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domenica 27 settembre 2009

Alcina di Handel - Alan Curtis

Ultimissimo frutto della collaborazione tra DGG-ARCHIV e Alan Curtis, è da pochi mesi disponibile, sugli scaffali di negozi di dischi e megastore, una nuova incisione dell’Alcina di Handel. Pubblicata quasi contemporaneamente all’Ezio dello stesso autore (e con le medesime compagini artistiche), questa edizione arricchisce di un nuovo titolo la già lunga discografia handeliana del direttore americano. Come di consueto l’incisione in studio consegue alla performance dal vivo dell’opera – in questo caso Alcina veniva presentata al pubblico italiano nell’ambito della prima edizione della rassegna MiTo, con un cast, solo in parte, differente.

Premesso che non si comprende la necessità di un’altra Alcina dopo quella classica della Sutherland e le altre due versioni (più lige ai canoni barocchisti) di Hickox (con una buona Arleen Auger) e di Christie (con la Fleming e una Dessay allora ancora spettacolare) – forse meglio indirizzarsi verso titoli meno frequentati o meno confrontabili – l’ascolto di questa produzione discografica – unitamente a quello recentissimo di Agrippina, da poco recensita, nonché ai tanti titoli handeliani curati dallo stesso direttore con i medesimi complessi (Rodrigo, Admeto re di Tessaglia, Arminio, Deidamia, Radamisto, Lotario, Rodelinda, Fernando re di Castiglia, Floridante, Tolomeo ed Ezio, ai quali si aggiungeranno in un prossimo futuro la stessa Agrippina e Berenice) – permette una valutazione ormai compiuta di quello che è, in generale, l’odierno status dell’interpretazione handeliana (almeno quella che risponde alle esigenze della nuova moda) ed in particolare come considerare l’Handel di Curtis. Infatti pur nell’ormai generalizzata e omologante adesione a quei canoni che impongono – arbitrariamente – alla musica barocca (soprattutto a quella vocale) tutta una serie di discutibili scelte esecutive, ricondotte, asseritamente, ad una pretesa prassi autentica (in termine di suono, strumenti impiegati, diapason, canto), Curtis si pone in un’ottica del tutto particolare rispetto ai suoi colleghi: cioè quella della rigidità accademica. L’opera, nella sua ristretta visione teorica, va semplicemente eseguita, alternando arie tripartite e recitativi, limitandosi a suonare quel che c’è scritto senza abbandonarsi alle suggestioni che il testo suggerirebbe e non lasciando spazio a nessun tipo di fantasia. Curtis, di fatto, si limita a dare una sorta di testimonianza, asettica e impersonale, della partitura. Di ogni partitura. In una tale concezione della musica operistica, il senso del teatro è del tutto bandito (peccato capitale in Handel), così come il colore e la varietà timbrica, ritmica, dinamica. Ogni sua esecuzione – e dal vivo ancor più che in disco – è un grigio ed estenuante tour de force di noia, monotonia, povertà di idee. Il suono è opaco e stanco: sempre uguale, dall’inizio alla fine. E il canto che ne consegue ne ripete, coerentemente, tutti i limiti: i recitativi sono cantilene soporifere (e spesso compromesse dalla pronuncia inintellegibile dei suoi interpreti – l’aspetto linguistico, fondamentale nell’opera italiana, è sempre trascurato dalla filologia baroccara), le arie lente vengono tirate e dilatate all’inverosimile e senza mai riuscire a mantenere tensione e senso musicale, quelle “di furore” sono prive di nerbo, le variazioni (inserite non per il puro piacere dell’esibizione virtuosistica o per suscitare quella meraviglia che è cifra irrinunciabile della musica barocca, ma semplicemente per dovere e scrupolo filologico) mostrano la loro origine esclusivamente e rigidamente accademica: sono sempre uguali in ogni aria, in ogni da capo. Naturalmente anche la scelta dei cast è condotta in base agli stessi criteri da saggio musicologico (con ampie concessioni, però, allo star-system baroccaro di cui la casa discografica di riferimento è campione). A tali logiche non sfugge quest’ultima Alcina. Innanzitutto il suono orchestrale: povero, arido