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venerdì 18 dicembre 2009

40 anni di Katia

Ieri sera la televisione ci ha recapitato a domicilio uno spettacolo commemorativo dei quarant'anni di carriera lirica della signora Katia Ricciarelli, in effetti debuttante nel 1969 al Grande di Brescia quale Mimì, famosa a partire dal 1971 grazie alla meritata vittoria al concorso Voci Verdiane, credo assente da dieci anni da palcoscenici di un certo richiamo.

Poi la Katia nazionale divenne soprano pucciniano, donizettiano e rossiniano: cantava tutto, non emergeva in nulla, occupava posizioni che altri e più meritevoli soprani si guadagnavano con il lavoro sulle tavole del palcoscenico.
E nell'essere sempre di parere contrario, nell'avere sempre altri e differenti modelli rispetto a quelli celebrati dagli organi ufficiali della stampa, nell'avere (Domenico Donzelli e Giulia Grisi) più volte riprovato la signora, soprattutto quando metteva il piede nel campo minatissimo di Rossini, vogliamo rendere il nostro personalissimo omaggio con il metodo del confronto con altre signore. Quelle riguardo la cui capacità o vocale o artistica in altri luoghi si ha il coraggio (per usare un eufemismo) di arricciare il naso.
Non solo, ma vogliamo anche dire che certi spettacoli (bravissimi, però, Ron,Fausto Leali, Massimo Ranieri ed Al Bano, anch'essi in carriera da oltre un quarantennio) rendono la lirica, i cantanti d'opera assolutamente meritevoli dei tagli al FUS, della chiusura dei teatri e di ogni altri misura cautelare e di buon gusto.
Non si educa, non si forma, non si istruisce alcuno presentando certi ribaltoni dove le cantanti d'opera, festeggiata in primis, sono emule della famosa Foster Jenkins. L'"opera trash" in televisione deve cessare, se si ama l'Opera. O si celebrino altre/i e diverse/i professionisti che onorano da pari tempo il mestiere del cantante lirico!
Poi, per onestà, ricordo la Nemesi, che di recente e con riferimento ad altra cantante catalana che ancora calca le tavole di chiese e palcoscenici, un amico ci ha ricordato, e allora siamo quasi costretti a rimpiangere certe serate della Katia nazionale. Ma cara signora, non si ricorda la misura del Goldoni della Toti?


Gli ascolti

Rossini

Tancredi


Atto II

Giusto Dio, che umile adoro - Katia Ricciarelli (1982), Lella Cuberli (1983)

Semiramide

Atto I

Bel raggio lusinghier...Dolce pensiero - Katia Ricciarelli (1981), June Anderson (1982)

Verdi

Traviata


Atto I

E' strano...Ah, fors'è lui...Follie! follie!...Sempre libera - Maria Chiara (1977), Katia Ricciarelli (1979)

Don Carlo

Atto V

Tu che le vanità - Katia Ricciarelli (1973), Margaret Price (1978)

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martedì 4 agosto 2009

Tancredi americano vs. Tancredi ausonio

Nel dicembre 1981 il Teatro la Fenice di Venezia presentò a cavallo delle festività natalizie cinque recite di Tancredi.
Nel title role Marilyn Horne, che con il guerriero ed esule siracusano aveva già notevole frequentazione. Al suo fianco Lella Cuberli, che a Martina Franca nel 1976, con Amenaide aveva iniziato la carriera. Il trionfo indusse la direzione del teatro a riproporre il titolo con il medesimo cast nel giugno 1983. Medesimo, purtroppo, anche quello maschile. Ma nel maggio del 1983 a New York era stata offerta la possibilità di sentire, finalmente, cantare Argirio, grazie a Chris Merritt. Il quale rimane la più completa e affascinante realizzazione del tenore baritonale ad oggi udita.

Si racconta che, nella prima edizione, dopo la sezione centrale del secondo duetto “Ah come mai quest’anima”, salutata da un diluvio di applausi la Horne commentò con Lella Cuberli che avrebbero potuto proporre, come bis, l’inno americano. E Gino Negri, che recensiva gli spettacoli d’opera per Panorama augurò a Lucia Valentini e Katia Ricciarelli, annunciate protagoniste a Pesaro per l’estate successivo, di pensare a “Fratelli d’Italia”.
Nell’agosto successivo Pesaro propose, quindi, la coppia della repubblica di San Marco Valentini-Ricciarelli.
Chi volesse una sintetica, veritiera recensione dello spettacolo pesarese può andare a leggere la recensione di Rodolfo Celletti sulla rivista “Discoteca-Hifi” dell’ottobre successivo.
Ho visto dal vivo le tre produzioni.
Morta nel 1999 Lucia Valentini il Festival di Pesaro l’ha celebrata. Per chi volesse è disponibile il video “In memoriam” dove compaiono gli organizzatori del Festival a celebrare la defunta e dove Gianfranco Mariotti, senza perifrasi, dichiara che quel Tancredi fu la risposta italiana a quello americano offerto da Venezia.
Una tale affermazione imporrebbe di chiamarla risposta italica. Aggettivo che evoca altre immagini assai consone al principio che governò la scelta.
Ma l’opinione del soprintendente di lungo corso fa comprendere i motivi per cui le due protagoniste del Tancredi veneziano più la terza più autentica signora Rossini di quegli anni (ossia Martine Dupuy) non ebbero con il festival i rapporti della coppia italica.
Credo che nulla più degli ascolti possa testimoniare quello che venne udito in quel principio di anni ’80.
E potrei quindi anche evitare scrittura a me e tedio a chi leggesse.
Un fatto, però, gli ascolti non sono in grado di testimoniare, ossia lo spirito di quegli anni, il clima, la febbre che ardeva nel pubblico per quelle riproposizioni, la cui rilevanza era evidente a tutti. A prescindere dai rapporti fra le primedonne, gli spettatori erano realmente divisi in fazioni. Difficile per il fan della Horne decretare il trionfo alla Terrani e soprattutto difficile il viceversa.
Va anche precisato che i protagonisti di quella stagione avevano ciascuno un differente approccio all’autore. Da un lato avevamo Marilyn Horne, e con lei Blake e Merritt, che delle indicazioni di dinamica e scrittura vocale facevano il punto di partenza per realizzare il legittimo desiderio di esprimere soprattutto mediante la metafora, offerta dal virtuosismo. All’esatto opposto la Valentini (e più ancora la Ricciarelli, una vera fuori luogo del canto rossiniano) che della libertà assoluta dell’esecutore in rapporto con il testo erano poco o nulla convinte, vuoi per formazione, frequentazioni e soprattutto qualità tecniche, perché la sola tecnica (e accade anche nel Verismo come insegna un Pertile o un’Olivero) stimola l’inventiva dell’interprete. A metà, ma più sul versante americano Lella Cuberli e Martine Dupuy che nell’assoluto rispetto della prassi esecutiva sfoggiavano anche risorse di accento molto italiane.
Rossini autore che si affida solo alla metafora ed all’idealità dell’arte per esprimere tutta la gamma dei sentimenti ricorre al mezzo della scrittura vocale ed esige assoluta ortodossia della tecnica. Solo con l’ortodossia tecnica il cantante può essere un interprete rossiniano. Sino alla nausea ed alla monotonia si può, poi, parlare degli accenti nascosti che sono sigla dell’interprete di Rossini, ma lo sono a patto di emettere suoni in ogni zona della voce calibrati sul fiato, morbidi e rotondi. Questi aggettivi sono quelli che accompagnarono per tutta la carriera Marietta Alboni, di fatto l’unica vera allieva di Rossini.
A questa richiesta del quartetto risponde in maniera assoluta e costante Lella Cuberli. Che la voce di Lella Cuberli non fosse eccezionale la prima a saperlo credo fosse proprio la stessa signora Cuberli. La voce non era di grande volume, ma sempre sonora tanto che nei concertati svettava senza alcuna fatica su orchestra coro ed altri solisti. Negli anni di quel Tancredi, sul punto di diventare una star, Lella Cuberli emetteva suoni ampi, morbidi in tutta la gamma della voce (non estesissima, ma facile sino al do5) ed eseguiva tutte le figure ornamentali sia previste dall’autore sia inserite come abbellimenti. Basta ascoltare nella sortita il passaggio alla battuta n° 70 o la purezza del suono nel duetto secondo con Tancredi all’attacco del “A te fedel”. Non abbiamo proposto il primo duetto dove Amenaide all’attacco “L’aura che intorno” è chiamata a cantare su una tessitura centralissima e per giunta fiorita (una serie di terzine vocalizzate nella sezione conclusiva) e dove la voce della protagonista femminile non soffre.
Interpretare Rossini: nessuna Amenaide, magari di timbro più bello (Darina Takova a Pesaro nel 1999), magari più estesa in alto (Mariella Devia in giro per l’Italia) ha espresso patetismo e poesia come Lella Cuberli nell’esecuzione degli andanti, ha sfumato legato sospirato come Lella Cuberli senza intaccare precisione e posizione del suono. In questo è la più Rossiniana che abbia mai calcato le scene. Ovvio che con tali premesse le due arie del secondo atto sono la più completa espressione della cantante.
La posizione della voce è la scriminante delle prestazione della Horne e della Valentini e ciò a prescindere dalla qualità vocale intrinsecamente migliore nella cantante italiana, il cui “colore” era di autentico mezzosoprano.
L’esatta posizione del suono di Marilyn Horne le consente di sfumare in ogni zona della voce, di dare il giusto senso a ciascuna della parole dei recitativi ad animare un personaggio che di suo ossia di scrittura rossiniana non può competere con Arsace, Malcolm e Falliero (non per nulla con i trasporti del caso era la parte di una cantante nobile e patetica come la Pasta e non di una virtuosa inarrivabile come la Pisaroni) .
L’esatta posizione del suono ha un’altra conseguenza ossia quella di esaltare la dinamica della cantante. Quando la Valentini esibisce cospicua dinamica abbiamo la sensazione di una minor varietà di suono perché non c’è il completo, corretto sfruttamento delle risonanze in maschera.
D’altra parte basta guardare il video di Pesaro della Valentini e quello di Roma 1977 della Horne per rendersi conto del differente metodo di respirazione delle due cantanti.
Poi si può anche censurare la Horne che per emettere alla chiusa del rondò un si bem acuto abbassa di un tono il grande rondò a partire dal “traditrice io t’abbandono”, ma il do –interpolato- della Valentini è strillacchiato ossia quanto di più antirossianiano possa essere proposto al pubblico.
Anche in una pagina centrale - batte un’ottava - come l’arietta “Perché turbar la calma” l’interpretazione della Horne è più varia per la superiorità tecnica. A prescindere dagli interventi sul testo dell’esecutrice. Se, poi, certe scelte dipendano da carattere, idea del personaggio , cognizione tecnica è arduo dirlo, ma la Horne si prende il lusso di eseguire o trarre spunto dalle varianti della Pasta nel secondo duetto e di attaccare il rondò finale debitamente rimpolpato, ancor più grave di come scritto, lentissimo e progressivamente stringere il tempo nel punto in cui può esaltare il proprio virtuosismo, amplificando le indicazioni dello spartito, mentre la Valentini lo esegue senza seguire le indicazioni e, per essere chiari, le volate sono tutte piuttosto “strascicate”. Anche se il secondo atto della Valentini, almeno alla prima rappresentazione, era migliore del primo.
Ancora arrivata alla cadenza dell’andante la Horne e la Cuberli ne propongono una di grande effetto, che esalta le doti delle due interpreti. In teatro, posso dirlo, non volava una mosca quando le due voci si rincorrevano sul pentagramma e la Horne alleggeriva e schiariva per raggiungere il si bem del soprano (dopo aver esagerato un poco coi suoni di petto nella prima parte dell’andante sulle parole “cangiò per me d’affetto”) e alla fine esplodevano le urla del pubblico. A Pesaro la Ricciarelli e la Valentini inaugurarono la moda di omettere qualsivoglia cadenza, ossia di non rispettare il segno di corona che compare sul la3 di Amenaide. E ciò dopo averne interpolate e giustamente al primo duetto dove i picchettati soprattutto della Ricciarelli erano tutt’altro che precisi nell’esecuzione.
Dulcis in fundo nell’italica esecuzione ci sarebbe, anzi c’era (purtroppo) la Ricciarelli. Spartito alla mano non c’è nota sopra il sol acuto che non sia gridata, se nelle agilità, o falsettata nei passi spianati. Il cattivo controllo della respirazione costringe a patteggiamenti con le messe di voce, a partire da quella iniziale “Come dolce all’alma mia” a pasticci ed imprecisioni nell’esecuzione de picchettati (primo duetto con Tancredi, cabaletta della seconda aria, con un bel do berciato subito dopo o nel finale lieto, eseguito a Pesaro) e quel che è peggio ad un accento perennemente lamentoso che si confà solo in parte al personaggio. Fra l’altro, sempre spartito alla mano, la parte di Amenaide presenta una coloratura ben più minuta di quella di Tancredi, già presaga dell’evoluzione in quel senso di Rossini. Consegnare un personaggio con tali caratteristiche ad una cantante che tutto aveva cantato senza mai essere una specialista di niente significa tradire l’autore che si voleva a parole onorare.
Ancora il fatto che le protagoniste pesaresi fossero italiane e le veneziane statunitensi, registrazioni alla mano, non comportò affatto per la prima coppia un accento migliore una scansione più netta. Anzi sia la Terrani che la Ricciarelli si rifugiarono in una sorta di castigatezza di accento che si rivelò spesso inerzia. In questo senso gli eccessi yankee di Mrs Horne offrono una visione più sfaccettata del personaggio.
Da quelle recite sono passati quasi trent’anni, delle quattro protagoniste le tre viventi due godono il “meritato riposo” attive come organizzatrici e maestre di canto, un’altra è sempre in carriera. Altra, ma sempre carriera pubblica. Non solo: molti altri Tancredi, anche in Pesaro, sono stati riproposti al pubblico. Abbiamo dovuto assistere a teorizzazioni, sempre di matrice pesarese, circa la superiorità delle attuali generazioni di cantanti rossiniane rispetto alle pregresse, di cui le nostre quatto protagoniste facevano parte. Soprattutto abbiamo dovuto assistere alla crocifissione della prassi esecutiva ed interpretativa di cui la Horne e la Cuberli sono state un esempio. Tutto è lecito, signori, ma solo per riempire il teatro e pareggiare i bilanci. A Venezia quella due signore, una delle quali brandiva una spada della dimensione di un coltello da bistecca, hanno evocato fantasmi. Le attuali, figlie delle pesaresi, sono già in scena fantasmi. E non è un gioco di parole. Ma una triste realtà.


