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lunedì 18 ottobre 2010

Firenze: la violenta catarsi di "Salome"

“Venghino, signori, venghino!”

Il nostro menù di stasera vi offre decadenti prelibatezze, voluttuose leccornie, sadiche raffinatezze d’altri tempi … i nostri in questo caso, disposte per voi su un cesellato vassoio d’argento dal nostro provocatorio, ma, fidatevi, eccellente chef: Robert Carsen.

Prego non temete, accomodatevi pure alla opulenta tavola del Tetrarca Herodes, nostro e vostro ospitale padrone di casa, e ricordatevi: non lesinate in perversioni! Dopotutto è una piacevole serata mondana tra galantuomini d’oggi, che l’esperienza della contemporaneità ha reso smaliziati, assuefatti ormai all’ingordigia sessuale, alla politica dell’apparire e dell’apparenza, alla facile marchetta, al vizio, che con sottigliezza, ne conveniamo, si confonde con la virtù.

E pazienza se ci scappa il morto: fa parte del gioco e potremo sempre dire che, in fondo, si è divertito anche lui. Sorridiamo lascivi, tutti quanti, in questo “Maelstrom” sfolgorante, trionfo del pacchiano e del gelido, del “Kitsch” e del luccichio, che ha le forme così specchianti e spigolose del Caveau di un imprecisato Casinò di Las Vegas (scene e costumi rispettivamente di Radu e Miruna Boruzescu).

La realtà? Per voi stasera sarà questa la realtà: forse l’incubo di un’adolescente precocemente corrotta da qualcosa di sinistro pericolosamente simile all’amore; oppure l’inferno privato di un patrigno particolarmente debosciato; oppure le dorate immagini moltiplicate da un impianto televisivo a circuito chiuso (video di Dario Cioni) di un mondo fatto di roulette e carte da gioco, di soldi facili e gioielli volgari da cui timidamente fa capolino una Luna solitaria che si specchia nel corpo di una candida principessa.

Pazienza se termina l’alcool; possiamo offrirvi dell’ottima droga!

E pazienza se finisce anche quella; avete dato un’occhiata ai nostri giovani e aitanti camerieri d’ambo i sessi, ammiccanti nelle loro vesti succinte (simil greche, romane, egizie; che importa!) pronti a soddisfare ogni vostro più intimo capriccio?

Ah, non badate al petulante predicatore, fratello minore senza sciabola di Kabir Bedi, che dal deserto muove verso di noi per tediarci con ridicole profezie messianiche, insulti alla nostra amabile e “vivace” padrona di casa, madame Herodias, incesti e catechismi: di lui si occuperà la nostra annoiata Salome, la quale più tardi ha promesso di danzare per voi al solo scopo di prolungare il vostro piacere… ed il suo.

Complesso, cinico, osceno, dunque magnifico lo spettacolo concepito da Robert Carsen per questa “Salome”, e non le manda certo a dire, tutt’altro; quello che intelligentemente propone è lo specchio fedele di questa nostra società, “fatta” di buffoni arricchiti e fanciulle che, avendo compreso le regole del gioco, danno loro ciò che bramano. Carne da macello, pornograficamente esibita e incarnata nelle sembianze sfatte e mostruose di Herodias, parodiata da Salome stessa in una delirante “Danza dei sette veli” (o meglio sette “vegli”, coreografia di Philippe Giraudeau) in cui la ragazza si concederà all’occhio della telecamera di Herodes ed ai corpi dei viscidi invitati. Senza speranza questa società lo è di sicuro, ma Carsen non colpevolizza Salome, tutt’altro; la farà uscire di scena proprio in quel deserto da cui proviene Jochanaan, forse per una redenzione, forse perché è “diversa”, lasciando a Herodias il compito di morire per mano di quegli stessi invitati che poco prima si erano palleggiati la testa del Battista. C’è molto de Sade, molto Carmelo Bene, molto Ken Russell, molto Michael Haneke nella crudezza tutta psicologica di questo spettacolo, e Carsen è riuscito a rendere propri e leggibili i linguaggi di questi artisti.

Poche le punte di un cast tutto sommato dignitoso, ma non ideale a dare lustro alla sontuosa scrittura straussiana.

Protagonista scenicamente implacabile e assoluta è la sorprendente Janice Baird.

