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lunedì 2 maggio 2011

Valchirie berlinesi e metropolitane

Il 22 aprile è stato un giorno dedicato alla Valchiria wagneriana sia al Metropolitan di New York sia alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino – entrambe serate colme di cantanti e bacchette stellari. Vi proponiamo un’analisi dei due allestimenti.

Al Met la direzione è stata affidata al veterano James Levine che ha essenzialmente deluso per l’assenza di concentrazione drammatica e, spesso, di un’elementare nettezza di suono (i primi a tradire sono, come sempre, gli ottoni). Non è che il suo celebre primo Ring al Met fosse stato un capolavoro intoccabile di direzione wagneriana, ma stavolta il risultato sembra più che discreto.
Molto problematico anche il cast. Senza esitazione si può dire che il Wotan di Bryn Terfel è il peggiore fra i Wotan attualmente presenti sui palcoscenici. Voce ingolata e ormai anche molto invecchiata, in breve, una voce addirittura indurita nella gola, berciante ed abbaiante in ogni registro, brutale con il fraseggio. Questo Wotan che non ha niente di divino (e nemmeno di umano), sarebbe piuttosto adatto al ruolo di Alberich, perche la voce è da caratterista.
Quale padre tale figlia. Deborah Voigt nel suo debutto conferma ancora una volta di essere una cantante sostanzialmente “finita”. Urla e balla in acuto, è incerta nel resto della gamma e non possiede nemmeno delle risorse particolarmente drammatiche per compensare una vocalità dalla Strega del Hänsel und Gretel, nel suo inascoltabile “Hojotoho!” guarnita pure dai risi che invece di una giovane e gioconda valchiria sembravano la parodia delle valchirie fatta da Anna Russell.
Un poco meglio la Fricka di Stephanie Blythe. Eppure, nonostante che possieda una voce abbastanza importante, si dimostra assolutamente incapace di effettuare il passaggio fra il suo registro grave molto particolare (ma anche assomigliante ad una parodia dei gravi della Horne) ed il registro superiore che risulta piuttosto bianco e sovente poco sostenuto.
In quanto alla triade umana, il Hunding di Hans-Peter König suona composto sia vocalmente sia sul piano drammatico. La sua moglie, incarnata da Eva-Maria Westbroek, è stata annunciata malata ed ha dovuto essere sostituita nel secondo e terzo atto, ma la vocalità che la signora Westbroek ha dimostrata non solo il 22 aprile, quindi giorno del malessere fisico, ma anche in quello che sentiamo da una registrazione dell’anteprima, è, come nella maggior parte dei cantanti odierni, piuttosto un generale malessere vocale. Sentita dal vivo a Bayreuth nel 2009 quale Sieglinde ed all’inizio di 2010 quale Crisotemide a Bruxelles, si può affermare che la Westbroek possiede una voce da completo soprano spinto, di notevole ampiezza, dal timbro spontaneamente scuro e caloroso. In qualsiasi allestimento è quasi sempre stata la migliore nel campo, ma per la frequentazione di un repertorio molto pesante con premesse tecniche molto imperfette, il soprano olandese inizia ormai a dimostrare delle difficoltà che evocano dei dubbi anche sui suoi prossimi impegni, come ad esempio il suo debutto nel ruolo di Isotta in 2013… Pur avendo delle belle intenzioni ed uno strumento per realizzarle, il suo canto “emozionato” e poco coordinato la lascia stanca già alla fine del primo atto della Valchiria. Nel terzo, come dimostra la registrazione dell’anteprima, la Westbroek arriva completamente ballante e stonata alla scena con le valchirie. Gli acuti, sia alla prima sia all’anteprima, risultano privi di sicurezza e la mancanza di un'efficace coordinazione vocale è compensata da un canto pericolosamente spinto. Stridula ed urlante negli acuti pure la sua sostituita Margaret Jane Wray.
E’ in queste condizioni disastrose che il Siegmund del debuttante Jonas Kaufmann emerge come “l’evento vocale” della serata. Canta come canta sempre – ingolato, gemendo e singhiozzando sui primissimi acuti, sfalsettando subito quando tenta un piano – ma almeno dimostra di avere un minimo senso di fraseggio e di linea vocale. Di una voce adatta per Siegmund ha solo il timbro artificiosamente scurito, facendo credere il pubblico e forse anche lui stesso che sia un autentico tenore spinto invece di un lirico. E per questo la sua prestazione rimane sempre al confine col forzato e, a causa della permanente lotta con il peso vocale della parte, rende abbastanza monotono anche il personaggio.

Dall’altra parte dell’Atlantico il Maestro Scaligero Daniel Barenboim ha proposto al pubblico berlinese la Valchiria con cui aveva già aperto l’attuale stagione milanese. Trattandosi di una collaborazione del Teatro alla Scala e della Staatsoper unter den Linden, la regia è rimasta sempre la stessa, quella inutile ed inguardabile di Guy Cassiers, violentemente contestata alla prima berlinese. Sono rimasti identici anche due elementi del cast, ossia l’ormai irrinunciabile star wagneriano Simon O’Neill e la garbata Ekaterina Gubanova quale Fricka. Quest’ultima ci è apparsa meno solida del suo debutto alla Scala dove vocalmente era stata addirittura la migliore. Invece, Simon O’Neill, esibendosi stavolta nella piccola sala del Schillertheater (dove funziona da quasi un anno la Staatsoper per causa di restauri nel suo proprio edificio), non ha dovuto spingere tanto per farsi sentire come nell’ampia sala Piermarini. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso. O’Neill possiede la voce di un tenore caratterista, adattissima al ruolo di Mime, e finisce per essere grotesco quale Siegmund sia per il timbro chiaro e nasale-gutturale sia per la tecnica dilettantesca con cui affronta il repertorio.
Decisamente meglio la sua sorella, interpretata da Anja Kampe. Anche in questo caso le discrete dimensioni della sala hanno avuto un effetto positivo ed hanno messo a disposizione uno spazio adeguato ad una voce non grande e non proiettata. Il soprano italo-tedesco ha dimostrato delle belle intenzioni che ha anche saputo realizzare nei maggiori casi. Soprattutto nel duetto del primo atto ha fatto sentire delle inflessioni e piccole enfasi nel fraseggio che erano tanto più piacevoli che si trattava di inflessioni fatte con la voce e non con qualche trucco fuori vocalità. Eppure, si chiede che senso può avere per una voce di tale ampiezza sia di praticare un repertorio pesante come la signora Kampe lo pratica (da Lisa fino ad Isotta) sia di esibirsi addirittura con questo repertorio da soprano spinto e soprano drammatico in teatri tre e quattro volte più ampi del Schillertheater.
Inascoltabile il Hunding di Mikhail Petrenko – voce non da basso autentico, inutilmente aggressivo e con un insopportabile accento russo. Assolutamente inaccettabile la Brunnhilde di Irene Theorin per il cui “Hojotoho!” io personalmente non trovo parole. Urla senza eccezione ogni frase acuta (non urla neanche, come riusciva ad urlare “bene” una Gwyneth Jones) ed è spoggiata e piuttosto vuota nel centro ed in basso.
Una sorpresa positiva è stato invece il Wotan di Rene Pape che, tutto come gli altri cantanti della serata, ha trovato uno spazio di dimensioni adeguate per la sua voce piuttosto piccola e non secondata da una tecnica di proiezione. Mentre aveva dovuto permanentemente forzare nel Rheingold scaligero, rinunciando pure alla Valchiria inaugurale per motivi sicuramente ben diversi, e alla fine anche molto giusti, di una “malattia”, nella sala del Schillertheater ha avuto la possibilità di cantare liberamente un personaggio adatt(at)o alla sua vocalità. Il suo Wotan, pur non privo di qualche stonatura in acuto, è nel complesso risolto lirico e fraseggiato con nobiltà. E’ forse anche per l’esagerata liricizzazione del ruolo che il suo Wotan è rimasto una caratterizzazione piuttosto incompleta ed unilaterale. In ogni caso, è evidente che con il Wotan della Valchiria Rene Pape arriva ai limiti dei suoi mezzi e che lui lo si può permettere solo nelle condizioni cameristiche come al Schillertheater o nell’altrettanto piccola sala della Staatsoper.
Last but not least, Daniel Barenboim. Se alla Scala disponeva di un’orchestra con cui è riuscito di concertare una delle Valchirie più noiose, secche ed incoerenti, con la Berliner Staatskapelle – orchestra di riferimento per il repertorio operistico tedesco – si è trovato davanti ad un complesso che fa il suo lavoro anche “da solo”, un poco come i Wiener Philharmoniker. Facendo un primo atto abbastanza intenso, dal secondo in poi Barenboim non è più riuscito a produrre qualcosa di più di un mero allineamento generico di “bei passaggi” che non si lasciavano condensare in una forte linea drammatica.