Gli ascolti

Rossini - Tancredi


Atto I

Come dolce all'alma mia - Katia Ricciarelli (1982), Lella Cuberli (1983)

O patria...Tu che accendi...Di tanti palpiti - Lucia Valentini-Terrani (1982), Marilyn Horne (1983)

L'aura che intorno spiri - Katia Ricciarelli & Lucia Valentini-Terrani (1982)

Atto II

Giusto Dio, che umile adoro - Katia Ricciarelli (1982), Lella Cuberli (1983)

Lasciami! Non t'ascolto - Marilyn Horne & Lella Cuberli (1983)

Ah, che scordar non so...Perché turbar la calma - Lucia Valentini-Terrani (1982), Marilyn Horne (1983)

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sabato 20 dicembre 2008

"Di tanti palpiti, di tante pene"


Heinrich Heine ha scritto: “O Rossini, divino maestro, Sole d’Italia che spandi su tutta la terra i tuoi raggi sonori, perdona i miei compaesani che ti insultano a colpi di carta e d’inchiostro. Ma io mi beo dei tuoi fasci di luce melodici, dei tuoi smaglianti sogni che, come farfalle, mi danzano intorno e mi baciano il cuore con le labbra delle Grazie”. Queste parole, scritte nel 1830 dal poeta tedesco, mostrano, meglio di altre, sia la fama raggiunta da Rossini in tutta Europa (Stendhal lo battezzerà il Napoleone della musica, conosciuto da Mosca a Napoli, e la cui gloria non aveva limiti “se non quelli del mondo civile”) sia l’esatta portata delle concezioni estetiche del suo teatro.
Rossini, infatti, rimane saldamente ancorato ad un mondo governato dall’armonia della Ragione, dall’equilibrio e dall’ordine, ogni suo lavoro tende a quel Bello Ideale che trascende i sensi per tradurre l’esperienza estetica in metafisica. In tutti i suoi lavori – anche in quelli più “rivoluzionari” del periodo napoletano – Rossini non abbandonerà mai questo archetipo ideale (anche se ne dilaterà le forme sino al limite estremo), questa ricerca della Forma, rifuggendo sempre i nuovi fremiti e i bollori dell’incombente Romanticismo, coi suoi clamori, le sue emotività, la sua irrazionalità. Un inattuale dunque, Gioachino Rossini, sospeso tra due mondi, l’uno morente, l’altro non ancora nato. E lontano dalle tempeste del nuovo secolo e dalle facili illusioni dell’avvenire, rimase a coltivare e a cercare di salvare dallo scorrere senza freno della Storia, la poetica del Bello (il Bello Sublime), poi inesorabilmente spazzata via dal Tempo e dalle disillusioni (e forse proprio l’impotenza di fronte ad un nuovo mondo che non gli piaceva e a cui sentiva di non appartenere, fu il motivo del ritiro precoce dalle scene, appena trentaseienne e all’apice del successo). Non a caso l’altro grande inattuale del secolo, Goethe, ammirò Rossini ed in particolare il suo Tancredi, la cui musica gli riaffacciava alla mente il sogno di una riconquistata, o forse perduta, classicità. E pure Stendhal riconobbe in Tancredi l’illusione di una nuova Arcadia, e ritenne che questa fosse l’opera più grande scritta dal pesarese.
Tancredi, melodramma eroico in due atti, fu la vera prima grande opera seria di Rossini (dopo una comunque ragguardevole serie di già maturi lavori, la cui "diversità" rispetto ai contemporanei, e difficoltà esecutiva - soprattutto nella scrittura orchestrale - gli valse il soprannome di tedeschino). Scritta per Venezia nel 1813, significò per l’autore la conquista delle platee nazionali e internazionali (conquista subito rinforzata, nel medesimo anno con il primo capolavoro comico, L’Italiana in Algeri). Dunque il successo. E la gloria. Ma con essa anche l’invidia. E di gloria e invidia è testimone il dileggio perpetrato dal compassato e serioso Richard Wagner (dimentico dei tanti debiti verso l’opera italiana e i suoi autori, tra cui ovviamente Rossini) nei Meistersinger quando ridicolizzò proprio una melodia di Tancredi, l’ormai famosissimo “Di tanti palpiti”. Ma per quanto sgradevole e stupido, questo episodio mostra la popolarità del genio pesarese e della sua fortunata creatura (popolarità, successo e soddisfazione che resteranno sempre, per lo stolido Wagner, un motivo di grettezza, rabbia e ingratitudine - e dopo Rossini, l'insoddisfatto bidello del Walhalla se la prese col povero Donizetti). Ma che cosa rappresenta Tancredi per Rossini? Innanzitutto geometria, armonia ed equilibrio nella ricerca di un Bello Ideale che è più illusione che realtà. E a questo ideale ogni cosa viene sacrificata: i sentimenti, i caratteri, i personaggi, il dramma (Baricco lo definisce con efficacia “preistoria del Dramma, che dramma non conosce”). In Tancredi si unisce la compostezza della tragedia classica all’astrattezza e all’innocenza della figura dell’Eroe. Da queste concezioni estetiche ne discende ovviamente un preciso panorama musicale, sia nel trattamento dell’orchestra che in quello delle voci. La vocalità di Tancredi è ispirata a questa classicità astratta, fin dalla scelta del protagonista en travesti (che richiama alla memoria l’epoca ormai tramontata e gloriosa dei castrati) e dalle geometrie di cadenze, agilità, abbellimenti. Stessa geometria che si rivela nella struttura dell’opera: introduzione, cavatina, duetto... Ovvio, dunque, che a tale forte idealità, e alle sue regole formalmente inscalfibili, deve ispirarsi ogni incisione di tale capolavoro per riuscire nel proprio intento, quello cioè di rappresentare il difficile equilibrio di dramma e ragione, illusione e disillusione, eroismo e sconfitta, astrattezza e affetti.
Premetto alla disanima delle incisioni, che non appare questa essere la sede più adatta per dar conto della storia compositiva dei due finali (Venezia e Ferrara), delle problematiche che essi comportano e delle loro differenze musicali e strutturali, mi limiterò solamente ad indicare, di volta in volta, quale finale è stato scelto. Per togliere ogni dubbio dico subito che, a mio avviso, solo una cantante ha saputo rendere alla perfezione tutto ciò che Rossini comunica e scrive: Marilyn Horne. La Horne semplicemente è Tancredi. Se si osserva la discografia si noterà che non molte sono le incisioni disponibili: 1978 diretta da Gabriele Ferro; 1983 diretta da Ralf Weikert (con la Horne nel ruolo del titolo); 1994 diretta da Alberto Zedda; 1996 diretta da Roberto Abbado; 1999 diretta da Gelmetti.
Ognuna di queste ha caratteri peculiari e spunti più o meno interessanti, ma ovviamente solo quella con la Horne del 1983 mostra di aderire perfettamente a quell’estetica del Bello Ideale e dell’astrattezza belcantista che restano oggettivamente i caratteri peculiari di ogni Tancredi (in particolare) e i paletti interpretativi entro i quali restare nell'affrontare l’intero teatro musicale di Rossini (in generale).
E allora iniziamo proprio da questa incisione: oltre alla Horne presenta l’Amenaide di Lella Cuberli, l’Argirio di Ernesto Palacio e l’Orbazzano di Nicola Zaccaria. Della protagonista si è già detta l’assoluta perfezione nel superare ogni difficoltà della partitura con sicurezza e disinvoltura: le agilità sono fluide e scolpite (vere agilità di forza, come si addice all’eroe), gli acuti sono sicuri, i centri caldi, e i bassi espressivi e cantati (non parlati o “ruttati” come capita spesso di sentire). Semplicemente perfetta. Non c’è da aggiungere nulla. Sullo stesso livello la Cuberli, che dona ad Amenaide un giusto tono elegiaco e trasognato che evidenzia il contrasto con il carattere eroico di Tancredi. Palacio fa quel che può, certo dopo Merritt e Blake, è cambiata l’idea del tenore rossiniano, ma allora quello era il massimo che si potesse avere. Ovviamente il confronto con le protagoniste è impietoso, ma Palacio esegue il compito fino in fondo e si può dire egregiamente, eseguendo pure la difficile aria del secondo atto (spesso tagliata). Gli altri personaggi sono ottimo contorno. Weikert (che certo non è Karajan) accompagna con gusto e una certa leggerezza, senza intromissioni e seguendo i cantanti in modo diligente, certo la Sinfonia iniziale e i preludi all’aria di Amenaide e alla Gran Scena di Tancredi (con quegli accenti beethoveniani) meriterebbero di più, ma non ci si può certo lamentare. L’opera è eseguita con il finale tragico di Ferrara ed è pressocchè integrale, con solo pochi tagli nei recitativi secchi e una piccola limatura nel Coro finale dei Cavalieri (N. 16 II A).