Intendiamoci, è lontana dall’essere un esempio vocale a causa di una emissione tutta di gola; un passaggio di registro dall’intonazione che oscilla pericolosamente quando ricorre ai piani, soprattutto nel monologo finale e con più di un sospetto di essere a rischio rottura soprattutto quando Strauss prevede il sostegno di note lunghe come il Sol o il Fa; un registro grave carente di smalto e di armonici così da compromettere l’effetto morboso e misterioso dei vari Sol, La, Si, sotto il rigo, ridotti a sbuffi d’aria. Così la sua Salome inizia veramente a cantare dal duetto con Jochanaan in cui può proiettare con maggiore controllo le frasi dei registri centrale e acuto con voce chiara, potente, sfacciata addirittura ed un buon controllo delle frasi legate. Robusta questa voce, malgrado i difetti, lo è sicuramente come la proiezione del suono che corre agilmente nella sala. Si sente poi dal fraseggio che la Baird ha maturato e di molto la caratterizzazione del personaggio in questi anni scavando nel suo timbro così particolare ed evitando facili trucchetti per camuffare una voce ed un corpo da teenager che non possiede.

La sua Salome è sempre rigorosamente donna e ben poco virginale: conosce bene il desiderio della carne, conosce bene la facile seduzione dei sensi e la debolezza degli uomini e sa perfettamente come utilizzarli per appagare il proprio egoismo, mutandoli in ridicoli strumenti del suo volere; ma sa anche che la salvezza è fuori da quel mondo e l’imitazione infantile dei gesti del Battista e tutto il finale, tradiscono il suo anelare verso la catarsi.

Ad un livello simile si staglia l’Herodes di Kim Begley.

Ottimo Loge con Dohnànyi prima e Sinopoli poi, il tenore sfrutta con grande intelligenza e sensibilità la mercurialità del suo canto. Voce non enorme, da caratterista, ma agile, duttile, penetrante, ben emessa, oltre a possedere sia un senso sfumatissimo della dinamica della parola tedesca, accentando con dovizia ogni sillaba e trasformando ogni suono in specchio del personaggio, possiede un discreto legato ed una buona respirazione, che gli permettono di affrontrare con sicurezza i lunghi monologhi di Herodes, non evitando però certe sbavature e fissità del registro acuto. Ne consegue che il personaggio riesce, oltre a possedere una sua grottesca grandezza, ad avere una sua coerente evoluzione: da magnaccia greve e alcolizzato, a piccolo uomo consapevole del proprio vizio e schiacciato dal peso delle sue azioni.

Attrice stupenda la Mishura, con il suo fare dinoccolato e sfacciato di chi va bellamente a braccetto con il brindisi e con uomini, rosa dal vizio e dal sesso, inguainata in un vestito lamé con stola verde e parruccone rosso fuoco; ma appunto solo attrice! La voce, o quel che ne resta, è circoscritta all’alternanza di rantoli sguaiati e falsetti dalla dubbia intonazione, appesa com’è ad un filo sottilissimo con la prosa. E non mi si venga a dire che il ruolo di Herodias vada “cantato” in tali condizioni, perché anche cantanti ben più anziane della Mishura continuavano ad usare il valore delle note con maggior costrutto e non quello dei sussurri e delle grida.

Pessimo Jochanaan a Bologna, il giovane e aitante Mark S. Doss si riprende di poco a Firenze, senza fare urlare al miracolo: la voce ha acquisito maggior volume e supera senza troppa fatica il muro orchestrale, il timbro è piacevolmente scuro da bass-baritono; ma la fatica si sente quando la tessitura sale, e Jochanaan ha momenti molto acuti, ma non impossibili, in cui l’emissione si inchioda in fastidiosi gorgoglii perdendo così l’elasticità del registro centrale una volta che la frase torna più bassa. Registro centrale velato, indietro bloccato nella gola, mentre nel registro grave è degno compagno della Mishura quanto a prosa nonostante le contingenti divergenze religiose e morali. La solennità del profeta di Dio viene perduta in un fraseggio spiritato che vorrebbe essere altisonante invece è solo lontanamente imparentato con i proclami di un telepredicatore da TV privata. Scenicamente, almeno, convince nonostante abbia lo stesso “problema” di Simon Estes nella videoregistrazione berlinese, per essere totalmente credibile. Il profeta ritratto da Doss e Carsen non è altri che una contratta marionetta della religione che, dismesse le vesti da viandante del deserto (mantello e turbante, voluttuosamente tolte da Salome stessa), rimane in impeccabile completo da sera, che quasi nasconde tra i gesti meccanici, vergognandosene. Questo Jochanaan non disdegna con così tanta convinzione le carezze impudiche della principessa, lasciando alla fantasia dello spettatore un pizzico di ambiguità in più.