e secco. Diversamente da molti altri suoi colleghi – che spesso eccedono in ritmi forsennati ed esasperazione dei contrasti – Curtis opta per la solita e placida mediocritas, già sfoggiata in tutte le sue precedenti incisioni. Certo in questo caso, più di altri, la scelta è censurabile: la completa mancanza di fantasia, infatti, stride con il titolo prescelto, dato che così viene compromesso irrimediabilmente il clima “magico” che permea l’intera opera (Alcina presenta una partitura particolarmente lussureggiante, ricca, colorata, nell’intento di tradurre in musica la dimensione sovrannaturale, incantata e misteriosa). Niente di tutto questo si avverte nella concertazione di Curtis, alla testa del suo Complesso Barocco: solo grigiore e monotonia (almeno in studio, tuttavia, non si percepiscono i gravi problemi di intonazione che affliggevano l’ascolto dal vivo). Del pari il cast. Non mi soffermerò sull’Alcina di Joyce Di Donato, già ampiamente recensita nel medesimo ruolo in occasione della peformance del MiTo, dato che nulla di diverso è riscontrabile nella sua interpretazione del personaggio (si riscontrano le stesse difficoltà negli acuti e, soprattutto, gli eccessi di veemenza nell'affrontare i brani più drammatici, laddove sarebbero opportune sfumature e venature di malinconico abbandono: mai ascoltato, ad esempio, una versione più volgare e sguaiata dell'altrimenti meravigliosa “Ombre pallide” e lo stesso vale per “Ah, mio cor” risolto in un alternarsi di sospiretti lacrimevoli e acuti fissi come allarmi) . E neppure sull'ingolatissima Bradamante di Sonia Prina, per le stesse ragioni. Così pure il deludente Ruggiero di Maite Beaumont (il suo “Sta nell’ircana pietrosa tana” si caratterizza per un’emissione durissima e con gli acuti ghermiti a fatica). Stesso discorso per il tenore Kobie van Rensburg nella difficile parte di Oronte (risolta in modo indegno, con le agilità trasformate in gorgoglio informe e con pronuncia fantasiosissima: ma questi baroccari capiranno, prima o poi, l’importanza di una corretta pronuncia?) e per il buon Melisso di Vito Priante. Balza all’occhio il declassamento di Laura Cherici, dall'assurda Morgana delle recite milanesi al ruolo secondario di Oberto: forse la produzione si è resa conto della performance imbarazzante. Tuttavia la pezza è peggiore del buco. Novità, rispetto alle recite milanesi del 2007, infatti, Morgana: Karina Gauvin (stellina baroccara che già ha inciso con Dantone e con lo stesso Curtis in ben tre produzioni) veste qui i panni della maga sorella di Alcina, e fin dall’esordio mostra un timbro secco, acido e legnoso, con un registro acuto fortunoso e fisso. Nessuna malizia emerge dalla sua voce, nessuna seduzione, nessuna ironia (giacchè Handel la tratteggia come personaggio di mezzo carattere rispetto alla maga protagonista). Aria dopo aria, recitativo dopo recitativo, la Gauvin legge la parte (non senza palesi difficoltà) senza riportarne in vita lo spirito. Ovviamente si riappropria di “Tornami a vagheggiar”: opzione divenuta ormai obbligatoria, costi quel che costi, anche se (come in questo caso) l’interprete del ruolo è deficitario in tutto (si ascolti come condisce il pezzo di variazioni incoerenti, fuori stile e, comunque, bruttissime, con degli assurdi picchettati – pure malissimo eseguiti!): peraltro lo stesso Handel e la prassi – quella vera – dell’epoca aveva già attribuito il brano, dopo le primissime rappresentazioni, alla protagonista. E la Gauvin, qui (e altrove), è decisamente insufficiente rispetto alle esigenze tecniche e interpretative: e in particolare rispetto all’aria suddetta, su cui si stende ancora – e si stenderà sempre – l’ombra ingombrante e scomoda della Sutherland che ne diede una lettura divenuta ormai caposaldo della letteratura barocca di tutti i tempi. Un'edizione, qunque, di scarsa utilità e che non si giustifica né dal punto di vista musicologico (non è tra i titoli handeliani in attesa di rivalutazione), né da quello artistico: decisamente un prodotto rivolto ad un pubblico dai gusti particolari...