Torniamo indietro al 1978, la prima vera incisione completa dell’edizione critica firmata da Philip Gossett (se si eccettua quella incisa da Perras per la Maison de la Culture di Rennes nei primi anni ’70, in realtà poco più che un saggio). A fianco della splendida Amenaide della Cuberli, Tancredi è Fiorenza Cossotto, che mostra non poche difficoltà, soprattutto nei duetti, ma che, intelligentemente, non potendo inseguire l’eroismo del personaggio con agilità di forza e accento eroico, risolve Tancredi interiorizzandolo e dandogli una patina elegiaca che, seppur distante dagli intenti di Rossini, appare piacevole all’ascolto e per certi versi convincente. Certo i problemi talvolta emergono: soprattutto negli acuti e nelle agilità a volte un pò pasticciate. Ciò che però delude maggiormente è il contorno: e se l’Orbazzano di Ghiuselev (seppure faticoso) è tutto sommato buono, l’Argirio di Werner Hollweg è semplicemente pessimo. A partire dalla fantasiosa pronuncia, per proseguire con le agilità approssimate, agli acuti sforzati e alla mancanza di fraseggio e colore. La direzione di Ferro poi (su strumenti originali) si caratterizza per una pesantezza opprimente: dov’è l’Arcadia che tanto aveva affascinato Goethe? Il finale scelto è quello tragico e l’opera è integralissima, con tutti i recitativi secchi (e sentita la pronuncia di Hollweg, e la lentezza di Ferro, forse qualche taglio lì sarebbe stato opportuno).
Arriviamo al 1994 per un’edizione assai interessante. Tancredi è Ewa Podles, magnifa nel ruolo del protagonista, mostrando tutto il debito nei confronti della Horne. La voce è scura, potente, ma molto agile. Amenaide è l’algida Sumi Jo, a me piace, ma confesso che ad un primo ascolto si rimane spiazzati: un Rossini rivisto con gli occhi di Mozart. Argirio è il leggero e anonimo Stanford Olsen e Orbazzano è Pietro Spagnoli. Entrambi senza troppa infamia e senza lode (ma già è tanto che non si facciano disastri). Dirige Zedda, che, al contrario di Ferro, pare abbia messo il piede sull’accelleratore (e forse in certi punti, la sua lettura appare un pò troppo sbrigativa). Di sua mano pure le variazioni delle riprese. L’opera è integrale, ma con tagli consistenti nei recitativi secchi. Zedda sceglie il finale lieto (per altro eseguito non nella forma originale, ma in quella già ampiamente rivista da Rossini dopo le prime esecuzioni).
Roberto Abbado firma, nel 1996, una nuova edizione di Tancredi, che presenta, per la prima volta, entrambi i finali integrali. Tutta l’opera è completa, in tutti i suoi numeri, nonché presenta due appendici: la cavatina sostitutiva di Tancredi "O sospirato lido - Dolci d'amor parole" (rimpiazzo a “Di tanti palpiti") e quella di Amenaide "Ah se pur morir degg'io" (che sostitui “Ah che il morir nonè”), brani assai gradevoli, ma che mostrano solamente la superiorità degli originali. Tancredi è Vesselina Kasarova, Amenaide è Eva Mei. La prima si ispira chiaramente alla Horne, senza però raggiungerne i risultati, e, pur aiutata dalle facilitazioni che una registrazione in studio comporta, mostra qualche difficoltà nell’esprimere l’eroicità del personaggio. Stessa cosa per la Mei, incerta nell'imprimere un carattere compiutamente elegiaco ad Amenaide. Entrambe tuttavia, disegnano due personaggi adolescenziali, freschi, forse più incoscienti che eroici. Una lettura interessante e pure efficace. Certo è triste confrontare questa incisione di due voci belle e di bellissime speranze, alle loro odierne esibizioni, per me assai deludenti. Stesso discorso (dell’allora e dell’ora) vale per il tenore: Vargas incide forse il miglior Argirio documentato su disco, voce bella, e con un certo corpo, sicura e agile. Peccato poi che qualcuno gli abbia messo in testa di diventare un “tenore verdiano” coi risultati oggi udibili (o meglio inudibili). In sostanza un’ottima edizione in studio che presenta l’opera in tutto il suo splendore e con cantanti che, da queste premesse, avrebbero potuto segnare un’importante pagine nell’odierna esecuzione di Rossini. Purtroppo la storia è andata in modo differente.
Infine arriviamo al Rossini Opera Festival del 1999: un Tancredi molto deludente, salvato solo dall’Amenaide della Takova. Protagonista è Daniela Barcellona, che appare in più di un punto inadeguata al ruolo, con voce talvolta artificiosamente scurita, spesso ingolata e affaticata. Agilità e acuti non sono impeccabili, centri buoni, bassi pessimi (spesso parlati). Il peggiore è però l’Argirio di Filianoti (che per comodità si taglia pure l’aria del secondo atto: taglio ignobilmente giustificato da Gossett con argomentazioni degne di un pessimo azzecagarbugli di provincia), nel mozzicone di parte che gli è rimasta appare una voce del tutto inadeguata a Rossini e a qualsiasi suo titolo (eppure il ROF si è messo in testa che lui e Meli siano cantanti rossiniani). Inadeguata perche non ha l’estensione sufficiente, non ha l’agilità consona e non ha la robustezza e la resistenza richiesta. Non ci si improvvisa tenori rossiniani, e alla mancanza di natura (o alla mancanza di studio) non si supplisce con la speranza di miracoli e apparizioni improvvise di note sulla parte alta del rigo. Purtroppo, però, a queste mancanze, supplisce spesso l’agente, che riesce dove Madre Natura si è dovuta fermare. Sono i misteri dei nostri teatri. Tornando all’incisione, il resto – tolta la Takova – suscita ben poco interesse: Gelmetti è anonimo, e la partitura è presentata in forma composita: un mix delle diverse edizioni, con tagli ad arie e recitativi. Il finale scelto, comunque, è quello tragico.
Questo è un breve excursus dell’esistente, non saprei cosa ci possa riservare il futuro per ciò che riguarda Rossini e Tancredi. Temo tuttavia, che il recente (e fallimentare, almeno per me) esperimento del Tancredi romano firmato René Jacobs venga prima o poi riversato in disco (e sicuramente premiato coi soliti Diapason d’Or, Choc – Le monde de la Musique, Repertoire, che paiono creati dai cugini d’Oltralpe ad uso esclusivo di Jacobs e dei suoi...) aprendo così definitivamente la strada alla temuta barocchizzazione di Rossini. Chi vivrà vedrà. Per ora è meglio ascoltare l'esistente (rectius, parte di esso) e non aspettarsi molto dalle "magnifiche sorti e progressive" che la nuova generazione di sedicenti interpreti rossiniani (?) lasciano intravvedere. Chiudo quindi, con un’altra citazione, e mi riporto alla stesso poeta tedesco dell’iniziono: “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (Heinrich Heine). Ascoltate la Horne e capirete Tancredi. Buon ascolto!

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giovedì 18 dicembre 2008

Tancredi e i suoi interpreti: considerazioni.