Tenorino con voce piccina, carina e tremula, Mark Milhofer veste i panni del tragico Narraboth facendosi quasi inghiottire dall’orchestra, seguito dal praticamente inudibile Paggio di Jennifer Holloway. Un plauso ai cinque giudei interpretati con affiatamento e sottilissima autoironia da Gianluca Floris (che si impone sugli altri per virtù di una gustosa voce da caratterista timbrata e dalle sulfuree inflessioni), Saverio Fiore, Antonio Feltracco, Cristiano Olivieri e Carlo di Cristofaro interprete anche del Cappadiciano.

Sonori e solenni, anche se tendenzialmente gutturali, i due Nazzareni interpretati da Roberto Abbondanza e Uwe Griem; migliori i due Soldati di Gabriele Ribis e Francesco Musinu e, con il doppio della voce di Milhofer, lo Schiavo di Fernando Cordeiro Opa.

Danza macabra anche sul podio: si attendeva questa “Salome” da anni e, oltre alla lunga gestazione per l’allestimento, altrettanto difficoltosa è risultata la lista dei nomi per la sua direzione.

Si era favoleggiato il nome di Mehta, in principio, che conosce la partitura anche capovolta; successivamente, dopo il grande successo della sua “Elektra” fiorentina, il nome di Ozawa sembrava essere quello più accreditato; alla presentazione del cartellone ecco spuntare il nome di Carignani, rinunciatario per ragioni di salute legati ad un intervento alla spalla (si rimetta presto Maestro Carignani!). Ed ecco arrivare l’austriaco Ralf Weikert, debuttante nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

Weikert predilige un’agogica lenta fondata sulla bellezza delle singole parti e dei singoli tempi; possiede il pregio di dare all’orchestra un suono ovunque di splendido impasto come nel duetto Salome-Jochanaan, l’interludio, l’intervento dei cinque giudei, la Danza dei sette veli o il monologo finale; ma è una bellezza fine a se stessa, estenuante e priva di spina dorsale, glaciale nella sua totale inespressività. Bellezza che il volume dell’orchestra rende spigolosa oltre il consueto alternando momenti di assordanti fortissimi a assottigliamenti sonori di carta velina.

Un vero peccato, giacchè il franco successo che ha arriso alla produzione, con entusiasmi nei confronti della Baird, non ha coinvolto la direzione orchestrale, fatta segno di applausi di cortesia e un paio di contestazioni.


Gli ascolti

Strauss

Salome


Jochanaan! Ich bin verliebt in deinen Leib - Emmy Destinn (1907)

Dein Haar ist gräßlich - Emmy Destinn (1907)



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sabato 20 dicembre 2008

"Di tanti palpiti, di tante pene"