Insomma, due serate parallele con direzioni piuttosto deludenti, dei cast per la maggior parte disastrosi e qualche positiva sorpresa vocale da due star maschili, proclamati dal marketing quale autentici miracoli, che pure con il loro lavoro rimangono lontani anni luce da qualsiasi prestazione di riferimento e restano colati all’etichetta tutt’altro che stellare e sensazionale, ossia la triste parola: “sufficiente”.





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mercoledì 22 settembre 2010

Mese verdiano XXII - Son giunta! Undicesima puntata: Deborah Voigt, Daniela Dessì, Norma Fantini

Sono Norma Fantini, Daniela Dessy e Deborah Voigt le ultime gran dame spagnole penitenti, principiate dall’impetuosa Gina Cigna, che arrivano all’immaginario convento della Madonna degli Angeli, che per un anno ha offerto motivo di riflessioni sul canto, sul personaggio e sulla vocalità verdiana del passato remoto, recente e del presente.
Sono i soprani, che, oggi, nei teatri del mondo si esibiscono nel repertorio verdiano.

La disamina delle loro esecuzioni offre l'opportunità di riflettere sui cambiamenti di gusto e di tecnica del canto. Voglio credere possa offrire elementi di riflessioni superiori alla sterile polemica a coloro che ci invitano a rinnegare il passato ed al tempo stessi a quelli che vorrebbero vedere le scene (tavole pittate, naturalmente) calcate da Rosa Ponselle piuttosto che Anita Cerquetti. Ognuno alla fine trarrà le proprie conclusioni.
Quando al convento arriva Deborah Voigt, accompagnata con energia dal maestro Noseda e destinata ad incontrare quel che resta della voce di Samuel Ramey, abbiamo la perfetta radiografia di una voce pronta per lo sfasciacarrozze. Basta sentire i suoni duri, spigolosi e privi di vibrazioni emessi sul fa di “son” o quelli ingolati e vuoti sul successivo sol di “giunta” per sincerarsi che riposo ed affetti familiari sarebbero la corretta attuale occupazione della cantante.
Quando, poi, arrivano le frasi orizzontali di “e mio fratel” insomma le medesime ove si spiegavano turgore ed opulenza vocale delle Cerquetti e Caniglia sentiamo una voce secca ed acida, che sa solo gridare. Stranamente in tutta la performance questa Leonora di Calatrava emette, sempre nel genere suoni stimbrati e di fibra, acuti decenti compreso il si nat, che chiude il recitativo di entrata.
Nell’aria per una voce in queste condizioni il direttore stacca, giustamente un tempo velocissimo, per evitare difficoltà e debiti di fiato; naturalmente cantante e direttore omettono il rispetto dei numerosi segni di espressione previsti da Verdi, segni che imporrebbero altra voce e soprattutto differente controllo del fiato. All’indicazione “con passione” che introduce il “deh non m’abbandonar” sarebbe opportuna la modifica “senza nessuna passione”, per rendere quel che viene eseguito. Quando arriva una frasetta medio alta “che come incenso ascendono a Dio sui firmamenti” ovvero il momento in cui Leonora comincia ad entrare nell’ottica della penitente e dove le solite Cerquetti, Stella e Ligabue profondevano tutta la pietosa retorica del caso sorge il dubbio che Mrs. Voigt non abbia capito il significato della frase o forse si trovi in difficoltà con il fiato e l'esigenza, non rispettata, delle due forcelle indicate dall'autore. Quando alla ripresa orchestrale, che coincide con la chiusa del brano “deh non m’abbandonar” Verdi indica “animando sempre più” la prescrizione è rispettata dalla sola orchestra: la cantante non riesce ad implementare ampiezza e volume e, persino, manca all’appuntamento con il piano e la smorzatura (questa di tradizione) del "pietà Signor”, che normalmente riesce anche a voci che di Leonora non hanno il tonnellaggio. Credo di ravvisare il motivo dell’omissione nel problema di individuare dove prendere fiato, ripresa che lo spartito, in effetti, non prevederebbe.
Le cosa non vanno certo meglio al duetto con il Guardiano che è, appunto, quel che avanza di Ramey, ballante e privo dell’ampiezza che canto e retorica verdiana della situazione scenica imporrebbero. Poi per la cronaca quando arrivano gli acuti possiamo anche verificare che è l’unico basso dopo Pinza, Pasero e Vaghi che sappia come emetterli.
Dirò subito, ripetendomi, che in tanta condizione vocale da ritiro la Voigt azzecca i si nat sparati della parte. Che siano, poi, suoni morbidi e rotondi proprio no, ma rispetto a quelli immediatamente precedenti ed alla ottava centrale vuota e da faringite cronica sembrano una meraviglia. Ovvio che le condizioni vocali della Voigt non consentano di rispettare l’indicazione di dolcissimo del “più tranquilla l’alma sento” o tutte le indicazioni di forcella e crescendo che dovrebbero condurre progressivamente la voce al fortissimo del secondo si nat “sua figlia”. Le difficoltà tecniche si trasformano (more solito) nell’inespressività della frase “ah si del ciel qui udii la voce”, che la cantante non riesce (e si tratta di omofonia) ad eseguire legata. Una voce priva di smalto, rotondità non può certo rendere per sola virtù di timbro e capacità di accento l’indicazione “sottovoce e misteriosamente”.
Quando alla chiusa del brano arriva una minima difficoltà vocale rappresentata dal “mi toglierà” conclusivo che prevede il passaggio della voce dal do 3 al la 4 per poi scendere al fa e l’indicazione “dolce poco rallentando e morendo” abbiamo un’esecuzione disastrosa e dilettantesca, tipica della cantante ormai priva e di dote vocale e di dote tecnica. E’ vero che per la prima volta in tutta la scena la Voigt si riscatta dicendo la frasetta “andiamo” che introduce la stretta. E’ proprio cercare il pelo nell’uovo a favore di una cantante, che trascina fra un urlo ed uno strillo la sezione conclusiva del duetto e che arrivata alla famosa Vergine degli Angeli, applaudita dal devoto pubblico del Met (ben diversa era devozione al rudere vocale di Zinka Milanov) rende felice l’ascoltatore che l’atto sia terminato e la penitente Leonora de Calatrava avviata alla volontaria espiazione.