Gli ascolti

Haendel - Alcina


Atto I

Di', cor mio - Joan Sutherland (1960)

Tornami a vagheggiar - Joan Sutherland (1960), Valerie Masterson (1978)

Atto II

Ah! mio cor! schernito sei - Joan Sutherland (1959)

Ah! Ruggiero crudel...Ombre pallide - Joan Sutherland (1960)

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domenica 8 marzo 2009

Partenope alla radio


Radio 3 ha trasmesso ieri sera un'esecuzione della Partenope di Haendel, registrata a Ferrara un paio di mesi fa. Un'esecuzione in massima parte conforme alla prassi baroccara che di questo repertorio detiene, di fatto, l'esclusiva. L'unica deroga agli usi e costumi della moderna filologia era costituita dagli ampi tagli, a dire il vero assai provvidenziali, e che forse avrebbero potuto estendersi ben oltre i limiti fissati dal direttore.

Ottavio Dantone ha governato con mestiere, se non con brillantezza l'ensemble dell'Accademia Bizantina, magro di suono e parco di colori ma senza mende di particolare rilievo, almeno a livello di precisione esecutiva e intonazione. Vorremmo poter dire altrettanto del cast vocale, che forse il maestro Dantone avrebbe dovuto più proficuamente consigliare, se non tenere a freno.

La Partenope è un'opera che in più punti vira al comico, o almeno al mezzo carattere, ma la vocalità richiesta è di stampo inequivocabilmente serio. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il compositore l'aveva concepita per alcuni dei maggiori virtuosi del tempo (citiamo per tutti la sola Anna Strada, interprete di tante prime haendeliane, e questo malgrado la sua proverbiale bruttezza - era soprannominata "il Maiale").

Nei panni di Partenope abbiamo udito Elena Monti, voce assai magra nei centri (spesso aperti oltre misura, con discutibile effetto) e piuttosto tirata in acuto (e questo in una parte che non brilla certo per la tessitura astrale), con strilletti diffusi e una coloratura assai precaria. A lei assolutamente analoga per doti vocali e sapienza tecnica Marina De Liso quale Arsace, che più che al castrato originariamente previsto per il ruolo fa pensare a uno dei controtenori oggi così à la page. La somiglianza è rafforzata dai gravi stimbrati e prossimi al parlato.

Nella parte di Rosmira, forse la più bella e teatralmente ricca dell'opera, Sonia Prina ha esibito una voce anche di bel colore ma perennemente ingolata e soffocata, con grande fatica nel canto di agilità (peraltro generosamente sfoltito rispetto a quanto previsto in partitura e con morigerate variazioni nei da capo), frequenti stonature in zona centrale e molti suoni duri e al limite del grido negli acuti. Un filo meglio l'Armindo di Valentina Varriale, che ha dato prova se non altro di una certa misura, in questo agevolata dal carattere elegiaco del suo personaggio, che rendeva più tollerabile la voce di soprano leggero (qua e là stonacchiante) e la vocalizzazione piuttosto saponata.

Il tenore Auvity è la classica voce bianchiccia e fibrosa che al massimo potrebbe essere impiegata in un oratorio, per giunta gravata da fiati assai faticosi. Come Oronte Gianpiero Ruggeri ha messo in evidenza una vocalizzazione un poco più corretta rispetto a quella dei colleghi, anche se la voce è dura e priva di colori e la linea di canto più adatta alle parti comiche di una Cecchina o di una Nina pazza per amore.

Il problema principale di questi voci, al di là di doti naturali più o meno consistenti, è come al solito da ricercarsi nell'emissione: la voce non sfoga, rimane intrappolata in gola, non "corre" e non ha nemmeno la flessibilità necessaria all'esecuzione delle agilità, che difatti risultano pigolate o strillate. Ogni tentativo di accentare, di dare un senso a quello che si canta, si risolve in suoni duri e forzati, che del canto barocco sono la negazione, e che riducono opere come questa a una successione di graziose melodie mal eseguite. E questo malgrado l'impiego di strumenti cosiddetti originali, cui molti guardano come a una sorta di panacea.

All'insegna della più bieca reazione, come di consueto, gli ascolti proposti in appendice.