Tancredi fra la fine degli anni 70 e gli anni 80 è stato uno dei titoli di punta della ripresa del repertorio tragico rossiniano.
Era, ogni ripresa di Tancredi, a partire da quelle romane del dicembre 1977, un’occasione per il pubblico, che frequentava i teatri d’opera, per esaltarsi e rinnovare trionfi, che facevano tornare ai racconti coevi o quasi alle prime rappresentazioni del titolo, soprattutto quando i panni di Tancredi erano indossati da Giuditta Pasta.
La fonte di tanti entusiasmi, a prescindere da quelli che l’opera in sé può creare, era Marilyn Horne.
Che Tancredi fosse un titolo pensato da tempo dalla Horne è provato dall’inserimento della sezione conclusiva della cavatina e famosi palpiti in un recital della fine degli anni ‘60 e dall’abitudine di eseguire in concerto sempre lo stesso brano.
Strano, ma nell’800 Tancredi, parte scritta per un contralto divenne famosa e circolò, soprattutto grazie ala Pasta, un mezzo acutissimo e che nell’opera, oltre a trasporti considerevoli, ricorreva anche ad impresti da altre opere. Famoso il finale proveniente da altro Tancredi, quello di Niccolini, pure “nobilitato” dalle varianti di Rossini. Non solo, ma altri nominali soprani, come Isabella Colbran a Napoli e Maria Malibran a Parigi ottennero grandissimi successi nei panni del giovane guerriero.
Per i grandi contralti Pisaroni, Brambilla e Alboni il Tancredi fu un’esperienza assolutamente marginale nelle loro carriere. I “loro” ruoli erano Arsace e Malcolm. Quanto ad Arsace è significativo che Giuditta Pasta si fosse presa la briga di scrivere a Rossini, pregandolo di non procedere agli aggiusti per quella parte perché, nonostante la scrittura come “primo musico” non l’avrebbe mai cantata, disposta, invece, a cantare il title role.
Non solo, ma prima di Giuditta Pasta, almeno nei teatri italiani Tancredi per antonomasia fu Carolina Bassi e chi esaminasse la sola parte scritta per lei da Rossini può rendersi conto della certa facilità anche in zona acuta di cui la cantante disponesse e della certezza di trasporti ed aggiusti nell’esecuzione.
La verità è che la scrittura vocale di Tancredi marcatamente centrale e povera di melismi (siamo ancora nella prima fase della carriera di Rossini, quella a coloratura cosiddetta lata) può proprio per queste se caratteristiche (sorge fondato il dubbio che la Malanotte non fosse una irraggiungibile virtuosa) essere aggiustata sia ad un mezzo acuto che ad un contralto.
E questo fu il punto di partenza della Horne. Legittime interpolazioni nei recitativi, acuti ed abbellimenti (alcuni suoi, altri, come nel duetto del secondo atto, di Pacini) in tal modo che la differenza fra questo personaggio ed i travesti successivi non fosse percepibile, ma è innegabile che il personaggio guadagnasse una carica drammatica di cui di suo è privo o almeno carente.
Il Tancredi della Horne era in primo luogo da vedere perchè la musica di Rossini e l’interpretazione della cantante trasformavano una donna indiscutibilmente piccola e grassa, attrice tutt’altro che irresistibile, anche se saggiamente contenuta, in eroe come la letteratura ci consente di immaginare.
Nelle riprese veneziane (dicembre 1981 e giugno 1983) la Horne era insuperabile nel virtuosismo vuoi della cavatina vuoi del rondò finale (abbassato credo di un tono), sfumatissima nelle sezioni centrali dei due duetti con Amenaide e dell’aria del secondo atto, misuratissima nel recitativo accompagnato finale. E sappiamo che la misura non era virtù e mezzo espressivo praticato d’abitudine dalla Horne.
Era, insomma, qualche cosa per cui chi ascolta oggi le registrazioni cosiddette in house può capire gli entusiasmi da stadio che le esibizioni provocavano ovunque. Ne ricordo uno solo puramente vocale l’esecuzione della cadenza alla chiusa dell’adagio del secondo duetto “Ah come mai quest’anima”. D’altra parte le cadenze servono proprio a questo. Togliamo una cadenza con il suo effetto e avremo monca l’esecuzione, anche, dell’intero duetto.
Deve essere anche detto che all’inizio degli anni ‘80 la voce della Horne era accorciata rispetto al decennio precedente e quindi fra la prima esecuzione veneziana e la ripresa vennero eliminate talune puntature acute dei recitativi, scegliendo soluzioni basse, come documentano le registrazioni, già dalla prima edizione il rondò era abbassato (mentre a Roma ed a New York nel 1978 era in tono) e soprattutto risentivano delle caratteristiche vocali il duetto con Argirio, che richiede all’allegro uno svettante registro acuto e la tendenza anche negli andanti ad emettere suono marcatamente di petto nella zona centrale . Suoni tutt’altro che gradevoli. E, forse, censurabili sotto il profilo dell’ortodossia tecnica
Specie a Venezia, se confrontati con quelli della partner veneziana che era Lella Cuberli. Che era l’altra ragione, fondatissima, degli entusiasmo del pubblico. Parlare di precisione di esecuzione, di grande acrobazia di accento patetico e di eleganza assoluta è scontato, come pure scontato mettere in rilievo una voce, che non brillava per qualità naturali. Qualità naturali, che da sole, in Rossini possono poco o nulla. Sia detto che il più credibile esegeta rossiniano, Stendhal, mai parla della bellezza della voce di un qualsiasi cantante rossiniano. Anzi se parla della voce (vedi Pasta) lo fa per ricordarne i difetti naturali, ma Stendhal è sempre concentrato ed inspirato sugli effetti espressivi ed interpretativi che la tecnica di canto consente.
Il vero vuoto della edizione veneziana, come di tutte le precedenti, era Argirio. Palacio, come Casellato, come Gonzales era un tenore leggero, anche se il centro aveva un certo peso, il colore era marcatamente chiaro e l’accento del personaggio da opera seria latitante. Palacio era un cantante da repertorio del ‘700 non da Rossini tragico. Categoria vocale ignota sino all’avvento dei tenori rossiniani di scuola americana.
Inoltre poco prima delle riprese veneziane del giugno 1983 -precisamente il 22 maggio- a New York in forma di concerto era stato eseguito il Tancredi e per la prima volta si era sentito un autentico tenore centrale (per di più in grado di interpolare sovracuti sino al mi bem e complesse figure ornamentali) nei panni di Argirio. Chris Merritt. Una rivelazione.
Le recite di Venezia erano state un autentico trionfo, rappresentavano uno spettacolo di cui il pubblico parla, sopratutto uno di quegli spettacoli, che fanno pensare e riflettere al di là dei legittimi entusiasmi del momento.
E quindi la ripresa dell’agosto 1982, che vedeva il debutto di Lucia Valentini-Terrani nel ruolo protagonistico accompagnata da Katia Ricciarelli assumeva il significato di una risposta al personaggio creato dalla Horne. Con gli immancabili confronti fra le primedonne protagoniste di entrambi i ruoli. Devo, anche, precisare che erano i confronti, che elettrizzavano il mondo operistico di allora. Rossiniano, in particolare.
Che la dote naturale della Valentini fosse cospicua nessuno lo discute, che potesse anche essere una miglior attrice rispetto alla Horne neppure, ma …..la tecnica della Valentini non era quella della Horne. I suoni bassi erano, pur in una voce di autentico mezzo soprano artificiosamente scuriti, quasi a voler richiamare sonorità maschili e la scelta si ripercuoteva sulla fluidità delle agilità e sull’estensione. Non solo, ma una voce non perfettamente immascherata e, quindi, “grossa”, ma non sonora rendeva sistematicamente opachi i numerosissimi piani e pianissimi, riducendo, e di molto, gli effetti interpretativi, tutti lodevoli e pensati. Inoltre la Valentini, pur avendo aderito alla abitudine di inserire variazioni ed abbellimenti, era ben poco convinta del loro valore espressivo e, quindi, il suo Tancredi non aveva certo le potenzialità drammatiche di quello della Horne.
In più la Valentini aveva accanto la sgangherata Amenaide della Ricciarelli, all’epoca stroncata come cantate rossinana, pur la patetica attenuante del timbro malioso, ma in realtà il suo era il canto dei sussurri e grida. Altro che belcanto o almeno canto professionale ! I si bem e si nat della grande aria del secondo atto o del duetto con Tancredi era tutti aperti e spinti, le agilità accennate, e nessuna scansione di accento.
Quanto alla Valentini all’epoca, in vena di stima e di difesa per una cantante sempre ben preparata si parlò di affaticamento dovuto ad un debutto precedente nel ruolo di Quickly. La scusante era una cattiva difesa d’ufficio perchè tre anni dopo (marzo aprile 1985) a Torino la Valentini era in evidente ed irreversibile declino con la voce accorciata, gonfiata al centro ed in basso e priva di quella brillantezza nell’esecuzione dell’agilità che le avevano dato fama e stima
A peggiorare le cose a Torino i panni di Amenaide erano indossati da Gianna Rolandi, una opulenta ragazzotta americana, che nella tecnica di canto e nel gusto richiamava la sua insegnante Beverly Sills. La voce della Rolandi, non bellissima, era, però, proiettata, agilissima ed estesa e nel canto patetico sfoggiava la dinamica sfumata della autentica interprete. In quel momento, era la più completa alternativa alla Amenaide di Lella Cuberli.
L’ultimo Tancredi pesarese (agosto 1991) della Valentini-Terrani e la di poco successiva (gennaio 1992) ripresa bolognese videro il varo di un’altra coppia protagonistica. E se quello di Bernadette Manca di Nissa, voce scura, ma cortissima e di nessuna capacità virtuosistica, pur in una versione di fatto letterale dell’opera, fu un rapporto abbastanza breve quello di Mariella Devia con Amenaide fu, invece -e forse è- un connubio lunghissimo e riuscito. Anche se la Devia cantante rossiniana e più ancora interprete rossiniana può essere discussa con fondati motivi. In primis perché la Devia non ha mai praticato la vera agilità di forza con mordente e slancio (l’unico vero slancio sembra quello del mi naturale, che ancora alla soglia dei sessanta anni Mariella Devia interpola in chiusa della grande aria del secondo atto) e quanto all’accento patetico la cantante è sfumatissima, il gioco di colori nelle sezioni centrali dei duetti e delle arie da grande professionista, ma la poesia di Lella Cuberli, sono un’altra definizione del personaggio. Credo che a Mariella Devia sfugga che l’andante rossiniano di stile patetico come pure la sezione acrobatica delle arie non sono quelle di Bellini e di certo Donizetti. Il personaggio è, e rimane, neoclassico di romanticismo neppure l’ombra. Tancredi viene rapresentato nel 1813.
Mariella Devia, monopolista o quasi del ruolo, è stata Amenaide anche nella ripresa scaligera del 1993, debutto di Luciana D’Intino. Il rapporto con Rossini di Luciana D’Intino è stato sempre e solo occasionale. Peccato perché la qualità vocale della cantante è veramente eccezionale; solo che, applicate a Tancredi, bella voce e saldezza di emissione non bastano. Senza l’accento scandito, la dinamica ricercata, l’esplosione virtuosistica degli allegri, l’ornamentazione e la diminuzione nelle sezioni patetiche, Tancredi sembra essere privo di un suo proprio connotato e l’interprete, per conseguenza, destinata a soccombere.
Insomma si può eccepire che Marilyn Horne come suo costume mentale, culturale nell’affrontare Tancredi abbia “calcato la mano”, attirando il personaggio nell’orbita dei ruoli scritti o pensati per la Pisaroni, che era, in primo luogo, una grande virtuosa, ma l’idea della Horne alla prova del palcoscenico è – complice la coloratura ancora lata e non minuta, come nelle parti successive- inattaccabile e ancor oggi insuperata.