Heinrich Heine ha scritto: “O Rossini, divino maestro, Sole d’Italia che spandi su tutta la terra i tuoi raggi sonori, perdona i miei compaesani che ti insultano a colpi di carta e d’inchiostro. Ma io mi beo dei tuoi fasci di luce melodici, dei tuoi smaglianti sogni che, come farfalle, mi danzano intorno e mi baciano il cuore con le labbra delle Grazie”. Queste parole, scritte nel 1830 dal poeta tedesco, mostrano, meglio di altre, sia la fama raggiunta da Rossini in tutta Europa (Stendhal lo battezzerà il Napoleone della musica, conosciuto da Mosca a Napoli, e la cui gloria non aveva limiti “se non quelli del mondo civile”) sia l’esatta portata delle concezioni estetiche del suo teatro.
Rossini, infatti, rimane saldamente ancorato ad un mondo governato dall’armonia della Ragione, dall’equilibrio e dall’ordine, ogni suo lavoro tende a quel Bello Ideale che trascende i sensi per tradurre l’esperienza estetica in metafisica. In tutti i suoi lavori – anche in quelli più “rivoluzionari” del periodo napoletano – Rossini non abbandonerà mai questo archetipo ideale (anche se ne dilaterà le forme sino al limite estremo), questa ricerca della Forma, rifuggendo sempre i nuovi fremiti e i bollori dell’incombente Romanticismo, coi suoi clamori, le sue emotività, la sua irrazionalità. Un inattuale dunque, Gioachino Rossini, sospeso tra due mondi, l’uno morente, l’altro non ancora nato. E lontano dalle tempeste del nuovo secolo e dalle facili illusioni dell’avvenire, rimase a coltivare e a cercare di salvare dallo scorrere senza freno della Storia, la poetica del Bello (il Bello Sublime), poi inesorabilmente spazzata via dal Tempo e dalle disillusioni (e forse proprio l’impotenza di fronte ad un nuovo mondo che non gli piaceva e a cui sentiva di non appartenere, fu il motivo del ritiro precoce dalle scene, appena trentaseienne e all’apice del successo). Non a caso l’altro grande inattuale del secolo, Goethe, ammirò Rossini ed in particolare il suo Tancredi, la cui musica gli riaffacciava alla mente il sogno di una riconquistata, o forse perduta, classicità. E pure Stendhal riconobbe in Tancredi l’illusione di una nuova Arcadia, e ritenne che questa fosse l’opera più grande scritta dal pesarese.
Tancredi, melodramma eroico in due atti, fu la vera prima grande opera seria di Rossini (dopo una comunque ragguardevole serie di già maturi lavori, la cui "diversità" rispetto ai contemporanei, e difficoltà esecutiva - soprattutto nella scrittura orchestrale - gli valse il soprannome di tedeschino). Scritta per Venezia nel 1813, significò per l’autore la conquista delle platee nazionali e internazionali (conquista subito rinforzata, nel medesimo anno con il primo capolavoro comico, L’Italiana in Algeri). Dunque il successo. E la gloria. Ma con essa anche l’invidia. E di gloria e invidia è testimone il dileggio perpetrato dal compassato e serioso Richard Wagner (dimentico dei tanti debiti verso l’opera italiana e i suoi autori, tra cui ovviamente Rossini) nei Meistersinger quando ridicolizzò proprio una melodia di Tancredi, l’ormai famosissimo “Di tanti palpiti”. Ma per quanto sgradevole e stupido, questo episodio mostra la popolarità del genio pesarese e della sua fortunata creatura (popolarità, successo e soddisfazione che resteranno sempre, per lo stolido Wagner, un motivo di grettezza, rabbia e ingratitudine - e dopo Rossini, l'insoddisfatto bidello del Walhalla se la prese col povero Donizetti). Ma che cosa rappresenta Tancredi per Rossini? Innanzitutto geometria, armonia ed equilibrio nella ricerca di un Bello Ideale che è più illusione che realtà. E a questo ideale ogni cosa viene sacrificata: i sentimenti, i caratteri, i personaggi, il dramma (Baricco lo definisce con efficacia “preistoria del Dramma, che dramma non conosce”). In Tancredi si unisce la compostezza della tragedia classica all’astrattezza e all’innocenza della figura dell’Eroe. Da queste concezioni estetiche ne discende ovviamente un preciso panorama musicale, sia nel trattamento dell’orchestra che in quello delle voci. La vocalità di Tancredi è ispirata a questa classicità astratta, fin dalla scelta del protagonista en travesti (che richiama alla memoria l’epoca ormai tramontata e gloriosa dei castrati) e dalle geometrie di cadenze, agilità, abbellimenti. Stessa geometria che si rivela nella struttura dell’opera: introduzione, cavatina, duetto... Ovvio, dunque, che a tale forte idealità, e alle sue regole formalmente inscalfibili, deve ispirarsi ogni incisione di tale capolavoro per riuscire nel proprio intento, quello cioè di rappresentare il difficile equilibrio di dramma e ragione, illusione e disillusione, eroismo e sconfitta, astrattezza e affetti.