La seconda penitente, che approda al convento virtuale è Daniela Dessy. I rapporti della signora Dessy con questo titolo verdiano sono stati limitatissimi. Anzi una sola recita nel teatro di limitae dimensioni di Montecarlo. Il soprano italiano ha avuto anche un rapporto occasionale con l’Amelia del Ballo in Maschera e la circostanza è assolutamente ovvia, atteso che la signora Dessy vero soprano da tardo Verdi, quello gagliardo per usare la terminologia di Giacomo Lauri-Volpi proprio non lo è. Il suo repertorio sarebbe stato quello, che in epoca di maggior disponibilità di cantanti e più ponderata scelte fu di Mafalda Favero. Non di più, anzi, qualche titolo pucciniano in meno. Invece oggi la Dessy è sistematicamente Tosca, Adriana, Francesca, occasionalmente Fedora, spesso Aida, sull’errato presupposto che la schiava etiope sia un lirico come Manon. Ha pagato questo repertorio pesante con acuti sempre progressivamente meno sicuri anche se, a differenza di molte colleghe, anche più giovani, conosce bene l’arte di destreggiarsi in ruoli al di sopra delle proprie possibilità tecniche e naturali.
Che si tratti di una Mimì neppure al massimo della freschezza vocale lo si percepisce dall’incipit il “son giunta” dove la cantante spinge per esibire il volume e l’ampiezza da soprano verdiano. Ma se il volume lo si può anche trovare e si riesce a rispettare il ff sul fa diesis di “cielo” è l’ampiezza del recitativo che è estranea alla Dessy, la quale spesso spinge, forza ed emette suoni aperti come accade sempre nel recitativo di ingresso. Che si tratti di una cantante che sappia come gestire l’accento è evidentissimo sul si nat che chiude il recitativo che è qualitativamente discreto e dove la Dessy, pur con una presa di fiato non prevista riesce anche nel tentativo di smorzare la nota. Nell’incipit dell’aria la voce suona un poco indietro ed ingolata e l’interprete, che non rispetta i copiosi segni di espressione, piatta. Credo che, in realtà sia in affanno per una scrittura vocale ed un peso orchestrale maggiori di quelli dei titoli congeniali, tanto è che quando cominciano le serie di “deh non m’abbandonar" la Dessy prende un paio di brutti fiati e se smorza emette suoni falsettanti. All’ultimo “pietà Signor” prima dell’ingresso del coro dei claustrali, però, canta piano e allora è colorita e varia e le riesce, pure, la frasetta “che come incenso ascendono”. Quando, però, alla chiusa dell’aria è irrinuciabile lo slancio si percepiscono su frasi medio alte suoni tesi (vedasi il “non ricuserà”) o addirittura lo sforzo del si bem di “pietà Signor”. Ovvio che il soprano da Manon sia, nonostante gli anni capace di smorzare come di tradizione il conclusivo “pietà Signor”, previa presa di fiato fuori ordinanza, peraltro.
Suonata la campana Daniela Dessy è accolta da uno sgraziatissimo Fra’ Melitone (Roberto de Candia), che imita maldestramente altro maldestro Frate Portinaio, ossia Bruno Praticò, con suoni malmessi, parlati, che fanno assurgere al rango di fini dicitori e stilisti persino Capecchi e Corena. Non è essere nostalgici, è sentirci!
Nel canto di conversazione la Dessy è proprio ispirata e nobile vedi “Mi manda il Padre Cleto”. Saper dire, quando la scrittura non comporta difficoltà, è una delle qualità del soprano bresciano in questa fase di carriera.
La vera ed assoluta disgrazia nella quale inciampa questa Leonora e che le dovrebbe consigliare altro romitaggio è lo sciagurato Padre Guardiano di Paata Burchalazde. Tutti i difetti che può avere l’esausta voce di un basso slavo, che canta nel basso ventre sono puntualmente presenti. E mi fermo, ma mi domando e giro la domanda per quale motivo debba essere concesso a simili can-tanti di calcare i palcoscenici.
Nell’allegro agitato “Infelice, delusa” puntuali compaiono e la difficoltà a cantare con vigore in zona medio grave e ad affrontare gli acuti di slancio (il solito si nat della “figlia a maledir”) nonché suoni non ben controllati e sostenuti nella frase “darmi a Dio”. Al di là delle condizioni sono le dimostrazioni che Daniela Dessy non è un soprano drammatico e neppure un lirico spinto. L’assunto viene ulteriormente confermato all’allegro mosso “se voi scacciate” per la carenza di quell’enfasi che la retorica verdiana esige mentre le cose vanno meglio sulle frasi, che richiedono accento ispirato e castigato come “salvati all’ombra” o alla chiusa della sezione “mi toglierà”. Va anche rilevato che certi attacchi sul do grave o addirittura sul si danno luogo a suoni aperti nelle note immediatamente successive e, perdonate la ripetizione, come la sezione conclusiva del duetto “Tua grazia” attaccato sul mezzo forte per dare senso e significato al successivo “plaudite o cori angelici” manchi di slancio e, pur con questa carenza, gli acuti estremi siano difficoltosi. Una chiosa, poi, che vale anche per la prestazione di Deborah Voigt. Tradizionalmente veniva tagliata la coda in modo da risparmiare alla Leonora di turno un paio di si bem e consentire, poi, di chiudere con volume il duetto. Sarà anche stata una delle tante manifestazioni della deprecata “forbice di Serafin”, ma quando il soprano stenta in alto ed è stanco per la lunghezza della parte non riesco a ravvisare (salvo nel fatto che oggi i direttori non sappiano lavor di forbice) la necessità dell’esecuzione integrale del passo.
Rivestita del saio della penitente Daniela Dessy trova il suo elemento naturale nella preghiera conclusiva, anche se talvolta, proprio per il repertorio pesante e non consono alle proprie doti naturali e capacità tecniche, non risulta spontanea e facile nell’attacco della Vergine degli angeli -un re centrale- e si sente una certa difficoltà a controllare il regolare flusso del fiato nelle frasi successive dove per il salto mi3-mi4 ricorre anche ad un portamento per facilitare l’esecuzione del passo nel corso del quale, però, rispetta i segni di espressione previsti.