Tancredi

Atto I
Come dolce all'alma mia - Katia Ricciarelli, Gianna Rolandi
Oh patria!...Tu che accendi...Di tanti palpiti - Marilyn Horne, Lucia Valentini-Terrani
L'aura che intorno spiri - Lucia Valentini-Terrani & Katia Ricciarelli, Bernadette Manca di Nissa & Mariella Devia

Atto II
Ah! Segnar invan io tento - Chris Merritt, Ernesto Palacio
No, che il morir non è - Lella Cuberli, Gianna Rolandi
Ah, se de' mali miei...Il vivo lampo - Marilyn Horne & Chris Merritt
Giusto Dio che umile adoro - Lella Cuberli, Gianna Rolandi, Mariella Devia
Lasciami! non t'ascolto - Marilyn Horne & Lella Cuberli, Lucia Valentini-Terrani & Gianna Rolandi, Luciana D'Intino & Mariella Devia
Perchè turbar la calma - Marilyn Horne, Lucia Valentini-Terrani, Luciana D'Intino

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sabato 8 novembre 2008

Il mito della primadonna: Semiramide

Credo sia vero che la vocalità di Semiramide, ultima parte scritta per la Colbran sia, in realtà, un po’ meno Colbran degli altri ruoli che Rossini scrisse per la moglie. Due possono essere i motivi: la certezza di Rossini che Isabella avrebbe cantato poche volte la parte e che la Colbran fosse più nelle condizioni vocali di un tempo.
Prova significante la ricaverei dal fatto che le grandi scene spettano agli altri due personaggi, per quanto il finale primo sia di fatto capitanato dal canto della regina.
Certo è che Semiramide divenne il veicolo del canto e della poetica rossiniana più di ogni altra opera. Tutte le dive del dopo Colbran vestirono i panni della regina di Babilonia: per prime Sontag, Pasta e Malibran a Parigi, poi dal 1834 Semiramide divenne il monopolio di Giulia Grisi...già cari amici, fu il mio regno per circa cinque lustri !!! Gradivo presentarmi in un teatro importante con Semiramide. Anzi….. lo pretendevo! Ed ancora negli anni '50 dell’800 ero la Semiramide per antonomasia. Anche se le altre, Ronzi, Barbieri Nini e, poi, Carlotta Marchisio affrontarono, e con successo, il mio diletto personaggio.
Anche nel ‘900 tutte grandi le dive come Nellie Melba o Adelina Patti continuarono a proporre Semiramide sino agli albori del Verismo. Poi il silenzio fino al 1940, quando l’opera tornò al Maggio Musicale Fiorentino con Gabriella Gatti, anche se quasi tutti i soprani (compresi quelli di coloratura) continuarono ad eseguire la cavatina di Semiramide in concerto.
Dal 1962 in poi la ripresa, preceduta dai trenoi per la Semiramide mancata di Maria Callas. E con ragione, aggiungerei, se consideriamo la grandezza della Callas – Armida.
Il ritorno della regina di Babilonia ha il nome di Joan Sutherland, che la propose (anzi lo debuttò, se non mi sbaglio) in Scala con Santini in quell'anno. E credo che la sua regina sia stata, dal punto di vista interpretativo la Semiramide della Melba e della Patti, forse anche la mia, ossia una Semiramide soprano assoluto (e per giunta estesissima in alto), astratta, un po' carente sotto il profilo dell’accento, supplito però con lo splendore vocale ed acrobatico. In teatro ancor più che in disco.



Sino al 1971 Semiramide fu un personaggio molto praticato e frequentato dalla Sutherland.
In piena Rossini renaissance, quando i luoghi della grande produzione e riproposizione snobbavano la cantante australiana (anziana, cachet spaventosi, e per forza il marito come unico direttore erano le scuse per evitare di pensarla in parti Colbran o anche solo in Semiramide) lei stessa la ripropose a Sidney, nel 1983, e ne fece il suo nuovo capolavoro. Si, perché laggiù ha saputo essere protagonista assolutamente diversa da quella che era stata sino ad allora: una vera interprete. Il virtuosismo di assoluta forza, il grande finale primo, da sempre il punto debole della Sutherland, amministrato con vigore e mordente, come pure la prima parte del duetto con Assur. Insomma la completa raffigurazione del soprano drammatico di agilità prima di Verdi. Certo gli audio ci restituiscono una voce un po’ dura sul passaggio e proprio nella cabaletta “Dolce pensiero” la Sutherland comincia a praticare il trasporto (mezzo tono, se non erro, verso il basso) per poter sfoggiare ancora le sue mirabolanti variazioni secondo una prassi radicata nell’800 e da lei sempre praticata nella fase finale della carriera. Straordinaria la sua esperienza con questo ruolo, saggiato in tutte, assolutamente tutte, le sue possibili sfaccettature.



Gli anni ’80 sono anni di grandi riprese del lavoro, che diviene uno dei vessilli della ripresa Rossiniana.
Ci sono le Semiramidi improbabili, come quella della Caballè esausta, accorciata, con una plateale esibizione di suoni petto, e l'assoluta pervicacia nel non sapere la parte (nonostante una cospicua serie di rappresentazioni) in buona compagnia con la Semiramide “sussurri e gridi” di Katia Ricciarelli. La Ricciarelli applicata a Rossini accennava, eseguiva imprecisa le agilità, dando inizio ad una scuola del petit style rossiniano (salvo poi emettere si bem e si nat gridati ed oscillanti) che ha avuto insigni continuatrici in Pesaro con la Gasdia e, fuori di Pesaro, ma a livello planetario grazie a scandalose campagne pubblicitarie, con Cecilia Bartoli.
Se la sono cavata assai meglio le due primedonne rossiniane americane, Lella Cuberli e June Anderson, che fra l’altro si alternarono con la Horne nella Semiramide al Met.
Anzi si batterono con onore e ad armi pari, ma diverse. La Cuberli era esattissima, precisa nell’esecuzione della agilità, accento scandito, quando serviva, in coppia, soprattutto con la Dupuy, spericolata nelle agilità dei duetti. Non era un soprano drammatico ( ma forse un lirico, secondo le classificazioni 900tesche, basta per il title role ) di certo non illimitata in alto (al massimo un do diesis,emesso, però, piano e rinforzato) e dotata di limiata ampiezza, che, soprattutto negli anni ’90, lasciò a desiderare.
Per contro la Anderson, emula della Sutherland, ma inerte sotto il profilo dell’accento, spesso discutibile nel gusto negli abbellimenti e latitante nell’accento. Impressionanti, invece, erano l'ampiezza della voce e l'estensione. Una voce straordinaria.
Mi domando però, se oggi, pur un poco accorciata in alto, ma con voce ancora ampia e sonora ed un accento assai più scandito e curato rispetto agli anni d’oro della carriera la Anderson non sia in grado – di fatto unica - di riproporre la Semiramide da vero soprano drammatico ante Verdi. Un po’ come feci io negli anni ‘45-‘55 dell’Ottocento!
A dire il vero ci furono anche i ragguardevoli tentativi abbozzati dei soprani di coloratura, ossia Mariella Devia ed Editha Gruberova. Strano che nella loro “sublime impostura” di cantare Bolena, Borgia, Pirata, Stuarda ed anche Norma e Devereux Semiramide sia stata una prestazione occasionale!




Credo che però il motivo ci sia. In Bellini e Donizetti si può simulare meglio con toni dimessi, ridurre il personaggio ad una donna che geme e sospira, ridurre o eliminare sovranità, regalità e con esse le agilità di forza. Semiramide, privata di un centro sonoro (che Panofka, Scudo e Monaldi avrebbero detto potente) dell’accento imperioso e del virtuosismo di forza non può stare in piedi, o ci sta a fatica.
E poi ci furono anche le esperienze disastrose di voci come Jano Tamar, la Semiramide dell’edizione del bicentenario pesarese. In buona sostanza un soprano verista scelto per il desiderio (in sé legittimo) di proporre il vero soprano Colbran. Taccio delle Antonacci, delle Aliberti.....preferisco non dire nulla.
Un tentativo poco sfruttato e poco noto fu, per completezza di memoria, quello di Maria Dragoni, che nel 1991 ha eseguito con accento vigoroso e voce potente la scene più drammatiche della parte e che avrebbe meritato cure ed attenzioni maggiori da parte degli addetti ai lavori.
Qualcosa di nuovo e positivo, invece, è comparso all’inizio del nuovo millennio con Darina Takova, che ha dato prova di possedere una vera voce, adatta a Semiramide per colore, bellezza timbrica, agilità di forza ed estensione. Il soprano bulgaro aveva tutto per poter competere con le grandi che l'avevano preceduta, stupendo in principio sia per la facilità nell'accentare i momenti più drammatici come il giuramento, che per le naturali capacità acrobatiche. Premesse alle quali, purtroppo, non ha fatto seguito il perfezionamento del ruolo, sebbene ripetuto innumerevoli volte, bensì il progressivo calo ed impoverimento della qualità del canto oltre che dell'accento ( esemplare il Bel raggio lusinghier mai risolto nell'apparato di variazioni...etc.). Una straordinaria occasione non completamente colta......in sintonia con il nostro presente!

