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sabato 23 gennaio 2010

Idomeneo radiofonico dal Regio di Torino

L’Idomeneo torinese, che ieri sera mamma Rai ci ha consegnato a domicilio tramite il terzo canale radiofonico, conferma una diffusa tendenza in atto nel teatro d’opera: la liricizzazione di Mozart.
Già applicata, con esiti risibili quando non disastrosi, a Verdi e Wagner, la liricizzazione consiste, sulla carta, nella riscoperta dei segni dinamici e d’espressione presenti in partitura, che voci troppo corpose e poco attente alle finezze musicali avevano, in passato, più o meno consapevolmente ignorato. Di fatto liricizzare un’opera significa scritturare cantanti sottodimensionati rispetto ai rispettivi ruoli e quasi mai in grado, tecnicamente, di realizzare quanto previsto dall’autore.
Il fenomeno, applicato a Mozart, è relativamente recente. Ne abbiamo avuto un esempio qualche mese fa, con le Nozze di Figaro madrilene, in cui le voci della contessa, della cameriera e del paggio erano di fatto intercambiabili. Ora il Regio propone un Idomeneo, opera seria fra le più onerose per i cantanti, affidandolo a un cast cui starebbe largo il Matrimonio segreto. Che, per inciso, è opera non meno meritevole dell’Idomeneo di spazio e attenzione da parte dei nostri sempre un poco monotoni programmatori teatrali.
La liricizzazione del titolo era nell’aria fin dalla presentazione del cartellone. Elettra era stata affidata in prima battuta a Darina Takova, presto rimpiazzata da Annick Massis. La quale Massis ha preferito, verosimilmente dopo avere letto lo spartito, ripiegare sulla parte di Ilia, mentre Eva Mei, inizialmente chiamata a interpretare la principessa troiana, è stata riconvertita quale prole di Agamennone. In fondo i ruoli sono entrambi sopranili. Peccato che Elettra sia una parte in stile grande agitato, con più di un ricordo della declamazione in stile tragédie lyrique, e richieda, di conseguenza, un lirico spinto se non un drammatico tout court. Ma è chiaro che siffatto soprano, ammesso che si riuscisse a trovarlo, mal si adatterebbe alla liricizzazione del Salisburghese.
Il risultato di questa sapiente strategia organizzativa è che abbiamo udito una Ilia di voce magra e senescente, in affanno nel legato e con frequenti stonature in zona mi4-sol#4 (meglio, invece, i radi acuti, purché toccati in volata), e un’Elettra di identico peso e colore vocale, ben poco sonora nei gravi e provata, nel corso della serata, dalla pesantezza della parte, tanto da giungere stremata all'assolo conclusivo e ai suoi famigerati staccati. Un poco meno imbarazzante l’arietta del secondo atto, in cui però si è percepita la difficoltà nel cantare piano e legato in zona centrale.
Idomeneo richiederebbe un baritenore versato nel canto fiorito. Matthew Polenzani, che potrebbe essere un dignitoso Paolino, ha cercato maggiore sonorità aprendo i centri e “spingendo” senza posa. Il risultato è stato un Fuor del mar con agilità spappolate, esecuzione assai approssimativa, per non dire di peggio, dei trilli e frequenti cali d’intonazione, e un finale secondo in cui il personaggio si è trasformato in una sorta di Canio all’isola di Creta. Male anche il terzo atto, con nuovi effettacci paraveristi al quartetto e alla scena del mancato sacrificio.
Degno figlio di tanto genitore l’Idamante di Ruxandra Donose, anche lei con il centro bello aperto e gridacchiato, verosimilmente per conferire al personaggio una sfumatura viriloide di dubbio gusto. E anche lei in conflitto permanente con le agilità, tutto sommato elementari se le si raffronta a quelle rossiniane, cui la signora dovrebbe per consuetudine di repertorio essere avvezza.
L’Arbace di Alessandro Liberatore, cui è stata prudentemente tagliata la prima aria, ha dispensato in occasione della seconda un saggio di vocalità e stile non inferiore a quello del suo padrone.
Tomáš Netopil ha cercato di infondere un poco di vivacità allo spettacolo, privilegiando tempi anche troppo spediti – funzionali comunque alle voci a disposizione – e attuando generosi tagli: sono stati mutilati non solo i tanti recitativi secchi, ma anche gli intermezzi corali. Semplicemente soppresse l’ultima aria di Idamante e quella di Idomeneo, come del resto avveniva nelle esecuzioni di tradizione, e lo stesso vale per il balletto finale. Assai imprecisi e poco piacevoli a udirsi l’orchestra e il coro, spesso in décalage fra loro e rispetto ai solisti.
I commenti musicali che seguono, estesi anche ad altre opere mozartiane, costituiscono un piccolo spunto di riflessione sui progressi compiuti dall’arte lirica rispetto ai grami tempi, in cui non si avevano che poche e confuse idee su come affrontare l’opera seria settecentesca. A voi, come sempre, le conclusioni.