Terza ed ultima penitente della rassegna Norma Fantini, che pur in carriera da vent’anni è una outsider dei teatri italiani o quasi e cantante dal repertorio tutt’altro che esteso.
Qui anticipo le conclusioni sulla voce e sull’interprete, poi, proverò ad esemplificare con questa Forza del destino. Doverosa premessa: ho sentito in teatro una sola volta Norma Fantini, per giunta annunciata malata, ma dotata di voce ampia e sonora. Quanto basta per Manon di Puccini.
Ho riascoltato, però, curioso più volte questa ed altre performance. Io credo che Norma Fantini sia un soprano lirico di quelli, per esemplificare stile Rosetta Pampanini ovvero con una voce di buon volume in natura. Questo oggi è sufficiente per essere applicate costantemente al tardo Verdi ed a certo Puccini come Tosca e Manon o alla Maddalena di Coigny, mentre quei soprani, fra il 1920 ed il 1940, avrebbero cantato Butterfly, Manon di Massenet, Mimì, le Margherite di Gounod e Boito, magari Traviata e oggi, invece, possono fare i drammatici nel repertorio fra Bellini ed il primo Verdi a condizione di eseguire senza difficoltà i passi di agilità.
Basta sentire quello che accade nel recitativo e nell’aria “Madre pietosa Vergine” in prima ottava Norma Fantini è composta e non emette suoni aperti (unico suono un po’ enfatico e spinto il si nat grave di “perdei”), ogni tanto si ha il sospetto che qualche nota, proprio per paura di enfasi e verismo, sia piuttosto chiusa. Ad un certo punto, però e sistematicamente, sul mi4 fa4 accade qualche cosa ovvero i suoni diventano spinti e per conseguenza vibrano in una voce che altrove non è vibrata. Basta sentire proprio l’attacco “sul giunta” il fa diesis mi di “sangue”, sempre al recitativo e ancora nell’aria al “vergine perdona al mio”. Moderando il suono “che come incenso ascendono a Dio sui firmamenti” piuttosto che alla chiusa “pietà Signor” il difetto si attenua e non poco.
Per contro nelle note immediatamente precedenti la fine del passaggio superiore il timbro è dolce e consente accento ispirato, consono al personaggio dolce e remissivo. Anzi qualche volta Norma Fantini eccede in dolcezza e mitezza e finisce con il richiamare personaggi da dramma borghese come in “alcun potria sorprendermi” o nelle battute che precedono il duetto con il Guardiano. Insomma una Mimì o una Butterfly, piuttosto che Leonora di Vargas, anche se gli acuti presentano in maniera molto ridotta il difetto dei mi e fa acuti. Tutto questo, però, non può che far concludere per una cantante che canta esibendo il volume a discapito della qualità del suono.
Esattamente lo stesso accade al duetto: durante tutta la prima sezione la cantante modera il volume e riescono solo un poco spinti (nella media di tutte le Leonore de Vargas) gli acuti estremi e l’accento per la penitente in nuce è quello giusto, come accade nelle differenti ripetizioni di “ah tranquilla l’alma sento”, stranamente eccede nella frase “voi mi scacciate”, che è pur vero prevede l’indicazione “declamato”, ma qui si declama un po’ di enfasi di troppo.
Alla sezione conclusiva, quella che richiede impeto e slancio, i mi ed i fa suonano spinti se cantati a piena voce e pregiudicano la qualità degli acuti estremi. L’attenuante è quella di sempre ovvero dell’inizio delle riflessioni: può essere che stia cantando Forza del destino piuttosto che Butterfly o Bohème. Mi domando però, anche se la riflessione esula dalla Forza del destino, che possa accadere cantando poderosamente e con compiacimento di certe zone della voce il repertorio del primo Romanticismo, che sappiamo è un vero ballo sulle punte.


Gli ascolti

Verdi - La forza del destino


Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine...Chi siete?...Più tranquilla l'alma sento...Se voi scacciate questa pentita...Sull'alba il piede all'eremo...Il santo nome di Dio Signore...La Vergine degli Angeli

2006 - Deborah Voigt (con Samuel Ramey & Juan Pons - dir. Gianandrea Noseda - Met, New York)

2007 - Norma Fantini (con Alexander Vinogradov & Enrico Marabelli - dir. Julien Salemkour - Staatsoper unter den Linden, Berlino)

2008 - Daniela Dessì (con Paata Burchuladze & Roberto de Candia - dir. Alain Guingal - Opéra, Monte-Carlo)

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venerdì 8 maggio 2009

Un Ballo in Maschera, Parigi, Opéra Bastille

Cari Amici,
eccovi qui la relazione, puntuale e fedele, dell'esperienza avuta dal nostro amico Semolino, avvezzo solo alle voci dei 78 giri, in quel della Bastille di Parigi, in scena il Ballo in Maschera verdiano.
Serata dura per il nostro amico, come non faticherete a rendervi conto. E tempi assai grigi per chi mette in scena titoloni verdiani.




Essendomi reso conto da diversi anni che, con quel che passa il convento, il piacere di andare all'opera non c'era più, me ne rimango sempre chiuso in casa ad ascoltare cilindri e 78 giri del tempo che fu. Di quel tempo in cui coloro che si definivano cantanti sapevano ancora esercitare con arte la loro professione. Ma ogni tanto amici o amiche mi convincono ad andare a qualche rappresentazione, perchè comunque non bisogna perdere il contatto con la realtà dell'epoca in cui si vive, il che serve anche per rendersi conto se le cose, nel frattempo, sono cambiate e se magari qualcosa di nuovo e di valido in giro c'è ancora o sorge.
Sono così andato alla rappresentazione del Ballo in maschera all' Opéra Bastille domenica 3 maggio.
Questo mi ha permeso di constatare che la situazione è veramente gravissima, ne sono quasi rimasto scioccato nell'animo e traumatizzato nell'udito.

Deborah Voigt è in uno stato vocale tale che mi pare addirittura assurdo che coloro che organizzano le stagioni osino ancora scritturarla. La voce è completamente spaccata in tre registri, quello grave completamente gutturale, aspro e secco. Qualcuno si ricorda delle note gravi della Caballé in Gioconda per la Decca? La Voigt ha sfoggiato lo stesso tipo di suoni di quella Caballé, ma molto più ruvidi e secchi, ed anche più fastidiosi, perchè molto più sonori: infatti la Voigt in natura è dotata di una voce ampia, che, se ben impostata e ben educata sarebbe ancor più ampia e sonora, da vero soprano drammatico, ma, spingendo come spinge, la metà del suo cospicuo volume va perso nello sforzo e nella gola. Il registro centrale suona vecchio, sforzato e stanco. Quando entra nell'antro di Ulrica ed attacca "Segreta, acerba cura che amor destò" pare di sentire una strega del Macbeth venuta a chiedere aiuto ad una consorella perchè ha bisogno di farsi prestare un ingrediente, di cui è rimasta senza, per preparare una delle sue pozioni, e non una giovane donna turbata dalla fiamma amorosa. Poichè la Signara Voigt è stata dotata in natura di una grande voce quando spinge nel registro acuto partono grida metalliche di suono incontrollato e tagliente. Ogni tentativo di modulare e cantare a mezzavoce, come nel "Consentimi o Signore, virtù ch'io lavi il core" si salda con un falsetto oscillante e aspro. In queste condizione non c'è nessuna possibilità di legare un suono ed il suo "canto" procede come i suoni emessi da una macchina da cucire. L'inizio del secondo atto è diventato un orrido accoppiarsi di urla stridenti e aspre gutturalità, e di stonature tremende, come perennemente oscillante è stato tutto il terzo atto, con un "Morrò ma prima in grazia" tutto masticato in bocca, con acuti sitematicamente stonatissimi.