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venerdì 7 novembre 2008

Parigi, 14 dicembre 1992: Rossini e le sue signore

L'idea di dedicare il concerto periodico ad una performance olorossiniana è assolutamente casuale e non voluta rispetto alla anteprima del Festival Rossini. Inattesa ed inaspettata in ogni senso.
E poi le due interpreti rossiniane non ebbero in Pesaro la fama e la presenza che la loro arte avrebbe meritato. Corsi e ricorsi storici si potrebbe dire.

Il concerto che per il bicentenario della nascita di Rossini offrirono al Teatro dello Châtelet è stato uno dei tanti del tempo. Per una certa generazione di ascoltatori era la norma e la regola. Sia il programma decisamente ricco e vario e con qualche novità come Martine Dupuy, che affrontava il rondò di Elena della Donna del Lago o l'inserimento alla fine della barcarola "Giorno d'orror" di una delle cadenze delle Marchisio, sia le modalità tecniche ed espressive aderenti a quello che doveva essere la poetica rossiniana. Poetica rossiniana che nella sua compiuta realizzazione, muoveva da un controllo dell'emissione e dalla qualità del suono per rendere poi, sempre nell'imprescindibile rispetto della grammatica, il senso del personaggio e della situazione. Era per quella generazione di cantanti imprescindibile la correttezza dell'emissione, l'inserimento di varianti ed abbellimenti, che conseguissero il duplice risultato di esprimere il personaggio ed esaltare l'esecutore ed interprete nel contempo, perchè in nessun autore come Rossini il legame esecutore-interprete è così imprescindibile. E per la coeva generazione di ascoltatori, allora come nel 1830, non si poteva pensare un'esecuzione che non fosse prima di tutto vocalmente e musicalmente "bella". Era talmente imprescindibile e impensabile che non fosse così che per questa generazione è impensabile ed inaccettabile un Rossini che non sia prima di tutto vocalmente bello, esatto e preciso.

Fin qui la presentazione di Donzelli, che, come alcuni di noi, ha avuto la ventura di assistere a questa e altre serate simbolo della Rossini-Renaissance. Quelle vere e non quelle finte. Ma chi, vuoi per l'età troppo tenera, vuoi perché in altre faccende affaccendato, non abbia sentito dal vivo le signore Cuberli e Dupuy, e oggi ascolti questi brani per la prima volta, che impressione ne ricaverà?
In fondo la registrazione poco toglie e poco regala alla performance: delle due la più avvantaggiata è Lella Cuberli, dal vivo penalizzata per il volume vocale ridotto, mentre il nastro è meno clemente con Martine Dupuy, il cui acuto risulta a tratti un po' spinto. Certo, per chi abbia in mente gli ultimi - in senso assoluto, c'è da temere - cimenti di celebrate rossiniane odierne, rose e fiori. Così come alcuni suoni fiochi e calanti della Cuberli sembrano brillanti e precisissimi se paragonati a quelli di recenti Folleville e Bianche e un po' meno recenti Semiramidi, anche e soprattutto pesaresi.
Quello che il nastro documenta fedelmente, e che è il vero portato storico del canto delle signore, è l'interpretazione, intesa non già come alternativa al canto di scuola, bensì come suo principale scopo e conseguenza. La vocalizzazione di forza, la precisione del virtuosismo, la dinamica mobilissima non sono fissazioni da melomani ottusamente conservatori, ma il solo modo di rispettare, nell'esecuzione, la poetica rossiniana, fatta - soprattutto nel Rossini tragico che di questo concerto costituisce l'ossatura - di slanci incandescenti, ma sempre calibratissimi, e languidi abbandoni, in cui il cantante occupa il centro della scena, a dispetto di registi e direttori che spesso si fanno scudo della supposta volontà dell'Autore solo per non farsi eclissare da chi sta sul palco.
E che i cantanti oggi accettino simili pretese, e riducano Rossini a un compitino da svolgere, nel bene o nel male (ma quasi sempre nel male), senza interesse per variazioni e cadenze, con l'unica preoccupazione di "giocare in difesa" e portare a casa la pelle, è per il pubblico, almeno per un pubblico che non si fermi all'epidermica simpatia per giovani buttati allo sbaraglio nell'arena rossiniana, una sofferenza non minore di quella procurata da sistematici squittii in acuto e gravi regolarmente intubati. Già, perché nel frattempo Rossini è diventato un autore da saggio d'accademia o da debutto di carriera. - AT



G. Rossini


Tancredi - Atto I: Tu che accendi...Di tanti palpiti - link alternativo

L'Assedio di Corinto - Atto III: Giusto Ciel, in tal periglio - link alternativo

Tancredi - Atto I: L'aura che intorno spiri - link alternativo

Il Viaggio a Reims - Atto unico: Partir, o ciel! desio - link alternativo

La Donna del Lago - Atto II: Tanti affetti - link alternativo

Bianca e Falliero - Atto I: Sappi che un rio dovere - link alternativo

Semiramide - Atto II: Giorno d'orror - link alternativo

Zelmira - Atto I: Perché mi guardi e piangi - link alternativo



Lella Cuberli - soprano
Martine Dupuy - mezzosoprano
Henry Lewis - direttore

Parigi, Théâtre du Châtelet
14 dicembre 1992

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venerdì 29 febbraio 2008

Happy Birthday Gioachino!

Mio caro Gioachino,
so bene che non siete dell’umore giusto per festeggiare il vostro compleanno, ma ….a che giova?
I tempi sono quelli che sono, è certo! E devo dire che non posso non condividere il Vostro sdegno per la rovina e il mercato che della Vostra Arte si fa nei teatri, principiando da quello della città natale.
La Vostra Arte si onora con il nostro canto.
Voi stesso, caro ed illustre maestro, ci avete insegnato che la Vostra Arte è tutta ideale, astratta dalla realtà.
La perfezione del nostro mestiere è l’istrumento per cercare di rendere il sublime dell’arte e della poesia Vostra.
Ma i tempi che corrono sono quelli che sono, ripeto: come possiamo pretendere che questi giovani capiscano che l’arte Vostra consiste nella metafora e nella sublimazione dei sentimenti?
Che il nostro mondo è fatto di “rappresentazioni” di idee di sentimenti e non di sentimenti reali? Oggi riderebbero delle forme della Vostra cara, unica Marietta, dimenticando il sogno del suo canto, il suo essere l’eroe più bello che ci fosse, perché il suo canto era il più bello.
Del resto, questo oggetto che chiamano televisione si illumina, e dentro la gente è solita guardare la realtà e considerarla al pari dell’arte. La gente è ormai abituata a quello, mio caro Gioachino, purtroppo è così. Voi vi sentite incompreso e bistrattato, e vi capisco. Tutti noi vi comprendiamo, perché è assai frustrante cercare di far dell’arte per chi non sente il bisogno di vedere sulla scena qualche cosa che sia diverso da quanto vede per la strada; per chi è ormai avvezzo a questa moderna estetica del “brutto”, del grido, del bisbiglio, del sussurro, dello spoglio e del tetro quando non della farsaccia da fiera ?
Il nostro è un mondo lontano ormai, mio caro Gioachino, tanto lontano che ormai anche quei vecchi colleghi che hanno cantato la Vostra musica eccezionalmente nella loro carriera paiono specialisti al fianco dei moderni cantatori. Ma proprio su questo ho riflettuto, con altri. Talvolta, infatti, proprio chi non è chiamato, come modernamente si usa, “specialista” maggiormente sa riecheggiare il nostro mondo. E che talvolta qualche giovane, forse perché diversamente educato da come oggi si usa, calca le scene a modo proprio, solitario e magari incompreso.
Mio caro ed illustre Maestro, le nostre voci, il nostro canto lo avete ascoltato, lo avete stimato, illustrato, glorificato, quando ci onoravate della Vostra attenzione, accomodandoci le parti.
Si racconta che dopo di noi e pochi altri ci fu il diluvio, la morte del Vostro canto. Sbagliato Maestro, fu opinione di gente ignorante e poco avvezza all’orecchio!
Vi fu la fine dell’arte Vostra intesa come sublime sulla scena, come rappresentazione dell’universo amore, dell’universo odio. Ma la Vostra lezione di canto, quella che il caro Garcia ha tramandato dopo avere tanto ascoltato, quella che Lamperti e la Matilde Marchesi hanno continuato non sono morte hanno continuato a vivere. Erano più vive settant’anni or sono che non oggi!!!! Basta sapere e voler ascoltare, caro maestro.
Abbiamo scelto un omaggio, omaggio di chi per il gusto e la poesia del tempo suo non poté cantare tanto la Vostra musica, ma che ne aveva tutte le caratteristiche . Il respiro, il sostegno e la saldezza di ogni nota di Marcella Sembrich o di Ebe Stignani sono quelle della nostra istessa scuola.
E che dire del legato, del cantare piano con voce dolce e sonora bella e proiettata del grande Mosè di Nazzareno de Angelis. Lui trilla come trillava il Garcia padre o il nostro Antonio Tamburini.
Certo la Vostra concittadina v’onora con la voce degli angeli ed il gusto di Verdi, però. E voi non lo amavate, non era il Vostro, ma mai sui nostri palcoscenici, se si fa eccezione per la mia o di Madama Cinti, si ebbe ad udire una voce di quella liquida dolcezza.
Come non si ebbe mai a sentire dopo la Vostra Illustre sposa o la nostra Git lo slancio, la precisione, la magia di Maria Callas, che non certo bellissima nell’aspetto, era la più seducente maga che si potesse immaginare. Quando ciascuna di noi l’ha invidiata per il dono di far rivivere le magie di Isabella Vostra.
Quando la Vostra poetica ed i Vostri capolavori sono stati nuovamente disvelati al pubblico tanti cantori e cantatrici si sono avvicendati sui palcoscenici del mondo. Spesso hanno dovuto lottare per affermare l’arte loro e la Vostra. Talvolta come è capitato per chi interpreta le pagine dei Vostri Aureliano, Zelmira e Bianca in questo nostro piccolo omaggio lo hanno fatto per una sola volta.
Non disperate, Gioachino, non fatelo. Chissà, nonostante i tempi forse qualcosa di buono tornerà proprio quando non nessun se lo aspetta più.
I miei migliori auguri di un felice compleanno
Vostra
Giulia