Partenope
opera in tre atti
libretto di Silvio Stampiglia
musica di Georg Friedrich Händel


personaggi ed interpreti
Partenope - Elena Monti
Arsace - Marina De Liso
Rosmira - Sonia Prina
Armindo - Valentina Varriale
Emilio - Cyril Auvity
Ormonte - Gianpiero Ruggeri

Direttore - Ottavio Dantone
Accademia Bizantina

Registrata il 16 gennaio 2009 al Teatro Comunale di Ferrara


Gli ascolti

Händel - Partenope


Atto I

Sei mia gioia, sei mio bene - Teresa Stich-Randall (1969)

Atto II

Furibondo spira il vento - Norman Allin (1924), Gérard Souzay (1966)

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sabato 11 ottobre 2008

Un' Alcina senza bacchetta magica




Conservatorio di Milano - Sala Verdi
26 settembre 2007

Il Complesso barocco - dir. Alan Curtis

Joyce Di Donato, soprano(Alcina),
Laura Cherici, soprano (Morgana),
Sonia Prina, mezzosoprano (Bradamante),
Maite Beaumont, mezzo soprano (Ruggiero),
Kobie van Rensburg, tenore (Oronte),
Vito Priante, baritono basso (Melisso)

Siamo stati al Conservatorio ad assistere ad un’esecuzione di Alcina in forma concertistica.
L’interesse era incentrato,naturalmente, sulle due interpreti blasonate, Joyce Di Donato e Sonia Prina, dirette da Alan Curtis, direttore-filologo di fama.
Una platea di certo non esaurita, anzi, con parte del pubblico anziano che ha lasciato la sala al primo intervallo e taluni anche durante il secondo tempo. In effetti il barocco depurato dalle meraviglie, dal virtuosismo, dalla purezza dell'emissione, dalla malinconia, è poca cosa, noioso assai ( anche se, devo confessare, mi ero preparata a sentire di peggio...). Di due sole vala la pena di parlare: la Prina, che tanto successo riscuote in questo momento in Italia, e la Di Donato, per forza di carriera e di ruolo.
La Prina ha una voce piccola, decisamente indietro, nel profondo della gola, come và oggi di moda: una bella mela in bocca che toglie nobiltà all'emissione ed impedisce la benchè minima proiezione del suono nella sala. Sopravvive la Prina alla facile scena d’entrata "Sieguo Cupido, amo un bel volto.." , ma il suo canto non rapisce certo. L’ascoltatore capisce poi il perché, quando arriva il Vorrei vendicarmi del perfido cor....”, ove tutti i limiti della cantante affiorano con evidenza nella coloratura. Compaiono i noti contorcimenti del dilettante, la voce tubata e gonfia nelle frasi spianate, piccola ed alleggeritissima in bocca durante l’esecuzione della coloratura, gli acutini sempre più piccoli in alto,......insomma, tutto il repertorio di pochezza tecnica cui siamo abituati da un bel po’ di tempo ormai nel repertorio barocco soprattutto. Si aggrappa al leggìo la Prina, si contorce inseguendo con la testa e le clavicole le note in spartito.......insomma, da pensare che una frattura alla spalla potrebbe impedirle di cantare! Come abbia potuto essere il grave Cesare se già in certi punti pareva bassa per lei questa tessitura....Dio sa. Ma và di moda, ed il pubblico applaude mentre gli spettatori come noi non possono fare a meno di pensare a come il passato incredibilmente si ripeta, ma........ ahimè, solo nelle dolenti note! Eh, già, perchè la voce della Prina evoca con forza il ricordo di quella di... Monica Sinclair, che era forse un filo più gracchiante, ma dotata di maggiore ampiezza rispetto a quella della Prina. Chissà perchè non ci chiediamo come mai, in un tempo in cui la filologia non aveva lo spazio che oggi occupa, il canto della Sinclair venisse ritenuto deprecabile da pubblico e critica, mentre oggi entrambi plaudano ad un mezzosoprano di egual caratura quale la Prina, indicandola come puro modello di stile haendeliano.........