Ramón Vargas è un tenore lirico da Elisir d'amore e non un lirico spinto da Riccardo, quindi ha dovuto lottare durante tutta la sua prestazione con una scrittura vocale che è realmente al di sopra delle sue possibilità. Ogni tanto, quando la scrittura del ruolo lo permette, come in alcuni passaggi della scena della morte o nelle frasi "E' scherzo, od è follia sifatta profezia" traspare ancora il fatto che Vargas in realtà sa dove la voce va messa per cantare, quindi qualche piano ed anche qualche mezzavoce sono riusciti, ma purtroppo la maggior parte del tempo è costretto ad allargare i centri ed a aprire i gravi, che sono poi le zone della voce in cui la scrittura di Riccardo è tutta centrata: perciò è costretto a forzare per dare una parvenza di vigore ai passaggi declamati, diventa bolso e, così procedendo, fibroso, perdendo tutto lo squillo, tutto lo smalto, compromettendo il legato. Più sale in acuto e più la voce di Vargas va opacizzandosi e rimpicciolendosi, rimanendo sul palcoscenico. Un discorso analogo può valere, grosso modo, per Ludovic Tézier, baritono non certo da Verdi. C'è qualcosa di grezzo e sgraziato che non mi piace nella sua emissione: quando cantava Donizetti non si percepiva così nettamente, ma in Verdi sì, come se dover essere baritono verdiano obbligasse a prendere per forza inflessioni torve e suoni agressivi. Nessuna nobiltà d'accento e di fraseggio, ma solo la ricerca di una irruenza spacciata per fraseggio drammatico. Anche lui obbligato ad allargare troppo la voce nei centri e nei gravi per poi pagarne le conseguenze con acuti stimbrati e privi di smalto.
Nel ruolo di Oscar Anna Christy è una voce di peso lillipuziano (quelle che già il Mancini definiva le "vociuzze infelici"): ad Oscar una voce da soprano leggero conviene benissimo, ma voci da Oscar erano la Gruberova e lo sarebbe stata la Dessay (se avesse voluto cantare il suo vero repertorio) e non questa voce da zanzara, di cui nemmeno i baroccari saprebbero che fare, perennemente coperta dall'orchestra e senza alcuna proiezione, che ha delineato un Oscar pigolante e leziosissimo.

La natura è stata generosa col mezzosoprano Elena Manistina che ha affrontato il ruolo di Ulrica. Il risultato purtroppo è stato quello che si può ottenere quando si scaraventa fuori dalla gola la voce senza nessuna cognizione tecnica. Dal centro verso l'acuto, nell'emissione a piena voce e forte, il suono è sonoro e pieno, ma anche grezzo perchè emesso in posizione urlata, non appena cerca di modulare oscilla, nei centri c'è un vibrato fastidiosissimo che inquina la linea vocale, per non parlare dei gravi, certo sonori ma svaccati e poitrinés in maniera volgare e grottesca, ventriloqua, un esempio preclaro di diseguaglianza dei registri e di suoni gravi indecorosi.

Renato Palumbo ha diretto come se si trattasse di un poema sinfonico di R. Strauss, regolando il volume sui fortissimi della Voigt, ed ha così perennemente coperto gli altri. O almeno questa è stata l'impressione che ne ho ricevuto, dato che, nonostante lo sfacelo della sua organizzazione vocale, la Voigt era l'unica in campo ad avere, per sua natura, una vera voce da Verdi ed avendo, gli altri, voci per strumentali meno densi e scritture vocali meno spinte, tanto che risultavano davvero poco udibili.

Mischa Schelomianski e Scott Wilde nei rispettivi ruoli di Sam e Tom facevano a gara a chi fosse più ingolato, per quel poco che la loro misera proiezione lasciasse sentire di tanto in tanto.
I cori, molto fragorosi, li ho trovati bravissimi, e soprattutto benvenuti, solo per il fatto che quando intervenivano negli assiemi riuscivano a coprire tutti, Voigt compresa, e per le mie orecchie questo era già una salvezza. Grazie! Bravi!

Adesso sono ritornato a casa a rinfrescarmi le orecchie al suono dei cilindri e dei 78 giri per confortare il mio animo turbato e il mio udito traumatizzato da tanto inutile schiamazzare e vociare, e non sarà certo facile, per i miei amici, convincermi ancora a ritornare in certi posti, per ascoltare quello che oggi chiamano "canto". Però se cantanti come Mukeria o la Pratt venissero a Parigi ci andrei. C'è da sperare? Purtroppo non ho molto il tempo di viaggiare.
Un saluto a tutti da Parigi


Vostro SEMOLINO


Riccardo Ramón Vargas
Reanto Ludovic Tézier
Amelia Deborah Voigt
Ulrica Elena Manistina
Oscar Anna Christy
Silvano Etienne Dupuis
Sam Mischa Schelomianski
Tom Scott Wilde
Giudice Pascal Meslé
Servo d'Amelia Nicolas Marie

Orchestra e Coro dell'Opera nationale di Parigi
Direttore Renato Palumbo

Regia Gilbert Deflo
Scene e costumi William Orlandi


Gli ascolti

Verdi - Un ballo in maschera

Atto II


Teco io sto...Non sai tu che se l'anima mia...Oh, qual soave brivido - Jussi Björling & Elisabeth Rethberg (1940)