Premetto alla disanima delle incisioni, che non appare questa essere la sede più adatta per dar conto della storia compositiva dei due finali (Venezia e Ferrara), delle problematiche che essi comportano e delle loro differenze musicali e strutturali, mi limiterò solamente ad indicare, di volta in volta, quale finale è stato scelto. Per togliere ogni dubbio dico subito che, a mio avviso, solo una cantante ha saputo rendere alla perfezione tutto ciò che Rossini comunica e scrive: Marilyn Horne. La Horne semplicemente è Tancredi. Se si osserva la discografia si noterà che non molte sono le incisioni disponibili: 1978 diretta da Gabriele Ferro; 1983 diretta da Ralf Weikert (con la Horne nel ruolo del titolo); 1994 diretta da Alberto Zedda; 1996 diretta da Roberto Abbado; 1999 diretta da Gelmetti.
Ognuna di queste ha caratteri peculiari e spunti più o meno interessanti, ma ovviamente solo quella con la Horne del 1983 mostra di aderire perfettamente a quell’estetica del Bello Ideale e dell’astrattezza belcantista che restano oggettivamente i caratteri peculiari di ogni Tancredi (in particolare) e i paletti interpretativi entro i quali restare nell'affrontare l’intero teatro musicale di Rossini (in generale).
E allora iniziamo proprio da questa incisione: oltre alla Horne presenta l’Amenaide di Lella Cuberli, l’Argirio di Ernesto Palacio e l’Orbazzano di Nicola Zaccaria. Della protagonista si è già detta l’assoluta perfezione nel superare ogni difficoltà della partitura con sicurezza e disinvoltura: le agilità sono fluide e scolpite (vere agilità di forza, come si addice all’eroe), gli acuti sono sicuri, i centri caldi, e i bassi espressivi e cantati (non parlati o “ruttati” come capita spesso di sentire). Semplicemente perfetta. Non c’è da aggiungere nulla. Sullo stesso livello la Cuberli, che dona ad Amenaide un giusto tono elegiaco e trasognato che evidenzia il contrasto con il carattere eroico di Tancredi. Palacio fa quel che può, certo dopo Merritt e Blake, è cambiata l’idea del tenore rossiniano, ma allora quello era il massimo che si potesse avere. Ovviamente il confronto con le protagoniste è impietoso, ma Palacio esegue il compito fino in fondo e si può dire egregiamente, eseguendo pure la difficile aria del secondo atto (spesso tagliata). Gli altri personaggi sono ottimo contorno. Weikert (che certo non è Karajan) accompagna con gusto e una certa leggerezza, senza intromissioni e seguendo i cantanti in modo diligente, certo la Sinfonia iniziale e i preludi all’aria di Amenaide e alla Gran Scena di Tancredi (con quegli accenti beethoveniani) meriterebbero di più, ma non ci si può certo lamentare. L’opera è eseguita con il finale tragico di Ferrara ed è pressocchè integrale, con solo pochi tagli nei recitativi secchi e una piccola limatura nel Coro finale dei Cavalieri (N. 16 II A).
Torniamo indietro al 1978, la prima vera incisione completa dell’edizione critica firmata da Philip Gossett (se si eccettua quella incisa da Perras per la Maison de la Culture di Rennes nei primi anni ’70, in realtà poco più che un saggio). A fianco della splendida Amenaide della Cuberli, Tancredi è Fiorenza Cossotto, che mostra non poche difficoltà, soprattutto nei duetti, ma che, intelligentemente, non potendo inseguire l’eroismo del personaggio con agilità di forza e accento eroico, risolve Tancredi interiorizzandolo e dandogli una patina elegiaca che, seppur distante dagli intenti di Rossini, appare piacevole all’ascolto e per certi versi convincente. Certo i problemi talvolta emergono: soprattutto negli acuti e nelle agilità a volte un pò pasticciate. Ciò che però delude maggiormente è il contorno: e se l’Orbazzano di Ghiuselev (seppure faticoso) è tutto sommato buono, l’Argirio di Werner Hollweg è semplicemente pessimo. A partire dalla fantasiosa pronuncia, per proseguire con le agilità approssimate, agli acuti sforzati e alla mancanza di fraseggio e colore. La direzione di Ferro poi (su strumenti originali) si caratterizza per una pesantezza opprimente: dov’è l’Arcadia che tanto aveva affascinato Goethe? Il finale scelto è quello tragico e l’opera è integralissima, con tutti i recitativi secchi (e sentita la pronuncia di Hollweg, e la lentezza di Ferro, forse qualche taglio lì sarebbe stato opportuno).
Arriviamo al 1994 per un’edizione assai interessante. Tancredi è Ewa Podles, magnifa nel ruolo del protagonista, mostrando tutto il debito nei confronti della Horne. La voce è scura, potente, ma molto agile. Amenaide è l’algida Sumi Jo, a me piace, ma confesso che ad un primo ascolto si rimane spiazzati: un Rossini rivisto con gli occhi di Mozart. Argirio è il leggero e anonimo Stanford Olsen e Orbazzano è Pietro Spagnoli. Entrambi senza troppa infamia e senza lode (ma già è tanto che non si facciano disastri). Dirige Zedda, che, al contrario di Ferro, pare abbia messo il piede sull’accelleratore (e forse in certi punti, la sua lettura appare un pò troppo sbrigativa). Di sua mano pure le variazioni delle riprese. L’opera è integrale, ma con tagli consistenti nei recitativi secchi. Zedda sceglie il finale lieto (per altro eseguito non nella forma originale, ma in quella già ampiamente rivista da Rossini dopo le prime esecuzioni).
