascheramento, cantando sempre O ed U, parte permettendo, e ciò ha giovato rispetto alla voce incautamente spampanata esibita in Butterfly. Ha accentato bene a tratti, quando la tessitura glielo ha permesso, perché in zona grave è parsa anche verista, come nella fasi iniziali di “Un dì promessa” del duetto con Filippo. Si è difesa nella prima aria, “Non pianger mia compagna”, meglio nel “Tu che le vanità”, mentre improbabili sono parsi i pianissimi-falsetti di alcuni passaggi proprio dell’aria finale come del duetto finale col tenore. Non so quanto le qualità mostrate reggano sulla distanza. Una prova oltre le aspettative e di certo oltre un certo sciacallaggio di cui è vittima da un annetto in qua. E’ stata abbastanza applaudita, con svariati fischi sparsi in teatro.

Dalibor Jenis è un baritono non certo adatto a Verdi per dote vocale. Il mezzo di cui dispone è di volume modesto, privo di specifica qualità timbrica, abbastanza facile in alto. Spesso, però è nasale, oppure con la voce in bocca; il che da luogo ad una voce morchiosa, nella quale le durezze, per sua fortuna, finiscono per sentirsi poco rispetto a quanto si udirebbe in un voce più timbrata.
L’interprete è un po’”selvatico” sul piano scenico, più giovanile che nobile; gli manca del tutto l’allure del sontuoso ed elegantissimo baritono verdiano. Eleganza e linea di canto aristocratica sono necessari al personaggio di Posa, ma lontani dal buon Dalibor Jenis. Troppo grande il ruolo per lui; troppo piccola la voce per reggere la buca. Spinge nel duetto con Carlo; sopravvive alla scena con Filippo dove stenta ad imporsi; soccombe per manifesta inferiorità di voce nel terzetto del giardino come nel quartetto ( meglio in quest’ultimo, comunque); non dice nulla nella meravigliosa scena finale. In quest’ultima, poi, è stato spesso coperto dall’orchestra. Il pubblico lo ha applaudito con convinzione.

Dolora Zajick è stata la trionfatrice della serata, ad onta dell’età e di alcuni evidenti difetti vocali.
La signora, non più giovane, possiede un mezzo importante, ampio ed anche di bel timbro. La voce, però, ha ormai il caratteristico “buco” al centro, zona dove la cantante stenta a legare i suoni. Il registro acuto è a dir poco sfolgorante, mentre in basso canta solo di petto. E’ scesa ad evidenti compromessi nella “Canzone del velo”, in alcuni punti quasi accennata ( la coloratura in special modo); ha cantato la scena del giardino ora in modo straripante, di slancio, letteralmente sommergendo i due compagni di avventura, ora in modo difficoltoso, a causa di tempi troppo lenti in passi in cui la tessitura batteva là ove la voce ha il “buco”. Al “Don fatale”, però, ha cantato benissimo, con voce torrenziale : il do bemolle iniziale è arrivato enorme, sicuro, tenuto un ‘eternità. Ha cantato il resto dell’aria con vera dinamica, con numerosi piani e pianissimi. A meno del si bemolle finale, un po’ aperto, ha elettrizzato il pubblico, che le ha attribuito un grandissimo applauso alle singole. Il trionfo personale è suo.

Ferruccio Furlanetto da ben vent’anni veste i panni di Filippo II dall’ultima performance di Karajan. Non ha una voce né bella e né grande e, per giunta, non è mai stato un campione di raffinatezza e buon gusto, inclinando a quel gusto che, a torto, viene definito provinciale: nei momenti più drammatici, infatti, dispensa pacchianate veriste e gigionate da strapazzo come al duetto con l’Inquisitore e al successivo scontro con la moglie. L’ira di un re, per giunta da Grand Operà non è quella di compare Alfio. Peggio ancora il Lacrymosa: a prescindere dall’inopportunità di eseguirlo, non lo si deve fare quando il basso ha una voce dura, tubata e cavernosa in un brano che, al contrario, richiede rotondità e morbidezza. E’ un lamento sul cadavere di un uomo, un canto di dolore, non un bercia mento da piazza. Il pubblico, Dio sa perché, gli ha tributato una vera ovazione. Con qualche fischio, a cui mi associo in pieno.

Quanto poi al Grande Inquisitore del signor Kotscherga, è la più perfetta declinazione del latrato duro, fisso e gutturale applicato alla voce umana. E tacciamo delle sistematiche stonature sia in zona alta che bassa, un filo meno peggio al centro. Orrendo davvero. E il pubblico lo ha poco applaudito e parecchio sbuacchiato.

In conclusione: uno spettacolo sbagliato sotto molti punti di vista. Soprattutto con l’affaire Filianoti, che aveva tutto il diritto di comparire nell’arena dopo avere e a lungo provato, la Scala si è messa dalla parte del torto. Il cantante ha il diritto-dovere di sottoporsi al giudizio del pubblico, che può esser anche il più duro e feroce, ma l’uomo ha il diritto di essere rispettato.

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