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venerdì 5 settembre 2008

Stagioni prossime venture: Gli States


Le stagioni americane hanno sempre differito da quelle europee in più punti, vengono, per esempio, organizzate e annunciate con largo anticipo e, in passato, hanno saputo offrire spunti e occasioni interessanti non sempre colti se non in tutta Europa, perlomeno in Italia.
Nella stagione 1982/1983 per esempio, mentre in Italia si era agli albori del Rossini Opera Festival, la Carnegie Hall propose una serie di tre titoli rossiniani sotto il nome di Rossini Festival : Semiramide, La donna del lago e Tancredi, tutte con al centro la figura protagonistica di Marilyn Horne e accanto a lei Lella Cuberli, June Anderson, Frederica Von Stade, Chris Merritt, Dano Raffanti, Rockwell Blake. Stagioni (e terra) ricche però anche di contraddizioni, è notissima la riluttanza del Metropolitan, ossia del maggior teatro americano, di mettere in cartellone all'inizio degli anni 60 l'Adriana Lecouvreur per Renata Tebaldi (negata a Rosa Ponselle decenni prima) e di inscenare un Rossini serio nonostante le spinte di Marilyn Horne che riuscirono solo in una tardiva, ancorchè splendida, edizione di Semiramide.
Oggi quegli spunti e quelle contraddizioni si sono ampiamente rimescolati assieme dando vita a stagioni organizzate spesso e volentieri sul richiamo del big name in cartellone e di eventi annunciati che puntualmente si rivelano degli annunciati disastri, almeno ai nostri orecchi. La stagione 2008/2009 non fa, negli intenti, eccezione.
Cominciamo dalla capitale, che può vantare ben due stagioni operistiche, quella della Washington Opera e quella della Washington Concert Opera, e proprio nel teatro principale, diretto da Placido Domingo, uomo di agenzia da sempre e in ogni senso, abbiamo il primo evento della novella stagione, una nuova produzione di Lucrezia Borgia che, sulla carta, si preannuncia quantomeno "avventurosa", con protagonista Renée Fleming che torna nel sicuro suolo americano a interpretare per la terza volta il ruolo della venefica Lucrezia (nel decennale della trionfale tamburata milanese). Suo doppio sarà Sondra Radvanovsky, anche lei niente affatto intimorita dagli inciampi in cui era occorsa in quel di Las Palmas col ruolo donizettiano (prendendo magari ad esempio The Beautiful Voice e la sua nota esperienza milanese).
Il largo anticipo con cui vengono annunciate le stagioni americane da anche modo che i forfait comincino con largo anticipo e proprio nella Borgia vediamo che l'annunciato Giuseppe Filianoti come Gennaro è stato sostituito dall'esuberanza del giovane Vittorio Grigolo, cui si aggiunge un Ruggero Raimondi che torna ad Alfonso dopo 40 anni. E non vogliamo ricordare la famosa frase della bolognese Zia Fidalma! Sul podio lo stesso Placido Domingo. Sicuramente una proposta non banale e che possa passare inosservata e che, anche noi, siamo curiosi di ascoltare.
Il resto della stagione di Washington scorre poi sotto il segno della tradizione, tra l'inaugurale Traviata, Les pecheurs des perles con la coppia Charles Castronovo e Norah Amsellem (che ha impressionato l'America nella scorsa stagione con un'Elvira che non si credeva proprio si potesse eseguire così), Peter Grimes, Carmen, Siegfried e una Turandot con due protagoniste veramente "di grido" : Maria Guleghina, approdata da poco al ruolo pucciniano e Sylvie Valayre. A chiudere la stagione un altro "evento" popular che con la musica ha poco a che fare e che anzi la svilisce, la Petite Messe Solennelle con Andrea Bocelli diretta da Placido Domingo.
Per quanto riguarda invece la Waghington Concert Opera, specializzata nel riproporre in forma di concerto titoli desueti del grande repertorio, si ascolteranno la Maria Padilla di Donizetti con la giovane Leah Partridge e il veterano Bruce Ford come Don Ruiz (ruolo già cantato sempre negli States alcuni anni fa), Il giuramento di Mercadante, una vera rarità, affidata alla buona volontà non sempre bastante di Elizabeth Futral e del tenore James Valenti, di sicura avvenenza, e un concerto di Belcanto con Stephanie Blythe (nonostante i suoi approcci col Belcanto siano stati decisamente da dimenticare).

Dall'altra parte della costa troviamo San Francisco e la stagione della War Memorial Opera House, che si inaugura in settembre con Simon Boccanegra affidato al divo Dimitri Hvorostovsky e a Barbara Frittoli, che prosegue con titoli del Novecento da Die Tote Stadt e due opere moderne in prima esecuzione, Idomeneo affidato ad un cast di "specialisti", una produzione di Elisir d'amore con Inva Mula, Ramon Vargas e Alessandro Corbelli, Bohéme con Angela Gheorghiu (e a San Francisco avrà la fortuna di non scontrarsi ancora con Renata Scotto come successo lo scorso anno a Chicago, che ne impose, giustamente, la protesta), Tosca e infine La traviata con la neo-mamma Anna Netrebko.

Altra importante Traviata sarà quella della provincia americana di Santa Fe, che ospiterà il debutto-evento nel ruolo del titolo di Natalie Dessay assieme al tenore Pirgu e ai due Germont del marito Laurent Naouri e di Anthony Michaels-Moore. Un cast forse ideale per un Matrimonio segreto alla Piccola Scala. Produzione dell'amato Laurent Pelly che si presume la Diva vorrà rimordernare secondo la sua ben nota ottica stupendo come sempre i suoi ammiratori, e visti gli esiti di Lucia di Lammermoor e di La fille du régiment si immagina che l'estro di Natalie saprà sbizzarrirsi a maggior ragione con la Violetta di Traviata, distogliendo magari l'attenzione dalla resa vocale, sempre più in declino e sempre meno importante secondo gli ammiratori di Natalie, sublimata dalle doti attoriali (o circensi che dir si voglia).

Prima di questa Traviata la diva francese sarà a Chicago ad inaugurare la stagione della Lyric Opera come Manon di Massenet accanto al bel tenebroso dei tenori per eccellenza : Jonas Kaufmann. Inaugurazione evento anche questa che apre una stagione composta dai Pescatori di perle, che sarà terreno per altri "opera hunk", per dirla all'americana, come Eric Cutler e Nathan Gunn, che se non saranno capaci di duettare con sognanti mezzevoci nei momenti più importanti dell'opera potranno però mostrare con sicurezza muscoli e doti simili, purtroppo non vocali. Altri titoli : Porgy and Bess, Madama Butterfly (con l'americana Patricia Racette), Tristan und Isolde con quel che resta, e non alludiamo al peso, di Deborah Voigt e Clifton Forbis...e ci chiediamo se la cantante americana sarà in grado di portare a termine tutte le recite di Isolde nelle condizioni vocali in cui versa o se incapperà in qualche forfait come il passato Tristan del Met ha dimostrato (e come appunto le condizioni vocali preannunciavano...). Chiudono la stagione una produzione di Ratto dal serraglio e del tradizionale dittico Cavalleria rusticana & Pagliacci dove tra Vincenzo La Scola e Vladimir Galouzine nei ruoli tenorili, quale Santuzza si farà affidamento sullo stagionato professionismo di Dolora Zajick.

Prima di arrivare alla più importante stagione operistica americana, quella della Metropolitan Opera House, diamo un'occhiata ai titoli proposti da Eve Queler nell'ambito della stagione della sua Opera Orchestra of New York che, per quanto annunciato, proporrà La sposa dello Zar di Rimsky-Korsakov con Olga Borodina, Rienzi per la terza volta (evidentemente un titolo molto amato da Miss Queler) e Medea, che vedrà il debutto di Aprile Millo nel title-role. E in un presente di Theodossiou e di Michaels bene fa la Millo a togliersi la soddisfazione di debuttare Medea. Ma soprattutto vi sarà uno Special Event...Ferruccio Furlanetto in un omaggio a Ezio Pinza in cui intepreterà pagine da Boris Godunov, Don Quichotte (opera di Chaliapin ma mai di Pinza), Die Zauberflote, Don Carlo, Eugenio Onegin e altre. Ammiriamo l'idea di dedicare una serata ad Ezio Pinza, iniziativa lodevolissima, ma conoscendo Pinza e conoscendo Furlanetto forse si è scelto il cantante meno adeguato a ricordarlo!