Roberto Abbado firma, nel 1996, una nuova edizione di Tancredi, che presenta, per la prima volta, entrambi i finali integrali. Tutta l’opera è completa, in tutti i suoi numeri, nonché presenta due appendici: la cavatina sostitutiva di Tancredi "O sospirato lido - Dolci d'amor parole" (rimpiazzo a “Di tanti palpiti") e quella di Amenaide "Ah se pur morir degg'io" (che sostitui “Ah che il morir nonè”), brani assai gradevoli, ma che mostrano solamente la superiorità degli originali. Tancredi è Vesselina Kasarova, Amenaide è Eva Mei. La prima si ispira chiaramente alla Horne, senza però raggiungerne i risultati, e, pur aiutata dalle facilitazioni che una registrazione in studio comporta, mostra qualche difficoltà nell’esprimere l’eroicità del personaggio. Stessa cosa per la Mei, incerta nell'imprimere un carattere compiutamente elegiaco ad Amenaide. Entrambe tuttavia, disegnano due personaggi adolescenziali, freschi, forse più incoscienti che eroici. Una lettura interessante e pure efficace. Certo è triste confrontare questa incisione di due voci belle e di bellissime speranze, alle loro odierne esibizioni, per me assai deludenti. Stesso discorso (dell’allora e dell’ora) vale per il tenore: Vargas incide forse il miglior Argirio documentato su disco, voce bella, e con un certo corpo, sicura e agile. Peccato poi che qualcuno gli abbia messo in testa di diventare un “tenore verdiano” coi risultati oggi udibili (o meglio inudibili). In sostanza un’ottima edizione in studio che presenta l’opera in tutto il suo splendore e con cantanti che, da queste premesse, avrebbero potuto segnare un’importante pagine nell’odierna esecuzione di Rossini. Purtroppo la storia è andata in modo differente.
Infine arriviamo al Rossini Opera Festival del 1999: un Tancredi molto deludente, salvato solo dall’Amenaide della Takova. Protagonista è Daniela Barcellona, che appare in più di un punto inadeguata al ruolo, con voce talvolta artificiosamente scurita, spesso ingolata e affaticata. Agilità e acuti non sono impeccabili, centri buoni, bassi pessimi (spesso parlati). Il peggiore è però l’Argirio di Filianoti (che per comodità si taglia pure l’aria del secondo atto: taglio ignobilmente giustificato da Gossett con argomentazioni degne di un pessimo azzecagarbugli di provincia), nel mozzicone di parte che gli è rimasta appare una voce del tutto inadeguata a Rossini e a qualsiasi suo titolo (eppure il ROF si è messo in testa che lui e Meli siano cantanti rossiniani). Inadeguata perche non ha l’estensione sufficiente, non ha l’agilità consona e non ha la robustezza e la resistenza richiesta. Non ci si improvvisa tenori rossiniani, e alla mancanza di natura (o alla mancanza di studio) non si supplisce con la speranza di miracoli e apparizioni improvvise di note sulla parte alta del rigo. Purtroppo, però, a queste mancanze, supplisce spesso l’agente, che riesce dove Madre Natura si è dovuta fermare. Sono i misteri dei nostri teatri. Tornando all’incisione, il resto – tolta la Takova – suscita ben poco interesse: Gelmetti è anonimo, e la partitura è presentata in forma composita: un mix delle diverse edizioni, con tagli ad arie e recitativi. Il finale scelto, comunque, è quello tragico.
Questo è un breve excursus dell’esistente, non saprei cosa ci possa riservare il futuro per ciò che riguarda Rossini e Tancredi. Temo tuttavia, che il recente (e fallimentare, almeno per me) esperimento del Tancredi romano firmato René Jacobs venga prima o poi riversato in disco (e sicuramente premiato coi soliti Diapason d’Or, Choc – Le monde de la Musique, Repertoire, che paiono creati dai cugini d’Oltralpe ad uso esclusivo di Jacobs e dei suoi...) aprendo così definitivamente la strada alla temuta barocchizzazione di Rossini. Chi vivrà vedrà. Per ora è meglio ascoltare l'esistente (rectius, parte di esso) e non aspettarsi molto dalle "magnifiche sorti e progressive" che la nuova generazione di sedicenti interpreti rossiniani (?) lasciano intravvedere. Chiudo quindi, con un’altra citazione, e mi riporto alla stesso poeta tedesco dell’iniziono: “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (Heinrich Heine). Ascoltate la Horne e capirete Tancredi. Buon ascolto!

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