Aureliano in Palmira
Atto II, scena VI - Perchè mai le luci aprimmo - Martine Dupuy

Elisabetta, regina d'Inghilterra
Atto II, scena III - Bell'alme generose - Leyla Gencer

Il barbiere di Siviglia
Atto I, scena I - Ecco ridente in cielo - Alfredo Kraus
Atto I, scena IX - Una voce poco fa - Ebe Stignani, Renata Scotto

Armida
Atto I, scena III - Sventurata, or che mi resta - Maria Callas

Ermione
Atto I, scena I - Mia delizia, un solo istante - Marilyn Horne

Bianca e Falliero
Atto I, scena VI - Della rosa il bel vermiglio - Gianna Rolandi

Zelmira
Atto I, scena VIII - Perchè mi guardi e piangi - Lella Cuberli & Martine Dupuy

Semiramide
Atto I, scena IX - Bel raggio lusinghier - Marcella Sembrich
Atto II, scena IX - Deh!...ti ferma, ti placa, perdona - Tancredi Pasero

Le siège de Corinthe
Atto III, scena VII - Giusto Ciel, in tal periglio - Renata Tebaldi

Moise et Pharaon
Atto II, scena II - Eterno! Immenso! Incomprensibil Dio! - Nazzareno de Angelis

Guillaume Tell
Atto I, scena V - Ah! Matilde, io t'amo - Leo Slezak
Atto II, scena II - Sombre forêt - Beverly Sills
Atto IV, scena I - O muto asil del pianto - Giovanni Martinelli, Giacomo Lauri-Volpi

Stabat Mater
Inflammatus - Renata Tebaldi

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giovedì 14 febbraio 2008

San Valentino, festa degli innamorati.

Tutti noi siamo stati trafitti almeno una volta nella vita dal dardo di Cupido!

I membri di questo Corriere desiderano rinnovare in questa ricorrenza la vostra memoria presente o passata di una travolgente passione......melomane.




Scelti per voi da:

Domenico Donzelli
Il duetto degli Ugonotti meglio noto come duettone è il modello del duetto d'amore romantico dove l'amore è frammisto a guerre, lotte e tragedie incombenti. In questo caso, la sanguinosa strage degli Ugonotti del 24 agosto 1572. Naturalmente l'amore deve anche essere contrastato, come si conviene ad una donna già sposata divisa oltre che dal legame nuziale anche dal credo religioso. E l'ardore e il superamento delle convenzioni spetta proprio alla protagonista femminile che rinnega la religione cattolica per abbracciare quella riformata ed affrontare la morte nell'amore, perché, non si sa bene per quale motivo, nei più triti drammoni romantici, amore e morte sono un inscindibile binomio. L'esecuzione del duetto è una di quelle che, con i frammenti di Lauri Volpi e il duetto di Slezak, fanno la storia dell'interpretazione.
Giacomo Meyerbeer - Les Huguenots
Atto IV - Ô ciel! Où courez-vous? - Margarethe Teschemacher & Marcel Wittrisch

Giulia Grisi
Vincenzo Bellini - I Capuleti e i Montecchi (liberamente molto, molto, molto variato dal M.o Alberto Zedda)
Atto I - Scena II - Sì, fuggire...Ah, crudel...Vieni, ah, vieni! - Martine Dupuy & Lella Cuberli



Antonio Tamburini
Più che un duetto d'amore, un autentico litigio amoroso con relativa riconciliazione. Il tutto in un luogo che, almeno in teoria, poco avrebbe che spartire con l'eros profano, anzi pagano, che segna questa pagina pucciniana. Tosca entra come un turbine, trovando nelle immagini sacre un'ottima esca per la gelosia e la civetteria e ricordandosi solo con molta fatica della Madonna. Cavaradossi, dal canto suo, è diviso fra due passioni, quella amorosa e quella politica: Tosca è gelosa della marchesa Attavanti, ma farebbe meglio a preoccuparsi del di lei fratello, che difatti causerà la rovina dei due amanti (per tacere di quella di Scarpia). In orchestra risuona la luce e la calma del mezzogiorno romano, la promessa di una notte deliziosa che non arriverà mai e tutta l'intensità di una relazione che, senza che gli interessati lo sappiano, volge al termine. Difficile trovare una Tosca più melodrammaticamente accesa e al tempo stesso più elegante di Claudia Muzio, altrimenti nota come "la divina Claudia", concitata e quasi fanatica nel ricorso alla "sprezzatura", ma sempre musicalissima, negli eterei pianissimi così come nelle impennate drammatiche. E stiamo parlando di una cantante che aveva già alle spalle una carriera ultraventennale. Accanto a lei l'allora "normale" Borgioli, che oggi umilia e ridicolizza gli strombazzati Alvarez, Villazón e Kaufmann.
Giacomo Puccini - Tosca
Atto I - Mario! ... Non la sospiri la nostra casetta... Qual occhio al mondo... Mia gelosa! - Claudia Muzio & Dino Borgioli

Gilbert-Louis Duprez
Io scelgo invece il duetto finale di Aida, nelle superbe interpretazioni di Bergonzi e di Leontyne Price. Lo scelgo innanzitutto perché è una delle più straordinarie pagine scritte da Verdi e poi perché bene esemplifica la concezione intimista dell’opera: c'è tutto Verdi, il destino, il potere, l'individuo e l'amore. Ma il tocco geniale è costituito dall’intervento di Amneris (uno dei personaggi più complessi e interessanti dell’intero catalogo verdiano), anche lei vittima, anche lei sconfitta, anche lei innamorata del suo Radames. Un doppio duetto quindi: da una parte Aida e Radames nell’ultimo abbraccio prima della morte, dall’altra Amneris e il sogno del suo amore infelice, della cui morte si ritiene responsabile (più che una principessa "figlia dei Faraoni" un'adolescente respinta, un pò cocciuta e incosciente, che per rabbia combina un guaio più grande di lei). Un amore che va oltre la morte per gli uni (che confidano, in modo anche un po’ stereotipato e stucchevole, di essere felici ed uniti almeno in cielo) e dell’altra che esprime con amara disperazione la sincerità e l’innocenza del suo sentimento (che supera le costrizioni di un potere di cui lei stessa è vittima). Ed è un sentimento umano, molto più umano dell'astratta moralità dei protagonisti. E ora meglio lasciare la parola, o meglio la voce, ai due migliori interpreti (almeno secondo me) del ruolo.
Giuseppe Verdi – Aida
Atto IV – La fatal pietra sovra me si chiuse...O terra addioCarlo Bergonzi & Leontyne Price