Gli ascolti

Mozart

Idomeneo


Atto I

Quando avran fine omai...Padre, germani, addio! - Margherita Rinaldi (1968)

Atto III

Oh smania! oh furie! oh disperata Elettra!...D'Oreste, d'Ajace - Gertrude Grob-Prandl (1950)

Lucio Silla

Atto I

Dalla sponda tenebrosa - Dora Gatta (1961)

La Clemenza di Tito

Atto II

Se all'impero, amici Dèi - Franco Bonisolli (1970)

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lunedì 1 settembre 2008

Glamour vs canto ?

In quello che riteniamo un blog interessante, anzi esemplare e molto comune in ideali, La Cieca( New York), ha riportato una intervista a Mr Matthew Horner, numero due della IMG, ossia di una delle più presenti e penetranti agenzie i cui rappresentati rispondono ai nomi di Renée Fleming Joyce DiDonato, Angelica Kirchschlager, Deborah Voigt, Barbara Frittoli, Angela Gheorghiou, Sandra Radvanosky, Svetla Vassileva, Lado Ataneli, Matthew Polenzani ( sino a poco fa Anna Netrebko ), ossia i cantanti che imperano al Met ed in altri pochi teatri quelli dei divi per intenderci.

Ove oggi per divi intendasi non certo opulente signore come Marilyn Horne, Montserrat Caballé, grandi voci e rigide attrici come Mirella Freni, granatieri al femminile coma Joan Sutherland, tenori con pose commendatorizie più che da consumati amatori come, appunto il commendator Carlo Bergonzi. Erano chi più chi meno seduttori ed amanti vocali, perche la seduzione fisica, insomma latitava. Anche se divi del passato come Gigli e Schipa, la cui avvenenza fisica era inversamente proporzionale a quella vocale, godevano fama di tombeur de femmes.
I divi della lirica di oggi sono prima di tutto bellissimi, anzi per utilizzare termini più pregnanti gnocche e fighi, possono reggere il confronto con quelli del cinema o della fiction, indossare biancheria intima in scena senza che compaia un filo di cellulite, un’ombra di plica cutanea. Manca solo l’esibizione di un addome a tartaruga, nutriamo fiducia nel bel Jonas Kaufmann.
Ebbene il sig. Horner spiega come si fa oggi carriera. Precisamente come si fa a far fare carriera oggi. Il sig. Horner conferma quanto detto poco tempo fa da una che la carriera l’ha fatta Joan Sutherland: “ io oggi non farei carriera”.
Spuntano termini come press agente, pr, sponsor, marketing. Non solo, poi, arrivano consigli come i rapporti (controllo, sarebbe più lecito tradurre ed interpretare) con la stampa, intesa come grandi quotidiani e, soprattutto, riviste specializzate. Inteso che deve esserci a fianco, alle spalle a “conforto e sostegno dell’ugola stanca” la casa discografica, che ogni anno sforni, con il sostegno di tutti quegli elementi che abbiamo sopra citato, il disco annuale. Disco annuale che, aggiungiamo noi, deve avere per marketing ormai consolidato, l’impronta di storicità e per il legame con un divo del passato remoto (che so Rubini, la Malibran) e deve essere salutato, anteriormente la pubblicazione come una innovazione pari all’avvento di Caruso o della Callas.
Poi fra le righe appare anche altro ossia che per fare carriera ci voglia anche la voce. Appare sempre, quale elemento accidentale, al testo dell’intervista che oggi non ci sono più voci per certe parti e che, forse, l’aspetto squisitamente specifico del cantante d’opera e che queste voci vanno ricercate anche sacrificando qualche cosa dell’aspetto esteriore.
Naturalmente tecnica, gusto applicazione allo studio, musicalità non compaiono nel vocabolario e, deduco nel pensiero di Mr Horner.
Sarebbe pretendere troppo da chi vive intriso ed auspice in un sistema che da vent’anni e più credo che la carriera di un soprano o di un tenore si fabbrichi a tavolino sulla base dell’avvenenza, del colore degli occhi, della linea.
E, però, già una minimale presa di coscienza, forse dettata dalla disperazione, perché oggi mettere insieme un cast per Forza del destino, opera di repertorio sino ai primi anni ottanta, è peggio che salire il K2. Presa di coscienza per certo tardiva, perché la macchina infernale messa in piedi da questi signori, ben differenti da agenti come il famoso Liduino Bonardi, ha distrutto o ridotto a ranghi assai sparuti il pubblico in grado di distinguere e riconoscere qualità proprie del cantante e di costruire carriere che nascano e non finiscano sul palcoscenico.
Siccome spes ultima dea non possiamo che auspicare soprani nei panni di Violetta e Mimì che rendano poco credibile la consunzione, ma rispettino dinamica ed agogica dell’autore, sfoggino instancabili, timbri sontuosi e tecniche scaltrite, tenori nei panni del giovane des Grieux, facciano pensare ad un abate bulimico per le pene d’amore, ma smorzino a meraviglia gli acuti del sogno, come è avvenuto almeno per cento anni con grande, incomparabile soddisfazione del pubblico, che altrove si rivolgeva se voleva una bella gnocca o un gran figo! Perdonate il turpiloquio!

Verdi - I vespri siciliani
Atto V - Mercé dilette amiche - Luisa Tetrazzini

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