Arriviamo infine alla stagione della Metropolitan Opera House, il tempio lirico americano per antonomasia. Inaugurazione di Gala come di consueto quest'anno con protagonista assoluta Renée Fleming, che si produrrà nel II atto della Traviata di Verdi, nel III della Manon di Massenet e nel finale di Capriccio di Richard Strauss, quelli che lei ritieni i suoi personalissimi cavalli di battaglia. Serata di Gala dicevamo, ma non solo, anche vero e proprio evento mondano, in cui la star testimonial della Rolex sarà vestita addirittura da Chrisian Lacroix, Karl Lagerfeld e John Galliano nei tre estratti e come se ciò non bastasse il giorno della prima verrà anche lanciato un profumo dal suggestivo nome "Renée". Un'inaugurazione che più mondana non si potrebbe pensare, con picchi di divismo da far arrossire soprattutto le giovani colleghe Netrebko, Gheorghiu ecc.
La stagione prosegue con la riproposta della ponchielliana Gioconda affidata a Deborah Voigt, già deludentissima al debutto tre anni or sono a Barcellona, e le osservazioni per il Tristano si ripropongono pedisseque, affiancata dalla Borodina, dalla Cieca di Ewa Podles e fra gli uomini Aquiles Machado (già presente nel 2006), Carlo Guelfi e James Morris, la Salome di Strauss in cui tornerà a spogliarsi Karita Mattila (che in febbraio invece vestirà i panni della Tatyana dell'Onegin), Traviata, Don Giovanni con Erwin Schrott e per alcune recite un Leporello d'eccezione, l'anziano Samuel Ramey (e dopo il Silva di Ferruccio Furlanetto avrà un sapore meno amaro, crediamo). Lucia di Lammermoor vedrà invece il debutto nel ruolo di Diana Damrau, che si è fatta carico di molte delle recite che Anna Netrebko ha dovuto cancellare per via della gravidanza, la diva russa ha annunciato però alcune recite in Febbraio assieme al consueto Rolando Villazon. Nello stesso periodo la bella Netrebko dovrebbe cantare anche alcune recite di Bohéme come Mimì. Dopo la Scala di Milano Daniel Barenboim porterà Tristan und Isolde anche al Met, senza Waltraud Meier con la coppia protagonistica Katarina Dalaymann/Peter Seiffert, mentre un altro divo wagneriano, Ben Heppner, reduce dai guai del passato Tristan del Met (guai, come abbiamo già detto, condivisi con Deborah Voigt), si cimenterà con l'Hermann della Dama di picche di Tchaikovsky accanto a Maria Guleghina (che riprende, dubbiosamente, il ruolo dopo molti anni mentre la condizione vocale consiglierebbe il title role) e Felicity Palmer, Contessa già nota al pubblico newyorchese.
Altra serata di puro glamour operistico si preannuncia La rondine di Puccini, con Angela Gheorghiu e il consorte Roberto Alagna, cui si alternerà Giuseppe Filianoti, in una produzione che nel ruolo di Rambaldo vedrà Samuel Ramey nelle insolite vesti pucciniane.
In Dicembre ennesimo evento operistico, la Thais con Renée Fleming, che riporterà il titolo al Met dopo 30 anni (l'ultima produzione essendo stata nel 1978 con Beverly Sills e Sherrill Milnes) che in aprile sarà anche interprete di Rusalka, altro suo cavallo di battaglia già intepretato al Met nel 1997 e nel 2004. La lunga stagione proseguirà poi con la ripresa dell'Orfeo ed Euridice di Gluck con il title role che tornerà alla voce di mezzosoprano (Stephanie Blythe) dopo l'esperimento David Daniels e la direzione di James Levine e Rigoletto con Alessandra Kurzak e Diana Damrau e ben tre tenori, Filianoti (che, crede chi scrive, bisserà il successo della Lucia), Beczala e Calleja e i baritoni Ataneli e Lucic, pronto a rinnovare anch'egli la squallida performance di Dresda, diretti da Marco Armiliato.
Abbiamo riportato sopra le incertezze che negli anni 60 un titolo come Adriana Lecouvreur faceva sorgere ad un manager pure di grande esperienza come Rudolf Bing, nonostante la presenza di una Diva e grandissima cantante come Renata Tebaldi, che con ragione impose il titolo, destinato ad altre grandi riprese al Met nel nome della stessa Tebaldi, di Montserrat Caballè, di Renata Scotto e Mirella Freni. Dopo tutte queste grandissime primedonne (e ricordando che la prima interprete al Met fu la bellissima Lina Cavalieri insieme a Caruso) maestre nel canto e nel fraseggio al Met Adriana torna con la voce di Maria Guleghina, che ben giustificherebbe i dubbi che erano di Bing, priva non solo della maestria vocale di una Freni e dei mezzi privilegiati della Tebaldi e della Caballè, ma soprattutto delle indispensabili doti di fraseggiatrice esperta (à la Scotto per intenderci) che la Guleghina non ha mai avuto, incline piuttosto all'urlo scomposto. Accanto a lei come Maurizio di Sassonia era previsto Marcelo Alvarez che invece nello stesso periodo sarà interprete di Manrico nel Trovatore, ruolo nel quale ha preso il posto dell'annunciato Salvatore Licitra, mentre il simpatico Marcelo sarà sostituito addirittura da Placido Domingo, che riprenderà al Met, 40 anni dopo, il ruolo del suo debutto nel teatro newyorchese....impossibile però non notare il declino delle partner di Domingo, Maurizio accanto a tutte le più grandi Adriane della storia capitatane da Magda Olivero! E in Marzo il Met proporrà una nuova serata di Gala per celebrare i 125 anni del teatro e i 40 anni del debutto di Domingo, con scene originali da alcune storiche prime produzioni del Met come Il flauto magico con scene di Chagall del 1967, il primo Parsifal del 1903, la prima assoluta della Fanciulla del West e il primo Faust inaugurale del Met del 1883...certo di quelle grandi produzioni veramente non sono rimaste che le scene!
Ultimi eventi del Met una nuova riproposta del Ring des Nibelungen diretto da James Levine con christine Brewer, Waltraud Meier, James Morris, una riproposta di Cavalleria/Pagliacci sempre con la Meier e Roberto Alagna, al debutto, credo, in Turiddu, mentre la consorte vestirà i panni di Adina, adatti ma forse tardivi, in compagnia di Rolando Villazon, che in mancanza della giusta vocalità crediamo compenserà con le consuete burle sceniche, il già citato Trovatore con Alvarez, Sondra Radvanovsky alternata ad Hasmik Papian (salvatrice della patria nella Norma dello scorso anno) e le due Azucene di Dolora Zajick (detentrice del ruolo al Met da un ventennio) e di Luciana D'Intino. Infine due titoli del Belcanto, la ripresa de La Cenerentola con Elina Garanca e l'attesissima nuova produzione di Sonnambula con i due divissimi Dessay e Florez con regia di Mary Zimmermann che ha già fatto parlare di sè (con la Dessay si può dire una garanzia ormai che l'opera verrà stravolta...genialmente ovviamente) perchè pare ambientata in una compagnia che prova La sonnambula e rivive le stesse situazioni...insomma la Dessay è pronta per sia per Mamma Agata (con qualche raggiusto - la parte della Primadonna essendo improponibile ormai) ma soprattutto per Pirandello alla Comedie Française!
Una stagione quanto mai ricca e pensata, si percepisce, secondo gli imperanti dettami di cui già abbiamo discusso qualche articolo fa che dimostrerà quali frutti il glamour operistico sa dare. Per conto nostro ci consoliamo confrontando una settimana del Met 1908:

17/12/1908 - Puccini/Le Villi (prima americana) - Alda, Bonci, Amato, Toscanini + Mascagni/Cavalleria rusticana - Destinn, Caruso, Amato, Toscanini
18/12/1908 - Wagner/Gotterdammerung - Fremstad, Burgstaller, Muhlmann, Hinckley, Toscanini
19/12/1908 - Donizetti/Lucia di Lammermoor - Sembrich, Bonci, Campanari, Spetrino
19/12/1908 - Bizet/Carmen - Gay, Martin, Farrar, Noté, Toscanini
20/12/1908 - Concert - Noté, Gay, Martin, Rappold, Didur, Spetrino
21/12/1908 - Verdi/Il trovatore - Martin, Eames, Amato, Homer, Spetrino
23/12/1908 - Wagner/Tristan und Isolde - Schmedes, Fremstad, Feinhals, Homer, Mahler

Gli ascolti

Bellini - La sonnambula - Prendi, l'anel ti dono - Nicolai Gedda & Renata Scotto

Cilea - Adriana Lecouvreur - La dolcissima effigie - Placido Domingo & Renata Tebaldi

Donizetti - Lucrezia Borgia - Maffio Orsini, signora, son io - Leyla Gencer, José Carreras & Tatiana Troyanos

Donizetti - Lucia di Lammermoor - Chi mi frena in tal momento? - Jan Peerce, Roberta Peters, Mario Zanasi & Nicola Moscona

Massenet - Thais - Dis-moi que je suis belle - Leontyne Price

Massenet - Manon - Je marche sur tous le chemins...Oui, dans le bois (Fabliau alternativo) - Bidù Sayao

Massenet - Manon - Toi! Vous! - Lucrezia Bori & Richard Crooks

Mozart - Die Zauberflöte - In diesen heil'gen Hallen - Ezio Pinza

Ponchielli - La Gioconda - La barca s'avvicina...Così mantieni il patto? - Zinka Milanov, Kurt Baum, Nell Rankin & Leonard Warren

Verdi - La traviata - E' strano...Ah, fors'è lui...Sempre libera - Vina Bovy

Verdi - La traviata - Qui desiata giungi...Di sprezzo degno - Rosa Ponselle, Frederick Jagel & Lawrence Tibbett

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lunedì 1 settembre 2008

Glamour vs canto ?

In quello che riteniamo un blog interessante, anzi esemplare e molto comune in ideali, La Cieca( New York), ha riportato una intervista a Mr Matthew Horner, numero due della IMG, ossia di una delle più presenti e penetranti agenzie i cui rappresentati rispondono ai nomi di Renée Fleming Joyce DiDonato, Angelica Kirchschlager, Deborah Voigt, Barbara Frittoli, Angela Gheorghiou, Sandra Radvanosky, Svetla Vassileva, Lado Ataneli, Matthew Polenzani ( sino a poco fa Anna Netrebko ), ossia i cantanti che imperano al Met ed in altri pochi teatri quelli dei divi per intenderci.

Ove oggi per divi intendasi non certo opulente signore come Marilyn Horne, Montserrat Caballé, grandi voci e rigide attrici come Mirella Freni, granatieri al femminile coma Joan Sutherland, tenori con pose commendatorizie più che da consumati amatori come, appunto il commendator Carlo Bergonzi. Erano chi più chi meno seduttori ed amanti vocali, perche la seduzione fisica, insomma latitava. Anche se divi del passato come Gigli e Schipa, la cui avvenenza fisica era inversamente proporzionale a quella vocale, godevano fama di tombeur de femmes.
I divi della lirica di oggi sono prima di tutto bellissimi, anzi per utilizzare termini più pregnanti gnocche e fighi, possono reggere il confronto con quelli del cinema o della fiction, indossare biancheria intima in scena senza che compaia un filo di cellulite, un’ombra di plica cutanea. Manca solo l’esibizione di un addome a tartaruga, nutriamo fiducia nel bel Jonas Kaufmann.
Ebbene il sig. Horner spiega come si fa oggi carriera. Precisamente come si fa a far fare carriera oggi. Il sig. Horner conferma quanto detto poco tempo fa da una che la carriera l’ha fatta Joan Sutherland: “ io oggi non farei carriera”.
Spuntano termini come press agente, pr, sponsor, marketing. Non solo, poi, arrivano consigli come i rapporti (controllo, sarebbe più lecito tradurre ed interpretare) con la stampa, intesa come grandi quotidiani e, soprattutto, riviste specializzate. Inteso che deve esserci a fianco, alle spalle a “conforto e sostegno dell’ugola stanca” la casa discografica, che ogni anno sforni, con il sostegno di tutti quegli elementi che abbiamo sopra citato, il disco annuale. Disco annuale che, aggiungiamo noi, deve avere per marketing ormai consolidato, l’impronta di storicità e per il legame con un divo del passato remoto (che so Rubini, la Malibran) e deve essere salutato, anteriormente la pubblicazione come una innovazione pari all’avvento di Caruso o della Callas.
Poi fra le righe appare anche altro ossia che per fare carriera ci voglia anche la voce. Appare sempre, quale elemento accidentale, al testo dell’intervista che oggi non ci sono più voci per certe parti e che, forse, l’aspetto squisitamente specifico del cantante d’opera e che queste voci vanno ricercate anche sacrificando qualche cosa dell’aspetto esteriore.
Naturalmente tecnica, gusto applicazione allo studio, musicalità non compaiono nel vocabolario e, deduco nel pensiero di Mr Horner.
Sarebbe pretendere troppo da chi vive intriso ed auspice in un sistema che da vent’anni e più credo che la carriera di un soprano o di un tenore si fabbrichi a tavolino sulla base dell’avvenenza, del colore degli occhi, della linea.
E, però, già una minimale presa di coscienza, forse dettata dalla disperazione, perché oggi mettere insieme un cast per Forza del destino, opera di repertorio sino ai primi anni ottanta, è peggio che salire il K2. Presa di coscienza per certo tardiva, perché la macchina infernale messa in piedi da questi signori, ben differenti da agenti come il famoso Liduino Bonardi, ha distrutto o ridotto a ranghi assai sparuti il pubblico in grado di distinguere e riconoscere qualità proprie del cantante e di costruire carriere che nascano e non finiscano sul palcoscenico.
Siccome spes ultima dea non possiamo che auspicare soprani nei panni di Violetta e Mimì che rendano poco credibile la consunzione, ma rispettino dinamica ed agogica dell’autore, sfoggino instancabili, timbri sontuosi e tecniche scaltrite, tenori nei panni del giovane des Grieux, facciano pensare ad un abate bulimico per le pene d’amore, ma smorzino a meraviglia gli acuti del sogno, come è avvenuto almeno per cento anni con grande, incomparabile soddisfazione del pubblico, che altrove si rivolgeva se voleva una bella gnocca o un gran figo! Perdonate il turpiloquio!

Verdi - I vespri siciliani
Atto V - Mercé dilette amiche - Luisa Tetrazzini

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