La protagonista, Joyce Di Donato,era attesissima in questo debutto. Ha esibito una voce meno da soprano leggero rispetto alla sua prima scoppiettante apparizione scaligera in Cenerentola, decisamente più allargata al centro e nei primi acuti del mezzo ( o il centro del soprano ?...). E questo non è buon segno per il futuro.... Che sia un soprano o un mezzo importa poco. Mi importa invece che il moderno barocco ammetta emissioni non stilizzate, ove al centro largo fa da contrasto una zona alta con gli acutini, e, soprattutto, tanti e troppi sospiretti come nell'entrata "Dì cor mio" e, soprattutto, un declamare la scena di sdegno oppure un'interpretazione troppo caricata di "Ombre pallide". Alcina non ha una tragicità da Norma. Men che meno tollera emissioni veriste, perchè lì Joyce è stata verista. Il furore di Alcina non può essere cantato ghermendo e spingendo, perchè non v'è ombra di realismo in quel canto.

Lo straordinario recitativo “Ah Ruggier, crudel, tu non mi amasti!” scorre su toni che nulla han mai avuto a che vedere con l’astrattezza assoluta con cui Alcina esprime la sua rabbia, invocando gli spiriti d’Acheronte. Men che meno vi è una furia vera o reale nelle “Ombre pallide”, perchè lo smarrimento di Alcina, la paura del mondo che le sfugge, lo sgomento sono ideali, metafisiche, velate di malinconia. Malinconia e meraviglia che il canto della Di Donato non può esprimere, perchè per farlo occorre una emissione più alta, che dia maggiore e vera astrattezza a quei suoni, una incisività al canto che è figlio della proiezione e non della larghezza della voce.
Idem dicasi per il languore che manca per forza di cose ad una voce così impostata: la già citata scena d'ingresso “Dì, cor mio, quanto t’amai…” richiede una morbidezza, un legato, una completa assenza delle seppur minima forzatura che mancavano nella voce della brava americana.
L'emissione aveva il sapore dell'opera moderna, degli Octavian, o delle opere di Barber e Menotti, più che di Haendel.


Siamo inevitabilmente condizionati dall’ascolto della perfetta Alcina della Sutherland, è innegabile. E da sempre grandi vocaliste, dall’emissione stilizzatissima e ben più avvezze della Di Donato ai grandi cimenti del belcanto ( e penso ad una Cuberli che proprio in questo stesso Conservatorio, nel 1983, eseguì in forma di concerto, davant ad una sala allora stracolma di pubblico, una grandissima Rodelinda ), hanno temuto e magari anche evitato il confronto con un monumento vocale e stilistico come la Sutherland – Alcina, perché non si ritenevano all’altezza del compito. Oggi, al contrario, assistiamo a queste imprese, non dico improvvisate, perchè la Di Donato pare artista serissima, ma di certo poco maturate. Si comincia direttamente con il disco, che invece dovrebbe concludere anzichè iniziare, un percorso di avvicinamento e maturazione di un ruolo per il quale esistono delle documentazioni audio eccelse, che creano ineludibili confronti per qualunque esecutore, soprattutto se sprovvisto di tutti i mezzi esecutivi necessari. La via della grandezza, purtroppo, non coincide necessariamente con quella della carriera, come in questo caso: ci vogliono presupposti diversi perché simili operazioni non abbiano un sapore piuttosto commerciale.

Quanto alle altre donne del cast, hanno brillato ancor meno, in particolare la Cherici, con una voce completamente priva di appoggio, fissa già sui primi acuti, frequenemente calante. Si è barcamenata in qualche modo sino all'onerosissimo "Tornami a Vagheggiar..", peraltro applaudito dal pubblico, per poi dispensare una prestazione imbarazzante della scena finale, dove ha cantato con voce fissa, sempre tremendamente al di sotto della giusta intonazione, con assai poca gioia per le nostre orecchie.

La Beaumont ha cantato con una voce più piccola della Prina, magari anche più omogenea, ma comunque caratterizzata da emissioni dure e ghermite, soprattutto nei passi acrobatici, quali quelli della scena "Sta nell'Ircana pietosa tana.." per esempio. Ha tentato di eseguire con garbo ed eleganza i passi spianati, come nel celebre "Verdi prati.." ma è rimasta anche lei lontana dal canto professionale.
Taccio del tenore, mentre una menzione và al buon Melisso di Vito Priante, corretto anche se non molto facile in alto.

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