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martedì 15 gennaio 2008

Il mito della primadonna: Maria Stuarda



Dalla ripresa del Maggio Musicale fiorentino 1967 Maria Stuarda è rientrata, quasi stabilmente, in repertorio. Specie in quello di primedonne, giustamente desiderose di mettere in rilievo le proprie qualità e di poco fantasiosi direttori artistici di teatro, i quali si illudono che per fare novità si debba proporre la cosiddetta trilogia Tudor.
Mai Donizetti pensò ad una trilogia né tanto meno impresari e direttori di teatro coevo al maestro. E poi Bolena ed in parte Devereux sopravvissero per anni, mentre la Stuarda conobbe, come moltissime altre produzioni donizettiane, immediato oblio.
Se poi devo esprimere la mia opinione, per quale che vale, la mie preferenza va, piuttosto che alle regine, alle duchesse donizettiane in primo luogo Maria di Rohan e Lucrezia Borgia. Opere queste ultime di lunghissima sopravvivenza nel repertorio. Anzi mai sparite.
La tiepida accoglienza e la rapida sparizione della Stuarda è frutto della debolezza del libretto dove le due regine si incontrano ( e ciò secondo Schiller e contro la storia), ma a parte la famose apostrofe non hanno la possibilità di un vero scontro vocale e il terzo atto è per la più parte occupato da Maria, prima confidente con Talbot e poi, debitamente emendata dai terreni errori, pronta al patibolo, da martire o quasi.
Il limite drammaturgico è pregio assoluto se la Stuarda di turno è una vera grande assoluta primadonna con tutti i sacri crismi vocali, tecnici ed interpretativi. In assenza di queste qualità le caratteristiche drammaturgiche di Maria Stuarda si trasformano in armi a doppio taglio con conseguente affossamento del personaggio e dell’opera che sulla protagonista si regge per buona parte.
Tutte le prime donne del dopo Callas si sono gettate nella mischia. Della prima generazione una sola assente Renata Scotto, che in considerazione dei risultati conseguiti in Bolena e Rohan, sarebbe stata la quinta grande nei panni della regina di Scozia.
Va premesso che Maria Stuarda è parte più da soprano usurpato che da soprano assoluto dalla scrittura, quindi, marcatamente centrale, caratteristica più evidente nella versione per Maria Malibran, fondamentalmente spianata, (se si esclude la cabaletta della sortita, specie nella versione Malibran) propensa ad esprimersi con le “cantilene” tipiche del melodramma italiano dopo Rossini e prima di Verdi. In Stuarda, quando “ a cantilene” siamo quasi al record .
Tutte caratteristiche che non sono proprio le stesse voci delle maggiori Stuarde.
E chiaro quindi, che il successo la fama di grande interprete si acquista con i fraseggio analitico e con l’intervento sul testo dove consentito e in alcuni casi dove opportuno.
La prima caratteristica ufficialmente latita in Joan Sutherland. La seconda via interpretativa, invece, è praticata e con risultati degni della fama.
La scrittura bassa non consente alla Sutherland, particolarmente nella cavatina di sortita l’esibizione del legato, ossia di una delle sue caratteristiche peculiari. L’esecuzione e l’interpretazione crescono sia in disco che in house a partire dalla cabaletta con il da capo alzato di una terza, che consente tessitura agevole e il solito ( si fa per dire) virtuosismo di vero effetto. Anche se, ripeto, il virtuosismo non è proprio una delle chiavi di lettura del personaggio.
E ovvio che la Sutherland, voce, prima ancora che accento malinconico svetti nei passi malinconici a partire dal “ da tutti abbandonata”. Quindi anche la sezione centrale della confessione o le parti elegiache della scena finale si avvalgono dell’accento malinconico e dell’ottava superiore molto facile della cantante.
La Sutherland manca di sfumature rispetto alle altre colleghe. Questa è la sua caratteristica, ma è anche la sigla interpretativa di una Maria, che risponde ad una visione del personaggio molto regale e magniloquente, priva dei tormenti della donna. In questo senso l’esecuzione del famoso “ quando di luce rosea” è paradigmatica.
Certo che la scorrevolezza del “D’un cor che more” piuttosto che del “ se un giorno” hanno pochi confronti. La sola Sills, probabilmente.
La altre dive nei panni della Stuarda ricorrono ad una dinamica molto più sfumata.
Con una sostanziale differenza, non da poco, che le idee interpretative della Gencer e della Sills sono frutto di pensieri e di preparazione, mentre quelle della senora Caballe, dotata di un timbro di assoluta, irripetibile qualità sembrano piazzate a caso.
Dell’assunto gli esempi si sprecano dall’esecuzione pasticciata della chiusa dell’aria ( Scala 1971, soprattutto) agli accomodi nel duetto con Talbot ai risparmi tipo evitare mezza battuta per concedersi una più lunga presa di fiato.
Inoltre la Caballè ha sempre eseguito l’opera con una cospicua serie di tagli a partire dalle cabalette e quando le ha eseguite ( Parigi 1972) gli inserimenti, o abbellimenti, che dir si voglia, sono la quintessenza del casuale, magari in spregio di tempo e ritmo. Certo con una voce unica.
Rimangono “in lizza” la Gencer e la Sills. Entrambe delle quattro le voci più inadatte sulla carta e la Sills ancor più della Gencer.
E’ scontato celebrare la Gencer per la dinamica che all’interno di una stessa frase passa dal pianissimo al mezzoforte come accade nel recitativo iniziale e che differenzia con il colore della voce il “suolo beato” dalla “cruda nube” o dall’equilibrio fra la donna e la regina sia nel duetto con Leicester che, soprattutto, nella scena con Talbot.
La realizzazione della Gencer fa parte della storia dell’opera. E’ difficile ipotizzare protagoniste successive che non si siano misurate con le idee interpretative della cantante. E questo anche se nel 1967 comparivano già certi vizi e vezzi della cantante ( colpi di glottide e una non più perfetta fusione, talvolta fra le note basse ed il resto della voce).
Quanto a vizi e vezzi ne abbonda anche Beverly Sills e stranamente più in disco che in teatro. Certi effetti da disco in teatro sono ad altissimo rischio sulla resa e tenuta della serata e allora la Sills appare più misurata in house. E paradossalmente se ne giova.
Rimangono, tipici di una voce di soprano leggero i suoni aperti della famosa apostrofe “ figlia impura di Bolena” efficace, però per i doverosi interventi sul testo.
E’ difficile però immaginare una accento più vario. Non solo nei luoghi topici come il duetto con Talbot, ma anche il duetto con Leicester dove Maria è una donna innamorata e piacente (chiaramente contro la storia, atteso che Maria ormai matura all’epoca della morte e tutt’altro che avvenente) ed in ogni frase, spesso a condizione che la scrittura vocale sia propizia alla voce della cantante americana. E’ però difficile immaginare un accento più partecipe ed accorato nel “ d’un cor che more” o una più profonda nostalgia nella sortita. Inutile dire la gara a distanza Sills Sutherland nei passi acrobatici.
Davanti a tante primedonne il dopo è un po’ meno allettante anche se tutte le primedonne di fama e rilevanza della generazione successiva hanno affrontato la regina di Scozia.
Tralascio la Ricciarelli, dal timbro di qualità, ma con limiti e mende vocali che impediscono un possesso dello strumento e dell’espressione completo e soddisfacente.
Se la sono cavata molto, molto meglio nei loro approcci sporadici Maria Chiara e Lella Cuberli.
La Chiara era dotata di un timbro di grandissima bellezza, secondo solo alla Caballè, era una cantante che salvo un certo appesantimento della voce, derivato dalla assidua frequentazione con Aida dopo il 1980, possedeva una dinamica sfumata e, senza essere inarrivabile, se la cavava egregiamente come virtuosa. Certo non era una fraseggiatrice irresistibile, anzi piuttosto convenzionale e neppure assistita da una fantasia illimitata.
Il tutto per farne una più che buona protagonista senza la zampata della autentica primadonna.
In altro repertorio era una primadonna autentica Lella Cuberli, pur dotata di una voce limitata quanto a volume e timbro. Limiti che in Rossini, Mozart ed Handel nessuno rilevava, ma che l’operismo post rossiniano progressivamente evidenzia.
Alle prese con la Stuarda e, va detto, con il sostegno di un direttore unico in questo repertorio come Bonynge, la Cuberli fu credibilissima nei panni della Stuarda, anche se il timbro non era quella della Caballé, la facilità, (a rigore i re nat ci sono anche), in alto molto pensata e voluta e l’accento sempre attento, ma sicuramente più neoclassico che romantico. Insomma la Stuarda parigina richiamava anche per l’assoluta precisione di esecuzione, le famose Semiramidi o Giuliette Capuleti.
Per altro i limiti della voce sono ancor più evidenti nei soprani, che oggi più spesso vestono i panni di Maria. Parlo di Mariella Devia ed Edita Gruberova.
Credo, però che il limite di scarsa sonorità della voce al centro e poca propensione ad un rapporto diciamo “sillsiano” con il dato letterale dello spartito siamo più marcati in Mariella Devia. La signora Devia, rimasta con la Gruberova l’unica cantante della propria generazione in carriera e l’unica completa professionista da tempo ha preso gusto a cantare personaggi (Borgia, Stuarda, Bolena, Imogene ed anche donna Anna ed Elettra di Idomeneo, piuttosto che la verdiana Giovanna d’Arco) nei quali desta ammirazione per la longevità, la cosiddetta lezione di canto ed assoluta indifferenza per l’interprete e, in molti casi, anche per la virtuosa.
Che poi alcune frasi siano dette e pensate anche splendidamente sembra il minimo per una cantante di questa tempra.
In Edita Gruberova il limite nei panni di qualsiasi personaggio donizettiano e belliniano è il gusto. La voce al centro suona più ampia e timbrata di quella della Devia ed anche, sempre, in quella zona più giovanile e fresca (credo anche per il tipo di emissione), ma al gusto italiano disturbano i portamenti, costanti per l’emissione di ogni nota superiore al la, le conseguenti stonature sui sovracuti (non capisco, salvo che in nome dell’orgoglio della primadonna l’insistenza ad emetterli, mentre i pochi della Devia sono ancora facili) e soprattutto l’accento manierato e lezioso, che non ha nulla dell’accento sonoro e pieno di chi canta veramente all’italiana.
Ripeto due grandi prime donne con mille motivi per essere ammirati, ma basta sentire un recitativo di Leyla Gencer o una frase di Beverly Sills per essere immediatamente davanti ad una seria e completa raffigurazione della prima donna, nel senso più genuino e completo del
termine.


Donizetti - Maria Stuarda

Atto I
- Ah! quando all'ara scorgemi...Ah! dal ciel discenda un raggio
Shirley Verrett, Pauline Tinsley, Marisa Galvany, Martine Dupuy

- Quali sensi!...Era d'amor l'immagine...Sul crin la rivale
Shirley Verrett & Ottavio Garaventa, Pauline Tinsley & John Stewart, Marisa Galvany & Kenneth Riegel, Martine Dupuy & Alejandro Ramirez

Atto II
- O nube che lieve...Nella pace del mesto riposo
Leyla Gencer, Montserrat Caballè, Beverly Sills, Joan Sutherland, Mariella Chiara, Lella Cuberli, Barbara Frittoli, Mariella Devia

- Da tutti abbandonata...Ah! Se il mio cor tremò giammai
Leyla Gencer & Franco Tagliavini, Beverly Sills & John Stewart, Montserrat Caballè & Ottavio Garaventa, Joan Sutherland & Stuart Burrows, Maria Chiara & Francisco Araiza, Lella Cuberli & Douglas Ahlstedt, Barbara Frittoli & Paul Charles Clark, Edita Gruberova & Juan Diego Florez

- Scena del confronto Elisabetta-Maria Stuarda
Leyla Gencer & Shirley Verrett, Montserrat Caballè & Shirley Verrett, Beverly Sills & Pauline Tinsley, Joan Sutherland & Huguette Tourangeau, Edita Gruberova & Martine Dupuy, Barbara Frittoli & Anna Caterina Antonacci, Edita Gruberova & Sonia Ganassi

Atto III
- Quella vita a me funesta...Deh! per pietà sospendi...Vanne indegno, t'appare sul volto
Shirley Verrett, Pauline Tinsley, Marisa Galvany, Martine Dupuy

- Quando di luce rosea...Lascia contenta al carcere
Leyla Gencer, Montserrat Caballè, Beverly Sills, Joan Sutherland, Katia Ricciarelli, Maria Chiara, Barbara Frittoli, Mariella Devia

- Deh! tu di un'umile preghiera il suono
Leyla Gencer, Beverly Sills, Montserrat Caballè, Joan Sutherland, Maria Chiara, Katia Ricciarelli, Edita Gruberova, Lella Cuberli, Mariella Devia

- D'un cor che more reca il perdono
Leyla Gencer, Beverly Sills, Montserrat Caballè, Joan Sutherland

- Ah! se un giorno da queste ritorte
Leyla Gencer, Beverly Sills, Montserrat Caballè, Joan Sutherland, Maria Chiara, Edita Gruberova, Lella Cuberli, Mariella Devia

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